Cosa
mi sono perso? si chiedeva Giorgio Gaber in un omonimo brano tratto dal Signor
G., era il 1985. Per concludere che perdersi qualcosa – si riferiva a
spettacoli, libri, film – non sempre è un’esperienza subita e negativa, può
tradursi in una scelta: questa sera, ecco, scelgo di perdermi il concerto di
Achille Lauro, oppure l’ultimo film di Paola Cortellesi.
Niente contro Achille Lauro e Paola Cortellesi,
intendiamoci. Ma scelgo comunque di perdermeli per fare spazio ad altro. A ogni
pieno corrisponde infatti un vuoto, una possibilità mancata, un’omissione. Ci
pensavo nel continuo imbattermi in discorsi sulla famiglia nel bosco. Una
colata di parole che al solito parte dai media, per saturare le pendici arroventate
dei social.
Non mi interessa dire la mia al riguardo, ma mi
pongo la stessa domanda di Gaber: cosa ci stiamo perdendo nel parlare della
famiglia nel bosco?
Il sospetto è che sia un modo non necessariamente
intenzionale (o forse sì…) per non parlare di tutte le altre famiglie che
vivono nel sottobosco del precariato, della disoccupazione, la malasanità, lo
sfruttamento, diciamo pure senza formule edulcorate: per non parlare delle
famiglie povere.
È un fatto che la nostra attenzione somiglia alle
poltroncine di velluto di una sala cinematografica, e non si può vedere due
film allo stesso tempo. E a un film, mettiamo, di Ken Loach, noi abbiamo
preferito la commedia ecologica sulla famiglia nel bosco. All’uscita dalla sala
ne discutiamo con fervore critico sul marciapiedi, dicendo cose – ammetto –
anche sensate. Siamo diventati dei Mereghetti del buon senso.
Una sensatezza che difetterebbe nel commentare il
film sulla povertà, forse perché, come voleva Tolstoj, le famiglie ricche si
somigliano un po' tutte, mentre quelle povere riescono a trovare vie
individuali e schive al proprio patire. Una differenza che rende anche più difficoltosa
la ricerca di una soluzione.
La migliore che ho trovato è la condivisione delle
ricchezze, ma se ciò non è ancora avvenuto significa che ai ricchi i soldi non
escono spontaneamente dalle tasche, e i poveri preferiscono invidiarli che
votare per partiti che promuovano politiche redistributive. Sarà questo o magari
altro che continua a sfuggirmi, e così si parla della famiglia nel
bosco. Perdendoci le centinaia di migliaia di famiglie nel sottobosco.

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