mercoledì 31 dicembre 2025

Galosce

Ci sono parole che ci affascinano per la mancata corrispondenza con un oggetto, o meglio perché quell'oggetto è così infrequente o antiquato da risultare artificioso, letterario. E così a imporsi è il suono, che come diceva un direttore di orchestra a proposito della musica: è sintassi senza semantica.

Il primo termine che mi viene in mente è galosce - cosa sono esattamente le galosce? Negli anni l'ho ricercato chissà quante volte sul dizionario, ma giro poche settimane finisco col dimenticarlo.

La stessa sensazione credo la possa provare un adolescente occidentale con la parola società. Ma come, si potrebbe obiettare, la società è il sistema di pratiche e credenze (cultura) che lega uomini e donne in un determinato tempo e luogo; il rapporto può essere più o meno dinamico, andando a costituire lo sfondo dell'agire umano.

Sì, è corretto, come è corretta la seguente definizione di galosce, che per l'ennesima volta ho ricercato su Wikipedia: "galosce, o calosce, dal francese galoche, sono protezioni in gomma da indossare sopra le calzature per proteggerle da acqua o fango, con l'intento di mantenere i piedi asciutti. Sono realizzate in gomma o plastica e possono essere fatte a forma di stivale oppure di scarpa."

Eppure, anche sapendolo, cosa te ne fai? A parte comprendere le descrizioni di Balzac, vedi in giro qualcuno con indosso le galosce? Lo stesso possiamo dire per società. C'è un dato statistico che restituisce questa sensazione di sfarinamento umano, di dis-sociazione.

Negli Stati Uniti i matrimoni tra persone che votano per partiti diversi (e cioè uno per i Repubblicani e l'altro per i Democratici) sono a oggi il 4% del totale. Nel 2016 erano il 9%. Negli anni Sessanta il 15/20%. Negli anni Cinquanta superavano il 25%.

Certo, possiamo dire che noi non siamo gli Stati Uniti, ma faccio ugualmente fatica a immaginare un matrimonio tra un elettore di Vannacci e un'elettrice di Elly Schlein, o viceversa. Si è tornati a guelfi e ghibellini. La stessa fatica nell'immaginare le parole galosce e società sulla bocca di un quindicenne.

lunedì 29 dicembre 2025

Il mare

L'attrice di cui tutti parlano in questi giorni amava molto gli animali, e molto ha fatto per loro. Aveva inoltre simpatie politiche per la Destra estrema, nessuna indulgenza per i gommoni carichi di migranti: fossero stati gattini alla deriva, forse le sue convinzioni avrebbero cominciato a vacillare. E naturalmente era bellissima, questo va da sé. Anche Alain Delon era bellissimo e molto ha fatto per gli animali ed era di destra.

A me stanno particolarmente a cuore gli animali, ma non sono di destra; nemmeno per uno dei partiti della Sinistra parlamentare, ma questa è un'altra storia. La storia che voglio raccontare ha la forma del simbolo del Tao: bianco e nero si compenetrano, bene male non sono separabili con nettezza.

Attenzione, non sto dicendo che la Destra rappresenta il male e la Sinistra il bene, e in fondo anche l'animalismo  almeno in certe forme estreme  possiede caratteri ambivalenti. Gli idoli, se li smonti come i giocattoli nelle settimane successive al Natale, ti accorgi che non possiedono nulla di glorioso. È la composizione dei materiali a farli rifulgere in vetrina, oltre a un pizzico di malizia da parte del vetrinista.

Molto meno belli di Brigitte Bardot e Alain Delon, probabilmente anche noi ne condividiamo il destino, fatto di compromessi e ambiguità. O per meglio dire: normalità.

Il fatto che ieri sia morta una donna francese normale (il rapporto con il figlio era un altro motivo di sconcerto, e di nuovo si ripropone l'analogia con Alain Delon) non rende meno triste la notizia. In fondo ci vuole un bel sedere e riflettori potenti per costruire un mito. Anche un po' di talento, va'. Il resto sta per definizione negli occhi di chi guarda.

Guardare un essere umano è un esercizio ottico molto più accurato, e non tutto ciò che scorgiamo può piacere. La complessità dell'insieme sfugge alle scorciatoie della sintesi, che in questo caso possiede il volto eroico della semplificazione spettacolare, i tappeti rossi da calcare con sorrisi in forma di rictus, di cui a trentanove anni B.B. si era già stufata. Ma ne guadagna in sfumature, profondità.

Ecco, al di là di un giudizio umano che non mi compete, la protagonista di Piace a troppi sembrava una persona profonda, come il mare cantato da Lucio Dalla. E nel mare ci stanno i delfini assieme a bottiglie di plastica abbandonate, ampie chiazze di petrolio a imbrattare le ali dei gabbiani. Che poi, meritevolmente, Brigitte Bardot cercava di ripulire.

venerdì 26 dicembre 2025

Volti (mi ricordo 75)


Mi ricordo un concerto di Cat Stevens, era il 2007 e aveva già mutato il suo nome in Yusuf Islam. Sarebbe stato bello essere presenti, ma come i più ho seguito l’esibizione su YouTube, dopo che era stata registrata alla Portchester Hall di Londra di fronte a una ridotta e disciplinatissima platea.

Non sembrava un pubblico televisivo, anche se l’impeccabile qualità delle immagini ricordava che, da qualche parte, i tecnici della BBC stavano facendo ciò che sanno fare bene. Quel che si vede sono uomini e donne in prevalenza islamici, la religione a cui da molti anni Cat Stevens si è convertito. La sua voce è quella di sempre, e, in fondo, anche il volto liscio sotto una lunga barba appena imbiancata. In una scenografia arabeggiante – piuttosto kitsch a dire il vero, e cioè conforme alle attese più scontate – lo intravediamo tra le frasche di un palmizio artificiale, seguito da un fondale ad arcate moresche.

Bastano poche note per riconoscere la sua canzone più famosa, Fatehr & Son. Ma nonostante il testo si sciolga in un tenero confronto tra maschi, sono le donne, da principio, a occupare l'inquadratura. Si tratta di due giovani con il capo ricoperto da un velo grigio chiaro, l'attaccatura scura dei capelli si scorge nella prima a comparire. In grembo tiene un bambino addormentato, è supino e immobile come tutti i cuccioli che si sentono al sicuro, nessun predatore si aggira nei paraggi. La sua fiducia è totale, avrebbero potuto depositarlo in una cesta da consegnare al fiume e non si sarebbe comunque svegliato. I decibel delle enormi casse acustiche gli fanno da carillon.

L'altra donna, a ben guardare, è forse un poco meno giovane, ma probabilmente è per effetto degli occhiali da vista dalla montatura di metallo perfettamente integrata al volto ovale, il naso è leggermente curvo. Entrambe sorridono – ma è solo un’incrinatura a lati delle labbra – al suono dei primi accordi di chitarra, e la donna con gli occhiali si stringe le mani come a volersele sfregare.

Mi piace quel gesto istintivo, da scoiattolo al cospetto di una ghianda. Un'infrazione gioiosa della carne al galateo, che è trattenuto ma senza nulla di mortificante, patriarcale. Il femminile è qui composto non diversamente dal maschile, le movenze dei corpi paiono essere stare trasferite all’interno, salvo lo sfregamento appena accennato che tradisce un complesso carsico di emozioni, sgorgando in superficie alla maniera di un'oasi nel deserto. E mi piacciono quei sorrisi, possiedono qualcosa di familiare ma allo stesso tempo manifestano sorpresa. Senza il contesto di riferimento, potremmo attribuire l’espressione allo scorgere di un fratello, o di un cugino, sbucato all'improvviso da dietro un cammello carico di tappeti. Un luogo comune che va a completare la scenografia.

It's not time to make a change, intona finalmente Yusuf Islam. Non è tempo per fare cambiamenti. Just relax, take it easy.

Ora le donne sono scomparse dal campo visivo, un lungo carrello ci accompagna al palco, fino a stringere l’inquadratura in un primo piano del cantante. Anche lui ha gli occhiali, ma, diversamente da altre apparizioni pubbliche, non indossa un copricapo tradizionale islamico, come il fez o la taqiyya. È vestito all'americana, ammesso che l’espressione abbia ancora un qualche senso. Americano, un orizzonte di segni che, per eccesso di accumulo ed emulazioni, si scioglie nel tramonto del significare.

Continuo a seguire l'esibizione nella speranza che le due donne vengano di nuovo inquadrate – You're still young, that's your fault – e le ritrovo a 2 minuti e 36 nel conteggio del lettore. Quella che si fregava le mani le ha ora deposte sul petto; l'altra continua ad avvolgere il bimbo che, sprofondato nel sonno, cattura l'obiettivo e invade lo schermo.

Non le rivedremo più, le due giovani donne mescolate al pubblico del concerto londinese. Nemmeno il bambino, segue la corrente del fiume e scompare verso una foce altrettanto immaginaria; adesso sarà maggiorenne, chissà per chi ha votato... Sfugge infine anche il motivo per cui li ho così a lungo ricercati tra volti simili e perfettamente ignoti. Ma in fondo non si può sapere tutto, anche se c'è così tanto che andrebbe imparato, conosciuto. So much you have to know continua a cantare Yusuf Islam.

Oppure trovare una donna, settle down, sistemarsi. If you want you can marry. Guarda, guarda me: I am old, but I'm happy.

mercoledì 24 dicembre 2025

Consigli di lettura natalizi

Del caso Signorini, seguito con lo stesso spirito di un telefilm del Tenente Colombo – da principio distrattamente, poi finendo incollato allo schermo –, due o tre cose credo di averle capite. C’è un omosessuale anziano, per altro in ottima forma. All’omosessuale piacciono per definizione gli uomini, e non appare eccentrico il fatto che li voglia molto più giovani e in una condizione fisica (diciamo pure: palestrati) quantomeno pari alla propria.

Giovani palestrati di bell’aspetto ne esistono in quantità, e nella quantità alcuni ambiscono a ciò che l’omosessuale anziano può offrirgli: fama, foto sulla copertina dei giornali di gossip, ospitate in discoteca o nelle trasmissioni televisive pomeridiane. La partecipazione al Grande Fratello Vip è la chiave di volta, e sta ben salda nel moschettone dell’omosessuale anziano. Se ne ricava che questa coincidenza va a configurare un potere.

Ma anche i giovani corpi palestrati dispongono di un potere, almeno agli occhi dell’omosessuale anziano: il potere di fargli girare la testa, per precipitare il sangue in zone un poco più basse. Ora io non conosco a sufficienza il Codice di Procedura Penale per potermi pronunciare, ma esiste anche una legalità implicita – la legge degli dèi invocata dagli abitanti dell’isola di Melo in risposta alle richieste degli ateniesi, i quali fondavano invece la loro idea di diritto sulla forza –, una legalità percepita come le temperature ad agosto, non sempre in coincidenza col termometro. Conduce a soluzioni spicce: due uomini adulti che hanno rapporti sessuali possono farlo per molte ragioni, tra cui l’asimmetria dei loro desideri.

Riassumendo: ai giovani palestrati non piace Signorini ma piace il successo; a Signorini non piace essere vecchio ma, disponendo del successo anche in conto terzi, ha la possibilità di godere di una gioventù surrogata attraverso il corpo degli aspiranti al Grande Fratello Vip. Se si tratta di persone maggiorenni e consenzienti, che male c'è nello scambio?

Tra l'altro, lo schema antropologico è ricorrente (Cesare e Cleopatra, così per fare i primi nomi che mi vengono in mente), e anche il buon senso suggerisce la ricerca nell'altro delle proprie mancanze; va aggiunto che non sempre è "l'amami quanto io t'amo" della Traviata, verso ripreso da Signorini quale titolo del suo ultimo romanzo. Al limite, se fossi Piersilvio Berlusconi, avrei qualcosa da obiettare a Signorini sui metodi nel fare casting a Mediaset, ma se la vedano tra di loro. Mentre trovo preziosi i dettagli che stanno emergendo sulla vicenda, dove lo schema antropologico a cui facevo riferimento trova aggiornamento dentro un’estetica affatto nuova.

Dire che quell’estetica è disgustosa è probabilmente la reazione più immediata; e hai un bel dire che se milioni di mosche mangiano merda la merda non deve essere tanto male… Eppure sarebbe la risposta sbagliata, il disgusto è la reazione dell'organismo a ciò che viene percepito come alieno e ostile. La questione è qui invece un’altra: le chat rese pubbliche da Fabrizio Corona non hanno probabilmente rilievo penale, ma raccontano del nostro tempo   dunque di noi  molto più di un dibattito da Lilli Gruber. Sono l’equivalente dello specchio di Grimilde, che non ci dice chi sia la più bella del reame, ma l’idea di bellezza che nel frattempo ha preso forma.

Signorini diviene così l'involontario Omero, a occhi socchiusi ci racconta, attraverso WhatsApp, da dove veniamo e dove stiamo andando come comunità sempre più franta. I suoi abboccamenti sessuali (“L'unico difetto che mi terrorizza”, scrive Signorini, “è che tu abbia il cazzo piccolo.” “No no, ho un uccello importante!” risponde a stretto giro Antonio Medugno, il quale poi effettivamente entrerà nella casa del Grande Fratello) sono la lettura più accurata del presente, dimentichiamoci le saghe famigliari nostrane e i romanzi-mondo di oltre oceano. Tutto ciò che ci serve per capire, e soprattutto per capirci, sta già scritto lì.

domenica 21 dicembre 2025

La mappa del tesoro (mi ricordo 73)

 


Mi ricordo dell'automobile del padre di una mia amica, era un'automobile scattante. Non so come mai l’avesse acquistata, non era un uomo attratto dall’ebbrezza della velocità – l’unica forma di ebbrezza a cui indulgeva era quella, mai eccessiva, di qualche Bitter Campari al Bar Piero – e ancor meno gli importava di vedersi accreditato uno status borghese.

Ho sempre guardato alla sua condizione come a una forma di fatalità: esistono le auto scattanti, e prendiamone una… Allo stesso modo delle malattie esantematiche che tanto vale farsi da bambino.

Abitando in centro, utilizzava di rado la sua nuova autovettura. Metteva un po' di tristezza vederla parcheggiata, sembrava uno di quei cani, fedelissimi, che aspettano il padrone dopo essere stati scaricati all'Autogrill. No so se fu questo il motivo, ma nei giorni più freddi dell’anno aveva offerto le chiavi a un senzatetto, il quale poteva dormire al suo interno disteso sotto a un paio di coperte di lana. Il senzatetto scoprì che se accendeva il motore (un bel concerto di pistoni si diffondeva ogni volta) poteva giovarsi del riscaldamento, e il giorno successivo il serbatoio era quasi sempre vuoto.

Poco male, il padre della mia amica faceva un rabbocco con la tanica della benzina, e poi raggiungeva il distributore più vicino. Andò avanti così un paio di inverni, fino a quando il senzatetto concluse che, già che c’era, poteva farsi un giretto, osservare la città da una prospettiva diversa e mutevole. Tanto il carburante si consumava anche da fermo, ed era davvero scattante quell'automobile.

Un comportamento che non turbò il proprietario, la cui fede socialista era a prova di rucola e Milano da bere. Non si era nemmeno sincerato se possedesse la patente. L’unica cosa che aveva richiesto era l’indicazione del luogo dove la vettura veniva lasciata dopo l'utilizzo. Attività che il senzatetto eseguiva con zelo: tutte le mattine, nella casella delle lettere del padre della mia amica, era presente un disegnino fatto a mano, con una crocetta rossa ben in vista. Ricordava la mappa del tesoro nei romanzi di pirati.

giovedì 18 dicembre 2025

Diabolik (mi ricordo 73)

 


Mi ricordo di un gattaccio di strada appena uscito da un bidone: magro, il pelo arruffato, sporco, con un muso aguzzo pieno delle cicatrici guadagnate nelle lotte per l'accoppiamento, in cui a prevalere erano micioni ben più adatti a tramandare i loro geni. Fin qui la metafora, nella realtà si trattava di un uomo che tutti chiamavano Diabolik. Di lavoro svaligiava appartamenti.

Se negli appartamenti svaligiati non trovava soldi oppure gioielli – e cioè quasi sempre –, Diabolik apriva il frigorifero e vedeva cosa ci stava negli scomparti. Nel caso il contenuto fosse di suo gusto (almeno una fortuna la possedeva: era di bocca buona), iniziava a mangiare e soprattutto a bere, come nella sequenza di un celebre film del 1958.

Il portafogli rimaneva in affanno, ma se non altro adesso aveva la pancia piena. E poi nell’appartamento c’era un bel calduccio, il sofà non poteva essere più comodo, quasi quasi…  Al rientro i proprietari lo trovavano così: acciambellato alla maniera del gattaccio di strada che pareva, ronfando quale forma umana delle fusa; numerose le lattine di birra vuote sparse sul tappeto, come pezzi di una partita a scacchi sempre sul punto di ricevere il matto.

Quando lo svegliavano, il più delle volte accompagnati dalla polizia, rispondeva sfregandosi gli occhi cisposi: “E voi chi cazzo siete?!” bofonchiava, girandosi poi dall’altra parte e riprendendo a dormire.

Questo nel celebre film del 1958 però non viene mostrato. Altrimenti, invece dei Soliti ignoti, si sarebbe intitolato Diabolik.


martedì 16 dicembre 2025

Sonnambulismo (mi ricordo 72)

 


Mi ricordo che per andare all'osteria doveva percorrere tre o forse anche quattro chilometri a piedi, la strada era una statale dove si manteneva sul ciglio. Si trattava di un omino dai capelli rossi e un'età indefinita. All'osteria poi beveva e, nel ripercorrere i tre chilometri, forse quattro, in senso contrario, alle volte si addormentava senza smettere di camminare. Rimaneva in piedi come fanno i cavalli.

Non è chiaro se fosse un caso di sonnambulismo, ma capitava che si ritrovasse al centro della strada, le automobili dovevano frenare bruscamente per non investirlo, oppure sterzare con pari slancio invadendo la corsia opposta. Quando finiva nel cono di luce degli abbaglianti qualcuno, sulle prime, lo scambiava per un capriolo, di cui i cartelli stradali segnalavano il passaggio. Gli pneumatici stridevano sull’asfalto, i clacson suonavano. Che succede! si chiedeva lui fermandosi e sfregando gli occhi appena riaperti. Riguadagnato il margine, proseguiva tranquillo nel suo viaggio verso casa.

Compresa la situazione, gli automobilisti più scrupolosi gli offrivano un passaggio. Dai, monta, gli dicevano con quel tono di voce che si usa con i bambini, ma stai più attento la prossima volta. Sì sì rispondeva, devo avere bevuto un goccetto, e giunti alla sua abitazione invitava ad attendere, mentre cercava qualcosa per ricambiare. In genere si trattava di un uovo fresco, è delle mie galline aggiungeva, e lo tirava fuori dalle tasche con la naturalezza del prestigiatore. Sembrava una colomba uscita all'improvviso dal cilindro.

C'era chi gettava l'uovo dopo poche centinaia di metri, giù il finestrino e via. Ma i più, presi alla sprovvista, lo riponevano nel cruscotto, dove veniva regolarmente dimenticato. O almeno è quanto è accaduto a me. Passati un paio di mesi l'abitacolo aveva il tanfo delle fialette puzzolenti che, nei giorni del Carnevale, si spezzavano sotto il banco degli scolari con i voti più alti in pagella, e poi gli si dava degli scoreggioni.

Ma forse era il modo, ugualmente magico, che l'omino con i capelli rossi aveva trovato per stare più tempo con te. E dirti ancora grazie, è stata una fortuna incontrarti. Se per voi le strade sono un tramite per me sono un sogno. E dunque non sgridarmi se mi troverai di nuovo in bilico sulla mezzeria.

Due (mi ricordo 71)

 

Mi ricordo di lui perché prendeva sempre due cose, due cose di tutto. Aveva iniziato con i libri: il primo lo leggeva e l’altro lo riponeva nella libreria, meglio se ancora involto dentro al cellophane, accorpando i volumi sulla base di criteri estetici più che funzionali al recupero. Il più comune era la collana di appartenenza, ma in mancanza di meglio era sufficiente il colore della copertina, cosa che faceva somigliare gli scaffali alle sciarpe realizzate unendo gli scampoli di lana. Era poi passato ai profumi, ai vestiti – gli abiti che non indossava mantenevano l’etichetta – e infine, quando era aumentata la sua disponibilità economica, anche alle auto e alle fidanzate: con una faceva l’amore e l’altra la portava in giro in automobile; l'auto deputata allo scopo, è forse inutile specificare. Il veicolo ridondante rimaneva infatti chiuso in uno dei due box, i sedili ricoperti allo stesso modo dei libri, così da preservali dalla polvere e dallo sfacelo indotto da natiche impazienti. L'odore di redenzione che si respira nelle concessionarie poteva rimanere per anni, mentre la seconda autovettura – ho dimenticato di aggiungere che i due modelli erano identici, le fidanzate solo simili – sfioriva come il ritratto di Dorian Gray. Gli oggetti a contatto con la vita invecchiano, già, e anche la pelle accanto ai suoi occhi cominciava a presentare delle piccole grinze... Non senza rimpianti, finì con l'accettare l’idea della transitorietà. Per quanto, nel dubbio e con ampio anticipo, preferì acquistare due bare.

lunedì 15 dicembre 2025

Buffon e l'arrosto

Quando Gigi Buffon, ospite nei giorni scorsi ad Atreju, dichiara che "Giorgia Meloni rappresenta nel modo migliore la nostra nazione", intende fare un omaggio alla padrona di casa, allo stesso modo in cui si elogiano le portate a una cena privata. Questo arrosto è divino!

Senza forse essersene reso conto, pronuncia però anche una sintesi impeccabile del presente. Bisogna solo intendersi sull'aggettivo qualificativo migliore. Non va interpretato in termini politici, economici, morali, ma di fedeltà nella rappresentazione. E da questo punto di vista tocca riconoscere che Meloni è la Luciano Ventrone (grande pittore iperrealista) della politica italiana, brava come nessun altro nel riflettere le molte miserie e poche nobiltà del Paese.

Le parole di Buffon fanno però tornare alla mente anche un suo collega, il centrocampista brasiliano Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, meglio noto come Socrates. Quando, nell'estate del 1984, sbarcò in Italia per giocare nella Fiorentina, ai giornalisti che lo incalzavano con domande calcistiche rispose guardandoli negli occhi: "Mazzola, Rivera, chi sono? Io sono qui per Gramsci."

Eravamo in piena epoca dei paninari, eppure l'idea che un altro mondo fosse possibile non era ancora stata definitivamente liquidata. Con Atreju e i suoi figuranti il cerchio invece si chiude, e il mondo è davvero questo mondo, altri non vengono offerti neppure nella fantasia. E dunque non si è più qui per Gramsci non meno che per Jünger, Evola, Mishima. Si è qui per l'arrosto. Almeno per chi ha la fortuna, come Buffon, di avere il piatto colmo di squisite fettine.

Il Nichilista (mi ricordo 70)

 


Mi ricordo di uno che andava tutti i giorni in biblioteca e si sedeva sempre allo stesso banco, in fondo a sinistra, dove i finestroni ogivati di Villa Quadrio danno sul minimo giardino. La prima volta che entrò chiese al bibliotecario dove fossero collocati i libri svizzeri.

“Desidera un romanzo svizzero?” rispose il bibliotecario.

No, li voleva tutti, e iniziò da quelli. Poi passò agli autori austriaci, rumeni, inglesi, bulgari, neozelandesi e così via. Un lavoro di anni, in cui praticamente non faceva altro: leggere. Mentre nessuno conosceva il suo passato, né, a distanza di decenni, cosa è stato di lui.

Ma anche al tempo dei fatti – pochi fatti e molte parole impresse su carta, a voler esser precisi – il suo contorno era vago, non era noto neppure il nome. Gli studenti, molto più giovani, con cui condivideva i pomeriggi silenziosi interrotti solo dal frusciare delle pagine, lo chiamavano il Nichilista. Lui amava quella definizione.

L’ultima immagine che si ha del Nichilista lo vede in coda allo sportello dell’anagrafe del comune di Sondrio, dove era andato per il rinnovo del documento di identità. Quando fu il suo turno e dopo avere risposto alle domande di rito  anno e giorno di nascita, statura, colore degli occhi che erano di un bel nero corvino , l'impiegata, mentre cercava qualcosa in un cassetto, aggiunse: “Professione?”

"Professione?!" Una richiesta che deve essergli apparsa bislacca.

"Sì, professione..." replicò l'impiegata continuando a frugare nel cassetto, "che lavoro fa?"

Guai a fargli domande con risposte non verificabili e dunque potenzialmente narrative (stiamo parlando di un uomo che ha letto tutti i libri del mondo), e infatti rispose rilanciando. Ma bisogna riconoscere che fu coerente. “Nichilista" disse. E dopo una pausa accompagnata da un enigmatico sorrisetto, concluse: "È questa la mia professione.”

L’impiegata si staccò dal cassetto per confabulare qualche minuto con i colleghi – Nichilista, nichilista… qualcuno sa di che professione si tratta? –, e quando ricomparve invitò l'uomo a passare il giorno successivo.

Cosa che puntualmente avvenne. Il Nichilista ritirò il documento come si ritira un libro prenotato, con distratta cortesia – in fondo l’identità è solo una convenzione borghese, l’aveva imparato nelle sue metodiche letture: Je est un autre, il periodo dei francesi aveva lasciato il segno.

Non so nemmeno perché, uno come lui, avesse bisogno di un attestato che lo includeva in un consorzio umano fatto di elettrauti, casari, professori di applicazioni tecniche. Forse per andare in Svizzera ad acquistare il Toblerone, di cui era ghiotto. E comunque dischiuse i due lembi di carta giallina, e sotto la sua fotografia con i capelli lunghi e i baffetti bohémien, alla voce professione trovò scritto: nichelatore.

lunedì 8 dicembre 2025

La famiglia è un pullman (mi ricordo 69)

Mi ricordo che due o tre compagni avevano inghiottito una pasticca rosa, quindi eravamo partiti alla volta di Venezia. Una meta poco originale per la gita scolastica al termine delle medie, qualcuno aveva proposto Mantova, a Verona eravamo già stati l'anno prima. Appena saliti sul pullman ci si suddivideva in comparti umani facilmente riconoscibili; a posteriori, mi sembra di poter affermare che si trattasse di una vera e propria antropologia. Come nel sistema proto castale ariano era composta da tre gruppi, anzi tre e mezzo: parte anteriore, centrale e coda, con lievi slittamenti intermedi.

Alla testa del veicolo, subito dopo il conducente, si sistemavano i secchioni, le secchione ma anche ragazze dalla pagella ordinaria, che stavano lì solo perché innamorate del supplente di lettere, da loro incalzato con domande su Bube e la sua paziente noiosa ragazza. Pensavano, forse, a questo modo, di essere più desiderabili ai suoi occhi azzurri e miopi. Lui rispondeva a tutte le domande come se fossero realmente domande, orgoglioso per l’interesse suscitato dalla propria materia.

Al centro trovavano posto studenti accoppiati per genere: maschio\maschio, femmina\femmina. Non si trattava di amici in senso stretto, a unirli erano gli interessi – calcio e Formula 1, in particolare, per i maschi –, mentre le femmine erano più taciturne e guardavano dal finestrino, in direzione della pianura trapuntata dai capannoni industriali. E poi i lampioni arancioni che si accendono al crepuscolo, le prostitute anziane accanto a copertoni fumanti, i distributori di gpl con un cane nero alla catena.

Nei sedili penultimi, grappoli di ragazze cantavano le canzoni di Lucio Battisti e della recente edizione del Festival di Sanremo, in una promiscuità non cercata – erano semplicemente i posti rimasti – con coetanei ridanciani. Ridevano, ridevano per qualsiasi cosa, anche il bugiardino di un farmaco contro il mal d’auto (la pasticca rosa) li faceva ridere, specie quando non produceva l’effetto desiderato e Lamberti ha cominciato a vomitare.

L’ultima fila, a divanetto, era riservata ai bulli. Quattordicenni che già fumavano Marlboro e ingollavano avide sorsate di Peroni Nastro Azzurro, attenti solo all'attenzione degli altri, da dirottare sempre verso di sé. Faceva naturalmente eccezione lo sguardo sormontato dagli occhiali del supplente di lettere, comunque troppo occupato a rispondere alle domande delle sue spasimanti per accorgersi dei loro traffici.

Mescolati ai bulli, in uno scarto percepibile solo per via di una maggiore statura, stavano i ripetenti e soprattutto le ripetenti, a cui i bulli toccavano furtivamente il seno nello sporgersi verso il vano porta valige – scusa, mi fai passare, devo prendere un pacchetto di cracker, a cui seguiva puntuale la toccatina. Certo, si chiamano molestie sessuali. La giusta punizione ai cuccioli del patriarcato non passava però da un tribunale, e piuttosto per il rito, ancor più celere, di una sberla a intensità variabile.

La domanda a questo punto diventa: e io, io lettore, proprio io che ho appena letto la parola letto seguita dalla parola parola, dove stavo seduto sul pullman?

Lo sapete di sicuro, la gita scolastica delle medie non si dimentica, sarà sicuramente stata la prima volta di qualcosa; magari la prima volta in cui ci si accorge che ci sono solo seconde volte, la prima passa come i jet militari quando solcano il cielo. Il boom sonico arriva dopo. Nel mio caso occupavo l’ultima fila, e la ripetente al mio fianco assestava sberle dal tenore pugilistico, per i due giorni successivi ho avuto dolori alla mascella.

Bene, e ora proviamo a immaginare dove stavano seduti i nostri genitori, ma prima ancora i nostri nonni e via via a risalire il tempo fino all’invenzione del motore a scoppio e delle gite scolastiche. Secondo me, quasi mai dove eravamo seduti noi. Mi sono fatto l’idea che una famiglia sia un luogo di dispersione, per cui non vale il motto tale padre tale figlio.

Escludo che mio padre si sia seduto anche lui nell’ultima fila a bere birra tiepida e palpeggiare una Gigliola (così si chiamava la ripetente) dei primi anni Cinquanta; lo vedo piuttosto in posizione intermedia, a parlare col compagno di posto del grande Torino di Bacigalupo e Mazzola. Quanto a mia madre, è verosimile che pendesse dalle labbra del supplente di lettere, ma avrebbe potuto stare anche nel gruppo delle canterine. Di certo non tra le secchione.

Se assumiamo per vera questa tendenza all’entropia famigliare, la domanda successiva è sulla ragione: perché siamo così diversi dai nostri genitori e loro dai propri, per non parlare dei figli che ci appaiono degli alieni? Potrebbe essere una strategia evolutiva…

Immaginiamo che la famiglia sia il pullman e tutti i sedili debbano essere occupati. O se si preferisce un alveare, un formicaio: noi pensiamo di essere unici ma invece stiamo solo giocando una parte, o meglio ancora ne siamo giocati. Non sineddoche, la parte per il tutto, ma il tutto che ingloba la parte, la dispone secondo sue proprie occulte strategie di riempimento, in un gioco di ruolo che non ha mai termine né senso alcuno.

Un gioco dove comunque vadano le cose vince sempre la famiglia, vince il pullman, l’intero sulle sue determinazioni. L’unica sarebbe stata puntare una pistola ad acqua alla testa del conducente, e poi dire: “Questo è un dirottamento. Invece che a Venezia, ci porti al prossimo Autogrill.” Dove scendere e dileguarsi tra panini Fattoria, cd di Califano e caciotte affumicate disposte a gran pavese. E poco male se così ci saremmo persi la planata del piccioni di Piazza San Marco sul palmo della mano cosparso di becchime.

sabato 6 dicembre 2025

Ariani e caimani

Ho appena letto su Facebook un bel post della poetessa Viviana Viviani. Senza dichiararlo esplicitamente si riferiva al rifiuto di Zerocalcare, seguito da altri scrittori, di partecipare all’annuale manifestazione editoriale Più libri più liberi, in cui è presente lo stand di Passaggio al Bosco, una casa editrice di indubbie simpatie filonaziste.

La tesi di Viviani è la seguente: "dobbiamo metterci in testa che bisogna coesistere anche con le idee che non ci piacciono, almeno finché non si traducono in azioni violente, e decidere di volta in volta se ignorare o contestare."

Il pensiero è ben formulato e del tutto ragionevole, anche nella parte del testo che ho omesso. Ma contiene un implicito: convivere equivale a condividere – condividere in senso spaziale, intendo. Come a dire che il mondo è uno e ci deve essere spazio per tutti, almeno fino a quando non vengano commessi reati. E per inciso ricordo che in Italia è tutt'ora vigente la legge 645 del 20 giugno 1952, dove all'articolo 4 viene sanzionata ogni forma di apologia attiva di fascismo. Quindi la nostalgia viene fatta salva dalla condanna del legislatore.

Sarebbe perciò necessario entrare nel merito del catalogo di Passaggio al Bosco, che non conosco, con strumenti giuridici di cui pure difetto. Facciamo allora come se – come se: attenzione! – ciò che pubblicano sia esente da ogni ipotesi di reato, e torniamo all’equivalenza adombrata nel ragionamento di Viviani: convivere equivale davvero a condividere?

Con un esempio sarà forse più chiaro. Al mondo esistono ventitré specie di coccodrilli, per decine di migliaia di esemplari sparsi tra acque salmastre, paludi costiere, estuari, fiumi, laghi, stagni, acquitrini e perfino qualche piscina hollywoodiana, così da fare un po’ di scena nei cocktail party a bordo vasca.

Bene, mi chiedo chi avrebbe voglia di immergersi in una di queste piscine con un coccodrillo... Io no di certo, per quanto non ne contesti la presenza. Certo, mi piacciono di più altri animali, tipo cani, cerbiatti, delfini o pettirossi da combattimento, ma non pretendo che tutti i coccodrilli vengano convertiti in borsette. Sono ben disposto a con-vivere con loro, ma non a con-dividerne gli spazi.

Zerocalcare, ma anche Corrado Augias, Michele Serra, Alessandro Barbero e molti altri devono avere fatto lo stesso ragionamento. Accettano, non è importante quanto volentieri, di convivere con una casa editrice filonazista. A patto però di non dover condividere una fiera letteraria. Scelta che a me pare del tutto legittima: i coccodrilli di là, noi di qua. I nazisti a Più libri più liberi, noi a casa a vederci un vecchio film di Billy Wilder.

mercoledì 3 dicembre 2025

Racconto di Natale (mi ricordo 68)



Mi ricordo della cassiera di un discount dal logo giallo, rosso e blu, come il suo principale concorrente. Si trova a Casacce, una spruzzata di villette e capannoni a una decina di chilometri da Sondrio, dove è presente un punto vendita della stessa catena, che però è sempre affollato. Così ho preso l’abitudine di andare a Casacce. Qui ci sono due casse ma solamente una viene mantenuta aperta, per il flusso di clienti è più che sufficiente. Una cassa per tre cassiere a turni di mezza giornata.

La cassiera del mio ricordo è bionda, alta, l’espressione un po’ triste. Quando l’ho vista la prima volta ho pensato a una versione ossigenata di Anna Karina in Pierrot le Fou. Da giovane sceglievo la cassa nei supermarket in base all’avvenenza delle cassiere, ora cerco di intuirne l’umore – forse avrebbero voluto un lavoro da attrice, fotografa, presentatrice televisiva, non cercare il codice a barre dei sofficini. O invece è la soddisfazione per avercelo, comunque, un lavoro.

Con questa cassiera confesso che è stato difficile. Si spegneva e riaccendeva a ogni nuovo giro di spesa, on off, on off, passando dalla prima sensazione di mestizia a un sorriso e una parola gentile per tutti, in una versione disneyana del cliente ha sempre ragione. Arrivato il mio momento mi ha chiesto a bruciapelo: “Come stai?”

Come sto – ma che cavolo di domanda è? Di solito lo si dice in un clima confidenziale, quantomeno è richiesta la conoscenza dell'interlocutore. E poi è un modo di dire, a nessuno frega niente, serve per attaccare bottone. Ma qui avevamo quasi finito, dovevo acquistare solo due Tetra Pack di latte d'avena, una zuppa toscana e delle friselle calabresi.

E in ogni caso stavo male, molto male. Davanti a ogni specchio rimiravo la mia bella corona di spine. Che faccio, glielo dico… Oppure me la cavo con una frase di circostanza. Alla fine ho optato per la figura della litote: “Non bene” ho detto senza guardarla in faccia, e ho cominciato a infilare le friselle nel sacchetto che avevo portato da casa.

“Cos’hai?” ha insistito lei. “Se ti va di dirmelo, naturalmente. A volte sono un po' impicciona. Scusami.”

“Ma no, figurati. E comunque tante cose non vanno. Problemi alla vista, se devo dirtela tutta. Tre mesi fa ho avuto un distacco della retina, e ora da un occhio quasi non ci vedo.”

Subito dopo avere concluso la frase mi sono pentito. Da quando tutta questa confidenza con gli sconosciuti, non potevo rispondere mi sento un leone, o una cazzo di tigre come fanno gli ospiti di Francesca Fagnani, dopo che con il suo sorrisetto da serial killer chiede che belva si sente?

“Anche io, da un occhio, non vedo.”

Le sue parole hanno interrotto il flusso rabbioso dei miei pensieri. Ho alzato la testa per guardarla. Sì, assomiglia proprio ad Anna Karina. Poi non sono riuscito a borbottare niente di meglio che Davvero?"

“Credi che ti prenda in giro?"

“No, intendo dire..."

Ma prima di riuscire ad aggiungere qualche altra banalità mi ha interrotto“Da quale occhio? Quello che non va, intendo.”

“Il destro.”

“Io il sinistro.”

“…

“Allora,” ha concluso, “in due facciamo una persona normale.”

Nei giorni successivi ho pensato spesso alla sua battuta. Una persona normale. Avevo voglia di trasformare quella normalità in un gesto: non di seduzione, è troppo giovane per me. O, meglio, io sono troppo vecchio per lei.

Un gesto, ecco, che restituisse la figura di integrità intravista per un attimo, mentre il cliente successivo premeva con una bottiglia di Baileys sottomarca.

Sono tornato altre volte nel discount di Casacce. Il primo sguardo era alla cassa, e se non vedevo la frangetta bionda, confesso, un po’ mi dispiaceva. Ma quando la ritrovavo il discorso proseguiva a singhiozzo, come se l'ultimo scambio fosse avvenuto pochi secondi prima. 

Dall'oculistica si è passati alla musica – curioso che una ragazza di nemmeno trent’anni ascolti i Beatles –, poi alle serie TV. Mad Men è piaciuta molto a entrambi, peccato che non siamo riusciti a sviscerare le ragioni per cui Don Draper ha allontanato il fratello, ma c’era il cliente successivo. Se ne riparla al prossimo singhiozzo.

Mediamente, si trattava di conversazioni di un minuto. È possibile dare forma umana a rapporti di un minuto? Rapporti che col sesso, o altre scorciatoie per entrare dalla finestra quando la porta è sbarrata, non c’entrano nulla. Non so, ma alla fine mi è venuto in mente il gesto.

La volta successiva, arrivato il mio turno, ho estratto dal giaccone militare una confezione di Lego; conteneva dei girasoli da montare, non l'avevo presa dagli scaffali del discount ma acquistata su Internet. In fondo eravamo a dicembre inoltrato, una coppia balcanica aveva infilato un enorme Babbo Natale nel carrello. “Sono per te” le ho detto. "E sono due, come i nostri occhi sani o quelli scassati, a tua scelta. Non battermeli con la spesa però”, ho aggiunto per stemperare l’imbarazzo.

Lei è rimasta un attimo interdetta. Ah, grazie grazie… che pensiero carino. Ora non ricordo le parole esatte, ma deve avere balbettato qualcosa del genere. Intanto, la coppia balcanica aveva già posato il pupazzone rosso con la barba bianca sul nastro. “Beh, ciao” le ho detto, “alla prossima e buon Natale.”

Ma prima di uscire dalla porta scorrevole ho sentito gridare alle mie spalle. “Ehi, tu, occhio scassato!" Mi sono girato con sguardo severo, facendo valere la differenza di età. Ora somigliavo a un preside col panciotto su cui incrociare le braccia.

Scusa: uomo dei girasoli volevo dire.” D'altronde non ci eravamo ancora presentati, e poi non reggo la parte del preside per più di dieci secondi. Sono tornato indietro.

“Posso chiederti una cosa un po' strana..." mi ha detto con tono esitante e abbassando la voce. Più che dai clienti, è come se non volesse farsi sentire dalla giubba gialla e blu che indossava, con la sigla del discount in risalto. 

“Dimmi.”

Posso davvero...

“Uffa, spara.”

La donna della coppia balcanica ha iniziato a tamburellare le dita sul capoccione del pupazzo e, più dietro, il carrello di un uomo tarchiato con i capelli color carota era pieno di sacchi di carbonella. C’era da scommettere che dovesse organizzare una grigliata per il cenone degli alpini.

“Vorreiabbracciartiadesso” ha pronunciato in un unico rapidissimo suono.

Poi è uscita dal vano della cassa e lo ha fatto, mi ha abbracciato davanti a tutti senza lasciarmi il tempo per rispondere, né di chiederle quel nome che mi è tutt'ora ignoto. Con i nostri occhi scassati che vagavano, fuori fuoco, tra friggitrici ad aria che si rompono dopo due settimane, merendine piene di grassi saturi, mozzarelle di bufala in scadenza. Mentre i nostri occhi buoni si aggrappavano al buono che c'è.

A lezione di scrittura creativa da Francesca Albanese

Le recenti polemiche sull’infelice uscita di Francesca Albanese mi toccano il giusto, e cioè pochissimo. Le trovo però un formidabile esempio della natura del linguaggio; dunque, volendo, anche un’involontaria lezione di scrittura creativa. Provo a spiegarmi.

Nel condannare l’irruzione violenta nella sede torinese del quotidiano La Stampa – violenta verso luoghi e oggetti, va precisato, non verso le persone che erano assenti a causa di uno sciopero – nel condannare come tutti quel brutto episodio, ad Albanese è sfuggito il termine monito.

È una cazzata, sia chiaro, e credo che lei stessa se ne sia accorta a stretto giro – monito è la foma contratta di ammonimento: quello che fanno gli arbitri di calcio ai giocatori fallosi, ma anche i mafiosi a chi non paga il pizzo.

Nessun ammonimento dunque, che i giornalisti della Stampa continuino a scrivere quel che gli pare, senza cartellini rossi o frasi minacciose pronunciate a mezza bocca.

Il fatto è che il termine improprio faceva capolino all’interno di parole di condivisibile buon senso; se volessimo quantificare, sarebbe l’uno per cento del dettato linguistico.

Eppure, quell’uno per cento è quel che si è fissato nell’attenzione dei più, compreso di chi (come me) non ha pregiudizi ostili verso Francesca Albanese. Perché?

La risposta non la troviamo nella teoria politica, ma in quella, appunto, narratologica. Nella sua ultima newsletter, lo scrittore Ivano Porpora parla di “come un dettaglio minimo può aprire la porta alla profondità."

“Molte storie si inceppano perché restano in superficie: la scena c’è, ma non scava. Sembra giusta, sembra messa lì bene, eppure non cambia niente del personaggio, non apre niente, non lascia filtrare nessuna crepa.”

Fin qui la cornice astratta, ma nel testo vengono aggiunti anche alcuni esempi. Il primo riguarda un racconto di Tommaso Landolfi dal titolo La pietra lunare.

“All’inizio" prosegue nel suo ragionamento Porpora, "sembra tutto lineare: un ragazzo si innamora. Ambientazione quasi da realtà domestica. Purezza. Poi Landolfi mette un dettaglio: gli zoccoli caprini della ragazza.”

Ecco, il termine monito, pronunciato da Francesca Albanese quasi distrattamente, corrisponde agli zoccoli caprini nel racconto di Landolfi: in entrambi i casi è il dettaglio che indirizza l’interpretazione del lettore.

Si produce infatti un’incrinatura discorsiva nel leggere di zoccoli caprini, specie quando a indossarli è una ragazza in tutto il resto normale; si produce una speculare incrinatura quando si utilizza il termine monito associandolo al vandalico assalto della redazione di un giornale.

Seguono le precisazioni di chi ha commesso la gaffe; e le ragioni, specie quando sono ragionevoli, sono sempre bene accolte. E poi chi siamo noi per assegnare patenti di virtù, come fece la stessa Albanese quando si rivolse al sindaco di Reggio Emilia: “La perdono, Sindaco.”

No, noi non perdoniamo proprio nessuno, perché nessuno abbiamo accusato. Ma da lettori quel monito è difficile da dimenticare... Per dirla con Roland Barthes: è il punctum della narrazione.