giovedì 9 luglio 2026

Patriarcato, o sulla riscossa delle vedove di Michela Murgia

Da quando c’è stata quella brutta e, in buona parte, inventata polemica tra Michele Mari e Teresa Ciabatti, hanno ripreso a circolare delle vecchie interviste a Michela Murgia. La postura è quella di una maestra che parla a scolari un po’ zucconi: non esprime opinioni, spiega da una cattedra immaginaria. La lezione del giorno riguarda il patriarcato, nella cui orbita – sempre secondo chi istruisce – saremmo ancora inclusi. La certezza dell’assunto viene ricavato dai giudizi di (alcuni) maschi sul corpo di (alcune) femmine, tra cui la stessa Murgia. Ora, ricordo speditamente anche il giudizio di (altrettante) femmine sul corpo di (altrettanti) maschi:

1) tappo, nano, puffo, quando il maschio è di statura inferiore al metro e settanta;

2) pelato, palla da bigliardo, testa d'uovo, quando il maschio soffre di alopecia;

3) quattrocchi, mezzo cecato, orbo, quando il maschio indossa occhiali dalle lenti spesse;

4) gobbo, cammello, punto interrogativo, quando il maschio presenta cifosi alla colonna vertebrale;

5) sfigato, insulto perlopiù generico ma il cui etimo fa riferimento a una parte anatomica femminile, dal cui diletto il maschio in questione sarebbe escluso;

6) susciat di vespi, e cioè, in dialetto valtellinese, succhiato dalle vespe, quando il maschio è molto magro. In altre zone di Italia spaventapasseri, scheletro, stecchino, pelle e ossa e così via;

(Ma a questo punto tocca fare una parentesi. Anche Michela Murgia possedeva qualche pregiudizio estetico sulla magrezza, compresa quella femminile. Scrivendo delle donne, magrissime, sulla copertina di Marie Claire, così le definì: "idea disgustosa di donna".)

7) Ciccione, grassone, balena etc., quando il maschio è al contrario molto grasso

8 ) Mezza sega, fazzoletto, pelliccia di cane, quando il maschio è sprovvisto di muscolatura;

9) vi sono inoltre le infinite ironie sulle dimensioni dell’organo sessuale maschile, e relativo utilizzo.

10) Per concludere e più in generale: l’assenza – sempre presunta – di virilità, che sconfina nell’eterna parodia del diverso. Parodia esercitata ugualmente da uomini e donne, per essere onesti. E per essere ancora più onesti, mi sembra questo un tratto della nostra cultura fortunatamente recessivo. Insomma, negli anni Cinquanta essere omosessuale era peggio.

Michela Murgia ha scritto e detto molte cose intelligenti. Non questa sul patriarcato, che secondo Massimo Cacciari entra in crisi in epoca elisabettiana (lo ricava dalle opere di Shakespeare, dove i maschi sono spesso fragili e smarriti) per implodere definitivamente con il movimento del ’68. Sto naturalmente parlando di Occidente, in Iran è un'altra storia.

Non abbiamo, in ogni caso, in Italia un rapporto documentabile tra discriminazione delle donne e patriarcato, ossia una forma di organizzazione sociale coerente e a tutti i livelli operante, non un maschio cretino che fischia a una bella ragazza per strada. Discriminazione comunque presente, sarebbe ipocrita negarlo, ma non tra maschi e femmine e piuttosto tra sommersi e salvati, che possiamo fare coincidere con il dispositivo oggettivante del tardo capitalismo, in cui anche la dimensione fisica precipita nella sfera negoziale, come ogni altro oggetto.

Da questo diverso punto di vista possiamo riconfigurare la discriminazione femminile, comunque residuale. Le donne infatti fanno i figli, attività che le distoglie per svariati mesi dalla produzione, e dunque sono un investimento a rischio. Ed è nuovamente un filosofo, Michel Foucault, ad avercelo mostrato con largo anticipo attraverso il concetto di biopolitica, che vale per entrambi i generi.

Se vogliamo parlare con sensatezza di disuguaglianza e abuso io partirei da qui. Non da vecchie interviste a Michela Murgia sul patriarcato, che le sue indomite vedove stanno rabbiosamente riproponendo sui social.

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