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venerdì 19 settembre 2025

Le persone

In queste ore mi vengono in mente certe trasmissioni televisive, la memoria le confonde con vecchi film in bianco e nero, ma erano solo pochi anni fa. Il conduttore – poteva essere Porro, Parenzo, Giordano... –  incalzava gli ospiti di religione mussulmana per estorcere una condanna del velo islamico, e io pensavo: Saran poi ben cazzi loro, perché non intervisti una suora? Ma quando si ripeteva il copione con il femminicidio di una ragazza pakistana da parte dei famigliari, anche se Porro, Parenzo e Giordano erano sempre lì con i loro indici puntati, toccava riconoscere che un po' avevano ragione. Il gesto ignobile era infatti la sommità emersa dell'iceberg, e chiedere una presa di distanza ai connazionali degli assassini serviva a sciogliere le premesse culturali, quindi evitare nuovi Titanic. E guarda tu a volte il caso i pakistani erano di nuovo presenti in studio.

Bene, perché ora Porro, Parenzo e Giordano non replicano quel logoro teatrino con gli israeliani, non con gli ebrei, non mettetemi in bocca parole che non penso e non ho detto. Invitate nelle vostre trasmissioni delle persone con passaporto israeliano, e poi fategli dire che si dissociano da ciò che sta facendo il loro paese a Gaza, o dai coloni in Cisgiordania con i suv pieni di armi e pompelmi. Se svicolano come i pakistani, riservate loro il medesimo trattamento: insultateli, ricopriteli di merda, mi raccomando la stessa ferocia rivolta agli uomini barbuti con lunghi pastrani bianchi, che si arrampicavano sugli specchi.

Lo farete?

No, non lo farete. Perciò giro sui cartoni animati quando vi intravedo sullo schermo, Gatto Silvestro mi piace molto di più. Non sono nemmeno le vostre trasmissioni, programmi oggettivamente brutti ma non troppo diversi dal brutto format che si limitano a replicare, non mi piacete voi, c'è un momento in cui si deve passare dalle idee astratte alle persone che le incarnano. E gli israeliani, non gli ebrei, di nuovo, sono persone, persone che vivono in una nazione democratica, non c'è alcun dubbio al riguardo. In questi contesti sono le persone a determinare le successive politiche dei governanti, è sufficiente una matita e un temperino di plastica, poi si entra in una cabina elettorale dopo avere temperato la punta in grafite, e il gioco è fatto. Non il contrario come avviene nelle dittature. Dunque nessun imbarazzo nel dire che non mi piacciono neppure loro, nessun antisemitismo.

Ma siccome sono una persona anch'io, potrei cambiare idea se gli israeliani scendessero in piazza per strillare contro Netanyahu e la sua cricca assassina. Qualcuno l'ha fatto, nei giorni e nei mesi scorsi, ma erano alcuni israeliani, non un popolo che si muove in massa come al tempo di Mosè, attraversando mari divaricati nel tentativo di imprimere una svolta collettiva al proprio destino. In tal caso il governo sarebbe caduto in due o tre settimane al massimo, è un'altra caratteristica che distingue le democrazie: non sono buone o cattive in sé, riflettono la bontà o la cattiveria delle singole persone che le compongono. Elementi instabili, composti mutevoli all’interno di ciascuno di noi. Da Kant in poi sappiamo che l’umanità è un legno storto.

Persone israeliane, Yosef, Tamar, Noam e tutti gli altri, il mondo non vi sta chiedendo di sdraiarvi davanti ai carri armati con il serafico eroismo degli studenti di piazza Tienanmen, sarebbe troppa grazia. Nemmeno a don Abbondio veniva chiesto di viaggiare in compagnia di vasi di ferro, lui fragile vaso di terra cotta. Basterebbe un no forte, chiaro e diffuso. Basterebbe che la legge morale provasse a raddrizzare quel legno storto. La vita umana sul pianeta Terra sarebbe diversa, per quanto possa apparire una frase vagamente enfatica e non meno retorica. Ma fino a quel momento continuerete a non piacermi.

PS - a scanso equivoci, preciso che il mio invito alla gogna mediatica israeliana era solo un paradosso, non pretendo alcun autodafè: l'invito serviva a mostrare il doppio peso e misura dell'Occidente, al solito forte coi deboli e debole con i forti. Se autodafè deve esserci è dunque il mio, che da italiano mi vergogno di appartenere a una nazione tanto timida nel denunciare (e possibilmente contrastare) ciò che sta accadendo in Palestina. Mentre, a Cinecittà, si stanno ultimando i preparativi della diciottesima edizione del Grande Fratello Vip.

venerdì 12 settembre 2025

Malattia delle catene

Charles James Kirk viene ucciso il 10 settembre 2025 a Orem, Utah, durante un comizio in cui parla di armi libere, viene ucciso da un solo precisissimo colpo esploso da un’arma talmente libera da sparargli. Non voglio fare del sarcasmo, la sua morte violenta mi turba come quella di ogni altro essere umano – e cioè limitatamente, l’inflazione di comunicazioni drammatiche ci ha reso meno permeabili al dolore degli altri. Aveva ragione Francesco Guccini quando cantava: “Mi è andato il cane sotto un camion quella sera, ho pianto come un vecchio sopra una bandiera. Se fosse stato un compagno basco avrei forse pianto di meno".

Ma torniamo a Kirk, sembra il triste paradosso contenuto nel motto evangelico chi di spada ferisce di spada perisce. Da persona che si sente più affine alla nebulosa del pensiero progressista – sempre più nebulosa, in effetti –, mi interessa però l’altro paradosso che coinvolge l’assassino, il ventiduenne Tyler Robinson; dal poco che sappiamo di lui comunque traspare un sentore da album di famiglia, per riprendere la celebre e controversa definizione di Rossana Rossanda riferita alle BR. Possiamo infatti includere non tanto il suo sciagurato gesto, ma lo sfondo da cui origina nell'area della sinistra radicale, a partire dal macabro dettaglio della scritta Bella ciao iscritta sul proiettile che ha fatto centro. 

Per contestare la facilità con cui negli Stati Uniti si possono detenere armi grazie a una lunga tradizione repubblicana, ecco il paradosso, chi preme il grilletto porta alle estreme conseguenze ciò che contesta, agisce la negazione beneficiando del possesso di un'arma. E non pensiamo di cavarcela con un altro motto che vuole gli estremi toccarsi. No, c’è molto di più. Una rappresentazione plastica per analogia sta nella morte di Kurtz al termine di Apocalypse Now. Il capitano Willard lo colpisce con un machete, Coppola alterna la sequenza con il sacrificio rituale di un bufalo d'acqua, per poi assumere simbolicamente i tratti della vittima interpretata da Marlon Brando, con il suo cranio glabro sempre inquadrato in penombra. Hanno ammazzato Kurtz e Kurtz è vivo, il sotto testo.

Una dialettica di rispecchiamento e incorporazione dei contrari chiamata da Nietzsche malattia delle catene, a cui – sempre per Nietzsche – ci si deve sottrarre se si vuol diventare ciò che si è. È il tema della differenza, dell'identità, che con Jung prende il nome di individuazione; il nemico è l'ombra da rischiarare per precisare il ritratto, non abbattere per sostituirci a esso. Il seme diventa albero, il fiume mare e i cignetti strani e candidi aliscafi, per quanto siano ancora tutti neri. Lo stesso dovrebbe essere in politica, ma non sempre è così.

Per molti anni la Destra, orfana del fascismo sempre più ridotto a folclore, ha trovato la propria ragione politica per contrapposizione alla Sinistra culturalmente egemone, mentre ora i rapporti si stanno invertendo: è la Sinistra a essere ammalorata dalle catene arrugginite della Destra, recuperando una friabile identità nel semplice diniego, poco importa se strillato o articolato con una bella erre moscia alla Bertinotti. D'altronde già recitava Eugenio Montale un secolo fa: "codesto solo oggi possiamo dirti: / ciò che ne non siamo, ciò che non vogliamo".

Ma l'assenza di un'idea di mondo autonoma contiene il rischio della controfigurazione, quando il contrario di Anna è sempre Anna. L’omicidio di Charles James Kirk dovrebbe agire dunque da monito, io almeno lo vivo così, temendo di poterne replicare la dinamica, seppure in scala diminuita. Non è infatti necessario ammazzare qualcuno per incatenarsi ai fantasmi destrorsi che ora si aggirano per l’Europa. 

lunedì 8 settembre 2025

Ciao mamma guarda come scrivo difficile oh oh ah ah ah

Uscirà domani per Einaudi l'ultimo lavoro filosofico Giorgio Agamben, si intitola Alla foce. Naturalmente non lo leggerò, ma sono contento che esca proprio per avere la possibilità di non leggerlo – e cioè, meglio, di scegliere di non farlo, non semplicemente di ignorarlo – secondo un'aurea intuizione di Giorgio Gaber contenuta nel monologo Cosa mi sono perso, da Io se fossi Gaber, 1982:

"Essere a casa e pensare: Questa sera mi sono perso il Machbeth. Che colpo, ragazzi! Venerdì mi perdo La tempesta. Sono già tutto eccitato. Carmelo Bene me lo perdo martedì. No, martedì c'è un film stupendo di Coppola. Ormai devo perdermi quello lì, è fissato."

Ma per avere la goduria da omissione bisogna possedere almeno degli indizi di ciò che ci si perderà, altrimenti non vale, si sgonfia buona parte del piacere. Cerco dunque sul web, e trovo un passaggio dal nuovo libro di Agamben:

"Le cose che ci-non-sono si manifestano solo nella misura in cui le cose che ci sono appaiono in una nuova luce. Esse non sono forse altro che questa luce - così reale e prezioso è il loro non esserci."

Cosa significa? Ma niente, ci manca pure che significhi qualcosa: non sarete tanto antiquati da volere estorcere una comprensione razionale a parole che hanno nella superficie la loro ragione sufficiente, anzi ottima, come quando da bambini si tinteggiava con la vernice dorata i pastrocchi creati col Das – forse non erano dei capolavori scultorei, ma lo sberluccicare nella penombra delle camerette ne compensava i limiti. E così le cose che ci-non-sono, provate a fare di meglio se riuscite, a risultare dotti e pensosi con una semantica pari a ciao mamma guarda come mi diverto oh oh ah ah ah.

Con la differenza che in Jovanotti lo svacco era programmatico ed esibito, il significato corrispondeva al significante per un postmoderno eccesso di energia da scaricare al suolo, mentre Agamben ci restituisce l'impressione di scrivere raffiche di haiku sapienziali; un procedere lambiccato che sostituisce l'ornamento al senso, altrimenti noto come kitsch intellettuale. Lo stesso Agamben, parafrasando Milan Kundera, lo spiegherebbe a questo modo: un'adesione categorica all'essere-non-si-ci-di in quanto tale.

Eppure il lettore – quel lettore un po' approssimativo come me, intendo – non ne ha a male, e viene piuttosto gratificato dai riflessi che gli sembra di cogliere sulle onde di parole che si involvono in risacca prima di raggiungerlo, si sente più intelligente nel bagnarsi i piedi con la schiuma di frasi che sono l'iscrizione a un club esclusivo, il Rotary delle biciclette nuove di zecca ma il mio papà ha detto di non prestarla a nessuno, il Lyon's di chi non parla come mangia ma guarda gli altri mangiare caviale. E tanto basta per percepirsi parte del banchetto.

Anche qui tocca però rendere a Gaber quel che è di Gaber, ancora una volta ci ha anticipati, questa volta lo fa nella canzone Il comportamento, da Libertà obbligatoria, 1976. Porca miseria, mai che si riesca e risultare originali come fa Agamben. Quasi quasi ho cambiato idea e me lo leggo, con lo stesso spirito di Gaber quando legge Hegel:

"Quando invece sto leggendo Hegel
mi concentro sono tutto preso
non da Hegel naturalmente
ma dal mio fascino di studioso."

domenica 24 agosto 2025

Il reale e il possibile (mi ricordo 47)

Mi ricordo l'ingresso di Fabio dalla porta a vetri del Bar Sole, dopo avere parcheggiato l'Oscar College accanto all'aiuola sul Lungo Mallero Diaz. Indossava come al solito scarpe da pallacanestro con una stella rossa sul lato, superò il videogioco dove Shultz stava sbranando dei fantasmini, e fu a quel punto che Fabio lo disse, rivolgendosi a tutti e a nessuno: Buttategli giù una colata di cemento, una bella colata di cemento ripeté, valutando forse che l’aggettivo bella avrebbe dato maggior vigore alla frase.

Ma nemmeno così aveva funzionato, dai tavoloni in legno di abete dove stavamo bevendo birra alla spina le espressioni erano perplesse, più che di vera riprovazione. Fece allora un passo indietro: L’ha detto mio fratello. Particolare che cambiava naturalmente le cose. Se l’ha detto il fratello di Fabio che ha già ventitré anni, si vede che a ventitré anni e cioè da grandi ma non ancora adulti, in quell’interregno tra l’infanzia e il cartellino da timbrare, si vede che si può scherzare come facevamo su ogni altro argomento, è ciò che gli anglosassoni chiamano black humor.

Intanto, Richard Sanderson smise all'improvviso di colare melassa sonora, e alla sua Realitydalla radio accesa nel localesubentrarono gli aggiornamenti da Vermicino. Era la prima volta che si sentiva nominare quella frazione romana, la toponomastica non invitava ad approfondire. Ma il caso o l’imperizia di qualche muratore avevano voluto che, proprio lì, Alfredo Rampi detto Alfredino fosse scivolato in un pozzo artesiano.

Un uomo molto piccolo e magro, un contorsionista soprannominato Uomo Ragno, si era offerto di calarsi all'interno dell'angusto cunicolo, nel tentativo disperato di acciuffare la mano del bimbo di sei anni e riportarlo in superficie, dove i cameramen delle televisioni pubbliche e private lo attendevano per lo scoop. Ma assieme a loro l’attendeva l’Italia intera, non si parlava d’altro: chi non era al lavoro osservava le immagini che provenivano dal televisore con apprensione, a nessuno sarebbe venuto in mente di riderci sopra.

Facevano eccezione una decina di quindicenni stravaccati in un bar sondriese a sorseggiare Stella Artois, da principio risolini e poi risate gongolanti e scomposte, mentre Fabio continuava a ripetere una colata di cemento, buttategli giù una bella colata di cemento, pago di avere ottenuto il suo scopo.

Non era nemmeno cinismo, probabilmente desiderava solo scaricare a terra la tensione accumulata alla maniera dei parafulmini, la realtà era un castello di Lego costruito dalle mani tremolanti dei vecchi, così chiamavamo i nostri genitori, il mio vecchio, la tua vecchiabastava smontarlo per ricomporre i mattoncini in forma caricaturale e buffa, non si può essere oltraggiosi verso ciò a cui non si crede fino in fondo.

È forse questo il senso ultimo di ogni adolescenza: opporre il possibile al reale, nella convinzione che possiedano la medesima natura liquida, onde quantistiche non ancora collassate che si infrangono contro il lungomare di giorni lunghissimi e lieti. Poco importa se l'alternativa abbia carattere sarcastico o romantico o eroico, i fatti sono un'opzione drammaturgica tra le altre, vincolante solo per chi vi abbocca.

Due giorni dopo la radio del Bar Sole comunicò che, purtroppo, un avverbio sul quale indugiò con patos vagamente teatrale il giornalista, Alfredino era morto. E il mondo che era un blocco morbido di Das da plasmare e riplasmare a piacimento, si solidificò in un istante.

sabato 14 settembre 2024

Il Grande Intimo

 
– Per definre l'interiorità usiamo il termine intimo. Lo stesso facciamo con le parti, appunto, intime, e gli indumenti che le ricoprono. Una curiosa coincidenza, forse un indizio... Non trovi?
 – Faccio fatica a seguirti.
– Magari si capisce meglio con il superlativo, assunto a sigla di un famoso brand del settore.
 – Ti riferisci a Intimissimi?
 – Bravo! Intimissimi che però è un aggettivo, e come tutti gli aggettivi rimanda a un sostantivo.
– Tipo "intimissimità". Suona da schifo.
– Forse si vuole dire che oltre l'intimità c'è qualcos'altro. Ma cosa?
– Potrebbe essere un nuovo gioco di parole, togli qualcosa e resta altro, o meglio: l'altro.
– Ecco. La prospettiva dell'altro, penetrata in me fino a cancellare la mia propria intimità.
– Un po' come il Grande Altro di cui parlava Lacan.
– Mi sa che siamo sulla strada giusta.
– Quella del Grande Intimo...
– Il Grande Intimo, bello, come ti è venuta?
– Boh, stavo pensando ai cameramen televisivi quando inquadrano il culo delle ragazze che giocano a pallavolo.
– E che c'entra?
– A me piace la pallavolo femminile, mica sto tutto il tempo a farmi domande filosofiche come te.
– Dai, andiamo avanti.
– Vai avanti, prego. Sei tu che hai messo in piedi tutta 'sta manfrina.
– Aspetta... forse ci siamo: l'intimità trasformata in iperbole, in imperativo – pensa a quanto accade sui social –, è la versione aggiornata dell'omologazione culturale.
– Intendi dire sotto il vestito niente?
– No. Sotto il vestito l'intimo, sotto l'intimo l'intimissimo, e sotto l'intimissimo infinite copie di me.
– A proposito, hai visto che da Intimissimi ci sono le promozioni autunnali: tre mutande al prezzo di due.
– E me lo dici solo adesso!

mercoledì 11 settembre 2024

Tiro alla fune

La prima immagine che si presenta alla mente è quella del tiro alla fune. Solo in seguito riesco a collocare al suo interno, con funzione di paonazzi contendenti, le discussioni intorno al tema dellə Schwa, che negli ultimi giorni si sono riaccese grazie all'ultimo libro di Vera Gheno (Grammamanti, Einaudi, 2024). Confesso di conoscere il suo pensiero solo per sommi capi, ma, ai fini del poco che ho da aggiungere al riguardo, è sufficiente quel vecchio attrezzo retorico costituito dalla metafora, con cui provare ad accostare la questione da un margine figurale.

L'impressione è che tutte le lingue vengano contese e definite da due forze contrapposte, come avviene appunto nel tiro alla fune. Da un capo afferrano la iuta intrecciata le mani senza calli degli intellettuali (scrittori, poeti, linguisti) e dall'altro i comuni parlanti, possiamo anche chiamarlo popolo. A volte, non spesso, sono i primi a vincere, ottenendo quale posta l'accoglienza dei modelli linguistici da loro finemente elaborati; è successo con l'italiano e in seguito con l'ebraico, una lingua morta già ai tempi di Gesù  voi resuscitate i corpi, sembrano dire ai cristiani con ripicca, e noi le lingue. Ma è più frequente il caso di idiomi diffusi e addirittura presi a modello di bellezza, ad esempio la versione ionica del greco antico, la lingua di Omero, costretti a cedere a linguaggi che si affermano per ragioni politico-militari, o a una maggiore semplicità d'uso; per l'attico, furono le conquiste di Alessandro Magno a renderlo la Koinè parlata sulle sponde del Mediterraneo, mentre il latino viaggiò sulle ali dell'aquila imperiale. 

Se ne ricava che la sfida di Michela Murgia, Vera Gheno, Alice Orrù e di chiunque creda che la lingua debba riflettere una rinnovata sensibilità morale sul tema del genere, oltre le rivendicazioni di minoranze sessuali prima ancora che economiche, è del tutto legittima. Bisogna vedere se la forza con cui tirano la corda dalla loro parte saprà prevalere non solo sulle consuetudini d'uso, ma su ideologie di segno contrario che ugualmente trovano riflesso nei discorsi al Bar Piero, tra i banchi degli istituti professionali, sotto ai caschi dei parrucchieri (e delle parrucchiere) e insomma in quell'ovunque in cui è contemplata la Bible Belt statunitense, con i suoi suprematisti bianchi che votano per Trump.

Per quel che mi riguarda prometto, da buon italiano, di salire sul carro del vincitori, ma sono troppo vecchio e acciaccato per cimentarmi in un agone di polvere, sudore e dizionari. Vera Gheno possiede delle ottime ragioni teoriche, unite a una dose di ideologia che fa tutt'uno con l'impeto emotivo funzionale a qualsiasi competizione, tra cui il tiro alla fune. Ma se fossi un bookmaker londinese scommetterei sulla pigrizia: una forza debole tanto più incisiva nella storia vissuta, non meno che in quella scritta e parlata.

Mi piace però concludere ricordando quanto pensava Wittgestein al riguardo. "The borders of your language are the borders of your world", recitava con aria sempre un po' imbronciata. E dunque se il mondo, ossia i suoi rapporti di forza e le credenze derivate, danno forma alle parole, ci sta pure il caso contrario: nuove parole o un diverso utilizzo delle stesse (Liberté, Égalité, Fraternité, mettiamo) possono cambiare il mondo. Buona fortuna ai corpi e ai discorsi trainanti, che il tiro alla fune abbia inizio!

domenica 11 agosto 2024

Michela Murgia teologa

La frase "l’omosessualità è contro natura. Ma anche camminare sull’acqua, morire e risorgere, moltiplicare il cibo e rimanere incinta da vergine" non appartiene a Woody Allen, il passaparola sul web ha però finito col ratificarne l'attribuzione apocrifa. In realtà è del fumettista comasco Davide La Rosa, che la scrisse in una striscia del 2012.

Ci ripensavo – alla frase, non all'attribuzione – ragionando intorno alle posizioni espresse da Michela Murgia attorno a tematiche religiose, le ritroviamo principalmente in due libri ("Ave Mary e "God save the queer", pubblicati entrambi da Einaudi nel 2011 e nel 2022) nei quali la moderna nozione di queer diviene peculiare grimardello per penetrare il segreto di un Verbo che si dichiara carne, e viceversa.

Confesso di conoscere poco il pensiero di Michela Murgia, un certo pregiudizio legato alla sua immagine pubblica, per la mia indole troppo tranciante nel separare il grano dal loglio (e per quanto anche io propenda per ciò che lei indica come grano), me ne ha tenuto distante. Però ciò che ho colto dalla sua indagine su questi temi, alternando indugiate sottigliezze a rapinosi slanci, l'ho sempre trovato stimolante, mai banale e con una stringente coerenza interna.

Certo, era teologia, per quanto eccentrica, non filosofia, e dalle Scritture partiva per lì ritornare come un sardo alla sua isola, diffidente per le strane usanze di noi continentali. È infatti proprio l'eccentricità – letteralmente: sporgersi fuori dalla centratura dell'ovvio, del "si dice" che è un sottoprodotto della storia, sedimentata in cultura sociale – ad apparirmi l'atteggiamento più appropriato per accostarsi al sacro. Lei lo fa con la consueta assertività, ma in fondo non mi pare che dica delle cose così distanti dall'ironia sorniona di Davide La Rosa: se un Dio, o perché no una Dea, esiste deve essere sorprendente, tutto al contrario del Deus sive Natura di Spinoza.

La buona novella diventa così una sorta di processo di decostruzione di ciò che viene percepito come naturale, o ancora più precisamente di super-naturalizzazione, di estensione dei confini del possibile, che oggi facciamo coincidere con leggi immutabili ed eterne. Perciò nel Regno dei cieli si entra solo quando un po' strambi, o se si preferisce queer.

Per concepire ci vuole un uomo e una donna con cromosomi xy e xx, sigle a cui la polemica pugilistica di questi giorni ci hanno abituato? Ok, qui magari, e al momento. Ma varcata la "porta delle pecore" – un'immagine evangelica a lei molto cara – non è detto che il vincolo valga ancora.

Una porta più adatta a freaks e a donne cannone, e cioè a gente per cui camminare sull'acqua, morire e risorgere, moltiplicare il cibo e restare in cinta da vergini appaiono possibilità: se non proprio concrete, concretizzabili con l'immaginazione. Possiamo così guardare al termine queer come a un'immaginazione più scatenata, un'immaginazione che crea mondi, se è vero che siamo fatti a immagine e somiglianza del Padre, o di nuovo della Madre. E dunque perché no?

Nei libri della Murgia c'è naturalmente molto altro, che ho trascurato in parte per ignoranza e in parte per distanza dal mio pensiero, che ho qui liberamente integrato al suo – ad esempio il femminismo mariano, che mi sfugge o forse non convince del tutto. Ma nell'insieme trovo che la sua proposta teologica vada meditata con curiosa attenzione. Magari mescolandola con la tonalità ironica e scanzonata di Davide La Rosa. 

mercoledì 7 agosto 2024

Corpi, uomini e donne social

Mi chiedevo se commentare un post sui social corrisponda a rivolgersi a una persona in carne e ossa, con i relativi galatei di genere che ciò comporta. O più radicalmente, se sia possibile accostarsi a un testo in modo non dico neutro – le sue parole sono parole intestate, possiedono una firma ad anticiparne lo sviluppo – ma facendo riferimento in prima istanza proprio all’identità di chi scrive, e cioè alla singolarità vissuta di cui il nome si fa testimonianza. Non al corpo che sui social viene esibito solo in forma surrogata, o addirittura omesso. 

Basta fare un semplice collaudo. Leggiamo, a caso, dieci post scritti da nostri contatti femminili, e altrettanti che appartengono a contatti maschili. Apparirà evidente che i commenti sono riferibili all'oggetto solo in parte, e quelli lasciati ai post femminili sono molto diversi da quelli maschili. Tutto ciò secondo ricorrenze percepibili: solo limitatamente possiamo associarle alla biografia di chi viene commentato, ciò che si impone è l’indifferenziato del genere.

È come se non potesse esistere un testo fatto di sole parole, una comunicazione che si fonda sulla forza dei propri argomenti – ma anche stile, ritmo, sintassi –, e piuttosto ogni scrittura dovesse essere sessuata, non di rado erotizzata. Diversamente da ciò che una certa tradizione orientata ai gender studies lascia intendere, la caratterizzazione viene però dall’interprete, non dall'interpretato. E fatto salvo quei post di sola immagine, in cui la fisicità è messa a tema con spudorato candore: culturisti che sembrano sul punto di esplodere, allumeuse che hanno studiato con cura, prima di scattare il selfie, il numero di bottoncini da lasciare dischiusi.

Non voglio suggerire che ciò sia male, nemmeno che siamo ottenebrati dal pregiudizio o dall'uzzolo che fa tana tra le cosce. Semplicemente accade questo fenomeno verificabile senza sforzo. Liquidarlo con il termine “amichettismo” (e forse è presente anche questo, ma mi appare, per così dire, un epifenomeno limitato e circoscritto a certi ambienti a cui si è data eccessiva centralità) fa ombra a un dato più originario: non esiste il logos, siamo solamente corpi.

Corpi anche quando ai sensi sia negata la verifica empirica. Corpi pensati dall’altro, prima ancora che corpi che pensano. Così piuttosto che affrontare la vertigine di un pensiero astratto, ammesso che davvero possano esistere pensieri disincarnati, diamo forma immaginaria a quell'assenza. Per poi collocarla su uno scaffale preformato, come facciamo con i libri – i libri di genere, appunto. 

La condizione umana

Non ho ricordi di me sul seggiolone. Ho però ricordi di mio cugino, di quattro anni più giovane di me, sul seggiolone a casa dei miei nonni, loro che in tutti modi cercano di fargli inghiottire l’omogenizzato. Il vecchio trucco del cucchiaio convertito in aeroplano, bruuumm sta arrivando un aeroplano… e il bambino spalanca la boccuccia per lo stupore, ecco il momento giusto, zac, con mio cugino Antonio aveva smesso di funzionare. Tutto sembrava fargli schifo.

Nella mia memoria quel bambino recalcitrante ha così finito col sovrapporsi all’assenza di ricordi personali. Sono io che serro le mascelle, io che rifiuto le pappette Plasmon. Immagino che uno psicoanalista chiamerebbe questo meccanismo proiezione, aggiungendo che senza di essa le sale cinematografiche sarebbero vuote – in effetti vuote lo sono diventate per davvero, ma gli areoplani-cucchiaio si sono trasferiti su Netflix.

Saperlo non esclude l’inquietudine: come è già successo una volta, non potrebbe ripetersi ancora? O peggio, essere l’intera mia esistenza un simulacro, dove l’originale – l’Origine – si perde in un infinito gioco di specchi, alla maniera di certe minacciose storielle zen...

Io non voglio essere il mio schifiltoso cugino: simpaticissimo, intendiamoci, ma schifiltoso. Più tardi iniziò a fare alzare mia nonna alle tre di notte per farsi preparare un piatto di risotto con lo zafferano, e lei pronta come un soldatino. D’altronde era l’unico cibo, assieme alla maionese, a cui si degnava di alzare la dogana delle labbra. Anche il purè, dimenticavo.

Mia madre si faceva invece vanto del fatto che ero un bambino totalmente onnivoro. Ma pure i cavolfiori? chiedevano sospettose le altre mamme ai giardinetti. I cavolfiori, le rape rosse, perfino rapanelli! E alla parola rapanelli quelle alzavano bandiera bianca.

Il precoce divoratore di rapanelli, cavolfiori, rape rosse, solo per me non è mai esistito. Posso decidere di credere a quei racconti, ma non è la stessa cosa. Sono stato sostituito da un'idiosincratica miniatura dei cuochi a Master Chef, che sputano sul piatto le pietanze preparate dai concorrenti. Ma essere il rigurgito di qualcun altro, non sarà forse la condizione umana?

sabato 27 luglio 2024

Travestimenti del nulla

Mi sono sempre accostato alle immagini come a un sistema organizzato di segni, segni da decifrare, un testo composto di sole figure. Per dire: se vedo la fotografia di un gruppo di studenti che fa il saluto romano, è successo nei giorni scorsi all'Istituto superiore Pirelli al Tuscolano, non penso, come il professore, che sia solamente una postura gogliardica connaturata all'età, senza provare nessun imbarazzo nell'essere incluso nello scatto. No, penso che sia apologia di fascismo.

Ugualmente, se una ragazza prosperosa posta un selfie su Instagram, la fotocamera dello smartphone è puntata sulla linea che discrimina i seni, la camicetta sbottonata quanto basta, sono portato a credere che stia cercando di provocarmi sessualmente, e lei ciò che i francesi riassumono con il termine di allumeuse (accenditrice).

La differenza è che l’apologia di fascismo, oltre a essere un reato, mi fa schifo, al contrario delle tette che mi piacciono molto – ma quando vengono usate come strumento di potere sul desiderio maschile, mi piacciono meno. Tutto ciò, in ogni caso, lo pensavo fino ieri. Oggi mi è tornato alla mente un vecchio saggio di Jean Baudrillard (Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, 1979), in cui assimilava la cultura postmoderna al sistema della moda; un’associazione ripresa da Roland Barthes, se non sbaglio.

Sulle passerelle della settimana milanese moda, ci dice Baudrillard, si consuma la scissione definitiva tra significante e significato, forma e sostanza. Sfilano con lunghe falcate le modelle mentre il senso si defila. Chi ha rivestito i loro corpi filiformi cita il casto perbenismo degli anni Cinquanta, scarpe basse, abiti scampanati con stampe floreali, oppure lo spirito sbarazzino e libertario della Swinging London, stivaloni in pelle, mini gonna, o ancora lo stile dark punk underground, che non si capisce cosa diavolo voglia dire. A ogni tornata – avanti indietro, avanti indietro, e anche questo muoversi senza direzione è probabilmente sintomatico – la narrazione cambia involucro, ma a ben vedere si tratta solo di ornamento, o come dice Baudrillard di simulacro. Il simile si è però convertito nel medesimo, non c'è un altro a cui il segno rimandi, è il tripudio dell'intransitivo.

Un falso movimento, un gattopardesco mutare di continuo per essere qualcosa – l'antropologo Ernesto De Martino la chiamava crisi della presenza, ma forse è più chiaro con Stan Lee e la sua Donna Invisibile dei Fantastici Quattro – qualsiasi cosa di cui i social possano farsi riflesso. Forse solo Facebook ha ancora un piede nel vecchio mondo del significare, ma con quello che avanza si è sbarazzato da ogni cascame realistico, ha ragione lo sciocco a guardare il dito e non la luna da esso indicata. Ed è così che il segno incontra sé stesso, si auto segnala, dice guardami cazzo, la mia quota di realtà è proporzionale agli sguardi che ricevo, mettimi un like! Scriveva Osip Mandel'Stam in una poesia del 1923:

Minimo con minime ali

un corpicino ruota nel sole,

minuscola nell’empireo

brilla una lente ustoria.

 

Un niente di zanzara

allo zenith sibila in pianto

e, fioco ronzare di càribi,

geme una scheggia nell’azzurro.

 

«Non dimenticarmi, puniscimi,

ma dammi un nome, dammi un nome!

Si sta meglio, sai, con un nome

nel profondo, gravido azzurro!»


Quel nome è l'ultimo residuo di realtà a cui oggi abbiamo accesso, un nome che si è convertito in forma, in emoticon, ribaltati i tradizionali ruoli a nascondino: ci si sbraccia per essere visti, sono qui, ehi sono qui!, nella speranza che qualcuno, nominandoci, faccia tana, pazienza se al prossimo giro dovremo stare sotto. Perciò mi dispongo a una maggiore indulgenza anche verso chi fascisteggia o allumeggia sul web, intuendo che sono entrambi travestimenti di un tautologico nulla.

lunedì 11 marzo 2024

Ceccherini, o sull’estetica marxista

Ceccherini che commenta la notte degli Oscar con la frase “tanto vincono sempre gli ebrei” commette nella migliore delle ipotesi una gaffe, e nella peggiore dice una scemenza colossale. Poi però prova a spiegarsi, aggiungendo che con le sue parole si riferiva al contenuto – tutti quei film nei quali gli ebrei e, in particolare, la Shoah sono assunti quale oggetto – e non a una presunta lobby ebraica che da sempre si spartisce i premi.

Al riguardo, una mia amica insinua sorniona: pensa cosa sarebbe successo se avesse detto tanto vincono sempre i film sullo schiavismo… È vero, sarebbe successo un casino. Ma i film sullo schiavismo, come i film sugli ebrei, non sono lo schiavismo, e piuttosto opere di finzione che muovono a partire da tale premessa storica; da onorare sempre e comunque, aggiungo a scanso equivoci: ma che possono produrre opere mediocri.

Se Ceccherini fosse stato più chiaro e meno impulsivo si poteva anche concedergli delle ragioni, e non solo accettarne le scuse. Ci sono infatti dei contenuti (e la Shoah e lo schiavismo sono tra questi, ma anche, attenzione, l'immigrazione clandestina con le numerose sofferenze connesse, che è il tema del film di Garrone cosceneggiato da Ceccherini) la cui enormità drammatica produce un pregiudizio virtuoso, mettendo in secondo piano la forma attraverso cui vengono restituiti dal racconto cinematografico.

Non è certamente il caso della Zona di interesse, e al Dolby Theatre di Los Angeles ieri non è stata premiata la Shoah ma una sua specifica restituzione prospettica (la prospettiva è ovviamente quella di Jonathan Glazer) che pare possedere i caratteri autentici dell'arte – ma possiamo dire lo stesso della Vita è bella di Benigni, che pure vinse l’Oscar a partire dal medesimo tema?

A Ceccherini, da toscano come Benigni, la coincidenza probabilmente non sfugge, e con parole sbagliatissime prova a dirlo. Una volta chiarite le sue intenzioni si potrebbe anche chiudere la polemica. E semmai provare a comprendere ciò a cui rimanda, chiedendoci se, nel sistema delle premiazioni, non sia tutt’ora presente un’ipoteca dell'estetica marxista, per cui i contenuti prevalgono sulla forma.

lunedì 27 novembre 2023

Patriarcato

Il dibattito di questi giorni sul patriarcato mi ha ricordato una battuta pronunciata da Kant, che per una volta mostra di possedere non solo intelligenza ma anche senso dell'umorismo: c’è un genere di medici insinua il filosofo di Königsberg, i medici della mente, che pensano, ogni volta che trovano un nome, di aver trovato una malattia.

Ora quella frecciatina andrebbe forse ribaltata di segno, già che nel suo significato letterale – e cioè aderendo alle categorie antropologiche da cui proviene – il termine patriarcato è del tutto improprio a descrivere il presente: è una vecchia parola per definire una nuova malattia.

Il patriarcato, come ha ricordato Massimo Cacciari ospite da Lilli Gruber, può essere sintetizzato dal concetto di patria potestas, che prima delle parole latine che lo esprimono (in questo aveva ragione Kant: le parole arrivano quasi sempre dopo le cose, quando non le generano come nella buona novella cristiana) si manifesta in Occidente a partire dall'invasione dei Dori, intorno alla metà del secondo millennio a.C. Quindi si consolida nelle successive ondate ariane dall'Asia centrale, che dilagando nelle terre del tramonto importano il loro modello sociale fondato sulla tripartizione tra sacerdoti, guerrieri e contadini o piccoli artigiani. Tutti maschi, naturalmente.

L'organizzazione anteriore può essere solo ipotizzata – il matriarcato? – ma è certo che da quel momento in poi il padre ha un dominio totale sulla famiglia e l'uomo sulla comunità, con interessanti variazioni che però non ne stravolgono il modello. A Sparta, ad esempio, la donna aveva un ruolo molto più rilevante che ad Atene, dove ci si stupiva che Pericle compisse dei gesti pubblici di tenerezza verso la compagna Aspasia.

Poi il patriarcato entra in crisi, come è evidente, continua Cacciari, nelle tragedie shakespeariane: Otello, Macbeth e Lear sono tutti maschi la cui potestas vacilla, senza però crollare come avverrà a seguito della rivoluzione industriale con conseguente urbanizzazione, dando vita alla classe borghese che si accompagna alla fine del patriarcato. Un mondo ancora ampiamente sbilanciato verso il lato maschile, ma in cui l'eccezione alla regola si fa quantomeno licenza.

È di nuovo l'arte a testimoniare il cambiamento: tra Emma e Carlo Bovary, poniamo, chi guida e chi è guidato? A me sembra che si siano persi entrambi; con la differenza che Emma cerca nuove direzioni al suo malessere, finendo con l'essere travolta da quella bussola ingannevole che è il desiderio mediato, mai davvero suo, e Carlo si involve, ripiegando su sé stesso come un fiore senza acqua.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati concede al patriarcato un ulteriore secolo di sopravvivenza, anche se io sarei più propenso a chiamare quella fase di trapasso maschilismo – l'epoca dei vari fascismi lo fu al massimo grado, con significative differenze tra nord e sud, campagne e città – culminando comunque nel 1968. Da lì in poi nulla è stato come prima.

Carlo Bovary o Zeno Cosini o, ancora, i maschi inetti alla vita nelle opere di Cechov, divengono così l'emblema involontario del maggio francese, e la dolente involuzione del loro status virile non si discosta molto dal presente digitalizzato; mentre nelle donne il bovarismo si converte in rapporti sempre più saldi con il reale, emancipandosi dalla pappa di sogno romantica.

In una percentuale minoritaria di maschi, il progressivo svuotamento di potere sulla donna che smette di essere davvero propria, se non nei testi delle canzoni, si traduce in rabbia e rancore; ed è la probabile altra faccia della medaglia costituita dallo sconcerto provato da chi ha compiuto diciotto anni il 20 settembre del 1958, giorno in cui la legge Merlin imponeva la chiusura dei bordelli. E io…? avranno pensato i più focosi tra di essi, in un sentimento di espropriazione che è tutto il contrario dell’onnipotenza simbolica confezionata dal sistema patriarcale.

Dal punto di vista testosteronico, ossia limitato alla sola forza fisica e non biologica, gli uomini rimangono però potenzialmente dominanti, e così a qualcuno potrebbe venire la tentazione di infrangere la teca in cui lumeggia l'oggetto desiderato, guardare ma non toccare. No, io voglio dunque io posso, è la reazione di quei pochissimi alla perdita del regno. Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli, ancora recita una preghiera rivolta a un maschio caucasico anziano e con la barba.

È questo il pensiero anche di Erri De Luca che, senza l'assertività spiccia di Cacciari o le volute intellettuali barocche di Recalcati, ma con la dolcezza partenopea che lo contraddistingue, parla di sentimento maschile della disgregazione. Quella disgregazione del maschio che nel cinema ha trovato forse la migliore sintesi nelle pellicole di Marco Ferreri; rispetto al languore romantico o alla vertigine primonovecentesca fotografano un elemento più attuale: la donna percepita come alterità ontologica assoluta, e non solo come subalterna emancipata.

Peccato che nel cinema contemporaneo non sia presente quell’acutezza di sguardo, sempre accompagnato da una poetica bizzarria, affettuoso sberleffo di chi non giudica ma apprende. Pensiamo alla pur apprezzabile pellicola di Paola Cortellesi: l'impegno civile è qui massimo, ma flette la coscienza analitica che dovrebbe fargli da sfondo, restituendo una vicenda particolare che non riesce guadagnare risonanza universale, farsi stemma di mondo. Si ha piuttosto l'impressione che cerchi di dare un vecchio nome alla confusione instabile del presente. E invece dovremmo fare ciò che Kant rimproverava a un genere di medici, i medici della mente: cercare nuovi nomi, nuove forme e ragionamenti. Più complessità, insomma.

Ma va bene partire anche da lì, Cortellesi, più che i fasti di un ormai inesistente patriarcato, ci ha mostrato gli strascichi di quella cultura sopravvissuta oltre due millenni; non un canto del cigno, ma l’ululato del lupo braccato dai cacciatori. Ora sarebbe bello che qualcuno ne afferrasse il testimone e sviluppasse il discorso, lo precisasse. A un tempo complesso parole e immagini complesse. Nuove.

lunedì 21 agosto 2023

Que reste-t-il?

 


Il sempre ottimo Fabrizio Coscia  (docente, critico letterario e teatrale, autore, direttore editoriale e soprattutto grande amante degli animali, ed è quest'ultimo aspetto che me lo fa sentire particolarmente vicino), giovedì ha pubblicato su Facebook il seguente post:

"Ogni cosa, qua sopra, nasce pasce e muore in tre giorni."

Se ne ricava che ciò che ha scritto, se non gli avessi fatto la respirazione bocca bocca, starebbe morendo in queste ore, nessun sepolcro informatico si spalanca da solo al terzo giorno. Ma se ne ricava anche un'altra cosa, in forma di specificazione assente nelle sue parole. Che così acquisterebbero maggiore aderenza alla realtà:

Ogni cosa VERBALE, qua sopra, nasce pasce e muore in tre giorni.

Per le immagini è infatti diverso. Rimangono registrate in un archivio, anzi due: il primo si chiama immagini del profilo e l'altro non ricordo, ma entrambi possono essere richiamati da chiunque (sempre che non vengano posti veti informatici, operazioni comunque troppo complesse per me). 

Ciò porta alla conseguenza che quando qualcuno ti chiede l'amicizia: 1) o l'accetti senza pensarci troppo, come se stessi corrispondendo alla richiesta di una sigaretta; 2) o è proprio a quegli archivi figurali che in prima battuta ti affidi, per farti una sommaria idea della persona con cui stai entrando in relazione, ed eventualmente decidere se proseguire. 

Nel mio caso, quando trovo selfie del richiedente abbracciato con Salvini - eventualità per nulla astratta e fin troppo frequente - la dogana resta abbassata. Se superato questo primo checking dovessi scoprire che trattasi di donna e per giunta carina, particolare ugualmente diffuso e spropositato rispetto alla vita reale, mi sono sempre chiesto perché le donne che mi chiedono l'amicizia sono di norma tanto belle, scattano puntuali le fantasie di fidanzamento.

Scorro così tutte le foto che accompagnano le varie fasi della vita: il primo figlio allattato sotto l'ombrellone a spicchi arcobaleno; il giorno della laurea con il tocco, quel cappelletto squadrato che rende simili a piattaforme petrolifere; in gita scolastica a Venezia - lo si capisce dai souvenir con la gondola o Piazza San Marco - confusa nel gruppone sorridente, da cui spunta una mano che fa le corna al vicino; la stinta polaroid di un uomo giovane e robusto, sembra felice per una promozione sul lavoro o la vittoria di un torneo di boccette, ciao Babbo recita la didascalia, con oggi sono già cinque anni...

Infine mi soffermo su quelle in cui ancora ragazza pedala con un abito di cotone leggero e svolazzante, meglio se di color cobalto con piccoli fiorellini colorati o chiari pois, lo chignon contiene il troppo dei capelli ma alza il sipario sullo spettacolo del collo.

Una premessa personale per trarre una conclusione che a me appare più generale, forse perfino universale, di certo filosofica. Quando Derrida individua nella scrittura il luogo privilegiato dove ricercare la "différance", da intendere come rinvio al tempo mitico del differire ma anche lasciare tracce distintive, i social non esistevano ancora, e non ha così potuto collaudare la sua teoria nell'orizzonte della tarda modernità. Il suo sfondo è ipotetico.

Ma a noi ora basta un click per riconoscere come la traccia verbale sia simile alla scrittura con inchiostro simpatico; solo un cocciuto rompicoglioni può rianimarla scaldando il foglio con un fiammifero, sul manuale di Paperinik insegnavano a farlo con il succo di limone. Diversamente ci toccherà saturare di segni grafici la stessa pagina virtuale che si rimbianca a ogni giro - "cosa stai pensando?" - convertendo il gesto dello scrivere da memoria a presente infinito.

È quanto ho fatto io con la traccia morente di Fabrizio: l'ho rianimata. I più si accontentano di ciò che resta, que reste-t-il recita una celebre canzone francese da cui ha forse tratto spunto Derrida, que reste-t-il de nos amours, que reste-t-il de ces beaux jours, que reste-t-il dei nostri insulti e scazzi sui social?

Immagini, ormai questo dovrebbe esserci chiaro. Solamente immagini.


domenica 20 agosto 2023

Un amore grande. Ma quanta grandezza siamo disposti a concedere al nostro amore?



L'ho rivisto ieri sera per la terza volta, e per la terza volta ho trattenuto a stento le lacrime; massì diciamolo: qualcuna mi è pure sfuggita sul cuscino. Importante che non mi abbia visto nessuno.

Mi riferisco all'episodio San Junipero presente nella terza stagione di Black Mirror, si trova ancora su Netflix. Per chi non l'avesse visto - ma vedetelo! - cercherò limitare gli spoiler, per quanto qualcosa ci scapperà. Questo però lo posso dire senza compromettere la sorpresa: contiene l'idea cinematografica più potente, tenera, spiazzante e, per paradosso, plausibile vista negli ultimi anni sullo schermo.

Non è importante che la regia sia un po' televisiva, anzi lo è totalmente, ma in senso non spregiativo, come per Stendhal che dichiarava il suo stile letterario ispirato al Codice Civile napoleonico, niente preziosismi da primo della classe. E così anche in San Junipero la regia è piana e senza la ricerca di abbellimenti calligrafici, quel guarda come sono bravo che si avverte come sotto testo di tanto cinema americano. Una scelta in levare che fa risuonare ancora di più i dilemmi che dischiude nella mente dello spettatore.

Intanto: è una storia d'amore, da principio adolescenziale e sbarazzina, si potrebbe essere portati a credere di trovarci invischiati in un teen movie. Niente di più sbagliato. Le possibilità che la tecnologia lascia intravedere già adesso, figuriamoci tra una manciata di anni, pongono infatti a questo amore acerbo interrogativi inediti e concreti.

Quando si dice ti amerò per sempre, ad esempio: e se non fosse solo un'iperbole...

Lasciamo il dubbio in sospeso e torniamo a un altro elemento recuperato dalla tradizione, qual è il tema del doppio. Qui viene rimodulato in forma esponenziale: le due protagoniste, attenzione, cominciano gli spoiler, sono una il doppio dell'altra, ma anche di loro stesse. Quindi abbiamo la nostalgia verso un passato reale divenuto mitico nel ricordo: gli anni Ottanta, e da quel ricordo la forbice si spalanca tra gioventù artificiale e vecchiaia autentica. Entrambe sono presenti in una sincronia che imprime una sterzata in direzione della fantascienza.

Ma saremmo fuori strada anche se pensassimo di avere così trovato il bandolo della matassa. Viene infatti richiamato un problema ben vivo nel presente, l'eutanasia, a cui si aggiunge quel pizzico di omosessualità che nel cinema contemporaneo non guasta. Ma è di nuovo riletta nella prospettiva del doppelganger: l'omosessualità non tanto, o non solo, come ricerca esterna di un corpo di genere uguale al proprio, ma, in chiave junghiana, di una parte diversa che sta all'interno di ciascuno, a cui l'altro fa da specchio.

Potremmo chiamarle la parte vera e la parte falsa reclamata dalle consuetudini sociali, la maschera professionale, e con ciò recuperare l'alternativa tra autentico e artificiale che già abbiamo incontrato per il tempo biografico, ponendola nuovamente in forma interrogativa.

Cosa è vero e cosa è falso se i sensi, ricreati dalla tecno-scienza, perdono la capacità di discriminare una sostanza chiamata realtà? E come comportarci quando questo confine diviene incerto, replicando la scelta tra la pillola rossa e quella blu in Matrix? Con la differenza che l'illusione qui rappresenta la via di fuga al dolore e alla degradazione del corpo, in una sensibilità neo gnostica (di segno solo invertito) condivisa con la pellicola dei fratelli Wachowski.

Ma alla fine è il quesito amoroso che nel finale si riprende tutta la scena, un AMORE che più maiuscolo non potrebbe essere. Siamo disposti, per tornare all'ipotesi lasciata in sospeso, a un sentimento tanto grande da sfidare il tempo in senso letterale, congelandolo dentro il loop di una manciata di canzoncine degli anni Ottanta. Ho provato a farlo con Heaven Is a Place on Earth di Belinda Carlisle, presente in colonna sonora con funzione sia diegetica che simbolica, e già al quarto ascolto mi era venuta la nausea.

Non però per questo episodio di Black Mirror, che probabilmente riguarderò ancora. E di nuovo mi commuoverò (ben attento a non essere visto) di fronte allo spaziare senza limite del raggio dell'amore, di ogni amore, perfino di uno nato in discoteca con i capelli impiastricciati di Tenax, e uno sfigato sullo sfondo che gioca a Pac-Man. Amore tra ragazze vecchie o vecchie ragazze, distinzione che abbiamo ormai compreso rappresentare la vera finzione. Una congiura ontologica, la chiamerebbe il filosofo Emanuele Severino.

Ma se per lui tutto da sempre è, qui, quasi messianicamente, è proprio l'amore a sconfiggere la morte, la tecnologia ne è solo lo strumento attuativo. L'elemento davvero decisivo è che ci sia qualcuno disposto a bere molti rum and cola assieme a te. Una sbornia che ha durata di eternità. Ne siamo pronti?

venerdì 26 maggio 2023

Letteratura: stile o storia? E se fosse solo una questione di amicizia...

 


Da quando ho smesso di leggere mi capita di chiedermi perché prima lo facessi. E anche abbastanza spesso: sia leggere, in passato, prima di avere problemi agli occhi, sia interrogarmi ora sulle ragioni che mi spingevano farlo.

Mi aspetto sempre delle risposte complesse, tortuose e lambiccate come quelle che certi miei amici pronunciano con una convinzione che sfiora la minaccia (ok ok, non arrabbiarti, beviamoci una camomilla assieme).

Lo stile, ad esempio. Lo stile è tutto dicono quei miei amici intellettuali, il modo in cui le parole vengono selezionate e, quindi, ricomposte sulla pagina. Che un po' forse hanno ragione: ma tutto, tutto tutto...?

Lo specchio a cui porgo la domanda mi restituisce uno scuotere laterale del mento, che in Bulgaria significherebbe sì ma a Sondrio, dove sono nato, no. Decisamente ciò che mi portava a leggere non era lo stile. Le storie piuttosto, direi più che altro per via delle storie, almeno quando si trattava di scrittura narrativa. Quanto alla saggistica la risposta è semplice: per imparare qualcosa.

Ma anche le storie sono sempre le stesse, tre o quattro al massimo, volendo essere generosi non più di dieci. È quanto sostengono i miei amici di prima; a essere precisi sono amici per modo di dire, sono infatti così chiamati i contatti sui social. Ma accidenti, questa è forse una traccia!

Io chiamo amici uomini e donne di cui nemmeno conosco il colore degli occhi – in un romanzo è un particolare che in genere conosco –, e ciò per il semplice fatto di averne letto e a volte condiviso le parole. Se le parole sono sintomi, la lettura crea dunque un'amicizia surrogata.

Ma oltre che sui social network, con chi, con cosa, avverto un legame tale da chiamare amicizia, per quanto non mi sfugga l'elasticità un po' stiracchiata del termine. Con lo stile, con le storie? Manno dai, l'amicizia si può instaurare solamente con i personaggi.

Se questa mia intuizione fosse vera, anche nel caso di tre o quattro solo possibili storie (e continuo a non esserne mica tanto convinto), l'esperienza di lettura cambia profondamente a seconda di chi le interpreta. Ma prendiamo un esempio concreto.

Una persona si candida alla presidenza della nazione più ricca e potente del mondo. Viene eletta, un po' fortunosamente, la differenza di voti con l'antagonista è minima, ma viene eletta. Passano quattro anni in cui avvengono svariate peripezie, e alla fine torna a casa con un'immagine mutata per chi legge (ed elegge) rispetto all'incipit.

Bene, adesso proviamo ad associare a questa storia dei nomi: Biden, Trump, Obama, Bush, Clinton... A me sembrano storie completamente diverse, nonostante la medesima cornice narrativa. Certo, si potrebbe ribattere, smentendo la teoria delle tre o quattro storie, che a essere diverse sono qui le vicende interne, la polpa narrativa.

Ma se il vero punto di discrimine non fosse invece il grado di amicizia, che ciascun lettore ha nel frattempo sviluppato... Come io non mi sento equidistante tra Trump e Obama, verosimilmente – e infatti è ciò che provo – non lo sarò neppure tra Emma Bovary e il Corsaro Nero. Molto più simpatico il secondo, ovviamente.

In altre parole, una storia è determinata dalla somma tra uno o più gesti e uno o più personaggi. Qualsiasi variazione, anche minima, nel rapporto tra questi costituenti, modifica il risultato finale. Quando arriviamo alla resa stilistica abbiamo dunque già infinite possibili storie; potremmo dire che i personaggi sono i mattoni, il plot l'ingegneria narrativa e lo stile la sua architettura.

Certo, confesso di avere mollato la lettura, in alcune tediose circostanze, perché infastidito dalle scelte formali dell'autore. Ma è più frequente che io abbia continuato a leggere una storia intrigante scritta male, che non una storia scritta divinamente le cui pagine però giravano a vuoto, sempre più pesanti da girare.

Ma in quest'ultimo caso, se il personaggio era riuscito a guadagnarsi la mia amicizia ero capace seguirlo in interminabili capitoli in cui non avveniva quasi nulla: sbocconcellava madeleine, girovagava per Dublino, cercava di smettere, senza riuscirci, di fumare. Posso essere irretito in una relazione amichevole anche da animali e perfino oggetti, umanizzando un edificio scolastico come fa Sally, la sorellina di Charlie Brown (e il bello è che l'edificio le risponde).

La letteratura sembra così smentire la radice filosofica del pensiero occidentale, che trova sintesi in una frase attribuita, e probabilmente mai pronunciata, ad Aristotele: "amicus Plato sed magis amica veritas" (sono amico di Platone ma sono ancora più amico della verità).

Macché, proprio il contrario. Come lettore o, meglio, ex lettore, io sono amico della verità formale dello stile, ma la mia amicizia più vera e profonda è rivolta ai personaggi, il cui modo di vivere le vicende narrate determina storie sempre diverse. C'è dunque tempo prima piangere la fine della letteratura.