
Nella sua
sessantanovesima edizione un barlume di senso, se non ancora il bandolo della
matassa, a me è parso di coglierlo proprio all’inizio dell’ultima serata,
quando Claudio Bisio ha presentato la giuria di qualità.
Tra gli
altri vi era il noto chef Joe Bastianich, che, oltre a degli occhiali da sole
decisamente incongrui, sfoggiava un cappellaccio nero dalle larghe tese; un
indumento considerato a teatro assoluto tabù, impendendo la vista a chi
succede.
Seduta
dietro di lui si contorceva infatti una donna, prima allungava il collo a
destra, poi a sinistra, nella speranza di scorgere qualcosa al di là di quella
cortina di feltro calata tra lei il mondo, o perlomeno il surrogato di mondo
per cui aveva pagato un biglietto che si può immaginare salato.
Potremmo
liquidare il tutto come l’atteggiamento scortese di un personaggio pubblico un
po’ pieno di sé, ma non credo sia solo questo. Nella trascurabile e stonata
frazione di uno spettacolo nel complesso coerente, visualizziamo piuttosto il
mattoncino metaforico da cui ogni opera prova a elevarsi, poco importa se poi
si concluda in cattedrale o macerie.
Lo intuiamo
dalla professione di Bastianich, che è appunto quella di cuoco, e lasciando
provvisoriamente da parte le numerose stelle di cui si ammanta la sua cucina.
In sintesi: un cuoco è una persona che produce cibo; il cibo dà piacere alla
gola, al palato, al corpo; il piacere del corpo ha da alcuni anni invaso i
palinsesti televisivi e il costume degli italiani.
Un’epoca
all’insegna del piacere, dunque. O ancora più precisamente del godimento, come
lo chiamava Lacan attraverso un sinonimo che ci avvicina al codice segreto di
questa edizione di Sanremo. Già, perché il godimento, per il grande
psicanalista francese, più che un’esperienza tangibile – il corpo è solo una
delle tante maschere, una stazione di passaggio ma non di approdo – sta nel
regime immaginario delle attese, che fa da velo alla realtà concreta quanto a
quella simbolica, a concludere la tripartizione con cui egli divideva
l’esperienza psichica.
Ma non è
proprio ciò a cui abbiamo appena assistito?
Un cuoco, e
cioè un artefice del godimento immaginario e, di conseguenza, illimitato da
qualsiasi vincolo, con il suo cappello oscura lo sguardo di chi sta seduto alle
sue spalle, ponendosi quale unico oggetto della rappresentazione. Una dinamica,
su scala più ampia, a cui stiamo assistendo da diversi anni, in televisione
come nella vita di tutti i giorni: l’immaginario che si prende tutta la scena,
confinando la realtà a sintomo e delegittimando il simbolo da ogni autorità.
Tra cui quella paterna.
Poi però
succede qualcosa, probabilmente imprevista…
Succede che
vince una canzone trascurata anche dai bookmaker, forse imperfetta, grezza come
tutte le cose vere, in cui la realtà squarcia la tela immaginaria, senza che
Penelope riesca a metterci una pezza.
No, non si
tratta del ritorno di Ulisse ma di suo figlio Telemaco, che ha le fattezze di
un bel ragazzone italo-egiziano di nome Mahmood. Con il ritmo rappato e un po’
stereotipo dei nostri giorni, si rivolge a un padre defilato, forse fuggito,
certamente assente: Papà, dove sei, dove sei stato in tutti questi anni, anche
tu a inseguire il godimento corpo e i fantasmi della mente (“champagne sotto Ramadan, alla TV danno Jackie
Chan”), oppure i soldi, soldi, soldi, per pagarti le cenette al ristornate di Bastianich?
Io, tuo
figlio, chiedo però che i padri tornino a fare i padri, si assumano la
responsabilità di gesti che siano simbolici e non solo immaginari, togliendosi
il cappello come si conviene davanti a una donna, e a maggior ragione quando
stia dietro.
Ma questo
compito i padri occidentali non sono più in grado di assolverlo, Bisio l’ha
ammesso chiaramente nel suo monologo, tanto meno la madri o le nonne, che hanno
la chioma fluente e blu della Bertè. Solo un figlio poteva allora perforare
questa grande finzione immaginaria che è Sanremo, far volare la toque blanche a
tutti gli chef stellati che ci assillano, facendo per una volta vincere la
realtà. E chissà che non sia l’inizio della riscossa...
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