mercoledì 29 luglio 2026

Si mangia si beve e si lecca… la neve

 


Mi è venuto in mente un motto malizioso riferito all'Aprica, località di villeggiatura alpina a cavallo tra la provincia di Sondrio e quella di Brescia. Fa molto ridere mio cugino Paolo che lo ripete spesso. Ne è venuto a conoscenza grazie a me, ed è così diventato una sorta di lessico famgliare, come quelli (assai più forbiti) della famiglia Ginzburg. Il motto è il seguente:

All’Aprica si mangia si beve e si lecca… la neve.

Suona bene, oltre a essere effettivamente buffo, perché è un doppio settenario, e cioè un alessandrino italiano. Ma potrebbe essere convertito in endecasillabo mono verso, con titolo Aprica: Si mangia, beve e si lecca… la neve.

Comporre degli endecasillabi a partire dal nome dei paesi potrebbe essere un ottimo esercizio in un laboratorio di poesia. Io ne ho buttati giù alcuni, ispirandomi a località dalle mie parti. Se vi va, provateci anche voi. È un giochino divertente e inesauribile.

Regoledo: Di rado, la gente va a Regoledo

Primolo: Primogenitolo di Biancaneve 

Torchione: Chi sta sotto, al Torchione, ha un po’ il magone

Rasura: Patria di barbieri, il pelo ne ha paura

Tornadù: Qui meglio non dire ciao, ma cucù

Colorina: I film in bianco e nero: alla berlina!

Triangia: Chi piange – pochi – e chi si fa la frangia

Scarpatetti: Per gli amanti dei piedi e dei soffitti

Busteggia: A pioggia, cascan rime su Busteggia

Grosotto: Se ne fanno vanto, ma sotto sotto…

Grosio: Vengono dipinte icone di Brosio

Buglio: Col bene che ti voglio, ma anche no

Lanzada: Gli alieni vi pasteggiano a Taneda

Cosio Valtellino: Disse Ino a Osio: "Lo facciamo un paesino?"

Trepalle: Come sparare sulla Croce Rossa

Poggiridenti: Cazzo ridi? Vuoi un pugno sui denti

Tresivio: A uno brillo apparve in sogno Piersilvio

Caiolo: Uno scoiattolo che ha sbagliato accento

Mossini: La mossa di una vaiassa per bambini

Polaggia: Mannaggia, già l’ho detto per Busteggia

E così via…

(La foto dell’Aprica in inverno serve a rinfrescare un po’)

martedì 28 luglio 2026

Ping pong - mi ricordo 81

Mi ricordo che all’inaugurazione del Centro Sportivo apparve anche un tavolo da ping pong, non bisognava pagare per giocarci. Posizionato all'esterno, accanto all'ingresso della piscina, era in cemento tinteggiato di verde; non il materiale ideale per i rimbalzi, ma meglio di niente. Peccato che mancasse la rete.

I ragazzi, un po’ più grandi di me, cominciarono così a sedersi sopra, e si creò una compagnia: la compagnia del ping pong, la chiamavano. A nessuno era però venuto in mente di acquistare una rete, e allora decisi di farlo io. Andai da Prandi, un negozio di articoli sportivi ben fornito, e insieme a due racchette e tre palline presi una rete da ping pong, con relativi morsetti per fissarla. Avevo speso tutto il denaro ricevuto dai nonni per Natale.

Quando mi presentai al tavolo con una sporta di tela colma degli acquisti da Prandi, le ragazze non si accorsero della mia presenza e i ragazzi mi guardarono strano – che vuole questo? Con il culo ben piantato sul cemento su cui avevano iniziato a comparire delle scritte. Poi capirono che potevano divertirsi, e, montata la rete, iniziarono a giocare tra di loro. Chi arriva per primo al ventuno incontra lo sfidante, mentre aspettavo il mio turno che non arrivava mai.

Utilizzavano le mie racchette, le mie palline giallo fosforescente, tutto era mio tranne il tavolo. Mancavo solo io. A me comunque andava bene lo stesso, nel guardali schiacciare, difendere, imprimere l'effetto alla pallina nel compiere la battuta, mi sembrava di ricevere un riflesso, se non proprio la luce abbagliante, di quel mondo adulto, dove già si fumavano Muratti. Non si ricordavano il mio nome ma pazienza, io ero quello della rete per il ping pong.

Andò avanti a questo modo per un po’, fino a quando mi venne concesso di partecipare, e potevo finalmente dire di essere parte (un membro a tutti gli effetti) della compagnia del ping pong. Solo che i ragazzi grandi si stufarono presto, e si trasferirono, con i loro motorini e le loro ragazze, a poche decine di metri, sul muretto che dà su via Parolo. La compagnia prese così a chiamarsi compagnia del muretto, all’epoca se ne poteva contare una in ogni quartiere. Io però ne ero di nuovo escluso.

Rimaneva il tavolo da ping pong a mia completa disposizione, e così mi presentavo tutti i pomeriggi di maggio – alle due e mezza montavo la rete e alle cinque la smontavo per andare a fare merenda, per fortuna abitavo a due passi - nella speranza che qualcuno si fermasse e mi facesse da avversario. Invece di una Muratti, nell’attesa mi rigiravo in bocca un Chupa Chups. Avevo appreso la lenta gestualità dal tenente Kojack.

Alla fine arrivò, su uno skate board di legno sbrecciato, un ragazzetto della mia età, i capelli neri crespi e le spalle larghe. Mi chiamo Fabio disse, e iniziammo a giocare. Ora il tavolo da ping pong non c’è più (immagino una sfera di acciaio forgiato che ne sgretola il cemento, lo abbatte come un birillo sulla pista da bowling), mentre mi dicono che Fabio ora vive a Livorno, ha due figli e una moglie pianista, forse anche un cane un gatto o un criceto. Che ne so. Ma per i cinque anni successivi è stato il mio miglior amico.

lunedì 27 luglio 2026

La grazia

In questi giorni sul web si trovano foto e commenti su un vecchio film di Éric Rohmer. Probabile sia stato trasmesso di recente in televisione, ma mi piace pensare a una coincidenza un po’ magica, di quelle che Jung chiamava sincronicità. E nella magia che si sta facendo spazio nella mia testa compare una sequenza: non è inclusa nel Raggio verde, è questo il titolo del film, eppure ne fa inscindibile parte. Nel suo girovagare senza meta, Delphine, la protagonista, si ferma nei pressi di un baretto. I tavolini di plastica bianca lambiscono la spiaggia di Biarritz, più dietro è presente un juke-box. Da lì provengono le note di una canzone, la ragazza si avvicina con andatura esistante, è l'ennesima digressione di un percorso senza meta. La voce del cantante è un po’ strascicata, il testo è in italiano e non capisce. Ma ne è attratta. Chiede così a un uomo che sta leggendo se può tradurre, ha intuito che è in grado di farlo dal titolo del libro, deve essere italiano anche lui, per quanto il suo aspetto le ricorda un attore francese un po’ imbronciato; forse perché è stato escluso dal film, se non per quella particina minore. L’uomo sono io, e le spiego che appartiene a Vinicio Capossela. “It’s a song wich comes from the future”, aggiungo. Delphine mi guarda perplessa. Oh cavolo, ho sbagliato lingua! Rohmer sta per fermare tutto ma alla fine continua a girare; ha sempre amato le improvvisazioni, mentre io ridico la battuta in francese e, già che ci sono e per caratterizzare il personaggio, nella lingua del libro che stavo fingendo di leggere. Viene dal futuro. “Oui, mais que dit-il, que dit-il?” mi incalza Delphine. Rispondo: “Partout, protèges la grâce de mon cœur. Partout protèges la grâce de ton cœur.

sabato 25 luglio 2026

Pace in terra

 


Nei giorni scorsi Vito Mancuso ha pubblicato un interessante articolo su La Stampa. Qui scrive di guerra, etica, diritto al riarmo, natura umana, religione. Scrive insomma del presente, e lo fa con la consueta chiarezza.

Non riassumo il testo, riportato nella foto allegata, a cui riconosco molte ragionevoli ragioni, sostenute da quel buonsenso un po' smagato di chi ha fatto tesoro dai fallimenti. Nella circostanza prevalgono però i motivi di dissenso.

Oltre alle cose dette e, appunto, in buona parte condivisibili, Mancuso non ne dice altre, ugualmente pertinenti al tema. In narratologia si chiama ellissi, e va benissimo. Ma in teologia prende il nome di omissione ed è talvolta considerato un peccato.

Mi spiego.

La formula, da lui sintetizzata, che vuole l'etica quale somma di valori e realtà (E = V + R) è lucidissima. Omette però tutta quella parte di realtà inerente alla psicologia umana e, a partire da essa, della negoziazione, che nei contenziosi tra nazioni viene svolta dalla politica.

C'è insomma nell'articolo un vuoto che riguarda la diplomazia. Nella contingenza storica, l'azione diplomatica è più realistica e urgente dell'armarsi come forma dissuasiva verso il nemico, che per l’Europa è ancora del tutto ipotetico: Putin… Trump… la Cina di Xi Jinping…?

In questi giorni molti commentatori ricordano il motto latino si vis pacem para bellum. Meno frequente è la risposta, indiretta e probabilmente involontaria, che diede Cechov: "Se in un testo all'inizio scrivete di una pistola, sappiate che, prima della conclusione, un personaggio dovrà usarla".

La domanda che mi faccio così diventa: qualcuno sta svolgendo un'attività diplomatica utile a scongiurare l'utilizzo delle pistole inserite nella narrazione collettiva? Altrimenti la guerra, percepita come imminente, quasi necessaria se non fatatale, davvero si farà racconto. 

La risposta che mi do, un po' alla Marzullo, ammetto, è sì, Papa Leone. Vito Mancuso pare però trattarlo con la sufficienza degli ingenui utopisti; quei tizi che ti rincorrono per strada chiedendo di firmare una petizione a favore degli indiani cicorioni.

Eppure l'azione di supplenza diplomatica di Leone - e dico supplenza perché da un papa ci si aspetta che parli di Dio, non con i demoni politici scaturiti dagli abissi del proprio tempo - è il gesto più realistico, più realistico perfino delle realistiche parole di Mancuso.

Diviene etico solo perché ad esso Leone associa i valori cristiani. Non sono troppo distanti, in questo caso, dall'umanesimo laico, a oggi non pervenuto da parte dei rappresentanti istituzionali, come le temperature di Campobasso negli anni Settanta.

Ed è qui che politica e teologia si incontrano per un istante: entrambe partono da uno slancio di riconoscimento verso l'Altro, per fondare un luogo che è io e non-io allo stesso tempo. E quel luogo si chiama pace.

giovedì 16 luglio 2026

Ce lo meritiamo Alberto Sordi


Ci lamentiamo spesso delle censure sui social. Ad esempio, non possiamo dire – e ci mancherebbe pure… – che le donne sono tutte put****, ma le donne rumene un po’ di più.

Ovviamente non è vero niente, come non è vero che Trump appartiene a una specie aliena chiamata rettiliani, o il virus del Covid è stato creato e diffuso da Bill Gates, Mussolini ha fatto anche cose buone come inventare la minigonna. Con giri di parole e molti asterischi, si riesce a fare circolare ogni sorta di diceria.

Se ne deduce che concetti come pensiero unico, woke, political correctness etc. sono approssimazioni piuttosto rozze del presente. In fin dei conti, riusciamo sempre a dire quel che ci pare.

Un’assenza di limite a cui il filosofo Romano Madera ha dato nome di licitazionismo, creando un arguto neologismo a partire dalla terzina di Dante riferita a Semiramide, che libito fé licito in sua legge. In altre parole: tutto è lecito.

La legge del nostro tempo diventa così assenza di legge, almeno nel senso psicoanalitico di limite al godimento; posta a tabù dell'incesto, fa da premessa a ogni successiva limitazione. O se vogliamo volare un poco più bassi con le citazioni: è la liberà obbligatoria cantata da Gaber, è il direttore d’orchestra silurato dagli orchestrali in un film di Fellini, è Topolino apprendista stregone che pensa di essere già stregone.

I social sono uno specchio preciso di tale dinamica di evaporazione del limite, e da ciò l’euforia unita alla frustrazione che ci prende ogni volta. Che bello, penso nello scrivere questo pensierino su Facebook, tra pochi minuti potrete leggermi tutti!

Ma è proprio qui che è in agguato la frustrazione: in quanti mi leggeranno per davvero, in quanti lasceranno un segno di gradimento, che il più delle volte corrisponde a un semplice segno di pace, come quello che ci si scambia in chiesa?

Meno di dieci persone, sarei pronto a scommetterci una caciotta affumicata, di quelle che pendono dal soffitto negli Autogrill. Mentre inciampo in post che mi appaiono completamente balenghi – non c’è che l’imbarazzo della scelta, in questi giorni prosperano le balengate su Michele Mari – premiati da centinaia di like.

Il mio non è il broncio del bambino che non ha avuto la caramella, ma una regola impersonale: o incorpori, da fuori, uno status che garantisce visibilità (sei Luca Bizzarri o Alessandro Gassmann, mettiamo) o il riscontro sui social sarà proporzionale alla tua paraculaggine, e cioè al livello di semplificazione e ammiccamento a cui sei disposto a cedere. Il resto è do ut des.

Ed è così che il limite, uscito dalla porta, rientra dalla finestra in forma di rimpianto. Bello non è infatti scrivere ciò che ci pare, ma riuscire a superare un'asticella immaginaria (e a volte arbitraria) che nel passato consentiva l'accesso a ciò che Lacan chiama il simbolico; in un linguaggio meno criptico, è la dimensione pubblica del mondo adulto. E da qui il sospetto che i social rappresentino una sorta di regressione massiva all'infanzia...

Per restare al nostro esempio, anche solo pochi anni fa un editore, un caporedattore, un cavolo di qualcuno che dispone del telecomando per la dogana, avrebbe valutato con calma le parole che state leggendo, preso qualche nota, e infine dettato alla segretaria: "Mi dispiace Hauser, ma il suo testo non corrisponde ai nostri requisiti editoriali. Provi a lavorarci ancora. Tagli, sviluppi, l'idea c'è ma è ancora acerba. Oppure lasci perdere, il mondo ha bisogno di idraulici più che di scribacchini."

Possiamo vederla come una funzione di argine al desiderio, che nel mito, e nelle favole che gli fanno da ottimistico riflesso, viene svolta dal guardiano della soglia. Figure variamente rappresentate e spesso burbere, accomunate dal consentire all'eroe, ma solo quando questi è pronto, il suo viaggio avventuroso. In caso contrario, ritenta e sarai più fortunato. 

Se anche fosse vero che siamo tutti eroi  e non lo è, nella vita reale purtroppo prevalgono le mezze seghe  c'è un preciso momento in cui congedarsi dal mondo ordinario, un altro per rubare all'orco una penna, quindi tornare e condividere l'oggetto magico a beneficio dell'intera comunità. E però quale beneficio, e vengo finalmente al punto, la comunità trae da questi post in cui si chiede ai lettori: un aggettivo per definire Chiara Ferragni?

Eppure nel nuovo regime licitazionista funzionano, più la domanda è cretina e più lievita la torta del consenso. In fondo è ciò che sto per fare anch'io: pubblicherò tutto e subito senza nemmeno rileggermi, pubblicherò in forma impulsiva, buona la prima. I cinque o sei like che otterrò saranno le monetine nel cappello del mendicante. O per dirla con Nanni Moretti: ve lo meritate, ce lo meritiamo, Alberto Sordi!

giovedì 9 luglio 2026

Patriarcato, o sulla riscossa delle vedove di Michela Murgia

Da quando c’è stata quella brutta e, in buona parte, inventata polemica tra Michele Mari e Teresa Ciabatti, hanno ripreso a circolare delle vecchie interviste a Michela Murgia. La postura è quella di una maestra che parla a scolari un po’ zucconi: non esprime opinioni, spiega da una cattedra immaginaria. La lezione del giorno riguarda il patriarcato, nella cui orbita – sempre secondo chi istruisce – saremmo ancora inclusi. La certezza dell’assunto viene ricavato dai giudizi di (alcuni) maschi sul corpo di (alcune) femmine, tra cui la stessa Murgia. Ora, ricordo speditamente anche il giudizio di (altrettante) femmine sul corpo di (altrettanti) maschi:

1) tappo, nano, puffo, quando il maschio è di statura inferiore al metro e settanta;

2) pelato, palla da bigliardo, testa d'uovo, quando il maschio soffre di alopecia;

3) quattrocchi, mezzo cecato, orbo, quando il maschio indossa occhiali dalle lenti spesse;

4) gobbo, cammello, punto interrogativo, quando il maschio presenta cifosi alla colonna vertebrale;

5) sfigato, insulto perlopiù generico ma il cui etimo fa riferimento a una parte anatomica femminile, dal cui diletto il maschio in questione sarebbe escluso;

6) susciat di vespi, e cioè, in dialetto valtellinese, succhiato dalle vespe, quando il maschio è molto magro. In altre zone di Italia spaventapasseri, scheletro, stecchino, pelle e ossa e così via;

(Ma a questo punto tocca fare una parentesi. Anche Michela Murgia possedeva qualche pregiudizio estetico sulla magrezza, compresa quella femminile. Scrivendo delle donne, magrissime, sulla copertina di Marie Claire, così le definì: "idea disgustosa di donna".)

7) Ciccione, grassone, balena etc., quando il maschio è al contrario molto grasso

8 ) Mezza sega, fazzoletto, pelliccia di cane, quando il maschio è sprovvisto di muscolatura;

9) vi sono inoltre le infinite ironie sulle dimensioni dell’organo sessuale maschile, e relativo utilizzo.

10) Per concludere e più in generale: l’assenza – sempre presunta – di virilità, che sconfina nell’eterna parodia del diverso. Parodia esercitata ugualmente da uomini e donne, per essere onesti. E per essere ancora più onesti, mi sembra questo un tratto della nostra cultura fortunatamente recessivo. Insomma, negli anni Cinquanta essere omosessuale era peggio.

Michela Murgia ha scritto e detto molte cose intelligenti. Non questa sul patriarcato, che secondo Massimo Cacciari entra in crisi in epoca elisabettiana (lo ricava dalle opere di Shakespeare, dove i maschi sono spesso fragili e smarriti) per implodere definitivamente con il movimento del ’68. Sto naturalmente parlando di Occidente, in Iran, e in molte altre regioni del mondo, la storia è diversa. O meglio è la stessa vecchia storia ma con tempistiche diverse e non ancora esaurite.

Non abbiamo, in ogni caso, in Italia un rapporto documentabile tra discriminazione delle donne e patriarcato, ossia una forma di organizzazione sociale coerente e a tutti i livelli operante, non un maschio cretino che fischia a una bella ragazza per strada. Discriminazione comunque presente, sarebbe ipocrita negarlo, ma non tra maschi e femmine e piuttosto tra sommersi e salvati, che possiamo fare coincidere con il dispositivo oggettivante del tardo capitalismo, in cui anche la dimensione fisica precipita nella sfera negoziale, come ogni altro oggetto.

Da questo diverso punto di vista possiamo riconfigurare la discriminazione femminile, obiettivamente residuale. Le donne infatti fanno i figli, attività che le distoglie per svariati mesi dalla produzione, e dunque sono un investimento a rischio. Ed è nuovamente un filosofo, Michel Foucault, ad avercelo mostrato con largo anticipo attraverso il concetto di biopolitica, che vale per entrambi i generi.

Se vogliamo parlare con sensatezza di disuguaglianza e abuso io partirei da qui. Non da vecchie interviste a Michela Murgia sul patriarcato, che le sue indomite vedove stanno rabbiosamente riproponendo sui social.