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domenica 15 settembre 2024

This Is the End

L'ultimo maschio di rinoceronte bianco del nord rimasto sul pianeta, mancano pochi istanti alla sua morte a Ol Pejeta Wildlife Conservancy, nel Kenya settentrionale. Soffrendo di complicazioni legate all'età, leggo sul web, ha chiuso gli occhietti sproporzionati alla mole circondato dalle persone che si erano prese cura di lui, tra cui il ranger di colore che indossa una casacca verde solcata da inserti beige. Immagine struggente e potentissima, con la quale Ami Vitale, l'autrice dello scatto, ha vinto il premio People's Choice Award per la fauna selvatica. Avendo studiato un po' di fotografia, conosco la malizia nel ricomporre le variabili dietro ogni contesto figurale, e non possiamo escludere eventuali indicazioni date al soggetto umano della foto: "Spostati più a destra, chinati e abbraccia il bestione... dai in fretta che sta tirando le cuoia!" Ma in fondo non mi importa. Fosse pure compresa una misura di fiction, nessuna opera prodotta dall'ingegno di chi dice io, bicicletta, e=mc2 e postavanguardia, riesce a eguagliare la perfezione formale di un rinoceronte bianco; ricorda certe favole in cui il vecchio re malato si sta spegnendo, e con esso l'intero regno: sono sentieri la trama di rughe sulla scorza spessa e grigia, conducono a contrade in apprensione, possiamo immaginare vallate su cui è calata l'ombra all'improvviso, i fiori non sbocciano e crollano le pareti delle case, il tutto riassunto nell'inermità di una resa incondizionata, la sua croce animale. Rimane il groppo alla gola che trasmette il dileguare di ogni vita, accompagnato da un gesto di compassione simile, nella postura, alla Pietà del Correggio – la mente si difende dal dolore attraverso l'analogia – da parte di chi appartiene a una diversa linea evolutiva. È il comune destino che si mostra con disarmata sincerità.

(Ps - Fotografia da osservare, lungamente, con in sottofondo la canzone dei Doors che dà il titolo a questo post.)

venerdì 26 gennaio 2024

Patriarcato

 

È tornato l'Uomo dell'inverno. Viene chiamato così perché nessuno ne conosce l'identità, da quarant'anni compare solo nei mesi invernali – oggi si è manifestato di fronte all'Ufficio postale di Sondrio  – indossando abiti che appaiono incongrui sia al luogo sia alla stagione, sempre gli stessi come le maschere della commedia dell'arte: cappellaccio da cowboy, stivali texani, gilè nero in pelle e camicia di flanella a stampa scozzese, con i primi due bottoni schiusi. Mentre percorreva il marciapiedi leggermente proteso in avanti imprecava contro il donnino (in senso puramente letterale, fisico) che da uguale tempo lo segue. Lei tre o quattro passi dietro, capo chino, gravata di pesi alla maniera di un mulo. Con la mano destra sorregge un sacchetto della spesa e sulla stessa spalla ha un borsone ricolmo, a tratti ne fanno vacillare il passo, ma con uno sforzo caparbio subito ritrova la verticalità, si rimette in scia come nello sci d'acqua, dove non si può sfuggire alla schiuma bianca del motoscafo. Lui si guarda bene dall'aiutarla o attenderla per camminare al suo fianco, sarebbe l'infrazione di una regola probabilmente mai detta, una prossemica nella quale non sono ammesse varianti, quasi un rituale, si mormora di buon auspicio per chi li incroci per caso. Nemmeno i corpi sembrano mutare al passare dei decenni, si potrebbe pensarli congelati in un eterno presente, a conferma della natura invernale di entrambi. Ma perché invece di andare a vedere l'ultimo film della Cortellesi non venite a farvi un giro dalle mie parti? Se volete capire cosa significa il termine patriarcato, qui c'è l'arrosto e non il fumo.

giovedì 2 novembre 2023

Riassunto di riassunti

Le immagini di Chiara Ferragni sono inevitabili, lo sono in senso letterale, dove guardi guardi appare sul web come la Madonna ai tre pastorelli di Lourdes, Lucia, Giacinta e Francesco. Questa volta replica la celebre sequenza di Basic Instinct in cui Sharon Stone scavalla e accavalla di nuovo le gambe dal lato opposto, sostando per un infinito secondo con le cosce divaricate. A poche ore dalla pubblicazione su Instagram già dilaga, si mostra anche a chi compia una ricerca sui conventi della Confraternita camaldolese dell'Ordine di San Benedetto, o sulla ricetta della bagna cauda.

Essendo una bella ragazza poco male, possiamo adeguarci alle regole che prova a imporci (riuscendoci) e dare una sbirciatina là sotto. Oppure potremmo fare come la piccola vedetta indiana, e innalzarci sulla collina dell'esperienza sensibile nel tentativo di guardare più lontano, trattando poi l'immagine alla maniera di un testo. In tal caso ciò che vi leggiamo non riguarda più solamente lei, ma anche noi.

È vero, l'abbiamo premesso, quella sequenza di Basic Instinct è celebre, ma ancora più celebre è la bionda influencer di Cremona, la copia sopravanza in numero l'originale. Un ribaltamento di prospettiva a cui la modernità ci aveva già introdotto; ad esempio attraverso la Monna Lisa con i baffetti disegnati da Duchamp, le cui riproduzioni hanno finito coll'attrarre più sguardi della versione di Leonardo.

Una circostanza però sempre interna al mondo dell'arte: Duchamp era un artista, scaltro fin che si vuole, ma comunque artista, e cioè persona che esercita un ars, un fare. Azione per la quale aveva dovuto acquisire delle specifiche competenze, abilità espressive frutto di studio, lavoro, paziente e dedito apprendistato. Lo stesso vale per Sharon Stone – scuole di recitazione, casting, copioni da imparare a memoria – prima di ottenere da Paul Verhoeven la parte di Catherine Tramell, la scrittrice e psicologa sospettata di avere ucciso l'amante con un punteruolo.

Chiara Ferragni invece no. Le è bastato indossare il corpetto bianco e dischiudere leggermente le gambe, ciak si gira, buona la prima, via subito con la pubblicazione sui social, passaparola, milioni di visualizzazioni, like, cuoricini.

Nessun moralismo, intendiamoci. Perché devo farmi il mazzo per imparare un contenuto o un modo per esprimerlo – dipingere, recitare, la tabellina del sette, il nome dei sette nani etc. – che nel giro di pochi anni verrà realizzato molto meglio dall'intelligenza artificiale?

Ferragni tutto ciò l'ha compreso con largo anticipo, a ricordarci Cristoforo Colombo nel suo navigare ormai scoraggiato, prima di intravedere un gabbiano con un rametto verde nel becco: noi siamo Colombo, Ferragni è il candido pennuto che ci porta primizie dal Nuovo Mondo.

Un tempo e un luogo dove saremo esonerati da ogni sforzo compreso quello creativo, il doppelgänger avrà sfrattato di casa il legittimo proprietario, i cosplayer dilagheranno come minuscoli virus al mercato del pesce di Wuhan, e finalmente potremmo reclamare con orgoglio di essere solo il riassunto di mille riassunti, ribaltando, anche qui, il senso di una bella canzone Samuele Bersani. Basterà aprire le gambe e il gioco è fatto.

lunedì 22 agosto 2022

Tutti al mare


Da più di dieci anni non vado al mare. Da più di dieci anni non ho un lavoro. Sono troppo vecchio per trovarne uno, così non ho i soldi per andare al mare. Tutto torna.

Per sapere ciò che accade al mare devo trasferirmi su quel suo surrogato che sono i social network. Belle ragazze distese sulla battigia, uomini abbronzati con petto in fuori e pancia in dentro; mi ricordano Walter Chiari, a cui però la posa veniva meglio e senza alcuno sforzo. E poi tanti figli, amici dei figli, fidanzate dei figli e cagnetti che fanno il bagno. Sono filmati dai proprietari con un orgoglio gongolante superiore, perfino, a quello riservato ai figli, alle fidanzate dei figli ecc.

Tra le tante cose che scopro del mare che a me viene negato come un ostracismo – non soddisfa i requisiti, ripassi l'anno prossimo con un certificato di sana e robusta integrazione – mi ha colpito una notizia che ho letto su Facebook. Si sta affermando, leggo, l’abitudine di coprire anche le bambine con costumi a due pezzi; la parte sopra è imbottita per mimare il seno che ancora non hanno. I pediatri pare che avvallino l’usanza: proteggerebbe parti delicate del corpo femminile. Chi ne scrive, la scrittrice Francesca Piovesan, come me è sorpresa dalla cosa, quasi indignata: e che cavolo, “il corpo di una bambina è un corpo, non un giocattolo da adornare”.

Ho però imparato a frenare lo slancio nei confronti delle cose che mi appaiono troppo condivisibili, e, come i sofisti, provo a realizzare delle antilogie, ossia dei ragionamenti di segno contrario. Lo faccio per finta, d’accordo, però intanto lo faccio. Ad esempio mi sono chiesto, girando la domanda a Francesca Piovesan: dunque è normale, va tutto bene, considerare invece il corpo di una donna di venti, trenta o quarant’anni come un giocattolo da adornare? Una bambina no; una donna, di qualsiasi età, sì.

Prevengo l’obiezione: le tette di una donna sono vere, non finte come l’imbottitura con cui viene gonfiato il costume di una bambina. Una bambina ha un petto, non un seno. Ma insisto. Se è giusto occultare il seno delle donne e non il petto delle bambine… perché? Forse per la stessa ragione per cui a essere celati allo sguardo sono nell'Islam i capelli, maledetti capelli: generano scandalo, scompigliano l’ordine sociale innescando il desiderio dei maschi!

Eppure, in Occidente, le donne girano a capo scoperto senza che accadano particolari tumulti; tutt’al più, qualche pettegolo (o pettegola) potrebbe commentare sulla ricrescita che si scorge sotto all’henné. Viceversa, se io andassi in un ipermercato completamente nudo sarebbero guai. La guardia giurata non mi farebbe neppure entrare. E questo perché ogni comunità umana stabilisce i propri codici estetici e morali, le porzioni di corpo lecite e illecite. Comunità da comune, come viene chiamato il settimo senso che è quello del pudore. L'espressione fa un po' sorridere, ma dice una cosa seria. Il sentire che discrimina ciò che può essere messo in scena – se ne ricava che lo scarto è osceno  davvero viene condiviso, per quanto non abbia altro fondamento del sentire stesso.

Il tema su cui mi sembra urgente riflettere mi accorgo così essere un altro: non il bikini nelle bambine (che a scanso equivoci continuo a considerare una colossale scemenza), ma la convivenza di gruppi umani con schemi di pensiero divergenti, che si applicano al corpo come a tutto il resto. In altre parole, il comune senso del pudore non è più tanto comune.

Per la mia generazione che coincide, grossomodo, con quella di Francesca Piovesan, il corpo di una bambina è un corpo, un petto è un petto e le tette sono tette. Fin qui ci siamo. Ma in una manciata di anni, quelli in cui io divento troppo vecchio per un lavoro e dunque anche per il premio che si chiama mare, sono comparse nuove generazioni: a noi appaiono come alieni, noi a loro probabilmente come dinosauri.

Per i nuovi abitanti del pianeta che ci vede compresenti (qualcosa di simile deve essere accaduto nel paleolitico medio, quando a contendersi la scena erano homo sapiens sapiens e homo neanderthalensis) è del tutto normale che una bambina di sette o otto anni indossi un bikini imbottito. Se gliene chiedi ragione, i più colti tra di loro ti risponderebbero di nuovo citando il più famoso tra i sofisti: “l’uomo è misura di tutte le cose.”

E avrebbero ragione. Come ha ragione il ventenne che incrocio sull’autobus; ascolta in viva voce una musica che io trovo ripugnante, prima sbirciava dei video su YouTube di cui faticavo a intendere perfino le parole, ed erano in italiano. Antropologia. Io e questo ragazzo, realizzo, apparteniamo a tribù antropologiche differenti. Nel passato questi mutamenti accadevano nel corso di centinaia di anni, o a distanza di migliaia di chilometri. Ora si sovrappongono nello spazio a un tempo incalzante; basta non andare al mare per dieci anni e al posto dei pesci, chissà, magari ci trovi coccodrilli di plastica, come era il mio materassino gonfiabile ottenuto nei primi anni Settanta con i punti del formaggino Susanna.

A me tutto ciò inquieta più del bikini indossato dalle bambine, che pure mi inquieta parecchio. Il ventenne è seduto al mio fianco. L'autobus frena all'improvviso per non investire un gatto, poi riparte senza che il gatto si sia accorto di nulla. Così lontani così vicini titolava un film di Wim Wenders. Proveniamo da mondi diversi: io leggo Internazionale, lui segue le rime baciate di un rapper, li immagino incamminarsi assieme verso un altro mondo. Ma qual è la direzione giusta, il mondo giusto? Perché a questo punto sarebbe utile comunicarlo al conducente.

domenica 26 giugno 2022

E levate ‘a cammesella, o sul denudamento totale


Un mio contatto Facebook pubblica una propria fotografia, immagino in condizioni ampiamente esposte, forse in costume da bagno. Lo immagino solamente perché quel mio contatto femminile, dopo poche ore, rimuove il tutto e pubblica un altro post, in cui spiega le ragioni del ripensamento: "Avevo paura, temevo i commenti. La possibilità di essere giudicata."

Ma si avverte nelle sue parole un rimpianto: da un lato desidera mostrarsi, rivelare ciò che sente non solo in parole ma attraverso l’immagine che le fa da specchio – il corpo in cui si identifica, la carne che fa tutt’uno con le emozioni che la innervano –, secondo quel sentire ipermoderno che porta Fedez a condividere gli audio delle conversazioni con uno psicologo; dall'altro lato teme le conseguenze del suo desiderio.

Un post, e un'emozione, che trovo condivisibili, addirittura emblematici. Mi sembra infatti che tutti noi – chi più chi meno – viviamo lo stesso ambivalente stato d'animo, in cui c'è una sorta di calamita gigante ad attrarci verso una condizione che potremmo chiamare di post intimità, nella quale i confini tra io e mondo vanno progressivamente sfumando. Ogni residua porzione di singolarità va dunque sottratta alla dispensa del pudore ed esposta tra le pietanze del banchetto. Poi però la luce abbaglia, abbiamo nostalgia della penombra e cerchiamo il conforto degli occhiali da sole.

Un vero e proprio nuovo evo psichico, dove l'erosione della dimensione privata rende possibile il palesarsi di un'umanità finalmente libera da un nome e un cognome iscritti sul documento anagrafico, a definirci quali individui. Essere un individuo, ma cosa significa di preciso?

Provando a semplificare decenni di psicanalisi: percepire un limite astratto, un confine cognitivo che ci mette in relazione ma anche separa dagli altri, secondo un itinerario storico e culturale tutto sommato recente; non sono nemmeno 2500 anni, con le premesse materiali che possono essere rintracciate nell'invenzione dell'agricoltura e nella conseguente urbanizzazione, e quelle culturali nella filosofia greca (Socrate, in particolare) e nel cristianesimo (Agostino).

Il sentimento dell’identità, scaturito da questo nucleo di coscienza separata, però comincia a traballare: desideriamo ancora essere riconosciuti e amati nella nostra differenza biografica, ma il canto collettivo delle sirene si fa insinuante e imperioso. Forse perché presagiamo una sviluppo radicalmente nuovo, fiammeggiante di futuro come le automobili in corsa ritratte da Umberto Boccioni; ma allo stesso tempo tutto ciò odora di antico, altro che Boccioni: piuttosto un uro tracciato nelle grotte di Lascaux, a riecheggiare la disposizione animistica e sciamanica delle antiche comunità, dove il singolo era impastato dagli umori e dalle “colpe” del gruppo, perfino quelle degli antenati che aleggiavano come componenti a tutti gli effetti.

Teilhard de Chardin chiamava il nuovo tempo che si dischiude epoca dello Spirito, in cui al Padre (Dio) e al Figlio (Cristo) succede l'affermazione dello Spirito Santo, quale legante di un sentire che solo per approssimazione possiamo definire umano, essendo ormai del tutto indistinto e integrato. Altre menti intuitive e profetiche hanno trovato definizioni più o meno eccentriche, tra cui Vladimir Ivanovič Vernadskij, mineralogista e geochimico russo, che dopo la geosfera e la biosfera quali premesse funzionali alla vita, intravede l'affermazione di una sfera intangibile e rarefatta identificata col termine greco nous, in cui i popoli finiranno col convergere dissipando ogni confine individuale. Il suo nome: noosfera.

La formula che io continuo a preferire appartiene però allo scrittore David Foster Wallace, il quale chiamava messa a nudo totale l'esperienza che stiamo vivendo, complici i nuovi media. In essi è diffuso il desiderio di scoprirsi, denudarsi a tutti i livelli: si mostrano i pensieri, i gattini, i figli e i cantanti che fanno breccia nel nostro cuore, addirittura le copertine dei libri appena letti. Ma si mostrano anche le spalle, le gambe, le donne più ardite lasciano intravedere i seni, nel tentativo mai davvero compiuto di raggiungere quella nudità che è letteralmente o-scena, secondo la pseudo etimologia inaugurata da Carmelo Bene: la scena pubblica è un codice, e ciò che lo confuta viene proscritto dalla polis come era per il sacro nell’antichità.

Su internet il denudamento totale finisce così col rivelarsi un’utopia, non possiamo realizzarlo perché il galateo social vede nell’esibizione dell’intimità residua (i capezzoli, la fica, il cazzo) l'infrazione a un tabù fondato sul mantenimento di un ronzio uniforme e senza spigoli – e se una porzione di corpo è intima, per logica non può essere resa pubblica. Ma è qui che i social mostrano la loro ingenuità. Nei goffi e parziali tentativi di denudamento da compiuti, solo apparentemente cerchiamo di affermare la nostra identità – il mio corpo sono io, non sei tu – ma a ben vedere è un atto di resa.

Ma torniamo all’esempio da cui siamo partiti. Il mio contatto che ha prima pubblicato e poi rimosso le sue foto, è come se ci sussurrasse all’orecchio: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.” Dove il sacrificio è con tutta evidenza quello a essere qualcosa, qualcosa che per sua natura non è tutto, qualcosa dunque di distinto, individualizzato, e non invece il luogo di convergenza e identificazione di uno sguardo collettivo. Ed è ancora il pronome noi a prevalere sull’io, nel denudamento totale che ci porta a canticchiare una vecchia canzone napoletana: e levate ‘a cammesella… ‘A cammesella gnernò, gnernò! Ma chi prima chi dopo, ‘a cammesella ce la dovremo levare tutti!

Ps – In foto e per coerenza al testo, sono io. Ma in una fotografia scattata quando avevo ventitré anni. Altre e più recenti foto senza cammesella, non ne ho.

lunedì 20 giugno 2022

Figli

 


Ogni tanto ci penso, ai figli che non ho avuto. In fondo ne basterebbe uno. Maschio, ovviamente. E superdotato. Potrei così spedire le foto di mio figlio alle sconosciute su Messanger. Non a figura intera, devo specificare? Nemmeno in piano americano o mezzobusto. I contorni dell'immagine si stringono, collassano al centro, incorniciano il dettaglio anatomico di cui papà va tanto fiero. Diventerei a questo modo un testimonial del mio tempo, Chiara Ferragni e suo marito mi farebbero un baffo. Di più: un emblema, ma di qualcosa che mi sfugge... O forse non lo voglio comprendere, faccio orecchie da mercante, recalcitro come un mulo alle pendici del Monte San Michele. Molto prima dei fanti, i muli, nella Prima guerra mondiale, avevano intuito con sgomento ciò a cui andavano incontro. Se avessi un figlio, sì, vorrei che avesse il cazzo di un mulo. E il dono della profezia di quell'umile animale.

venerdì 4 febbraio 2022

Revenge porn e velo islamico, uno sguardo disallineato

Lo chiamano revenge porn, rivincita porno, in italiano, lasciando intendere che qualcuno che ha perduto qualcosa (ma più spesso qualcuno) avrebbe a questo modo un’occasione di rivalsa. Ma quale modo? Mostrando sul web o in una perversa catena di Sant’Antonio, da smartphone a smartphone, momenti di intimità sessuale documentata per immagini o video, nei quali è coinvolta la persona che così si intende punire – una donna, ovviamente. Per un uomo l’intimità sessuale è infatti ancora vissuta come prodezza, non come colpa. Di più: trofeo.

È di oggi l’ennesimo episodio denunciato da Diana Di Meo, giovane arbitro di calcio pescarese a cui va tutta la nostra solidarietà, oltre al biasimo per il bellimbusto che si è illuso di prendersi la sua vigliacca rivincita. Ma, a costo di essere biasimato a mia volta, ho provato ad approfondire la vicenda, e il primo e più semplice passo era visionare pochi secondi dei brevi filmati realizzati dalla vittima. Non si trattava infatti di uno di quei casi, ancora più ripugnanti, in cui la donna viene ripresa a sua insaputa, per quanto la condivisione è ugualmente riprovevole.

Non racconterò naturalmente ciò che ho visto – niente che non avessi già visto, niente di scandaloso –, per quanto mi ha colpito il fatto che quelle sequenze amatoriali possedevano una incontrovertibile natura di fiction, con la donna che del tutto legittimamente, sia chiaro, si mostrava secondo gli stilemi propri della messinscena cinepornografica. Ma non tanto per via del contenuto, scabroso solo agli occhi di una ormai vetusta pruderie; era piuttosto la studiata intenzionalità a sancire, come in qualunque immagine in posa, mettiamo quella di una fototessera, una distanza tra l’oggetto immortalato e il suo fruitore, fosse pure il carabiniere che anni dopo ti controlla la patente.

Certo, nella circostanza l’immagine non era destinata a me e piuttosto allo stronzo che ha messo il tutto sul web, mentre in una fototessera lo sguardo si fa vago e stranito, non possiede un interlocutore individuato ma prova a contenere l'orizzonte mondo. Eppure, anche nel primo caso, il corpo smette di essere evento e si fa testo.

Per chiarirci: pensiamo ai giochi erotici che gli amanti hanno sempre inscenato, pensiamo allo striptease di Sofia Loren in Ieri, oggi e domani, con un ululante Marcello Mastroianni quale fortunato spettatore. Se quell’episodio fosse stato vita vissuta e non cinema sarebbe stato un evento, la cui possibilità di essere ammessi è limitata a un luogo e a un tempo definiti, ma soprattutto a un altro che si dispone alla condivisione di quel tempo e quel luogo. È solo in tale situazione reale che il corpo sì dà in quanto corpo, anche un solo minimo scarto dischiude la porta alla documentalità dell'apparire. Il testo, appunto.

Terminata l’esperienza – perché un evento è un’esperienza, e cioè un sentire che non ammette mediazioni – si può richiamare il momento vissuto solo attraverso le forme imperfette e sempre più sbiadite del ricordo. Morti i presenti, per dirla con le parole dell’androide di Blade Runner, l’evento si scioglie come lacrime nella pioggia. Mentre il testo rimane.

Perciò mi viene da dire che le immagini di Donatella Di Meo fossero già da subito pornografia: non per via della loro qualità estetica o morale – non sono così bigotto –, ma perché il differimento cronologico e spaziale era già da subito previsto, era sesso solo in quanto meccanica di corpi, non accadere.

La dilazione cronologica, più che alla riproduzione del vivente, si addice infatti alla produzione di merci o servizi, di cui il porno è fiorente attività. Beninteso, in questo caso la ragazza (non dimentichiamolo mai) ha subito lo scarto involontario di funzione, ritrovandosi bersaglio del proprio gesto che all'essenza era dono. Un dono, quello del proprio corpo, che non è mercato, ripetiamolo pure a rischio di pedanteria. Come una lettera raccomandata indirizzata a una sola persona, dopo averci spruzzato sopra un bel profumo di violetta.

Nasce però a questo punto un problema. Cosa succede quando una lettera viene aperta, letta, riletta, quindi riposta dentro un cassetto chiuso – si estingue?

No, può essere distrutta solo dal destinatario, altrimenti il testo mantiene il suo carattere di traccia significante per un tempo indefinito. Quand’anche il contenuto, come nella circostanza, sia formalmente riservato, comunque conserva tale sfondo di generalità discorsiva, è l’altro a custodirne il senso ultimo, traducendosi in un atto d’affido. Non cambia molto rispetto all’ermeneutica letteraria, Umberto Eco ne parlava come di opera aperta. Ne ricaviamo che se un falegname legge Pinocchio lo potrebbe scambiare per una trattazione di settore, mentre se tu mandi con WhatsApp le immagini del tuo corpo a una testa di cazzo lui le possa convertire in pornografia.

Detto più semplicemente: un testo contiene sempre una disposizione fiduciosa nell’interprete, da cui ci si ritrae attraverso la consegna del messaggio. Mentre un gesto concreto, un atto in cui viene inclusa anche la parola pronunciata, è più prudente, l’altro non è il depositario di qualcosa ma interlocutore presente: lo si vuole toccare, baciare se è un gesto erotico, verificare, non ci basta credere in lui. Forse nella ritrosia di Socrate verso la scrittura era già presagita, con millenni di anticipo, la deriva del revenge porn.

Quando poi il testo coincida con l’immagine del proprio corpo, abbiamo il ritrarsi intimorito di quelle persone che, con sguardo miope e colonialista, ci ostiniamo a chiamare “primitive”, le quali vedono nello scatto fotografico un furto d’anima con cui lo spirito viene reificato, per essere trasformato in merce di scambio. Ma non è forse questa la miglior definizione di pornografia?

Se dunque con pornografia ci riferiamo, come io credo sia giusto, allo scambio del corpo in quanto evento con il corpo-testo, sperimentiamo l’annichilimento della dimensione dell’intimità (affettiva, erotica, sessuale – non importa), che sopravvive solo in forma di simulacro; la somiglianza è tra quello che potremmo fare se fossimo entrambi presenti e a portata di sensi, con le immagini replicabili a generare quest’illusione.

Se ciò che è simile, per definizione, non è mai lo stesso, l’essenza di ogni porno non starà allora proprio in tale riproduzione, asimmetrica alla vita? 

Un'asimmetria, sia cronologica sia spaziale, tra il momento dell’esibizione del corpo e la sua fruizione, che non potranno mai coincidere. E in questo disallineamento anche la possibilità, sempre in agguato e come ho anticipato perfino condizionale, del tradimento delle attese. Con il bastardo che edita il tuo corpo mettendolo sul web, allo stesso modo del macellaio quando espone un cosciotto di prosciutto in vetrina.

Ma in fondo anche Mary Poppins, con un po' di ironica disinvoltura, può essere ascritto al genere cinematografico della pornografia, dal verbo greco pernia, vendere. Nella circostanza è il corpo di Julie Andrews a essere sottratto alla relazionalità incarnata del suo accadere per essere fissato in testo, quindi venduto.

Per avvicinarci a una sintesi possibile: il revenge porn, non abbiamo nemmeno il coraggio di chiamarlo nella nostra lingua, è quanto di più odioso e vile, oltre a essere giustamente un reato. Mentre è del tutto legittimo inviare delle immagini, di qualsiasi natura, a un’altra persona, e quanto più sono legate a un rapporto personale quanto più si dovrebbe averne cura.

Ma se vogliamo la certezza che il nostro corpo non si trasformi in testo da trafugare (una fuga di capitali potremmo chiamarla in continuità al registro economico che si affaccia nella conversione), è utile proteggere la sua natura di evento, e cioè di esclusiva per chi ne condivida l’apparire: qui, ora. Altri luoghi e tempi non esistono per un corpo che non voglia farsi merce ma relazione.

Se proviamo ad allargare la cornice del quadro, ci accorgiamo che, più in generale, è l'intero sistema della comunicazione attuale a indirizzare il corpo verso la pornografia, dove il termine stesso comunicazione rappresenta un'estensione impropria, quando l'espressione corretta dovrebbe essere "testualizzazione": posti su Instagram una fotografia mentre indossi un nuovo cappelletto, o su Facebook uno scatto in costume sulla battigia, cinquantaquattro like, wow!, stai andando forte, ma stai comunicando?

No, stai trasformando il tuo corpo in testo, e a questo modo creando la premessa della sua conversione in dati, merce, capitale. Una dimensione da cui viene esclusa l'esperienza dell'intimità, ossia e di nuovo del corpo come evento. Detto in altre parole, Diana Di Meo c'est moi, c'est toi, è tutti noi che ci disponiamo al differimento continuo della vita.

A costo di essere politicamente scorrettissimo, mi viene però a questo punto un ultimo dubbio. Non sarà che il velo islamico, almeno quando scelto dalla donna e non imposto con forme di coercizione più o meno esplicite, a rappresentare il segno di un’ipoteca del maschio sulla “sua” femmina (ed è certamente anche questo, forse soprattutto questo), non sarà che il velo restituisca una tutela garbata della natura di evento del corpo femminile, sottraendolo alla sua riduzione a testo? Evento da cui vengono esclusi tutti coloro che non sono in rapporto di intimità, e con ciò impedendo la conversione in pornografia.

domenica 16 gennaio 2022

David, una storia tra storie


Mia madre ha la casa trapuntata di fotografie che ritraggono la famiglia in momenti diversi, come vagoni di un lungo treno. Se da una singola carrozza allargo il campo al convoglio, mi accorgo che quel treno non va da nessuna parte, sbuffa, sferraglia, ma segue binari comunque segnati, non è possibile scartare di lato alla maniera del bisonte, lo cantava Francesco De Gregori in una vecchia canzone dedicata a Buffalo Bill. Da principio inseriva le foto in una cornice, non necessariamente pomposa, ma negli ultimi anni le butta così, come si faceva da bimbi con le figurine; se la tua figurina si sovrapponeva a quella lanciata dal tuo avversario avevi vinto, e diventava tua.

Non so a quale gioco stia giocando mia madre, ma il sospetto è che, in tal modo, cerchi di sottrarre al fumo della motrice la sagoma del suo treno, riprendersi le figurine per completare l'albo. Una sensazione consolatoria e diffusa, la fotografia è stata inventata a questo scopo, e nell’essere un doppio pigro della vita consente di tornare sui propri passi; una sorta di pedinamento in cui la meta coincide con l'origine. Ma non possiamo chiamarlo viaggio di ritorno e a ben vedere neppure viaggio, già che se provassimo a fare il percorso a ritroso, a farlo realmente e non solo nella contemplazione, sarebbe a tutti gli effetti un nuovo viaggio: il leoncino con cui siamo stati fotografati al circo, quel giorno avevamo l'allergia ai pollini, dovevamo ancora ripassare le tabelline e ci scappava la cacca (l'espressione incazzata era dovuta allo sforzo nel serrare gli sfinteri), nel caso fosse ancora vivo quel leoncino ci sbranerebbe. Ci tocca così convenire che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. Da qui l'infinita tristezza delle rimpatriate, le feste dei coscritti, i fidanzatini delle medie incontrati per caso all'Esselunga.

Deve essere questa la ragione per cui sua madre, la mamma di mia mamma e cioè mia nonna, al contrario si schermiva ogni volta che cercavamo di fotografarla; l’abitazione in cui viveva con mio nonno non presentava alcun ritratto familiare alle pareti, minimale si direbbe ora. Il suo cattolicesimo contadino, semplice, cocciuto, conteneva un dubbio mai rivelato – scommetterei neppure a sé stessa – che vede nella fotografia non tanto un furto d’anima (come dicono avvenga per alcune comunità di origine arcaica) ma un sigillo imperioso, che vuole convincerci che le cose sono andate a quel modo lì, punto, cosa fatta capo ha.

Ma forse no, di ogni storia, per lo scrittore, esistono infiniti possibili finali, percorsi alternativi, e come in quella barzelletta in cui un tizio va a cinema ogni giorno a vedere lo stesso film, anche mia nonna avrebbe risposto all’interlocutore che gliene chiede ragione: perché oggi Rocky mi sembrava più in forma del solito, ci sta che la spunti su Apollo Creed – ammesso e non concesso che mia nonna conoscesse Rocky e Apollo Creed.

E comunque io mi sento più simile a mia nonna che a mia madre; non sarà, come nel suo caso, la redenzione cattolica dei peccati a motivarmi, ma mi sembra che anche la vita trascorsa dovrebbe avere diritto a una seconda chance, negata dalla fotografia. Non rivedo così alcuna immagine che mi ritrae – per altro ne possiedo pochissime, emulando anche in questo la nonna – ma mi incanto a osservare quelle degli altri, specie le foto scolastiche: un concentrato di possibilità drammaturgiche, di esistenze da inventare.

Oggi ho ricevuto un bel regalo, tutti i siti web pubblicavano la fotografia della classe di David Sassoli; l’anno dello scatto non viene indicato, ma Sassoli era del 1956 e così a occhio si tratta di un gruppo quindicenni; potrebbe essere il 1971, quando lui frequentava la quarta Ginnasio al Liceo Virgilio di Valle Giulia. Il treno che l'avrebbe portato alla presidenza del Parlamento Europeo stava ancora scaldando i motori.

Chi è Sassoli lo sappiamo tutti, è il ragazzo in alto a sinistra circoscritto dal cerchio rosso. Anche la sua vita la conosciamo, in molti abbiamo imparato ad apprezzarla e io sono tra questi, che vorrebbero cambiarne il finale ma non possono. Stramaledette fotografie! Ma chi è il ragazzino al centro, quello con la testa grossa di sbieco e il maglioncino blu; un occhio è socchiuso per via del sole e la mano destra sta nascosta sotto l’ascella opposta, mentre con la sinistra fa le corna – chi è?

Nulla si sa e tutto si immagina, risponderebbe Fellini. E così immaginiamogli una storia, un futuro in cui si è diplomato con fatica, magari ha perso un anno ma poi è subentrato al padre alla guida di una concessionaria di automobili, dopo aver tentato qualche esame alla facoltà di Legge. Acquistano le auto in Bulgaria e poi le rivendono a Roma; possiedono anche una filiale poco fuori Latina, le auto di lusso si vendono bene in provincia. A un party in una villa sull’Appia antica ha conosciuto una brasiliana con cui si è sposato giovanissimo. Pochi mesi dopo erano già divorziati e si è goduto la vita, così ama ripetere, fino alla soglia fatidica dei trent'anni, quando si è risposato con la segretaria di una sua cugina commercialista, con la quale hanno avuto tre figli, cinque gatti, quattro nipoti, due labrador, sette amanti lui (ma esagera sempre con gli amici del circolo di aeromodellismo di Roma nord, tra di loro si chiamano scherzosamente i panzoni volanti) e lei una scappatella (usa proprio questa espressione, scappatella, con il suo padre confessore, ma diversamente dal marito propende alla sottostima numerica), oltre a un incidente mentre tornavano assieme dalla Fiera della porchetta di Ariccia, per fortuna lieve. E in ogni caso l’auto aveva la targa in prova della concessionaria, con l’assicurazione casco.

Quando ha saputo della morte di Sassoli ha preso l'automobile più costosa, ha raggiunto la camera ardente, si è fatto un selfie davanti alla bara è poi l'ha mostrato ai suoi nipoti, insieme alla foto in cui fa le corna infastidito dal sole. Vediamo se riconoscete il nonno, ha aggiunto con la stessa espressione bricconesca di allora.

Già, mi rendo conto quel che state pensando: è una storia modesta, ma con quell'aspetto non sono riuscito a fare di meglio; l’immaginazione non è mai totalmente libera e piuttosto un seme a cui possiamo offrire acqua e parole, più simile al giardinaggio che al gesto teologico della creatio ex nihilo. Però forse possiamo riprovarci con la ragazza dai capelli rossi, è la seconda in alto da destra, il suo pullover è color panna su cui staglia una collanina in corda di stile etnico, lasciando intravedere ai lati il seno appena abbozzato. Gli occhi puntano al suolo, ma per conformismo li supponiamo verdi: capelli rossi e occhi verdi, un abbinamento come giacca nera sopra camicia bianca che indossano i camerieri. Clic.

Lei invece sì che era brava a scuola, si contendeva con Sassoli il titolo di più brava della classe – lo superava in matematica e scienze, ma non in lettere e storia e filosofia – e forse li accomunava anche un primato estetico quasi subito, ricavato da severissime classifiche compilate dai compagni di sesso opposto. Mi piace immaginarmi una relazione inespressa tra i due, i due belli della quarta A: a lui piaceva lei, a lei lui ma entrambi erano troppo timidi per dichiararsi, così alla fine non se ne è fatto nulla; qualcuno però mormora di averli visti camminare tra i pitosfori tenendosi per mano, era il giorno della gita scolastica alla Reggia di Caserta.

Terminato il liceo si è iscritta a Medicina. L’ultimo anno l'ha trascorso all'estero, non esisteva ancora l’Erasmus ma il suo professore di Microbiologia ha molto insistito, oltre ad averla aiutata nella convinzione che quella ragazza taciturna avesse diritto al suo treno, destinazione Heidelberg, Ruprecht-Karls-Universität. È qui che una sera ha provato a dare due tiri a uno spinello (ma non le è piaciuto) e un'altra, dopo infinite richieste da parte di uno spilungone danese che nel frattempo era diventato il suo ragazzo, ha praticato sesso orale (e questo invece le è piaciuto, anche se non ha mai voluto ammetterlo e poi si è subito sciacquata la bocca con il collutorio alla menta).

Dopo essersi laureata a pieni voti si è specializzata in cardiochirurgia infantile, ha acquistato un cavallo bianco, si è tinta i capelli di biondo – chissà perché si è sempre vergognata del colore dei suoi capelli, forse per via di certe brutte storie, storie volgari, che girano sulle rosse –, ha regalato il cavallo a un buttero (i cavalli devono vivere in libertà, si è detta) ed è andata in Africa per curare i bambini, i vecchi, quelli di mezza età e insomma tutti; che mi importa del tempo scritto sulla pelle ha concluso un pomeriggio mentre osservava l'acqua scivolare da tutte le parti, era appena iniziata la stagione delle grandi piogge, ruscelli senza un'apparente direzione del colore del maglioncino che indossava quel giorno, quando hanno scattato la foto e lei ha abbassato lo sguardo. Ciò che importa è la pelle.

Ma nemmeno in Africa è rimasta molto. È ritornata a Roma e ha approfondito lo studio dell’omeopatia, ha fatto anche un corso di profumeria, un altro di Meditazione Trascendentale, ha riprovato a fumare uno spinello (bah, la stessa schifezza della prima volta) e a fare sesso orale; e però ora con una donna, realizzando che nemmeno quello era ciò che stava cercando. E così continua a cercare, anche adesso che i suoi capelli biondi sono diventati bianchi dopo essere passati per il nero, prima che se li tingesse nuovamente di rosso. Il suo colore, questo finalmente l’ha capito. Per il resto c’è ancora tempo, è appena andata in pensione. C'è la sua pelle, non più solo quella degli altri, pelle chiara e piena di efelidi, di cui prendersi finalmente cura.

Quando ha saputo della morte del suo compagno di classe David Maria, i genitori l'avevano chiamato così in omaggio a padre Turoldo, è andata su Google e ha digitato: "reggia caserta". Solo dopo ha pianto.

PS - Per gli altri compagni, se vi va, continuate voi.

martedì 16 aprile 2013

Il Comandante e il Campione, o sull’abito che non fa il monaco, ma continua a fare il cardinale



Una buona fotografia somiglia a una carta stradale. Nell’intrico tortuoso delle vie, alcune sono segnate con maggior enfasi grafica: in rosso, in verde o grassettate per meglio spiccare allo sguardo. La molteplicità delle variabili di percorso non viene però cancellata; alcuni tragitti, semplicemente, risultano più raccomandabili. E sono percorsi interpretativi, ovviamente. Quando una cattiva immagine sarà allora riconsegnata all’estro momentaneo dell’interprete, con le strade, i vicoli, le mulattiere che tornano a sovrapporsi disordinati, come bisce dentro a una cesta.
Questa è senza dubbio una buona fotografia. L’autore dello scatto ci prende per mano e conduce per le autostrade affollate del senso, in cui il paesaggio che vediamo scorrere dal finestrino ci parla di amicizia, di fama e successo e perfino di gloria; ma su tutto ciò continua a prevalere il senso ultimo della lealtà: alle persone, ma soprattutto alle idee. E dunque si parla anche di tempo, ma lo si dice tacendo, come in tutte le buone foto. Del tempo e del suo declinare.
Una gita turistica che però abbiamo fatto già troppo volte, conosciamo a menadito il percorso. Passeremmo dunque immediatamente a un nuovo viaggio se, tra le stradine secondarie, non scorgessimo un dettaglio che fa correre il nostro sguardo più lontano. Ma come abbiamo fatto a non vederlo subito!, ci diciamo picchiando con la mano sulla fronte.
Eppure non si tratta di una sola minuscola corsia, sono tre, ben tre come le strisce in bell'evidenza sulla tuta azzurra del vecchio Comandante. Sì, Fidel Castro, mentre stringe calorosamente la mano all’amico Campione, indossa una tuta che appartiene a un celebre brand, di cui le tre linee parallele sono l’inequivocabile segno di riconoscimento.
E stiamo ovviamente parlando della Adidas, fondata in Baviera da Adolf Dassler, anno 1948, Bartali vince il suo secondo Tour de France e Truman batte Dewey alle presidenziali americane, mentre la DC si fa lanciare la volata dai parroci di paese e dilaga nel primo parlamento repubblicano con il 49% dei voti, con le piazze che insorgono dopo l'attentato a Togliatti. Troppa carne al fuoco perché il riflettore della storia si accorgesse del lumino acceso dalla Adidas, a rischiarare le macerie ancora tiepide della guerra.
Ma già da prima le scarpe dei fratelli Dassler – dopo essersi divisi, Rudolf fondò la Puma – avevano accompagnato le lunghe falcate di Jesse Owens nelle Olimpiadi di Berlino del 1936. Nonostante le mai celate simpatie naziste di famiglia, l’Adidas ha però sempre restituito un piacere che potremmo definire orizzontale: la rassicurante sensazione di quelle tre linee che ci invadono il corpo, come la tessera di un club dove l’impersonalità dell’abito è la condizione di ciascuno. E però proprio per questo, ciascuno è anche tutti. La forza di tutti in ciascuno.
In fondo, è la miglior sintesi dell’utopia comunista del Nuovo Mondo: confondersi tra gli altri, godere della pienezza diffusa e laica dell’umano, in cui non esistono vertici ma solo gli infinti nodi che saldando il tessuto, la trama con lo stesso valore dell’ordito. Eppure, se proseguiamo su quei tre sentieri che accompagnano il corpo stanco e acciaccato del grande vecchio, approdiamo a uno stemma che non è quello solito della Adidas, e sopra a cui è scritta una sola parolina di sei lettere: Castro, leggiamo. Castro come il cognome di chi indossa la divisa della nuova impersonalità al potere. Come a dire che tutti quelli che vestono Adidas sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…

giovedì 3 novembre 2011

Caballero & C., o su come distinguersi dentro al medesimo pollaio



Una volta, mio papà, ha portato a casa una rivista illustrata. Me la ricordo molto bene.

In realtà, mio papà portava a casa spesso quella rivista illustrata, che di solito veniva letta dalle persone serie. A volte lo accompagnavo ad acquistarla in un'edicola che odorava di fieno e menta, mi ricordo molto bene anche di questo.

Io ero piccolo, saranno stati i primi anni settanta, e non ero molto pratico nell'uso degli aggettivi - l'aggettivo serio, ad esempio - oltre che certo sulle differenza tra il fieno e la menta. Piccolo ma con buona memoria, e frequenti interrogativi. Ad esempio: è più serio il papà il nonno o lo zio...?

Mia mamma non sapeva mai rispondere alle mie richieste di comparazione gerarchica, ma, secondo me, se un aggettivo non riuscivi a metterlo in ordine, a fare una specie di scala, di classifica, non era un aggettivo serio.

Hulk, per dire. Hulk è chiaramente più forte di Thor. Ma Thor è più forte di Capitan America che è a sua volta più forte dell'Uomo Ragno e così via, non so se mi spiego…

Da ciò si ricava che forte è un aggettivo serio, mentre serio, al contrario, se non si può fare una graduatoria della serietà, non lo è mica tanto. E però anche forte diventa un aggettivo poco serio, se serio non è più serio, credo che si chiami proprietà transitiva, ma lasciamo andare.

Ci stava dunque questa rivista illustrata, dicevo. Che di solito era una rivista seria. Quella volta lì ci stavano però delle foto di persone comuni - uomini, donne, vecchi, grassi, giovani, belli, brutti, magri, anche qualche bambino e perfino uno senza un braccio - ed erano tutte nude. Persone comuni nude fotografate su una rivista che aveva ancora un vago sentore di fieno e menta, la portava a casa mio papà.

Adesso magari qualcuno si metterà a ridere, ma nei primi anni settanta, quando mio padre ha portato a casa una rivista illustrata per persone serie, insieme al profumo di fieno e menta dell’edicola a lato della Standa, stare nudi dentro una fotografia era considerata una cosa poco seria.

Ci stavano infatti delle altre riviste, riviste poco serie come Caballero, Cronaca Vera, Penthouse, dove questo succedeva regolarmente. La nudità, intendo, e pure dell’altro.

Federico, che aveva trovato una copia di Caballero in un prato al ritorno da scuola, parlava di strani incastri geometrici, cosa da non credere. Io queste riviste di nudità geometrica però non potevo leggerle, a meno che non le trovassi anche io nei prati vicino alla scuola dove fiorivano i goldoni, poco prima che fossero soppiantati dalle siringhe. Era una legge scritta ma più spesso sottaciuta, come un sottinteso omertoso: no naked for children.

E così la rivista, normalmente seria, che ha portato a casa il mio papà, è stata per me la prima occasione per vedere una cosa poco seria come un corpo nudo. Anzi, molti corpi nudi e candidi come lenzuola appena lavate, e ora stese al sole ad asciugare.

Le donne anziane della rivista avevano seni flaccidi e larghi capezzoli, chi chiari e chi bruni, gonfi come lumachine ingorde di lattuga. Anche tra le gambe degli uomini pendeva una lumaca, ma un poco più grande di quella delle donne e dei bambini come me. C'era poi un uomo - a me sembrava vecchio perché aveva i capelli bianchi - che aveva la lumaca più grossa e lunga di tutti gli altri. Era quella l'immagine a cui ritornavo con più frequenza, insieme al pube di una ragazza orientale con i peli folti e lisci, discriminati proprio al centro come i capelli di un famoso giocatore dell'Inter.

Ma perché tutte queste persone con le loro lumache dentro a un giornale serio? mi chiedevo tra me e me, ormai disperando dell'aiuto della mamma.

Se anche gliel'avessi domandato, lo so già, lei mi avrebbe risposto che le fotografie stavano dentro la rivista di papà perché sono fotografie artistiche, realizzate per una campagna di sensibilizzazione in favore di questo o quell’altro inghippo, una campagna ovviamente artistica, avrebbe risposto mia madre, ci scommetto quello che volete.

Ma più o meno artistica della Gioconda e degli acquarelli che dipinge l'amico del nonno, e che teniamo in sala a fianco della foto di papà che gioca a tennis? avrei ribattuto io, e non ne saremmo più usciti.

Secondo la mamma nell'arte non si potevano fare classifiche, lo stesso che per la serietà. Come a dire che Montagne Verdi di Marcella Bella era pari a Jesahel dei Delirium, al festival di Sanremo del 1972. Mica vero.

In ogni caso, da quel giorno in poi e con una certa regolarità, io continuo a imbattermi in servizi in cui vengono fotografate delle persone comuni completamente nude. E’ una specie di genere, mi viene da dire. Se non di archetipo, di topos espressivo, di ricorrenza liturgica per persone con scarsa memoria.

Ma io, che ho una buona memoria visiva, non posso scordarmi, oltre al pube della ragazza orientale e al lumacone dell’uomo con i capelli bianchi, gli sguardi che si scambiavano le persone nude che ho visto nella rivista seria. I corpi sul Caballero di Federico infatti non contano, quando me l’ha mostrato era ormai inzuppato e pieno di terra, le pagine incollate una all’altra. Ma da quel poco che si intravedeva le lumache avevano più che altro l'aspetto di serpentelli, proprio lì sul punto di sputare il loro mortale veleno.

Se si potesse mettere un’etichetta a quello sguardo, lo sguardo che si scambiavano tra di loro le persone nude, ma anche serie, sulla rivista di papà, io lo chiamerei “rubare la marmellata e farla franca”.

Era cioè l’istituzionalizzazione formale di un’eresia, mi viene da dire adesso dopo che ho imparato a parlare anch’io come le persone serie, che sono quelle che se anche compravano Caballero poi l’infilavano tra le pagine del Corriere della Sera o del Sole 24 Ore. E’ l’infrazione che si fa regola, intendo, traducendosi in qualcosa come un nuovo canone artistico.

Cavolo, ma quando serio sono diventato?!

La nudità è invece una cosa poco seria, sembravano suggerire i protagonisti svestiti della foto, una cosa perfino sporca, cattiva. Ma ciò perché viviamo in una cultura che l’ha resa tale, una cultura che l’ha sporcata e incattivita.

Mettersi a nudo su una rivista seria equivaleva dunque a svelare non tanto se stessi, ma il codice culturale che ha posto la semplice verità del corpo fuori dalla scena pubblica, rendendolo letteralmente osceno. E con ciò a ripulire l’immagine dalle incrostazioni dello sguardo, come le pagine di Caballero dallo strato fangoso del campetto del pallone, dove Federico l’aveva nascosto sotto un grande sasso piatto.

E allora guardate noi, guardateci ci dicono le persone nude e comuni: lo vedete come siamo semplici, come siamo naturali e belle e pulite, con le nostre miti lumachine, senza veleno, senza lingue guizzanti e biforcute, nella nostra umana imperfezione.

Eppure, nella cultura tardo moderna dove non esistono più dei reali tabù morali ed estetici – se non quello di non consumare, di non acquisire merci a getto continuo, come aveva intuito Pasolini – l’infrazione estetica e morale diviene un atto vagamente comico.

Come si fa a trasgredire qualcosa che non c’è, cosa stai infrangendo se non ci stanno più regole da infrangere?

E invece, con regolarità cronometrica, c’è sempre un fotografo che vuol togliere, svelare, riportare all'evidenza quel che cova sotto agli abiti della convenzione sociale. Come se ancora si trattasse di scrostare gli infiniti veli che si sono depositati su una presunta verità originaria, da sbucciare con il piglio beffardo di un manifesto di Mimmo Rotella.

Quando il Re era già nudo, e noi tutti svestiti da qualsiasi sovrastruttura etico-morale. Così questa tensione alla semplice evidenza di natura, che per altro produce esiti spesso pregevoli su un piano formale, come nel caso dei nudi in massa di Spencer Tunick, si avvita in un cortocircuito dell'esperienza visiva: più si toglie, più emerge insinuante il dubbio che si stia invece cercando di mettere qualcosa. Di collocare la materia impalpabile di un'idea.

Un'idea che coincide idiosincraticamente con i propri confini, e cioè con il principio di una diversità, di uno stigma riqualificante non tanto il corpo che la ospita, ma una soggettività ormai priva di radianza espressiva. L'essenza rivela l'assenza, direbbe forse un pensatore postmoderno. Ma ogni assenza richiama il riempimento di un codice esterno che la renda leggibile e comunicabile.

Tutto ciò, non saprei come altro chiamarlo se non trasgressione.

Non però trasgressione da qualcosa, attenzione, e neppure espressione artistica eccentrica di qualcos'altro. Un sfondo simbolico sottile, piuttosto. E anche infido a ben vedere. Vischioso.

L’idea che mi sono fatto io, a quasi quarant’anni dal mio primo incontro con un corpo nudo fotografato, è allora che noi abbiamo un bisogno quasi fisiologico di trasgredire, di svestire le consuetudini che fanno da asticella ai nostri gesti. A maggior ragione, e appunto per paradosso, quando l'asticella sia posta al livello del suolo, innalzando un muro di nebbia.

Ecco, noi abbiamo bisogno di superare quella concentrazione di acqua vaporizzata mista a dubbi, come negli spettacoli in cui un mimo finge di muoversi a ridosso di una parete, per poi scavallare l’ostacolo che egli stesso ha immaginariamente implicato.

Forse perché la trasgressione si impone come un possibile nuovo confine, cioè quale gesto che assume un valore quasi araldico, di figura con un alto grado di solidità culturale, oltre che di riferimento sociale. Scriveva il filosofo francese Michel Foucault:

La trasgressione è la glorificazione del limite.

E così queste persone comuni, nella loro disarmata e complice nudità, anche adesso che non hanno più alcun tabù sociale da infrangere, ancora si cercano lo sguardo come a dire: "L’abbiamo fatto franca, siamo riusciti a rubare ancora una volta la marmellata, a essere trasgressivi, diversi dagli altri, originali...

Ad assere comunque qualcosa, qualcuno.”

Ma in pratica, gli altri a cui si stanno tacitamente riferendo per opposizione, e cioè i conformisti, i borghesi bigotti e i codini, con tutti i loro inutili abiti, hanno la stessa consistenza del muro immaginale del mimo. Stanno nella loro testa, non esistono.

Allo stesso modo, è un pregiudizio infondato anche il tabù che queste opere di estremo e ricorrente conformismo si propongono di infrangere, non possedendo alcuna oltranza estetica (se non quella piacevolezza formale che già gli abbiamo riconosciuto) a sostegno di una idea ormai comune e diffusa: la trasgressione.

Nonostante ciò, io penso che non sia del tutto inutile e inconsistente quel che viene rappresentato. Qui si sta infatti reinventando un limite, per poi poterlo nuovamente infrangere in una sorta di infinità ricorsività, dove trasgressione e regola si richiamano come lo jodel del pastore altoatesino e il proprio eco. E qual è l’effetto di questa impresa apparentemente inutile, insensata?

Io credo che esista qualcosa come un guadagno sociale, che consiste nel sentirsi complici di un gruppo fortemente coeso, non isolati e soli. Un po' come me e Federico nelle nostre bravate: le fialette puzzolenti nelle tasche dei cappotti delle compagne, o l’utilizzo di Corrado Lapsus come cavia nelle piste più pericolose ed infide di slittino. Se non si spiattellava contro un abete, poi andavamo noi.

Ma anche a livello individuale, la trasgressione, o meglio l’illusoria adesione al suo spettro contagioso, produce la sensazione di sentirsi diversi dalla massa. Quindi definiti, circoscritti da un segno fosforescente, luminoso anche di notte come lo Stabilo Boss. Individualizzati direbbe forse uno psicanalista junghiano. Insomma, di esistere.

Si tratta dunque e ancora una volta di un paradosso, di un cortocircuito estremo. La differenziazione – estetica, culturale, cognitiva – viene raggiunta proprio attraverso la rappresentazione dell’elemento più comune e universale: il proprio corpo naturale, al netto di qualsiasi successivo sovratesto ornamentale, o di un segno storico ed intenzionale.

E così non ho ancora capito se queste recenti operazioni “artistiche” mi fanno più pena o tenerezza. Di certo, mi ricorderò per tutta la vita delle riviste serie di mio padre, di quelle un poco meno serie di Federico e dell’odore di fieno e menta dell’edicola che le ospitava entrambe, a pochi scaffali di distanza. Sì, come galline sul trespolo del medesimo pollaio, ma ciascuna certa di essere l'unico e impareggiabile gallo.

mercoledì 4 agosto 2010

Un corpo è un corpo è un corpo, o su come lo sguardo mette alla porta l'altro


Nella savana di Facebook, da qualche tempo mi sono accorto del diffondersi di una nuova specie. Si tratta di un'abitudine, femminile in particolare, che riguarda donne che in molti casi considero e ammiro, e di cui seguo il lavoro quando me ne capita l'occasione. Coinvolge infatti scrittrici, poetesse, intellettuali. Donne dai molti e articolati interessi, ma soprattutto di buone parole.

Qui però invece di parlare, di scrivere come sanno fare - e lo sanno fare bene, appunto - hanno cominciato a mostrarsi, a fotografare i minuti dettagli del loro corpo. C'è come un'ossessione centripeta in questi scatti, un'introversione dello sguardo che seziona il "condominio di carne" di cui sono provvisorie inquiline, per usare una bella espressione di Valerio Magrelli, con una perizia analitica che lascia spesso sorpresi. Ma che non può non indurre a un confronto con narratrici altrettanto grandi del passato.

Emily Dickinson, ad esempio. Immaginarsi Emily Dickinson mentre si fotografa un piede, un ginocchio, la curva del collo o quella leggera di un seno. Eppure anche Emily Dickinson ha trascorso l'intera e reclusa esistenza a studiarsi, ad analizzare il suo corpo minuto e pallido nelle infinite possibilità di senso.

Possibilità, a me sembra dunque questa la parola chiave. E significato.

Emily Dickinson ma anche Sylvia Plath, Elsa Morante, Flannery O'Connor, Cristina Campo, Karen Blixen, Marguerite Duras... Nella prosa femminile delle maggiori artiste del secolo passato, la ricognizione letteraria si dava spesso come tentativo di comprendere le possibilità del corpo; possibilità di sottrarsi al puro dato sensibile, per coniugarsi in una relazione significativa.

Perfino nella furia collettiva e personale di eventi drammatici, Anna Frank non si scorda mai del corpo - del "suo" corpo - e ne scruta le metamorfosi nel particolare. Ma anche qui, il pronome possessivo ha la necessità di essere incorniciato dalle virgolette. E infatti da qualche parte, sotto altri cieli o bombardieri della Luftwaffe, è sempre presente un corpo diverso, il fantasma di un innamorato o semplicemente di un altro, che restituisca al corpo il potere di semiosi.

Eraclito sosteneva che il fulmine governa ogni cosa, ed è come se questa diversa polarità della carne avesse il potere di suscitare la scintilla, originare il flusso del racconto. Se non ci fosse un altro, implicato nella grande letteratura femminile, il corpo resterebbe muto, crogiolo organico ma privo di radianza espressiva. Un enigma geometrico per lo sguardo, il contenitore vuoto ma per saturazione del contenuto, o viceversa.

Enigmaticità intransitiva di cui si caricano invece le fotografie dei corpi su Facebook. Le giovani e brave artiste che espongono qui i loro scatti, sembrano interessate alla ricognizione di un pre-testo fisiologico, una grammatica dei tessuti intesa forse come occulta morfogenesi dell'identità verbale, più che allo sviluppo di una fabula erotica e sensuale. O comunque dedite a una biografia assoluta - ciò che succede quando non succede nulla, o almeno nulla che mi tocchi in ciò che mi è proprio e proprio mio - di cui l'immagine è lo strumento privilegiato, indiscutibile nella sua inesplicabile flagranza.

Il loro corpo è così davvero e finalmente loro. Racchiuso, conchiuso, spesso raffigurato in posizione fetale, o nell'articolarsi di una specularità senza sbocco. Un femminile che prescinde da ogni confronto polare, antropologico, storico e politico. Tanto che ai confini dell'immagine è come se fosse presente un cartello con la dicitura: NON TOCCARE, ACHTUNG, PERICOLO!

Una volta si poteva magari semplificare pensando che l'uomo fosse “storia”, mentre la donna “geografia”. Dall'unione di storia e geografia scoccava la vampa del fulmine, e i carretti colmi di pomodori e zucchine cominciavano a trascorrere lenti e cigolanti sopra ai ponti, qualcuno faceva ciao ciao con un fazzoletto bianco dal finestrino di un treno, o dalla poppavia di un traghetto nello sbuffare nero e pesante del fumo Ora invece rimangono questi corpi inviolabili e condensati, come il riccio quando incontra la volpe. La muta interrogazione delle donne allo specchio della comunicazione globale e istantanea.

Mentre il cielo, là sopra, appare sempre più blu. Temporali all'orizzonte nemmeno l'ombra.


(L'immagine è della fotografa statunitense Francesca Woodman)

mercoledì 3 marzo 2010

Il mal sottile


Che senso può avere un'immagine come questa, mi chiedo. Di Wilhelm von Gloeden, Gruppo di giovani in terrazza con strumenti musicali, ma che senso può avere?
Quando il barone Guglielmo, come veniva chiamato con deferenza dagli abitanti del luogo, si trasferì a Taormina nel 1878, inizialmente lo fece unicamente per ragioni di salute. Tubercolosi, gli comunicò con la severità di quella lingua spigolosa un medico del Meclemburgo. Una diagnosi su cui c'era poco da cavillare. Sole, mare, aria buona. Una pacca sulla spalla e una valigia con qualche libro, ma soprattutto una macchina fotografica.
Le fotografie di Wilhelm von Gloeden sono riconosciute quale sintesi più acuta della sensibilità omoerotica del secolo decadente; un'enfasi teatrale, sontuosa e classicheggiante, dal cui pesante sipario si intravede lo schiudersi senza storia né patria della carne. Sì, ma che senso può avere un'immagine come questa per noi, intendo. Ora, adesso, nel nostro tempo.
Torniamo dunque alla domanda iniziale: quale significato, cosa farne?
Il giovane sulla destra è cinto da una tonachetta bianca e lunga, gli accarezza il corpo dalla vita in giù. Al collo porta una collana di pietre chiare, forse perle, e tra i capelli folti e neri un nastro, più sopra una ghirlanda. In mano tiene un tamburello, che immaginiamo intrecciare il suono con quello del flauto suonato dal ragazzino più piccolo, seduto sul muretto della terrazza e ideale punto di convergenza dell'intera composizione. L'ultimo vertice del triangolo che viene così a formarsi è costituito dal giovane sulla sinistra. E' nudo, è di spalle. Proprio perché sottratto allo sguardo - circostanza inusuale per von Gloeden, in genere più incline alla flagranza - il suo fallo è perno immaginale del ritratto. Il ragazzo sembra esserne consapevole, ne gioisce. Alzando le braccia al cielo in segno di forza, di vittoria. Avere un cazzo, essere dentro un cazzo, quale miracolo della natura!
Ma se guardiamo con più attenzione, vediamo che le sue mani sono occupate in un gesto diverso. Impugna due campanellini, anch'egli è dunque intento nella generazione di un suono, compreso nella musica e forse nella danza, che sono una cosa sola come il bianco del cielo e quello del mare, da cui la terrazza è circondata.
Wilhelm von Gloeden vede tutto ciò da dietro l'obiettivo ma sta ritirato, nel silenzio della sua lingua sconosciuta. In tedesco tubercolosi viene detto tuberkulose, non c'è molta differenza. Oppure, anche in quelle regioni lontane dal sole, ignare dei ciuffi selvatici della ginestra e del rosmarino, per non dire del canto e delle danze di un'ellade completamente reinventata tra le colline di Taormina, viene indicato con male sottile. O ancora più indietro nel tempo, "ftysis", tisi, come viene sibilato nella lingua del mito, anche se il significato è quello prosaico di consunzione.
Nelle centinaia di immagini sottratte alla consunzione del tempo da Wilhelm von Gloeden, il barone Guglielmo, si avverte la traccia di una sottigliezza, un inganno. Quante volte la cultura occidentale aveva già cercato di rianimare le spoglie della grecità classica, del gusto ellenico? Von Gloeden conosce benissimo gli abissi spaventosi che si aprono dentro ai polmoni, e sa che tutto questo è un gioco, uno scherzo. Un trucco, meglio. Che non potrà sottrarlo al suo destino di tubercolotico, ma con cui nella migliore delle ipotesi riuscirà a portarsi a letto qualcuno di quei ragazzi, ad accarezzarne il fallo che è qui pudicamente sottratto all'appetito dei maligni.
Ma che accidenti di senso ha, allora, questa immagine per noi moderni ed eterosessuali? Possiamo ancora utilizzarla, e in che modo?
Un po' ci fa ridere, certo, apparendoci decisamente kitsch. Ma un poco anche ci commuove, pensando a quei ragazzini catturati al culmine della loro vitalità, in un'esultanza della carne che contiene già qualcosa di triste; i loro volti come distratti o sospettosi verso quell'uomo che gli chiede le cose strane, in una lingua lontana e sconosciuta, tra un colpo di tosse e l'altro. E ci ricorda della consunzione, della "ftysis", da cui anch'essi sono stati infine risucchiati. Sì, un male sottile. Che è l'eredità più terribile e grandiosa, forse perfino errata, suggerisce qualcuno, che i greci ci hanno consegnato. L'idea che da qualche parte ci stia un ritmo o una cadenza o un ticchettio. Ecco come nel tempo, e col tempo, è cambiata questa fotografia. Come la possiamo utilizzare.
O magari il tempo è solo un tamburello suonato da un fauno distratto e scoglionato, che non vede l'ora di togliersi quella stupida ghirlanda.