Mi ricordo i maggiolini comparire in massa al sole generoso di maggio, chi ne ha scelto il nome non deve essersi sforzato troppo. D'altronde l'esistenza di quell'insetto innocuo e tozzo si consumava quasi interamente nella tarda primavera: ad aprile non si vedevano ancora in giro e, a fine giugno, si ritirava con apprensione la pagella scolastica, senza che il viaggio in bicicletta verso la Scuola elementare di via Vanoni fosse tempestato dai maggiolini.
In alcuni anni erano presenti più che in altri, la maestra ci aveva detto che seguivano uno schema ciclico, ogni quattro giri di calendario si presentava un'annata copiosa; non seppe dirci la ragione ma in fondo interessava poco, più che altro era una prassi a legare i bambini degli anni Settanta ai maggiolini.
Alcuni li infilzavano con la punta del compasso, altri gli strappavano le ali e poi organizzavano delle gare (con gambette sproporzionate al corpo arrancavano senza una direzione precisa, per mantenerli nei margini della pista, tracciata a pennarello sul cemento del cortile, gli si dava dei colpetti con le dita), altri ancora li bruciavano vivi per mezzo dell’accendino Dupont del padre. C'era solo l'imbarazzo della scelta, a qualsiasi tortura non si sarebbero ribellati.
Io mi limitavo a spappolarli con una ciabatta se entravano in casa dalle finestre spalancate – che schifo! – e a dargli degli schiaffoni se si fissavano agli abiti o ai capelli – ancora più schifo –, cosa che avveniva con uguale frequenza; è come se cercassero il contatto, l'amicizia. O magari era pura vocazione al martirio: non solo non possedevano la rapidità di fuga della mosca e il pungiglione della vespa, ma ti venivano incontro fiduciosi, con tutto ciò che gliene veniva.
Fammi pure ciò che vuoi, parevano comunicare con l'aspetto repellente, basta che mi aiuti ad andarmene da qui il prima possibile, dopo un paio di settimane già non ne potevano più di stare al mondo. Per questo non ci intendevamo. Tanto a noi piaceva il Cornetto Algida, eccitava l’autopista Policar, sorprendeva la bolla soffiata con le labbra nella pasta morbida ed elastica delle Big Babol, quanto a loro avresti attribuito il pensiero schifato di antichi gnostici, detestando ogni cosa a partire da loro stessi. Ma era un detestare gentile.
Si dice che la natura proceda seguendo la legge darwiniana di selezione del più adatto, e mi chiedo a quale funzione il maggiolino corrispondesse con tanta accuratezza, a giustificare la diffusione infestante. Forse proprio ad allenare gli uomini alla crudeltà, già a partire dagli esordi infantili. Se ne ricava che l'umanità ora non abbia più bisogno di tale apprendistato, con i maggiolini a condividere la sorte di lucciole, mammut, uri e foche monache dei Caraibi, oltre a Cino Tortorella nel ruolo del Mago Zurlì. Anche lui scomparso senza lasciare eredi in abiti da paggetto.
Una spiegazione che mi convince poco, e preferisco pensare ai maggiolini come a uno dei tanti errori nel procedere per tentativi della vita: try and fail, prima si fa e poi eventualmente si aggiusta il tiro. Quando hanno finalmente inteso di non essere benvoluti, i maggiolini hanno smesso di farci visita, senza alcuna polemica, revocando il dono della loro gentilezza. Un'acquisizione che tutt'ora difetta alla specie a cui appartengo, non meno superflua ma incapace di fare tesoro dall'esperienza. Del mite e sfortunato insetto resterà così solo un omonimo modello della Volkswagen.
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