Ci lamentiamo spesso delle censure sui social. Ad esempio, non possiamo dire – e ci mancherebbe pure… – che le donne sono tutte put****, ma le donne rumene un po’ di più.
Ovviamente non è vero niente, come non è vero che
Trump appartiene a una specie aliena chiamata rettiliani, o il virus del Covid
è stato creato e diffuso da Bill Gates, Mussolini ha fatto anche cose buone come inventare la minigonna. Con giri di
parole e molti asterischi, si riesce a fare circolare ogni sorta di diceria.
Se ne deduce che concetti come pensiero unico, woke,
political correctness etc. sono approssimazioni piuttosto rozze del presente.
In fin dei conti, riusciamo sempre a dire quel che ci pare.
Un’assenza di limite a cui il filosofo Romano Madera ha dato nome di licitazionismo, creando un arguto neologismo a partire dalla terzina di
Dante riferita a Semiramide, che libito fé licito in sua legge. In altre
parole: tutto è lecito.
La legge del nostro tempo diventa così assenza di
legge, almeno nel senso psicoanalitico di limite al godimento; posta a tabù dell'incesto, fa da premessa a ogni successiva limitazione. O se vogliamo volare un poco più bassi con le
citazioni: è la liberà obbligatoria cantata da Gaber, è il direttore
d’orchestra silurato dagli orchestrali in un film di Fellini, è Topolino
apprendista stregone che pensa di essere già stregone.
I social sono uno specchio preciso di tale dinamica
di evaporazione del limite, e da ciò l’euforia unita alla frustrazione che ci
prende ogni volta: che bello, penso nello scrivere questo pensierino su Facebook, tra pochi
minuti potrete leggermi tutti!
Ma è proprio qui che è in agguato la frustrazione: in
quanti mi leggeranno per davvero, in quanti lasceranno un segno di gradimento,
che il più delle volte corrisponde a un semplice segno di pace, come quello che ci
si scambia in chiesa?
Meno di dieci persone, sarei pronto a scommetterci una caciotta affumicata, di quelle che pendono dal soffitto negli Autogrill. Mentre inciampo in post che mi appaiono completamente balenghi – non c’è che l’imbarazzo della scelta, in questi giorni prosperano le balengate su Michele Mari – premiati da centinaia di like.
Il mio non è il broncio del bambino che non ha avuto la caramella, ma una regola che vale per tutti: o incorpori, da fuori, uno
status che garantisce visibilità (sei Luca Bizzarri o Alessandro
Gassmann, mettiamo) o il riscontro sui social sarà proporzionale alla tua
paraculaggine, e cioè al livello di semplificazione e ammiccamento a cui sei
disposto a cedere. Il resto è do ut des.
Ed è così che il limite, uscito dalla porta, rientra
dalla finestra in forma di rimpianto. Bello non è infatti scrivere ciò che ci pare, ma
riuscire a superare un'asticella immaginaria (e a volte arbitraria) che nel
passato consentiva l'accesso a ciò che Lacan chiamava il simbolico; in un linguaggio meno criptico, è la dimensione
pubblica del mondo adulto. E da qui il sospetto che i social rappresentino una sorta di regressione massiva all'infanzia...
Per restare al nostro esempio, anche solo pochi anni
fa un editore, un caporedattore, un cavolo di qualcuno che dispone del
telecomando per il sollevamento della dogana, avrebbe valutato con calma le parole che state
leggendo, preso qualche nota, e infine dettato alla segretaria: "Mi dispiace
Hauser, ma il suo testo non risponde ai requisiti da noi richiesti. Provi a
lavorarci ancora. Tagli, sviluppi, l'idea è presente ma ancora acerba. Oppure lasci
perdere."
Possiamo vederla come una funzione di argine al desiderio, che nel mito, e nelle favole che gli fanno da ottimistico riflesso, viene svolta dal guardiano della soglia. Figure variamente rappresentate e spesso burbere, accomunate dal consentire all'eroe, ma solo quando questi è pronto, il suo viaggio avventuroso. In caso contrario, ritenta e sarai più fortunato.
Se anche fosse vero che siamo tutti eroi – e non lo è, nella vita reale purtroppo prevalgono le mezze seghe – c'è un preciso momento in cui partire, un altro per rubare all'orco una penna, quindi tornare e condividere l'oggetto magico a beneficio dell'intera comunità. E però quale beneficio, e vengo finalmente al punto, la comunità trae da questi post in cui si chiede ai lettori: un aggettivo per definire Chiara Ferragni?
Eppure nel nuovo regime licitazionista funzionano, più la domanda è cretina e più lievita la torta del consenso. In fondo è ciò che sto per fare anch'io: pubblicherò tutto e subito senza nemmeno rileggermi, pubblicherò in forma impulsiva, buona la prima. I cinque o sei like che otterrò saranno le monetine nel cappello del mendicante. O per dirla con Nanni Moretti: ve lo meritate, ce lo meritiamo, Alberto Sordi!
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