
Diversamente, le religioni tradizionali attraversano il pensiero e l'emozione ma solo per giungere a una sorta di legalità simbolica, affidando alla comunità o, meglio ancora, alla sua ristretta casta sacerdotale, la definizione delle rotte soggettive dentro al mare agitato delle pratiche sociali. Dio conosce insomma l'indirizzo, basta solo mettere il francobollo e imbucare.
Volendo rifuggire sia la scorciatoia spiritualista (“l’emozionismo”) sia la camicia di legno della religione (“l’eteronomismo”), ma anche il contegno della filosofia che ha nel suo strumento verbale il proprio limite conoscitivo, mi pare non rimanga che l’allegoria. L’allegoria è infatti una dimensione come esplosa del simbolo, che più che essere pensato ci pensa, più che emozionarci si emoziona, in un cortocircuito dove io e mondo e parola possiedono confini dilatati e creativi, nel senso che si vanno creando, non ci sono quale condizione di partenza. L'immaginazione, che è lo strumento proprio dell'allegoria, funziona dunque come i mattoncini Lego: possono diventare reggia o porcile, dipende solo da quanto saprai far danzare le mani ed estendere la tua visione…
L’esperienza allegorica a cui ci conduce l'immaginazione, e questa è l’ultima cosa che ho capito, è compresa e rilanciata da molti testi cosiddetti sacri (se non tutte, è presente in significative parti della Bibbia, dei Veda, perfino in alcune trattazioni magiche e alchemiche) come dalla grande letteratura – sì, Dante, ma anche Topolino e il Mago di Oz.
Ma più intereassante di questo discorsetto appena imbastito, è forse il suo corollario didascalico: se si vuole udienza pubblica e il red carpet della nostra epoca, non si deve essere immaginativi, allegorici, mirando alla grande letteratura. Ma rimestare nella piccola spiritualità.
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