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mercoledì 18 ottobre 2023

Guerra e vendetta, facciamo un po' di chiarezza

Nei giorni scorsi ho scritto un intervento in cui parlavo del conflitto israelo-palestinese. Immaginavo delle critiche, e puntuali sono arrivate. Non tante, di lavoro non faccio l'influencer e per hobby non passo il tempo sui social. La misura del contenzioso si riduce al battibeccare per un rigore non concesso in una partitella tra scapoli e ammogliati. E anche questo me l'aspettavo.

Dunque tutto nella norma, tranne l'indice sanzionatorio – questo mi ha un po’ sorpreso – da cui muovevano le critiche. Può essere riassunto dal classico argomento fattuale, in cui l’esistente trova giustificazione per una sua presunta e intima natura a perseverare invariato; salvo voler cancellare dall'orizzonte ottico la parte sgradita della manifestazione, nella circostanza l’elementare diritto del popolo palestinese: vivere. Israele sta combattendo una guerra difensiva, dice il disincantato commentatore, e le guerre sono fatte così. Basta con l'ingenuità degli idealisti dall'indole candida e sognante, diciamo pure un po' fessa.

Sull'ultimo attributo, nel mio caso, potrei anche convenire, ma sul resto… Mah. E a dirla tutta ho sempre pensato, con Omero prima ancora che con Francesco De Gregori, che la guerra è "bella", è bella anche se fa male, riflettendosi nel mare color del vino che riluce dopo sanguinose battaglie tra le triremi. 

Questa però non è una guerra, e infatti fa schifo: sia se osservata dal versante terroristico di Hamas – di cui è doveroso ricordare la violenza particolarmente efferata su civili, donne, bambini decapitati per il solo fatto di essere ebrei, in una ricapitolazione aggiornata e mostruosa della Shoà –, sia da quello della risposta scomposta di Israele. Il regime di apartheid imposto alla striscia di Gaza, unito alla progressiva colonizzazione della Cisgiordania, ha rappresentato la premessa; di certo non giustifica ciò che è seguito, ma la potremmo guardare come all'accumulo di benzina vicino a un fiammifero acceso.

Una distinzione di lana caprina, per chi mi critica. E invece no. Perché una guerra possa fregiarsi di questo nome deve come minimo possedere una tattica di breve periodo, obiettivi strategici entro una frazione temporale più ampia, quindi un disegno politico sul lungo termine; altrimenti si tratta di ritorsione, che è una forma eufemistica per dire altro. Ma sarà più chiaro con un esempio.

Vuoi mettere fuori gioco l'aviazione nemica, che altrimenti potrebbe colpirti? Bene, cioè mica tanto bene, ma è appunto la guerra, e a la guerre comme à la guerre. Ecco allora che ti alzi in volo per primo, bombardi anticipatamente i suoi aeroporti, ritorni e ti bevi un succo di pompelmo con i commilitoni che ti danno pacche sulle spalle e dicono bravo! È stato fatto in questi giorni da Israele ad Aleppo e Damasco, era già avvenuto nella guerra dei sei giorni. Azioni militari a tutti gli effetti, con vittime che vengono chiamate "collaterali" – una versione ripulita e asettica della formula di Machiavelli per cui il fine giustifica i mezzi.

Oppure lo sbarco in Normandia, anche quella fu guerra, e che guerra! Mezzo mondo si era dato convegno su un fazzoletto di sabbia poco più grande di un campo da beach volley, erano presenti perfino dei nativi americani appartenenti alla tribù dei Comanche (sì, quelli che John Wayne insegue a cavallo) e scozzesi in gonnellino che suonano la cornamusa. Attraverso il sacrificio eroico di migliaia di giovani soldati, quel giorno, il D-Day, l'Europa ha creato le condizioni per liberarsi dalla vertigine nera del nazifascismo, si spera una volta per tutte. Poi arrivarono dal fronte di nord ovest altri giovani dai lineamenti slavi, e anche a loro va reso merito, merito di guerra giustamente si dice, valore militare, come la croce che simbolicamente lo sta a rappresentare appuntata sulla divisa.

Ma ci fu anche il bombardamento di Dresda, di cui non possiamo dire altrettanto. Non si trattava infatti di un passaggio, particolarmente cruento ma necessario, della seconda guerra mondiale, ma di quel qualcos'altro che il termine ritorsione introduce e allo stesso tempo cela. Proviamo allora a vederci più chiaro.

Il 13 febbraio del '45 la RAF riversò sulla città tedesca 1478 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie. Nella giornata successiva fu il turno dei B-17 americani: 1250 tra bombe esplosive e incendiarie. Quindi i bombardieri della USA Air Force tornarono il 2 marzo con un nuovo carico di 1000 tonnellate, e il 17 aprile le bombe esplosive furono 1554 tonnellate e 164 quelle incendiarie. Il computo delle vittime è controverso, atteniamoci dunque al dato riportato da uno scrittore lì presente: per Kurt Vonnegut i morti furono 135.000, su una città che contava circa 600.000 abitanti.

In tutta questa carneficina qual era l'obiettivo degli Alleati, a parte la tattica di creare quella che fu chiamata una tempesta di fuoco, con le travi dei tetti e altre macerie sollevate fino a 8000 metri di quota? Nessuna strategia, nessun disegno politico in filigrana. Fu semplicemente la compensazione, moltiplicata di scala, richiesta da Churchill per i bombardamenti subiti da Londra all'inizio del conflitto. Una vendetta, insomma.

L'analogia con quanto sta accadendo in queste ore a Gaza balza agli occhi, a mostrare l'assenza di un finalismo procedurale sostituito da arcaiche passioni distruttive, pancia in luogo di testa, nessuna guerra ma pura e semplice vendetta. Ma se non esiste una vendetta giusta dovrebbe se non altro essere proporzionata, che è quanto suggerisce lo psicoanalista e studioso delle religioni Massimo Diana, di cui nell'intervento precedente ricordavo l'interpretazione alla legge del taglione, ripresa nella Bibbia ebraica dal codice di Hammurabi. Riporto l'intero passo nella traduzione della CEI:

"Quando alcuni uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un'ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido." (Esodo XXI, 22-25)

Del lungo elenco retributivo, ciò che viene comunemente ricordata è la porzione riferita a occhio per occhio dente per dente. Si tratta certamente di una concessione alla rabbia, e cioè al sentimento più umano, che però contiene un limite, dobbiamo prendere le parole alla lettera, non sono una metafora. Un dente, colpevolmente sottratto alla bocca, contro un dente cavato al responsabile del gesto, un occhio contro un occhio. Ma poi ci si ferma lì, non vale – va contro il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe – prendersi anche l'altro occhio, e spesso non basta ancora. Quando non arginata, la vendetta reclama gli occhi anche dei fratelli, dei cugini, più occhi sono e meglio è. Ci vorrebbe una libellula che da sola ne possiede 28.000.

Le cinquecento vittime dell'ospedale palestinese, che venga o meno confermata la responsabilità israeliana nel bombardamento, confermeranno allora anche il sospetto da cui siamo partiti: questa non è una guerra ma una vendetta, nella quale manca la proporzionalità biblica tra danno e compenso, limitandone il numero alla sua equivalenza. E poco importa se, verosimilmente, sia stato un errore balistico da parte di uno dei due contendenti; quando si spara nel mucchio il peggio deve essere messo in conto, la collateralità ha bisogno di un fine per giustificare il proprio mezzo.

In alte parole e tralasciando l'intrico di torti e ragioni, spesso paradossali, che ci rende difficile pronunciare una parola ultima di verità sulla genesi storica del conflitto, ciò che fa difetto sia ad Hamas sia a Israele è una strategia militare. È un fatto che, nella circostanza, l'aggredito possiede il diritto e perfino il dovere di difendere il proprio popolo, il più vile degli attacchi è stato subito. La forma della reazione rischia però di convertire per l'ennesima volta una ragione in un torto; il solito vecchio gioco – al massacro  che si verifica quando due vendette non confinate dalla legge del taglione si incrociano, andando a innescare una faida. Con il particolare che le faide, per definizione, tendono a non finire mai.

sabato 8 aprile 2023

Forma e sostanza

La scrittrice Fulvia Degl'Innocenti ha da poco pubblicato un post sulla vicenda della maestra di San Vero Milis, in provincia di Oristano, che faceva recitare l’Ave Maria a scuola, e perciò giustamente punita con venti giorni di sospensione. Aggiunge delle considerazioni discutibili ma interessanti, provo a sintetizzarle con le sue stesse parole:

“Se passa il principio che un docente debba subire punizioni severe quando trasmette i suoi credo (siano essi religiosi, ideologici, partitici) poi però il principio dovrebbe valere anche per chi condanna il fascismo, simpatizza per il comunismo, condanna l'atteggiamento del governo sugli sbarchi ecc... sono solo degli esempi tratti dalla cronaca recente, con docenti richiamati per avere espresso posizioni su questi temi. Ma allora la levata di scudi era unanime contro i provvedimenti e i richiami. Non c'è che per caso in una società sempre più laica e antireligiosa si stanno creando crociate al contrario? Prendetela come una provocazione o uno spunto di riflessione, ma please, non lapidatemi."

No, nessuna lapidazione. Trovo anzi che nelle parole di Degl'Innocenti sia presente un fondo di verità, nel senso di un orizzonte culturale (si sarebbe detto un sentiment prima del bando di ogni anglicismo) da lei osservato da un punto di vista alternativo e decentrato; e a me piacciono i punti di vista alternativi e decentrati, le direzioni ostinate e contrarie.

Rimane però un problema. Un grosso problema logico, che storpia la sua visione come in una maculopatia; ne so qualcosa, purtroppo...

Promuovere l'antifascismo (che è incluso nei valori costituzionali, per inciso) anche quando vissuto con personale partecipazione e non solo didascalico resoconto dei fatti, è altro da imporre agli alunni una preghiera religiosa, genuflettendosi a una vergine del tutto ipotetica. Ma sarebbe lo stesso, quasi lo stesso, meglio, anche con una preghiera laica, come è il canto di Bella ciao: da un lato ti invito a pensarla come me attraverso la persuasione degli argomenti, dall'altra assumo che tu già la pensi come me, nessun pensiero o dio alternativo alle note della canzone. E guai a chi stecca!

Intendiamoci, ciò vale per tutto, non solo per la preghiera o il canto partigiano. A scuola non si intonano inni, laici o religiosi poco importa, politicamente corretti o scorretti (se la maestra avesse fatto cantare Faccetta nera immagino provvedimenti ancora più severi) ma si propongono idee. Quindi le se si argomenta, un buon insegnante è prima di ogni altra cosa un collaudatore.

Alcune di queste idee non supereranno il collaudo, si sfalderanno a una semplice verifica razionale, altre invece la spunteranno e come si dice faranno mondo. Ma tutte saranno necessariamente di parte, perché parziale, ossia situata in uno spazio biografico circoscritto, è la collocazione di chi enuncia un qualsiasi pensiero; e ciò vale anche per le identità collettive, le civiltà, la cui biografia prende il nome di cultura, ed è il prodotto di vittorie e sconfitte per il tramite di armi e parole, che finiscono col fare da filtro allo sguardo che proiettiamo sul tempo presente e soprattutto quello trascorso.

Se ne ricava che non esiste un insegnamento neutro, ma, come voleva un filosofo amante dei cavalli e molto meno delle persone, solo interpretazioni più o memo allineate ai fatti – per quel filosofo i fatti proprio non esisterebbero, io sarei per una minore radicalità.

Ma è presente un necessario limite anche all’interpretazione implicita a ogni insegnamento che consegue; potremmo guardarlo come a un ubi maior tra interpretazione soggettiva e interpretazione collettiva, che già abbiamo incontrato dandogli il nome di cultura.

Bene, se le cose stanno a questo modo nelle scuole pubbliche italiane l’interpretazione ultima e dirimente starà allora alla lettera costituzionale, prima ancora che ai programmi ministeriali. Anch’essa è un’interpretazione, sì, non Verità con la V maiuscola; e questo tratto storico e intimamente umano della Costituzione dovrebbe essere rammentato sempre, sia quando si intenda difenderla sia nel caso di possibili emendamenti. Ma a un qualche punto il gioco delle interpretazioni deve pure arrestarsi, ammettere un principio superiore, un'autorità civile, da cui discendere la legalità intellettuale a cui improntare l'insegnamento.

La Costituzione italiana non è compatibile con alcune interpretazioni della vita di una comunità a cui la scuola deve preparare – razzismo, fascismo, antisemitismo, stalinismo ecc. – ma con altre sì, pur non coincidendo con le ideologie in cui confluiscono andando a costituire un sistema chiuso. Il pensiero religioso cristiano, nella sua dogmatica confessionale, si oppone a una pedagogia che per definizione deve essere laica e dunque aperta, ma contiene molti spunti ampiamente compatibili con la cultura secolare, la quale si è formata in un rapporto per buona parte dialettico e non solamente oppositivo ("Non possiamo non dirci cristiani" ammoniva il laico Benedetto Croce).

Certo, nessuna compatibilità con la preghiera a Maria imposta agli alunni di San Vero Milis, ma se la maestra avesse detto loro che vestire gli ignudi e dare da mangiare agli affamati sono cose buone e giuste, sarebbe stata anche lei una buona e giusta insegnante. Così non è stato, e mai come in questo caso si mostra come la forma fa sostanza.

mercoledì 8 settembre 2021

300, o sugli eroici professori no Green Pass

 


I politici vogliono discriminarci con il Green Pass, si dice. Per fortuna sono accorsi in nostra difesa trecento docenti universitari, come i trecento spartani che nel 480 a.C. arrestarono, sebbene temporaneamente, l'avanzata di Serse alle Termopili, con il professor Barbero nel ruolo di Leonida.

Hanno infatti perfettamente ragione ad affermare che il Green Pass è un atto di discriminazione! Peccato gli sfugga, nonostante i loro studi, che è l'intero processo di civilizzazione a fondarsi su pratiche discriminatorie, ossia di limitazione alla libertà personale in un contesto di vita associata. Come la chioma dei capelli attraverso quel discriminatore che è il pettine, il possibile viene separato dal lecito attraverso un complesso sistema di tutele e licenze.

Pensiamo ad esempio ai film porno. Io a tredici anni non potevo, e Dio solo sa quanto l'avrei voluto, issarmi sulle punte dei piedi davanti alla cassa del cinema Odeon, e poi richiedere con la voce tremante il biglietto per l'ultimo film di Marina Lothar, la moglie del giornalista televisivo Paolo Frajese specializzata in giochetti con i cavalli.

Che rabbia vedere il manifesto "Marina e la sua bestia" e non poter entrare! E che rabbia, alla stessa età, dover attendere ancora un anno per guidare il Ciao bianco di mio nonno. Quindi, raggiunto quel traguardo, altri due anni per la Vespa; oltretutto era previsto anche il conseguimento di un patentino: doppia discriminazione dunque, che si ripeté con l'automobile. Per la patente nautica e quella di volo ho desistito, avevo già subito troppe discriminazioni. E così un po' per tutto.

Curioso che trecento docenti universitari non l'abbiano ancora inteso, e siano convinti di vivere nello stato aurorale di natura decantato da Rousseau. Discriminazioni dettate dallo spirito dei tempi, e perciò mutevoli e strampalate se osservate a distanza di anni; il suffragio femminile fu introdotto in Italia nel 1945, nemmeno un secolo fa. Oltre che frutto di calcoli utilitaristici che ogni comunità umana elabora per proteggere sé stessa.

Se, verosimilmente, ci saranno meno incidenti con le persone in grado di certificare elementari nozioni di guida e meno morti con i vaccini – tutti quelli già obbligatori, oltre a quello per il Covid che obbligatorio non è –, non altrettanto immediata l'utilità nel distinguere i bagni delle donne da quelli degli uomini, o l'obbligo di indossare giacca e cravatta al casinò.

Perché, mi chiedevo leggendo la notizia, Barbero e i suoi colleghi non avevano alzato le loro penne stilografiche anche contro queste anacronistiche misure, e già che ci siamo io rivendicherei pure la libertà di pisciare sopra i copertoni come fanno i cani – il bagno stesso, con quelle pareti piccine e soffocanti, è una forma di discriminazione, un grave argine alla sacrosanta libertà di minzione.

Il Green Pass è dunque solo una piccola goccia nel grande mare dei diritti e dei doveri, o, cambiando di metafora, una pagliuzza dentro l'occhio in cui si nascondono travi ben più grandi. Non è di moda ricordarlo, ma a me continua ad apparire più discriminatorio il patrimonio ereditato da Gianluca Vacchi, da confrontare con solenne retorica operaista alle condizioni di lavoro (e santa grazia che c'è l'ha, un lavoro) di un dipendente dell'Ilva di Taranto, o la sperequazione tra un salario africano e quello di un idraulico di Montecarlo; e ho detto un idraulico, non un tennista che lì ha portato la residenza per pagare meno tasse.

Tutte questioni non pervenute, come le indicazioni meteorologiche di Potenza, per i trecento cattedratici, forse più preoccupati per il loro deltoide che non dalla ricaduta dei gesti individuali sulla comunità; anche questo un argomento che ha perduto di appeal, un tempo la si chiamava etica.

E allora facciamo così, aboliamole pure, per quelli che smaniano e manifestano e firmano, queste benedette discriminazioni: i vaccini, le mascherine, il Green Pass... Tutto quanto. Lasciamogli fare quel cazzo che gli pare e piace. Ma in un luogo circoscritto, una sorta di nuova Terra promessa da concedergli di buon grado, in cui trasferirsi dopo aver traversato deserti d'incomprensione.

Li potranno finalmente guardare tutti i film porno che gli abbiamo negato da cuccioli, votare a dodici anni, anzi dieci, ma che dico non votare proprio – a che serve la rappresentanza politica, ennesima discriminazione costituita da uomini che esercitano un potere su altri uomini? Meglio dedicarsi allo studio dell'araldica medievale, o a cose più libere e svagate, tipo guidare elicotteri senza patente e passaporto e ogni altro oppressivo documento d'identità; come cantava Lucio Dalla, anche i preti in quel luogo potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età.

Fosse per me, gli concederei immediatamente anche la luna: così stanno più larghi e li vediamo solo col telescopio, mentre ci fanno ciao ciao da lassù.

giovedì 26 agosto 2021

Vedi alla voce comunità

Il 23 agosto 1793 uno dei membri più eruditi della Convenzione Nazionale, Lazare Carnot, pose le basi per la legge sulla coscrizione, riprendendo il principio del cittadino soldato espresso da Dubois-Crancé: tutti i cittadini non sposati, tra i 18 e i 25 anni di età, dovevano prestare servizio militare. Un provvedimento adottato sull'onda dello spirito rivoluzionario giacobino, attraverso cui i neo cittadini francesi avevano il privilegio – sì, ho scritto privilegio, non è un errore di battitura il privilegio di combattere ed eventualmente morire per la Patria, subentrando alle armate mercenarie di Luigi XVI. Un grande consenso popolare accolse il provvedimento.

Il 23 luglio del 2021, in Italia, viene approvata per decreto della Presidenza del Consiglio una misura chiamata Green Pass, che diviene effettiva a partire da un torrido 6 agosto, in cui in Sicilia si sfiorano i 50 gradi di temperatura e in Siberia arde un territorio grande come il Molise. Si chiedeva anche in quel testo di morire per la Patria?

Ehm, non proprio...

Allora ciò che si imponeva era la vaccinazione, già che in quel tempo era in corso una grave pandemia che aveva già causato nel mondo quasi cinque milioni di morti; secondo alcuni osservatori un numero che andrebbe moltiplicato per tre, se si contano anche le vittime connesse e non direttamente causate da un virus che fu chiamato Covid-19?

Macché.

Con Green Pass veniva definito un documento che certificava l'avvenuta vaccinazione (facoltativa, nonostante da decenni già fossero previste d'ufficio numerose vaccinazioni), oppure un recente tampone per verificare se si fosse stati contagiati. Esibito all’ingresso, serviva quale lasciapassare per un numero limitato, anzi limitatissimo di luoghi pubblici: bar, ristoranti, cinema, teatri, palestre e poco altro. La delibera fu accolta da buona parte della popolazione, oltre che da alcuni noti intellettuali e giuristi, come altamente lesiva delle libertà personali. Lo stigma che gli fu attribuito in chiassose manifestazioni e sui social network: dittatura politico sanitaria.

Credo che in tali condizioni si debba mettere mano ai dizionari, non possiamo continuare a chiamare allo stesso modo aggregati umani così distanti nello spirito, prima ancora che nel tempo. La storia, in questo caso, non siamo noi, come cantava Francesco De Gregori in una bellissima canzone, il significato del termine comunità va rivisto e corretto. O era una comunità la Francia rivoluzionaria, quella che sventolava il tricolore sulla Bastiglia accompagnando il gesto con le parole, gridate, LIBERTÈ, EGALITÈ, FRATERNITÈ, o è una comunità il pugno di mosche anarchiche che chiamiamo Occidente, dove si attuano simili e capricciose forme di ripulsa a qualsiasi timida richiesta da parte della collettività. Delle due l’una, altrimenti non ci capiamo più nulla.

Nel frattempo, suggerisco di ammainare le bandiere nazionali e, al loro posto, issare i vessilli delle squadre calcistiche locali, le uniche forme residue di appartenenza comunitaria.

venerdì 13 marzo 2020

Waterloo, o sulle forze in campo


Questa notte ho fatto un sogno. Abitavo in una fattoria, una fattoria in Belgio. Non era troppo grande ma nemmeno troppo piccola, già che all'interno ospitava centinaia di persone, forse migliaia. Ma più che in Belgio in generale si trattava di un luogo preciso: Waterloo, e il giorno era il 18 giugno del 1815.
Sopra di noi, sulla nostra fattoria né troppo grande né troppo piccola, di buon mattino iniziavano a volare palle di cannone, qualcuna ci cadeva anche sopra, sfondava i tetti di paglia e travi, uccideva persone per puro caso. E poi cariche a cavallo, fucilate, sciabole che scintillano sotto a un sole pallido ma implacabile, come la lampada del dentista.
Noi cercavamo riparo all'interno e guardavamo spaventati da piccole finestrelle in legno di faggio, dietro a tendine bianche con precisi ricami all'orlo. Il motivo del conflitto non ci era naturalmente noto, ma si faceva sempre più chiara la percezione che non si trattava delle nostre terre, e in fondo neppure di noi.
Continuando a osservare – e questa fu davvero una sorpresa! – ci accorgemmo che non si fronteggiava la Grande Armèe agli inglesi e ai prussiani sempre più incazzati, Wellington ritto e impavido come il golfista che cerca di individuare il punto dove è cascata la pallina. No, Wellington non c'era, e neppure il piccolo corso con la mano infilata nel panciotto.
L'inevitabile scontro era piuttosto quello tra due forze oscure, digrignanti. Dovendo dargli un nome decidemmo di chiamarle tecnica e biologia. Il più anziano e saggio tra noi concluse che la battaglia sarebbe durata a lungo: un esercito da una parte, uno dall'altra e noi proprio nel mezzo. A lungo ma non per sempre, anche se il quando mi sfugge perché mi sono svegliato tutto sudato, non so come sia andata a finire.
Chi vincerà sarà in ogni caso sovrano, dominerà su ciascun aspetto della vita tra cui quella minuscola e, in fondo, irrilevante porzione che è la nostra fattoria, né troppo grande né troppo piccola. Da cui anche in questo incubo diurno facciamo il tifo convinti, ovviamente sperando che prevalga la tecnica; la tecnica medica, nella circostanza, ci auguriamo che annienti lo stramaledetto covid-19. Ma siamo ancora del tutto ignari su cosa ciò davvero e alla lunga comporti.

venerdì 11 gennaio 2019

Certezze


Il giorno che mi suiciderò, che mi suicidassi, che dovessi suicidarmi o mi suiciderei, non ho ancora trovato modo e tempo del verbo ma comunque non ucciderò anche il mio cane, come ha fatto Hitler con Blondi; si trattava di una femmina di pastore tedesco che egli amava vezzeggiare in pubblico e con cui dormiva nella stessa camera, gliela aveva regalata Martin Bormann nel 1941.
Nell'aprile di quattro anni dopo, in pieno assedio al Führerbunker di Berlino, diede alla luce cinque cuccioli concepiti con il cane dell'architetto Gerdy Troost, il suo nome era Harass. Procura uno strano effetto immaginarsi il corteggiamento di Harass sotto le bombe. 
Se allarghiamo l'inquadratura, possiamo vedere anche i generali e i colonnelli – trafelati entrano ed escono con i dispacci dal fronte che si riduce sempre più, la rovina viene addolcita al Führer in un birignao tecnico e procedurale  o annusare l'odore di disinfettante e verdure bollite che proviene dalle cucine; eppure anche tenerissime fragole riescono a filtrare in quella bolla. Sono glabri i volti dei combattenti della Hitlerjugend premiati con una carezza del Grande Capo; ne ritorna, come in uno specchio deformante, lo stesso sguardo accesso di Telemaco al sospirato ritorno di Ulisse.
Intanto, in un tiepido cantuccio, i due animali procedono indifferenti nel loro rituale di accoppiamento: lei prima si nega, morde, fa la vezzosa; poi alza piano la lunga coda sfrangiata...
Quando i militari dell’Armata Rossa riuscirono finalmente a fare breccia, insieme ai resti umani – i cineoperatori sovietici vollero disporre i cadaveri dei sei figli di Magda Goebbels in ordine di altezza, forse per restituire un ordine geometrico alla follia, o magari per un'estrema e macabra burla – furono ritrovati anche i corpi di Blondi e di uno dei suoi cuccioli.
Si trattava probabilmente del piccolo Wolf, un mese di vita al massimo, era il preferito da Hitler che così l'aveva chiamato in un anagramma imperfetto del proprio nome di battesimo. Le pillole di cianuro gli vennero somministrate dal Dr. Stumpfegger, quasi fosse la prova generale alla vigilia della prima; se funziona con i cani andrà bene anche per le persone, una parodia democratica del finale.
Non è nota la sorte degli altri tre cuccioli, ma sappiamo per certo che il rimanente fu ceduto alla sorella minore di Eva Braun, Margarete Berta detta Gretl, come la protagonista della celebre favola tedesca. La segretaria privata di Hitler, Traudl Junge, ricorda in un' intervista di quanto Eva detestasse Blondi, che in più di un' occasione aveva visto prendere a calci.
Al momento, queste sono le mie uniche certezze.

mercoledì 12 dicembre 2018

Tanti amici nessun amico, o sulla nascita e il declino di un sentimento

Il termine amico, con cui vengono indicati i contatti su Facebook, può essere oggetto di qualche ironia, specie tra le persone linguisticamente più consapevoli e accorte. Di certo è un’iperbole vagamente comica, non voglio negarlo. Ma trovo che al fondo nasconda un’intuizione sulla natura del nostro tempo.
Seguendo il pensiero di Umberto Curi, acuto filosofo padovano che sull’argomento ha pubblicato diversi volumi, l’amicizia nasce in Occidente avendo quale sfondo la guerra, polemos, che già per Eraclito era padre di tutte le cose. In particolare, nelle città stato situate a meridione della penisola balcanica, è l’assenza di un esercito mercenario, come nel diverso caso dell'impero persiano, a dare impulso alla formazione di un nuovo sentimento. Quello appunto dell’amicizia. 
L’amico, dalla radice latina amicus, amor, comune all’afflato amoroso che in Grecia prendeva il nome di philia, era dunque colui a cui era affidata la vita del guerriero, in battaglia come nei momenti di riposo in cui vegliava sul suo sonno. In altre parole, amico era il commilitone in regime di coscrizione tra semplici cittadini, con il quale anche al termine del conflitto rimaneva un vincolo speciale, come tra Alcibiade e Socrate che lo salvò nella battaglia di Potidea 
Se ne ricava che l’amico è chi sta dalla tua parte, interamente dalla tua parte, anche se siete entrambi nel torto. O per dirla con Totò, l’amicizia è una sorta di “a prescindere”, dove il vincolo morale da politico diviene soggettivo.
Ora a me pare che questa corrispondenza totalizzante, nelle società tardo industriali sia divenuta difficile, se non impossibile. Abbiamo infatti gli amici con cui ci si gioca a calcetto il mercoledì sera; gli amici del corso di ballo latinoamericano; gli amici con i quali andare a cinema e a teatro e ai concerti; gli amici di infanzia; gli amici tra le diciannove e le venti, venti e trenta massimo, a spartirsi le olivette insieme allo spritz; gli amici della sgambata domenicale, anche nella variante ciclistica; gli amici degli amici fino ad arrivare ai compagni di merenda.
Una società frammentata in sottoinsiemi funzionali, presenta insomma anche sottoinsiemi amicali, che sono a loro volta funzioni del contesto mobile di appartenenza. Tradotto in parole più semplici, quando arriva mercoledì, partita di calcetto, già l’abbiamo visto. Ed eccolo l’amico che si sbraccia, smarcato, davanti alla porta avversaria. Zac, una bella verticalizzazione alla Totti e lui infila al volo di destro. Poi corre verso di me – che gli ho servito l’assist, che sono suo amico – per abbracciarmi. E anche io l’abbraccio. Abbiamo fatto goal. Siamo amici!
Ma appena l’arbitro fischia la fine della partita, è già tanto se gli allungo il Badedas sotto la doccia. E pagamento alla romana, si intende, quando poi passiamo da Pasquale per la solita pizza e birra, ci scappa ogni tanto anche un limoncello. Beh, ciao, ci vediamo mercoledì prossimo. E fino a quel giorno non ci vedremo né sentiremo davvero più, avendo ciascuno altri amici, tutti a spettro ugualmente limitato.
Ma a qualcuno di questi amici, ci penso seriamente, pensateci anche voi, affiderei (affidereste) la mia (la vostra) vita, come faceva Alcibiade con Socrate o Patroclo con Achille…?
Arriverei a sospettare che la disperazione di Achille per la perdita dell’amico più caro – Patroclo, Paaatroclo! – più che alla sua mancanza faccia specchio al senso di colpa, generato dal dubbio di non avere fatto abbastanza per evitarne l’uccisione. Avrebbe dovuto proteggerlo, sì, avrebbe potuto mettersi tra lui e la lancia di Ettore, come una leonessa con i suoi i cuccioli. Invece ha fallito, e per questo si strugge.
Una delle possibili chiavi di lettura della storia degli ultimi decenni, è così il progressivo affievolirsi dei vincoli di responsabilità nell’amicizia, fino all’attuale scenario che vede lo scioglimento di ogni legame esclusivo. Un rompete le fila, ecco, un 8 settembre dell'amicizia. Da lì in poi ciascuno penserà solo a salvare la pelle, la propria pelle. Non quella dell’amico.
Se le cose stanno come credo e come in fondo pensava un altro celebre studioso, Zygmunt Bauman, mi sembra allora coerente che i contatti su Facebook vengano chiamati amici, per quanto siano dei semplici compagni di svago. Ci giochetto un po’, distribuisco qualche like, e poi stacco la spina, la connessione, il traffico dati. Non sarebbe fantastico, se potessimo fare lo stesso anche nella vita?
Eppure è già così, è proprio quello che accade nella maggior parte delle nostre relazioni, comprese quelle amorose. Compagni di svago, di piacere, di godimento o di jouissance, per dirla con Lacan che per primo intuì la crisi dell’ordine simbolico occidentale, di cui quello dei sentimenti è in fondo un semplice riflesso.
L’amicizia su Facebook diviene così l’emblema nominale di un’intera epoca; e noi che pensavamo fosse solo la sbadataggine di qualche programmatore informatico, certamente incline a spararla grossa. Invece si tratta di un genio! A mostrarci come durata e affidamento esclusivo siano ormai inutili orpelli, appartenenti a epoche remote e polverose. In cui non esisteva il deodorante, tra parentesi, e sai che puzza a Maratona
Ora invece le amicizie non hanno odore, solo numero. Non c’è più l’amico ma gli amici, più sono meglio è, il sistema ti consente di arrivare fino a 5000. E il bello è che non devi vegliare il loro sonno, se crepano neppure vieni a saperlo, e comunque non saresti potuto andare al loro funerale, perché avevi la partita di calcetto.

mercoledì 17 ottobre 2018

Picchio rosso maggiore, o sulla solitudine

Oltre vent’anni fa ho avuto una fidanzata svedese. Bionda, occhi azzurri, labbra carnose, gambe lunghe. Una svedese, insomma. Che come la maggior parte degli svedesi stava in Svezia.
Purtroppo, anche io, come una discreta quantità di italiani – logorroico, ipocondriaco, guascone, illegalista – allora come adesso stavo in Italia, e le cose non erano proprio semplici. D’altronde la geografia non è un’opinione, a differenza della storia scritta per definizione dai vincitori.
Ma dai, non farne tante, basta togliere di mezzo la Germania, diceva lei. Mi mostrava anche un Photoshop con la simulazione grafica: in effetti Sondrio finiva col confinare con Helsingborg, senza lo stramaledetto diaframma crucco imbottito di crauti, wurstel e Weissbier, con qualche Volkswagen di tanto in tanto.
Poi però non se ne fece nulla, non riuscimmo a racimolare tutta la dinamite necessaria.
Ci sentivamo così al telefono, onesto succedaneo in ogni relazione a distanza, come le uova di lompo per il caviale. Due minuti di conversazione, alla fine degli anni novanta, costavano come una pizza; non ho mai saputo quanto fosse il cambio in aringhe affumicate…
Eppure ci parlavamo tutti i giorni, anche quelli in cui giocava la nazionale svedese di hockey. E non so se a farmi dimagrire fu l’amore o le pizze a cui rinunciai per telefonarle. Quanti secondi abbiamo ancora, la prima domanda che le facevo.
Ci ripensavo oggi leggendo le condizioni contrattuali del mio nuovo operatore telefonico. Oltre a trenta gigabyte di traffico dati e vagonate di sms, dispongo di chiamate illimitate verso portatili e numeri fissi italiani, a cui vanno aggiunte una sessantina di destinazioni estere, tra cui tutte le europee. Dunque anche la Svezia, mi sono detto. Controllo e in effetti la Svezia è inclusa.
Potrei insomma stare al telefono più di due ore con una ragazza svedese. E se poi mi gira, richiamarla immediatamente – it's me again –per ricominciare a parlare, ogni santo giorno. Allo stesso tempo, continuavo a lambiccarmi, non dovrei rinunciare a mangiare una pizza prosciutto e funghi, ma che dico una, cameriere mi porti anche una romana, e una zola e noci, avete pure salmone e burrata? bene, aggiunga aggiunga.
Confesso che questa scoperta mi ha messo di buon umore. Ed è la frizzante euforia delle partenze notturne per il mare da bambino, o il nulla elettrico che impregna i sabati degli adolescenti, oltre a un certo appetito. Quando si dice il progresso!
Ho allora impugnato il mio smartphone per cercare il numero della mia ex fidanzata, avevo voglia di farle un salutino. Ma purtroppo, nei numerosi cambi di telefono e sim di questi anni, deve essere andato perduto. Digito Jeanette e al suo posto compare la scritta Jeans, che è il numero della sarta cinese a cui faccio accorciare i pantaloni.
Ormai ero però entrato in modalità conversazione, avevo voglia di parlare con qualcuno, no, avevo voglia di parlare con una donna. Cosa non del tutto semplice quando ti trovi nel mezzo di un bosco, il tappeto crocchiante delle foglie morte sotto i piedi e la mia cagna che insegue l’eco di un Picchio Rosso Maggiore, o almeno così sta scritto sui cartelli del parco valtellinese dei Bordighi: sentite toc toc, è il Picchio Rosso Maggiore. Che magari era solamente uno che sta piantando un chiodo per appenderci il diploma da geometra. In un bosco?! (Va beh si fa per dire...)
Fossimo stati in un film di Fellini, mi sarei a quel punto arrampicato su una grande quercia per gridare il mio desiderio urbi et orbi, come fa Ciccio Ingrassia in una scena memorabile di Amarcord: “Voglio una doonnaaaaa…”
Fortunatamente la modernità ci è alleata e complice, sono finiti i tempi oscuri della malinconia solitaria. Continuo così a scorrere la rubrica telefonica digitale – che figata, siamo davvero nel Duemila, l’avresti mai detto da cucciolo che ti saresti ritrovato con il mondo in mano? – alla ricerca di una donna con cui scambiare due parole. Non mi costa neppure nulla, pizze gratis per tutti!
Dopo avere fatto più volte avanti e indietro tra i contatti, di cui nella maggioranza dei casi non riesco a collegare un volto o una circostanza vissuta – chi è ad esempio Bea corso Raul? –, mi accorgo che non c’è nessuna donna che abbia in questo momento voglia o tempo di parlare con me, e finirei solo col rompere i coglioni. Che vuoi? Adesso ho da fare, mandami magari un messaggino. Quando sono sotto il casco del parrucchiere ti rispondo.

Eppure l’abbiamo costruita per davvero questa enorme sfera di possibilità. Ho pure il vivavoce stereo, WhatsApp e le videochiamate con le orecchie e il naso da Topolino. Solo che, all’interno, dobbiamo esserci scordati di infilare una ragione per sentirci, storie o sogni da raccontare. Mi metto così anch'io alla ricerca del Picchio Rosso Maggiore. 


mercoledì 31 ottobre 2012

Facebook o non Facebook... una questione privata



    Luca, ore 14.17: – Che due coglioni, ragazzi
    Sabrina, ore 14.18: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Giorgio, ore 14.21: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 14.54: – Anche io, uff, che palle oggi
    Assunta, ore 15.02: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Sabrina, ore 15.16: – Ma ti è successo qualcosa, Luca?
    Beppe, ore 15.17: (Inserisce un pensiero virgolettato in cui si invita a non pensare, accogliere quel che viene, seguire il flusso e in esso scomparire. Firmato Osho Rajneesh)
    Luca, ore 15:19: – Non farmi parlare, Sabri
    Sabrina, ore 15.22: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 15.27: – Tra parentesi, fossero semplicemente due…
    Luca, ore 15.29: – Che, Max, c’hai tre palle come quello del film????
    Sabrina, ore 15.32: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Vittorio, ore 15.44: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 15.45: – No, tranqui, ma mi pare che il sinistro oggi sia più basso del destro
    Vittorio, ore 15.49: – Da bambino, io, invece, avevo il destro più piccoletto. Poi si sono pareggiati
    Assunta, ore 15.52: – Ma qualcuno sa quanto è grande, esattamente, un testicolo?
    Luca, ore 16.02: – Dipende, se di Rocco Siffredi un casino!!!!
    Sabrina, ore 16.03: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Giorgio, ore 16.17: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Beppe, ore 16.20: (Inserisce una foto in bianco e nero di due che si baciano appassionatamente lungo una strada affollata. Dallo sfondo – una torre con travi di ferro intrecciate – sembrerebbe Parigi)
    Assunta, ore 16.35: – Hei, conoscete mica un certo Guido Hauser?
    Luca, ore 16.41: – Chi cazzo è, un parente del Dr. House?!!!
    Sabrina, ore 16.42: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 16.50: – Uno che ha un blog, tipo Vasca da bagno con accendino. Continua a menarla con Facebook. Che piaga….
    Luca, ore 17.05: – Si vede che non ha niente di meglio da fare, poveretto
    Sabrina, ore 17.11: – Datemi retta, quelli che scrivono così è per invidia: le cose o le vivi o ci scrivi sopra. Oppure diventi un politico, che dici le cose da fare e poi fai tutto all'incontrario: fai i soldi....
    Giorgio, ore 17.12: – Politici di merda!!!
    Luca, ore 17.14: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Sabrina, ore 17.15: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 17.16: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Vittorio, ore 17.20: – Cioè, un po’ più piccolo, il destro, lo è ancora. Però quasi non si vede, e gli slip in ogni caso ribilanciano
Beppe, ore 17.21: (Inserisce un video in cui il coro dell'Armata Rossa esegue un celebre brano dei Turtles, accompagnati, o viceversa, da un gruppo rockabilly finlandese con il ciuffo a banana)
    Assunta, ore 17.25: – Qualcuno sa consigliarmi una buona marca di mostarda?
    Giorgio, ore 17.28: – Mostarda????? Perché proprio della mostarda…..
    Massimo, ore 17.29: – Sì, ho controllato: il sinistro è proprio più basso, di un nonnulla, ma è più basso
    Vittorio, ore 17.38: – Max, ma almeno i tuoi sono grandi uguali?
    Assunta, ore 17.43: – Boh, gli piace la mostarda, a mio cugino. Mi ha invitato a cena la settimana prossima, credo che dovrei portare qualcosa. Ma non beve vino, così pensavo alla mostarda....
    Massimo, ore 17.44: – Sì, mi pare, così, a occhio…. Mi pare che sono uguali.
    Vittorio, ore 17.46: – Ma sono uguali o ti pare?
    Massimo, ore 17.48: – Vitto, come cavolo faccio a esserne certo?
    Vittorio, ore 17.49: – Mettiti davanti allo specchio – nudo, ovviamente. Poi sollevati l’uccello con tutte e due la mani, che se lo fai con una mano sola sembra che una balla è più grossa dell'altra. Non so perché, ma è così. Forse è una questione di prospettiva…..
    Beppe, ore 17.50: (Inserisce un link che rimanda al sito www.complottisvelati.org, che promette importanti rivelazioni. Quindi aggiunge, Beppe) – Cosa vi avevo detto, è tutto un complotto, un grande immenso universale complotto!
    Massimo: ore 17.54: – Incredibile, Vito, sei un genio!!! Adesso sono proprio identici, stavo quasi iniziando a preoccuparmi. Sembrano perfino più affusolati, il batacchio ci dondola in mezzo che è un piacere. E se faccio una corsetta diventa un metronomo!
    Sabrina, ore 17.47: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Sabrina, ore 17.48: – Max, di che ti preoccupavi: ho avuto un fidanzato spagnolo a cui ne mancava uno…. Ma ti assicuro che funzionava lo stesso, altro che metronomo ;-) ;-) ;-)
    Giorgio, ore 17:55: – Vai a vedere su Ebay, Assunta. Lì trovi di tutto. Mi pare che c'è un paese famoso per la mostarda…. Mantova, o forse Crema, boh, prova a cercare
    Luca, ore 17:59: – Io conosco solo la Sperlari, ma mi fa schifo
    Beppe, ore 17.59: (Inserisce una citazione di Oscar Wilde in cui si prende una frase ovvia, la si ribalta di segno – se è affermativa diventa negativa, diversamente la si traduce in affermazione – e poi ci si siede ad aspettare l’applauso, che arriva puntuale)
    Giorgio, ore 18:08: – Sì, la mostarda Sperlari fa schifo pure a me. Però il nome è bello: sper-la-ri, ricorda il saluto in una lingua straniera. Ed è bello anche guardare dentro il vasetto in controluce: i frutti somigliano a tanti minuscoli feti messi sotto spirito, come facevano i naturalisti del secolo scorso, o forse era quello prima
    Assunta, ore 18:14: – Ho cercato, su Wikipedia dicono che è Cremona, non Crema, la città della mostarda
    Giorgio, ore 18.18: –  A me, più che feti, ricordano tanti coglionci variopinti, così per restare in tema.....
    Sabrina, ore 18.19: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Vittorio, ore 18:19: – Anche a mio cugino ne mancava una, di ciliegina ;-)
    Assunta, ore 18.20: – Al mio invece piace la mostarda, che è un po’ lo stesso che non averci le palle…… ;-) ;-)
    Sabrina, ore 18.21: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Luca, ore 18.23: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Giorgio, ore 18.24: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Beppe, ore 18.26: (Inserisce una vignetta in cui Berlusconi, ospite da Putin nel giorno di carnevale, si traveste da Berlusconi e così tutti pensano che sia Berlusconi e lui si arrabbia molto, perché non gli fanno i complimenti per il travestimento)
    Sabrina, ore 18.27: – Ma perché, Assunta, ti interessava sapere di questo Guido Hauser?
    Assunta, ore 18.29: – Boh, no, niente, è che non capisco come si possa scrivere stronzate come questa: avercela con Facebook, intendo. Senza Facebook noi non esisteremmo, ok. Ma nemmeno lui con le sue tirate barbose…..
     Sabrina, ore 18.41: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 18.51: – I soliti intellettuali del cazzo. Pensano che il mondo assomigli a loro. Poi, un altro giorno, non lo pensano più. Così si mettono in testa che è tutta colpa nostra, noi siamo la macchia di sugo sulla tovaglia, non so se mi spiego….
    Giorgio, ore 18.52: – Ma è vero, Assunta: che te ne fai di una tovaglia, se poi non ci mangi sopra? Siamo noi, quelli che mangiano, quelli che infilano le dita nella glassa densa della mostarda: siamo noi, la Vera immagine del mondo!
    Sabrina, ore 18.53: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 18.54: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Beppe, ore 18:55: (Inserisce l'intervento di uno scrittore esordiente su un quotidiano nazionale in cui si racconta di come i quotidiani, specie quelli nazionali, non danno voce agli scrittori, specie a quelli  esordienti)
    Luca, ore 18,56: – No no, vi sbagliate: il mondo deve essere più grande e bello di una macchia di sugo, il mondo è la tovaglia. Noi siamo solo il prodotto della fantasia corrotta di gente come questo Guido Hauser – che, tra parentesi, Sabrina, di coglioni deve avercene uno meno del tuo spagnolo ;-)
    Sabrina, ore 18.57: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 18.58: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 19.02: – Sono due millimetri, per la precisione. Il mio testicolo sinistro è più basso del destro di due millimetri, ho controllato meglio. Una lieve differenza rimane, anche quando lo tengo rialzato con entrambe le mani
     Massimo, ore 19.03: – Ah, questa cosa della bellezza del mondo me la spiegate un’altra volta, non ci ho capito una sega.... :-(
    Luca, ore 19.06: – Il mondo, la bellezza, il sugo, la tovaglia…. Sì, buonanotte. Ci sentiamo domani va’, meglio se mi faccio un giro in palestra. Che con tutto questo parlare di mangiarini, sento che mi sta crescendo la panza!
    Guido Hauser, ore 19.09: – Sì, ci sentiamo Luca, Assunta, Sabrina, tutti. Ma non sono certo di avere ancora qualcosa da scrivere, temo che questa storia finisca qui. E comunque è stato bello immaginarvi. In fondo avete ragione: il mondo deve essere più grande e bello della fantasia, per quanto uno provi ad apparecchiarla a misura dei commensali. Ma magari, basterebbe cancellare le vostre parole dai miei pensieri...
    Assunta, ore 19.09: – … :-0
    Giorgio, ore 19.09: – … :-0
    Massimo, ore: 19.09: – …:-0
    Vittorio, 19.09: – ... :-0
    Luca, 19.09: – No, dai, scherzavamo… Facci esistere ancora un po’: ti promettiamo che in futuro non ci veniamo più su Facebook, o perlomeno, ecco, cambiamo discorsi
    Giorgio, ore 19.20: – Sì sì, diventiamo “referenziali”, come diresti tu.
    Assunta, ore 19.20: – E non scriviamo più a cazzo di cane, no, scusa a casaccio. Insomma, la prima cosa che ci salta in mente. Da domani solo parole belle, pensieri profondi
    Guido Hauser, ore 19.20: – Niente da fare. Adesso chiudo gli occhi, conto fino a tre, e quando li riapro non ci sarete più: uno, due, due e mezzo, due e tre quarti… e TRE!
    Sabrina, ore 19.10: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Guido Hauser, ore 19.10: – Cristo, no, ci siete ancora!
    Beppe, ore 19.15: (Inserisce un filmato preso da YouTube, che però non parte. Compare la scritta “The page you search for doesn't exist”)
    Beppe, ore 19.16 – Dimenticavo una cosa. Ma perché nessuno se le fila mai neanche di striscio, le cose che posto io? (E spegne il computer)

martedì 1 maggio 2012

Titanic, o sulla salute come libertà

Non ci furono testimoni. Non aveva l'aria di un evento storico. Un grosso blocco di ghiaccio si staccò da un ghiacciaio e con un potente boato precipitò in un fiordo. Probabilmente il ghiacciaio era lo Jakobshavn, origine della maggior parte degli iceberg più importanti del mondo e cent'anni fa anche quello che si spostava più velocemente, procedendo di quasi venti metri al giorno dalla calotta glaciale verso la costa occidentale della Groenlandia...

Inizia con queste parole il bellissimo libro dello storico inglese Richard Davenport-Hines, appena pubblicato da Einaudi con il titolo Lo spettro del ghiaccio. Trecentosettanta pagine fitte di eventi e puntuali annotazioni, di vicende storiche e personaggi come fili che si aggrovigliano, montano in forma di gomitolo, il gomitolo si fa valanga, precipita in massa indistinta ma leggera - ed è un piacere per le dita da sfogliare - fino a quella disgraziata notte del 12 aprile 1912. Tutto ciò ha un nome che abbiamo imparato a sillabare: Titanic.

Il Titanic come storia di storie, dunque. E ciò perché "la storia siamo noi", ci ricorda la vocina nasale di Francesco De Gregori in una celebre canzone di molti anni fa. E coerente con questa felice intuizione, proprio sul Titanic, anche lui, ci consegnò il suo album forse più toccato dalla grazia.

Ma non solo De Gregori e Davenport-Hines hanno preso ispirazione dalla sfortunata vicenda del transatlantico inglese. C'è tutta una lunga teoria di riflessioni storiche, filosofiche, scientifiche ma anche di gesti artistici, che fanno di quella remota tragedia un segno inaugurale e conclusivo al tempo stesso. Con l'affondamento del Titanic un'epoca, la Belle Epoque, si estingue con il fragore di un dinosauro sfinito, lasciando al suo posto un uovo che si sarebbe schiuso solo nei decenni successivi, ma mai del tutto, e la cui incrinatura si riflette ancora minacciosa sul presente.

E allora proviamo a seguire anche noi una barchetta in mezzo al mare, una barchetta come nelle favole e che di piccino ha però solamente il nome: nella realtà misurava 269 metri, era larga 28 e pesava  46.328 tonnellate. Per usare ancora le parole di Francesco De Gregori, più che una nave era "fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d'acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia." Tanti sostantivi che si possono forse comprimere in due sole sillabe: mito. Il Titanic, nell'opinione comune, già da allora rappresentava il mito riassuntivo dello slancio ottimistico che ha caratterizzato il passaggio di secolo, e che ha trovato nell'impresa scientifica e tecnica la più convinta espressione, con un altro sostantivo quale sostituto verbale: progresso.

Ma come tutti i miti, anche quello del progresso, quello del Titanic, possiede una natura ambivalente e paradossale. Un mito che ha impiegato non più di due ore e quaranta minuti - dalle 23.40 dell'impatto dello scafo con la montagna di ghiaccio fino alle 2.20, quando ritroviamo solamente mare, un mare gelido e scuro trapuntato da minuscole scialuppe - per essere riconsegnato al vertiginoso cielo delle idee.

La prima idea che ci viene sfogliando il grande libro del Titanic è che davvero tutto, come in un gioco di specchi, di rifrazioni senza fine, può essere ricompreso dentro la sua rotta mutilata. La salute e la malattia, ad esempio. Per la medicina occidentale la salute del corpo sta racchiusa giù nella sala macchine, e il compito del medico, come quello del meccanico di bordo del Titanic, consiste nel mantenere in uno stato di equilibrio dinamico gli indicatori di funzionamento: lancette, manopole, spie luccicanti, moti idraulici e meccanici. La salute non è nient'altro che un motore, e la malattia l'imperfezione dei suoi ingranaggi.

Ma la turista americana che ritorna al casa dopo aver visitato la vecchia Europa - un bel cappellino di paglia acquistato vicino a Piccadilly Circus - probabilmente non sarebbe d'accordo. Per lei, la salute, supremo bene delle sue lunghe membra intorpidite, sta in quel sole tiepido che l'accarezza mentre sta distesa su un lettino del ponte A. Non troppo scoperto, il corpo, siamo nel 1912 ed è solamente aprile, ma quel tanto perché dal cotone spesso si insinui la primavera con le sue dolci promesse. La salute corrisponde dunque a tutto ciò: non un austero referto meccanico, ma accordo con il presente e promessa di futuro.

Ecco però che arriva un nuovo passeggero curvo in un giacchetta rattoppata, a dirci che quel futuro non esiste, che nel futuro di tutti ci sta solo un immenso iceberg proteso. Per questo la percezione attuale, da cartina di tornasole della salute, viene degradata a semplice benessere, quando non a inganno e frode della fantasia. Comunque un piccolo starnuto nel vento maestro del possibile, piccolo quanto la salute pensata dalla medicina, che non sa guardare oltre le leve e i pistoni della macchina organica.

Per il nostro passeggero, che chiameremo provvisoriamente signor Sotuttoio, la salute consiste invece nella consapevolezza dell'impatto imminente. Ma anche nella capacità di superare astrattamente quella soglia, guardando al destino umano come a una mappa nautica di rotte inconcluse, acquisizioni precarie, gesti mancati che si intersecano di continuo. Un atteggiamento che potremmo far coincidere con la grande tradizione filosofica. Per la filosofia occidentale, la salute corrisponderà dunque a un nuovo livello dell'interpretazione: lo scarto che muove dallo scarabocchio contingente alla compiutezza del disegno universale, quand'anche fosse l'idea che è tutto e solo scarabocchio.

Esiste però anche un'idea di salute che deriviamo dal parroco di bordo del Titanic. Intanto, anche per lui e per la maggior parte delle religioni l'impatto con l'iceberg è inevitabile, ma non rappresenta il momento conclusivo del nostro viaggio. Dopo questo primo tragitto - a termine -, come per Platone esiste una seconda navigazione, la cui destinazione non è certa ma le cui valige vanno preparate con largo anticipo. La salute religiosa consisterà allora nel disporci al trasbordo: dalla prima imbarcazione alla successiva, dal provvisorio viaggio tra i ghiacci all'infinita crociera tra le stelle.

Infine, possiamo forse ricavare un'ultima idea di salute alternativa alle precedenti. Chi l'ha detto, infatti, che siamo imbarcati su una metaforica nave, impegnati in un viaggio al cui termine ci attende l'abbraccio gelido di "un'enorme donna bianca, che di guardarla uno non si stanca"? L'esperienza, direte voi. Ma cos'è l'esperienza?, rintuzzerebbe un fautore di questa diversa concezione della salute, una domanda che non so in quale altra voce potrebbe risuonare se non forse in quella chioccia del pappagallino del nostromo, che vive nelle pienezza del gesto di chi gli sta donando un biscotto. Per lui - cric croc, circ croc, inizia a sgranocchiare con il becco adunco - non esistono altri biscotti fuori di quello, quel biscotto è tutti i biscotti che da sempre sono e saranno.

L'esperienza, per il nostro pappagallo giallo, verde e rosso consiste infatti in un biscotto, già che il passato sedimenta nella mente e sempre nella mente, di conseguenza, ha il suo unico principio di realtà. Ma anche per alcune tradizioni di pensiero, in particolare orientali, il passato non esiste, confinato a un presente che lo attualizza nel burattino della memoria, sempre mosso a partire da fili invisibili che si muovono da qui, da ora. E così il futuro, per la stessa ragione, non esiste, non lasciando in questo caso nemmeno una labile bava di lumachina.

Esiste dunque solo il presente, la percezione del presente, che davvero è tutto, anzi: il Tutto.

Stabilire chi tra i diversi viandanti dell'oceano abbia diritto all'ultima parola sulla salute, il bene, la felicità terrena, non è certo compito o ambizione di queste notarelle sparse. Ma quando qualcuno, compreso un medico ornato dalla collana lucente del suo stetoscopio, pretende stabilire come io stia, prescrivendo i miei comportamenti, limitando le scelte fondamentali della mia vita, mi piacerebbe ricordarmi che egli sta parlando dall'oblò di uno dei tanti livelli in cui è suddivisa la carcassa del Titanic, dimenticando forse quanto è grande l'intero bestione.

Come abbiamo visto c'è la sala macchine - dove ha sede il nostro hardware biologico, per così dire -, ma anche le cuccette della terza classe, della seconda, della prima e poi le cucine, la grande sala ballo con i musici in marsina e capelli impomatati, una sedia vuota su cui è posato un cappellino di paglia acquistato vicino a Piccadilly Circus. C'è insomma anche una storia umana, una viva tradizione. Io sono tutto questo - passato e futuro e corpo - ma molto ancora. Tra cui l'infinito presente che lumeggia negli ombrellini colorati dei cocktail, il sole tiepido e amico, la libertà dell'attimo con i cui gabbiani pennellano improvvise cabrate nel volo. E così decidere dove di volta in volta collocarci nella crociera della vita, è compito e diritto di ciascuno. Non lasciamocelo rubare! Nemmeno dalla paura, o dall'ansia di raggiungere troppo presto quel ghiacciolone che ci sussurra vieni, vieni, vieni...