Nei giorni scorsi una coppia rumena ha viaggiato per un centinaio di chilometri con il figlio morto seduto sul sedile posteriore. “Era in silenzio, pensavamo stesse riposando” hanno detto affranti ai soccorritori, dopo essersene accorti nel tratto pavese della A21, tra Casteggio e Voghera.
Il defunto aveva trentuno anni, forse si è trattato di
un malore causato dalla calura, soffriva di leggeri problemi cardiaci. Ma ciò
che colpisce nella notizia è il ribaltamento di una celebre massima di Karl Marx,
che vuole la storia ripetersi due volte: prima come tragedia, poi come farsa.
Nella circostanza è avvenuto il contrario, la farsa ha preceduto la
tragedia.
Si tratta di un poco memorabile film degli anni
Ottanta, Weekend col morto. Della trama ricordo solamente la situazione
del titolo: due giovani assicuratori percorrono le strade americane con un
cadavere; per qualche ragione (probabilmente assicurativa, appunto) devono
fingere sia ancora in vita. All'epoca il film ebbe molto successo, esorcizzando,
in burla, un timore latente.
Il timore si è nel frattempo convertito in cronaca e lascia intristiti. Ma
ci fa anche comprendere come non siano i fatti a determinare le emozioni, ma il
contesto e la forma con cui ci vengono consegnati. È infatti la mediazione giornalistica a farci assumere l'autenticità dell'episodio, quando noi non ne abbiamo
avuto esperienza diretta, come era indiretta l’esperienza del film.
Si tratta insomma di racconti, in entrambi i casi. A
uno crediamo, e facciamo bene, per quanto il narrato sia vagamente inverosimile. Tale scarto viene compensato dall’autorevolezza della fonte; una volta, in
epoca precomplottistica, si sarebbe sentenziato: L’ha detto la
televisione. All’altro racconto invece non crediamo.
L’autofiction si basa sul medesimo scarto, ma più lieve: sconfinamenti del filo invisibile che separa finzione da realtà. Non è più
il mezzo a fare da garante, sostituito da una negoziazione fiduciaria con il lettore. Il lato dal quale cascherà la pallina è determinato dall'abilità del venditore. La cosa in sé, in ogni narrazione, rimane comunque fuori
portata. E così quel che ci aveva fatto ridere, nella replica tragica ora addolora.

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