Mi ricordo della
cassiera di un discount dal logo giallo, rosso e blu, come il suo principale concorrente. Si trova a Casacce, una spruzzata di villette e capannoni a una decina di
chilometri da Sondrio, dove è presente un punto vendita della stessa
catena, che però è sempre affollato. Così ho preso l’abitudine di andare a
Casacce. Qui ci sono due casse ma solamente una viene mantenuta aperta, per il
flusso di clienti è più che sufficiente. Una cassa per tre cassiere a turni di mezza giornata.
La cassiera del mio
ricordo è bionda, alta, l’espressione un po’ triste. Quando l’ho vista la prima
volta ho pensato a una versione ossigenata di Anna Karina in Pierrot le Fou.
Da giovane sceglievo la cassa nei supermarket in base all’avvenenza delle
cassiere, ora cerco di intuirne l’umore – forse avrebbero voluto un lavoro da attrice, fotografa, presentatrice televisiva, non cercare il codice a barre dei sofficini. O invece è la
soddisfazione per avercelo, comunque, un lavoro.
Con questa cassiera
confesso che è stato difficile. Si spegneva e riaccendeva a ogni nuovo giro di spesa, on off, on off, passando dalla prima sensazione di mestizia a un sorriso e una parola gentile per tutti, in una versione disneyana del cliente ha sempre ragione.
Arrivato il mio momento mi ha chiesto a bruciapelo: “Come stai?”
Come sto – ma che cavolo di domanda è? Di solito lo si dice in un clima confidenziale, quantomeno è richiesta la conoscenza dell'interlocutore. E poi è un modo di dire, a nessuno frega niente, serve per attaccare bottone. Ma qui avevamo quasi finito, dovevo acquistare solo due Tetra Pack di latte d'avena, una zuppa toscana e delle friselle calabresi.
E in ogni caso stavo male, molto male. Davanti a ogni specchio rimiravo la mia bella corona di spine. Che faccio,
glielo dico… Oppure me la cavo con una frase di circostanza. Alla fine ho optato per la figura della litote: “Non bene” ho detto senza guardarla in faccia, e ho cominciato a infilare le friselle nel sacchetto
che avevo portato da casa.
“Cos’hai?” ha insistito lei. “Se ti va di dirmelo, naturalmente. A volte sono un po' impicciona. Scusami.”
“Ma no, figurati. E comunque tante cose non vanno. Problemi alla vista, se devo dirtela tutta. Tre mesi fa ho avuto un distacco della retina, e
ora da un occhio quasi non ci vedo.”
Subito dopo avere concluso la frase mi sono pentito. Da quando tutta questa confidenza con gli sconosciuti, non potevo rispondere mi sento un leone, o una cazzo di tigre come fanno gli ospiti di Francesca Fagnani, dopo che con il suo sorrisetto da serial killer chiede che belva si sente?
“Anche io, da un
occhio, non vedo.”
Le sue parole hanno interrotto il flusso rabbioso dei miei pensieri. Ho alzato la testa per guardarla. Sì, assomiglia proprio ad Anna Karina. Poi non sono riuscito a borbottare niente di meglio che “Davvero?"
“Credi che ti prenda in giro?"
“No, intendo dire..."
Ma prima di riuscire ad aggiungere qualche altra banalità mi ha interrotto: “Da quale occhio? Quello che non va, intendo.”
“Il destro.”
“Io il sinistro.”
“…”
“Allora,” ha concluso, “in due facciamo una persona normale.”
Nei giorni successivi
ho pensato spesso alla sua battuta. Una persona normale. Avevo voglia di trasformare quella normalità in un gesto: non di seduzione, è troppo giovane per me. O, meglio, io sono troppo vecchio per lei.
Un gesto, ecco, che
restituisse la figura di integrità intravista per un attimo, mentre il cliente
successivo premeva con una bottiglia di Baileys sottomarca.
Sono tornato altre
volte nel discount di Casacce. Il primo sguardo era alla cassa, e se non vedevo la frangetta bionda, confesso, un po’ mi dispiaceva.
Ma quando la ritrovavo il discorso proseguiva a singhiozzo, come se l'ultimo scambio fosse avvenuto pochi secondi prima.
Dall'oculistica si è
passati alla musica – curioso che una ragazza di nemmeno trent’anni ascolti i Beatles
–, poi alle serie TV. Mad Men è piaciuta molto a entrambi, peccato che non siamo riusciti a sviscerare le ragioni per cui Don Draper ha
allontanato il fratello, ma c’era il cliente successivo. Se ne riparla al prossimo singhiozzo.
Mediamente, si trattava
di conversazioni di un minuto. È possibile
dare forma umana a rapporti di un minuto? Rapporti che col sesso, o altre scorciatoie per entrare dalla finestra quando la porta è sbarrata, non c’entrano nulla. Non so, ma alla fine mi è venuto in mente il
gesto.
La volta successiva,
arrivato il mio turno, ho estratto dal giaccone militare una confezione di Lego; conteneva dei girasoli da montare, non l'avevo presa dagli scaffali del discount ma acquistata su Internet. In fondo
eravamo a dicembre inoltrato, una coppia balcanica aveva infilato un enorme
Babbo Natale nel carrello. “Sono per te” le ho detto. "E sono due, come i nostri occhi sani o quelli scassati, a tua scelta. Non battermeli con la
spesa però”, ho aggiunto per stemperare l’imbarazzo.
Lei è rimasta un attimo interdetta. Ah, grazie grazie… che pensiero carino. Ora non ricordo le parole
esatte, ma deve avere balbettato qualcosa del genere. Intanto, la coppia
balcanica aveva già posato il pupazzone rosso con la barba bianca sul nastro.
“Beh, ciao” le ho detto, “alla prossima e buon Natale.”
Ma prima di uscire
dalla porta scorrevole ho sentito gridare alle mie spalle. “Ehi, tu, occhio scassato!" Mi sono girato con sguardo severo, facendo valere la differenza di età. Ora somigliavo a un preside col panciotto su cui incrociare le braccia.
“Scusa: uomo dei girasoli volevo dire.” D'altronde non ci eravamo ancora presentati, e poi non reggo la parte del preside per più di dieci secondi. Sono tornato indietro.
“Posso chiederti una cosa un po' strana..." mi ha detto con tono esitante e abbassando la voce. Più che dai clienti, è come se non volesse farsi sentire dalla giubba gialla e blu che indossava, con la sigla del discount in risalto.
“Dimmi.”
“Posso davvero...”
“Uffa, spara.”
La donna della coppia
balcanica ha iniziato a tamburellare le dita sul capoccione del
pupazzo e, più dietro, il carrello di un uomo tarchiato con i capelli color carota era pieno di sacchi di carbonella. C’era da scommettere che dovesse organizzare una grigliata
per il cenone degli alpini.
“Vorreiabbracciartiadesso” ha pronunciato in un unico rapidissimo suono.
Poi è uscita dal vano della cassa
e lo ha fatto, mi ha abbracciato davanti a tutti senza lasciarmi il tempo per rispondere, né di chiederle
quel nome che mi è tutt'ora ignoto. Con i
nostri occhi scassati che vagavano, fuori fuoco, tra friggitrici ad aria che si rompono dopo due settimane, merendine piene di grassi saturi, mozzarelle di bufala in scadenza. Mentre i
nostri occhi buoni si aggrappavano al buono che c'è.