Esistono dei dizionari dei modi di dire, io li trovo affascinanti. Temo però che siano lacunosi. A differenza dei proverbi, il cui numero è altissimo ma comunque determinato, iscrivendosi in un perimetro comunitario e abbastanza stabile nel tempo, i modi di dire possono contrarsi fino a una dimensione domestica, come nel lessico famigliare della Ginzburg. Inoltre, invecchiano presto e mutano con le generazioni.
Ricordo un modo di dire utilizzato negli anni Ottanta.
Per definire una persona con poco credito sociale, oltre a forme arcaiche quali
tapino o negletto – termini che stridevano con i Ray Ban e la Gommina sui
capelli –, si diceva figlio della Schifosa, spesso all’interno di una proposizione
interrogativa: “Eh che, sono il figlio della Schifosa?”
Chissà chi sarà mai stata la Schifosa… ma nel suo
brutale maschilismo rende bene l’idea. Maschilismo che ritorna con insistenza nelle
formule gergali; la lingua ha sempre fatto da specchio: non tanto al mondo, ma
alla sua interpretazione. E l’agonia del patriarcato provava, nell’epoca della
Milano da bere non meno di adesso, a fare resistenza attraverso il linguaggio
giovanile.
Un altro modo di dire neopatriarcale era dottor
scacciafiga, che da Firenze in giù diventava scacciafica. Serviva, sempre
negli anni Ottanta, per identificare quei ragazzi alla cui sola presenza si faceva
il vuoto femminile intorno. Non erano semplicemente degli sfigati,
esseri cioè sprovvisti del bene rifugio maschile per eccellenza, ma dei
repellenti umani, agglomerati di napalm pronti a esplodere da un momento all’altro.
Mai presentarsi a una festa assieme a un dottor
scacciafiga, feste che di norma si tenevano nella taverna di villette geometrili. La
Volvo Station Wagon dei padri parcheggiata di sopra, e noi, di sotto, sulle note
degli Eurythmics, a scassinare l’armadietto dei liquori.
Ma i modi dire più buffi li ho sentiti da un agente assicurativo,
un uomo sempre elegante e allegro; nonostante tra noi ci fosse una grande
differenza di età (se fosse ancora vivo, ora avrebbe novantasei anni) eravamo
diventati amici. Quando capitava di parlare di una donna dai forti appetiti
sessuali – erano ovviamente sue illazioni – ti metteva in guardia dicendo:
“Stai attento, quella lì ti fa la rapina al ciondolo.”
Rapina al ciondolo, io lo trovo un capolavoro
metaforico! Soprattutto se confrontato ai rabbiosi epiteti dei trapper sulle
donne libere anche nel piacere, quelle che nei film di Totò venivano chiamate donnine
allegre. Poco importa che fossero piene di acciacchi e di sventure.
Certo, sempre di maschilismo si trattava – l’organo
maschile viene visto come ciondolo aureo, e la donna come creatura
semplificata, sorta di gazza ladra, che non resiste al suo sberluccicante richiamo
–, ma declinato con ironica leggerezza. Lo stesso, quando parlava di
omosessualità. Un omosessuale, per il mio amico assicuratore, diventava uno
che corre per la Legnano.
All’inizio abbozzavo, ma un giorno glielo chiesi:
“Sergio”, così si chiamava, “ma cosa c’entra la Legnano?”
La spiegazione fu che negli anni Cinquanta, o forse
Sessanta, non ricordava bene, si mormorava che nella squadra ciclistica della Legnano
fossero presenti degli atleti poco interessati alle rapine femminili al ciondolo,
rapinandosi reciprocamente tra di loro.
Altra illazione sessista, ovviamente. Ma basta non
mettere delle cimici negli spogliatoi dopo una partita di calcetto, e allo
stesso modo non origliare cosa si dicono le donne dal parrucchiere. E comunque,
vogliamo paragonare correre per la Legnano con froc**, ricchio**, culato** etc.
Qui c’è grazia, invenzione, burla, di quel genere particolare degli sketch con
Tognazzi e Vianello. Perfino epica.
Bello pensare a due ciclisti, stanno per iniziare i
tornanti che conducono al passo dello Stelvio. Invece di scambiarsi la
borraccia come Bartali e Coppi, uno dei due posa un bacetto sul palmo della
mano, da soffiare poi al compagno-amante per aiutarlo ad affrontare la salita.
Bello correre per la Legnano.
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