Il razzismo è un
problema serissimo e in crescente e rapido sviluppo nel nostro Paese. Con la parallela crescita dell'occasione, fornita dalla prossimità fisica, le frontiere permeabili e musetti sempre più difformi e multietnici a sbadigliare dai banchi delle classi elementari, diviene non di rado drammatico. Posto questo, io però non ne
enfatizzerei certi fenomeni estremi, come chi, su un autobus pubblico, si
rifiuti di sedere accanto a un nero; ed è successo ancora di recente e di
sicuro ricapiterà.
Per stilizzare in forma geometrica il mio ragionamento, mi sembra che il razzismo presenti due facce distinte, ma mescolate e confuse come in un manifesto
paraculo di Oliviero Toscani, per far vendere qualche maglioncino in più.
Andiamo piuttosto alla sostanza.
Esiste un razzismo che potremmo chiamare estetico, se non addirittura folclorico. I suoi effetti sono
certamente funesti e non intendo ridimensionare, ma ciò che caratterizza tale
atteggiamento è davvero un elemento di superficie, in cui la diversità (avversata)
viene fatta coincidere con la dimensione dell’esotico; siamo insomma ancora a Bingo Bongo e Kunta Kinte, o giu di lì.
La sua struttura può essere così riassunta. Con gli occhi
vedo la tua pelle. E’ di un colore differente dalla mia. Scura. Come il carbone,
come la notte, come la pece. Mmm, non mi fido… Ed è la reazione istintiva del
criceto che scorge qualcosa di ignoto dietro la gabbietta, e per timore si
ritrae. Ma molti criceti assieme possono anche mostrare i denti.
Stiamo dunque parlando, prima faccia, del razzismo di chi ha
l’intelligenza di un criceto, il razzismo dei pavidi e dei violenti, che ben lungi dall'essere termini antiteci tendono spesso a coincidere. Ad esempio nei nostri
connazionali che sugli autobus pretendono di sedersi solo accanto a Sigfrido e
a Brunilde. Coglioni. Punto.
Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia. Un razzismo
non dico intelligente, ma più strutturato, antropologico. Quello di chi, nel
contatto con popoli stranieri qui immigrati, veda messe a rischio ciò che
percepisce come acquisizioni; e per acquisizioni non intendo solo privilegi
economici ma anche costumi, stili di vita e memorie a cui si senta
particolarmente legato. Tutto ciò si raggruma in un pronome monsillabico. Noi.
Perciò viene rifiutato il diverso, che nella stessa
semplificazione nominale coincide con un altro pronome. Loro. Che sono quelli che con la semplice e muta presenza interrogano, rendendola meno assoluta e certa, la condizione storica del noi (confusa spesso con un'essenza, ma qui il discorso si farebbe filosofico e lungo), esponendola a tradizioni non omologhe. Le loro tradizioni, appunto. Non le nostre. Cosa che potrebbe alla lunga
rivelarsi un vantaggio, per inciso.
Una resistenza prima emotiva che cognitiva, restituita attraverso fotografie
d'epoca dall'effetto vagamente seppiato, a cui si accostano etichette
ridondanti quali Patria, Famiglia, Religione o Terra. Ma ciò non
ridimensiona il fatto che si tratta pur sempre di una forma di radicamento, premessa necessaria al costituirsi dell'identità. È insomma del
tutto normale nella specie a cui apparteniamo, nata dalla trasformazione del branco in
tribù. Quindi in impero, repubblica, città stato, nazione.
Per quanto riguarda il primo volto del razzismo, il razzismo
dei criceti, dei minus habens, io credo ci sia poco da fare. La loro limitata
intelligenza rende difficile ogni dialogo ed evoluzione. Ma stiamo
fortunatamente parlando di una percentuale modesta di persone; e mi riferisco
ai cretini-cretini, non alle persone mediamente ignoranti. Una società
democratica e sana può dunque contenere i loro impulsi di attacco e fuga, può
farlo con strategie tutto sommato limitate di ordine pubblico, sanzionando i
comportamenti più gravi.
Più problematico è il rapporto con l'altro volto del
razzismo. Come visto, esprime dei sentimenti più complessi che lievitano in pensieri comuni, per cui
si può con ragione parlare di "cultura". Tocca infatti ammettere,
un po' a malincuore per le anime belle, che tale atteggiamento contiene degli
elementi perfino legittimi, quali ad esempio il desiderio di riconoscersi in una
comunità che incarni la nostra percezione del mondo, e da cui solo può nascere
l’empatia sociale. Che poi, mutando dalla prospettiva psicologica a quella
giuridica, è il principio stesso di civiltà.
E’ perciò a un altro livello, che chiamerei senza esitazione narrativo, addirittura artistico e mitologico, che l’antirazzismo deve
ingaggiare la sua reazione propositiva. Non bastano i proclami (perlopiù vuoti)
a favore della diversità culturale, ma si deve lavorare sul piano
dell'immaginario, e cioè creando nuove rappresentazioni pubbliche o, se si
preferisce e come è ora in voga, uno story
telling, che rimoduli lo specchio in cui ogni gruppo umano si rimira,
estendendone la cornice.
La grande cultura popolare americana della metà del secolo
scorso ha saputo farlo, e penso in particolare al cinema di Disney o
all’integrazione delle musiche afroamericane nel mainstream giovanile. Da noi,
al momento, vedo però solo qualche pistolotto offerto dai presentatori
televisivi, che come Lupo de Lupis si mostrano tanto buonini. Oppure ci
sono le commedie edificanti, dove i neri sono sempre "negretti".
Docili. Sensibili. Sottomessi. E con gli occhioni da cerbiatto.
Mi sembra però un po’ poco, davvero troppo poco. E non dico
per sedere accanto a uno straniero sull’autobus, ma per dare, a quell’autobus,
un futuro e una direzione.