Nei giorni scorsi Vito Mancuso ha pubblicato un
interessante articolo su La Stampa. Qui scrive di guerra, etica,
diritto al riarmo, natura umana, religione. Scrive insomma del presente, e lo fa
con la consueta chiarezza.
Non riassumo il testo, riportato nella foto allegata, a cui riconosco molte
ragionevoli ragioni, sostenute da quel buonsenso un po' smagato di chi ha fatto tesoro dai fallimenti. Nella circostanza prevalgono però i motivi di dissenso.
Oltre alle cose dette e, appunto, in buona parte condivisibili, Mancuso non ne
dice altre, ugualmente pertinenti al tema. In narratologia si chiama ellissi, e
va benissimo. Ma in teologia prende il nome di omissione ed è talvolta
considerato un peccato.
Mi spiego.
La formula, da lui sintetizzata, che vuole l'etica quale somma di valori e
realtà (E = V + R) è lucidissima. Omette però tutta quella parte di realtà
inerente alla psicologia umana e, a partire da essa, della negoziazione, che
nei contenziosi tra nazioni viene svolta dalla politica.
C'è insomma nell'articolo un vuoto che riguarda la diplomazia.
Nella contingenza storica, l'azione diplomatica è più realistica e urgente
dell'armarsi come forma dissuasiva verso il nemico, che per l’Europa è ancora
del tutto ipotetico: Putin… Trump… la Cina di Xi Jinping…?
In questi giorni molti commentatori ricordano il motto
latino si vis pacem para bellum. Meno frequente è la risposta, indiretta e
probabilmente involontaria, che diede Cechov: "Se in un testo all'inizio scrivete di una pistola, sappiate che, prima della conclusione, un
personaggio dovrà usarla".
La domanda che mi faccio così diventa: qualcuno sta svolgendo un'attività
diplomatica utile a scongiurare che le pistole inserite nella narrazione collettiva vengano un giorno utilizzate? Altrimenti la guerra, percepita come imminente, quasi necessaria se non fatatale, davvero si farà racconto.
La risposta che mi do, un po' alla Marzullo, ammetto, è sì, Papa Leone. Vito
Mancuso pare però trattarlo con la sufficienza degli ingenui utopisti; quei tizi che
ti rincorrono per strada chiedendo di firmare una petizione a favore degli indiani cicorioni.
Eppure l'azione di supplenza diplomatica di Leone - e dico supplenza perché da
un papa ci si aspetta che parli di Dio, non con i demoni politici scaturiti
dagli abissi del proprio tempo - è il gesto più realistico, più realistico
perfino delle realistiche parole di Mancuso.
Diviene etico solo perché ad esso Leone associa i valori cristiani. Non sono troppo distanti, in questo caso, dall'umanesimo laico, a oggi non pervenuto come le temperature di Campobasso negli anni Settanta.
Ed è qui che politica e teologia si incontrano per un istante: entrambe partono
da uno slancio di riconoscimento verso l'Altro, per fondare un luogo che è io e
non-io allo stesso tempo. E quel luogo si chiama pace.

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