Da quando c’è stata quella brutta e, in buona parte, inventata polemica tra Michele Mari e Teresa Ciabatti, hanno ripreso a circolare delle vecchie interviste a Michela Murgia. La postura è quella di una maestra che parla a scolari un po’ zucconi: non esprime opinioni, spiega da una cattedra immaginaria. La lezione del giorno riguarda il patriarcato, nella cui orbita – sempre secondo chi istruisce – saremmo ancora inclusi. La certezza dell’assunto viene ricavato dai giudizi di (alcuni) maschi sul corpo di (alcune) femmine, tra cui la stessa Murgia. Ora, ricordo speditamente anche il giudizio di (altrettante) femmine sul corpo di (altrettanti) maschi:
1) tappo, nano, puffo, quando il maschio è di statura
inferiore al metro e settanta;
2) pelato, palla da bigliardo, testa d'uovo, quando il
maschio soffre di alopecia;
3) quattrocchi, mezzo cecato, orbo, quando il maschio
indossa occhiali dalle lenti spesse;
4) gobbo, cammello, punto interrogativo, quando il
maschio presenta cifosi alla colonna vertebrale;
5) sfigato, insulto perlopiù generico ma il cui etimo
fa riferimento a una parte anatomica femminile, dal cui diletto il maschio in questione
sarebbe escluso;
6) susciat di vespi, e cioè, in dialetto
valtellinese, succhiato dalle vespe, quando il maschio è molto magro. In altre
zone di Italia spaventapasseri, scheletro, stecchino, pelle e ossa e così via;
(Ma a questo punto tocca fare una parentesi. Anche
Michela Murgia possedeva qualche pregiudizio estetico sulla magrezza, compresa
quella femminile. Scrivendo delle donne, magrissime, sulla copertina di Marie
Claire, così le definì: "idea disgustosa di donna".)
7) Ciccione, grassone, balena etc., quando il maschio
è al contrario molto grasso
8 ) Mezza sega, fazzoletto, pelliccia di cane, quando
il maschio è sprovvisto di muscolatura;
9) vi sono inoltre le infinite ironie sulle dimensioni
dell’organo sessuale maschile, e relativo utilizzo.
10) Per concludere e più in generale: l’assenza –
sempre presunta – di virilità, che sconfina nell’eterna parodia del diverso.
Parodia esercitata ugualmente da uomini e donne, per essere onesti. E per
essere ancora più onesti, mi sembra questo un tratto della nostra cultura
fortunatamente recessivo. Insomma, negli anni Cinquanta essere omosessuale era
peggio.
Michela Murgia ha scritto e detto molte cose
intelligenti. Non questa sul patriarcato, che secondo Massimo Cacciari entra in
crisi in epoca elisabettiana (lo ricava dalle opere di Shakespeare, dove i
maschi sono spesso fragili e smarriti) per implodere definitivamente con il
movimento del ’68. Sto naturalmente parlando di Occidente, in Iran è un'altra
storia.
Non abbiamo, in ogni caso, in Italia un rapporto
documentabile tra discriminazione delle donne e patriarcato, ossia una forma di
organizzazione sociale coerente e a tutti i livelli operante, non un maschio
cretino che fischia a una bella ragazza per strada. Discriminazione comunque
presente, sarebbe ipocrita negarlo, ma non tra maschi e femmine e piuttosto tra
sommersi e salvati, che possiamo fare coincidere con il
dispositivo oggettivante del tardo capitalismo, in cui anche la dimensione
fisica precipita nella sfera negoziale, come ogni altro oggetto.
Da questo diverso punto di vista possiamo
riconfigurare la discriminazione femminile, comunque residuale. Le donne
infatti fanno i figli, attività che le distoglie per svariati mesi dalla
produzione, e dunque sono un investimento a rischio. Ed è nuovamente un
filosofo, Michel Foucault, ad avercelo mostrato con largo anticipo attraverso
il concetto di biopolitica, che vale per entrambi i generi.
Se vogliamo parlare con sensatezza di disuguaglianza e
abuso io partirei da qui. Non da vecchie interviste a Michela Murgia sul
patriarcato, che le sue indomite vedove stanno rabbiosamente riproponendo sui
social.

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