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mercoledì 20 aprile 2022

Il Nichilista


Uno andava tutti i giorni in biblioteca e si sedeva sempre allo stesso banco, in fondo a sinistra, dove i finestroni ogivati di Villa Quadrio danno sul minimo giardino. La prima volta che entrò chiese al bibliotecario dove fossero collocati i libri svizzeri.

“Desidera un romanzo svizzero?” rispose il bibliotecario.

No, li voleva tutti, e iniziò da quelli. Poi passò agli autori austriaci, rumeni, inglesi, bulgari, neozelandesi e così via. Un lavoro di anni, in cui praticamente non faceva altro: leggere. Mentre nessuno sapeva cosa avesse fatto prima, né che fine abbia fatto ora.

Ma anche al tempo dei fatti – pochi fatti e molte parole, a voler esser precisi – il suo contorno era vago, non se ne conosceva neppure il nome. Gli studenti, molto più giovani di lui, con cui condivideva i pomeriggi silenziosi interrotti solo dal frusciare delle pagine, lo chiamavano il Nichilista. Lui amava definirsi così.

L’ultima immagine che si ha del Nichilista lo vede in coda allo sportello dell’anagrafe comunale, per il rinnovo del documento di identità. Quando fu il suo turno e dopo aver udito, lei sola, gli estremi biografici, chiese l'impiegata mentre cercava qualcosa in un cassetto: “Professione?”

"Professione?!" fece eco lui sorpreso.

"Sì, professione..." replicò l'impiegata continuando a ravanare nel cassetto, "che lavoro fa?"

Guai a fargli domande, e infatti, anche quella volta, rispose rilanciando, ma bisogna riconoscere che fu coerente: “Nichilista." E dopo una pausa accompagnata da un enigmatico sorrisetto, aggiunse: "È questo il mio lavoro.”

L’impiegata si staccò dal cassetto per confabulare qualche minuto con i colleghi – nichilista, nichilista… qualcuno sa di che professione si tratta? –, e quando ricomparve disse di passare il giorno successivo.

Cosa che puntualmente avvenne. Ritirò il documento come si ritira un libro prenotato, con distratta cortesia – in fondo l’identità è solo una convenzione borghese, l’aveva imparato nelle sue metodiche letture. Je est un autre, il periodo dei francesi aveva lasciato un segno.

Quindi dischiuse i due lembi di carta ripiegata, giallina, e sotto la sua fotografia con i capelli lunghi e i baffetti bohémien, alla voce professione trovò scritto: nichelatore.

martedì 25 maggio 2021

Il casco arancione


Uno girava con un casco arancione da ciclista, lo indossava anche quando camminava con un'andatura vagamente saltellante, oppure entrava trafelato nei negozi, ma perlopiù sopra una bicicletta del genere chiamato Graziella, su cui pedalava con ostinazione. Era sempre da solo, mai che qualcuno gli passasse la borraccia. Se avevi la fortuna di trovarlo fermo a sistemarsi il casco (fermo si fa per dire, rimaneva nel corpo un moto sussultorio, come nei terremoti), potevi chiedergli dove andava così di fretta, un dubbio che era venuto a molti. Ma lui forse confondeva dove con devo, devo andare rispondeva con gli occhi fissi al campanello cromato, devo andare... E scompariva all'orizzonte con la sua Graziella, il casco arancione un po' sbilenco.

giovedì 22 aprile 2021

Bravi ragazzi

Uno diceva che il Covid non esiste, lo scriveva anche sui social network, è tutta un’invenzione di Bill Gates, quell’ebreo! Ma un altro giorno diceva che il Covid l’ha creato Bill Gates, così lui ti vende il vaccino, quell’ebreo, è tutto un magna magna postava sui social network, e con le reti 5g va a fine che Bill Gates ti controlla, non lo sai?, informati. Ma se gli facevi notare la contraddizione – se qualcuno l’ha creato esiste, e se non esiste non l’ha creato nessuno – ti rispondeva che questo è proprio un bel modo di ragionare da ebrei, e poi iniziava a canticchiare bravi ragazzi siamo amici miei, tutti poeti noi del ’56.

martedì 20 aprile 2021

Il guerriero

 


Uno aveva visto otto volte The Warriors, il film, in italiano I guerrieri della notte, ma secondo altri il numero esatto era nove e per altri ancora dodici. Più passava il tempo e più aumentavano le volte in cui, si diceva in giro con un sorrisetto appena accennato, era andato a cinema a vedere la pellicola, gli piaceva in particolare la sequenza in cui Ajax dice a un membro dei Baseball Furies: "Ti infilo quel bastone nel culo e poi ti sventolo come una bandiera."

Qualcuno l'aveva sparata ancor più grossa, azzardando la cifra inverosimile di quarantasette. Per quarantasette volte acquistare il biglietto, traversare gli spessi tendoni di velluto, sedersi, se possibile, dietro a persone basse e soprattutto con pochi capelli, quindi spalancare orecchie e pupille già a partire dai trailer. Un'impresa consentita solo a patto di spostarsi di città in città, seguendo la programmazione itinerante.

In quella di provincia in cui viveva con la madre e la nonna un po' sorda, The Warriors o, se si preferisce, I guerrieri della notte, veniva proiettato in una sala umbertina da teatro con le poltrone bordeaux intonate al sipario, mentre nel locale della parrocchia venivano prese a prestito le sedie dalle aule in cui si teneva la dottrina, per poi darvi retrospettive di Stanlio e Ollio o le pellicole con Bud Spencer e Terence Hill, Franco e Ciccio, sempre e comunque di coppie si trattava. Quanto al terzo e ultimo cinematografo, era riservato ai film porno, roba da segaioli insomma, non da guerrieri quale lui si sentiva.

Deve essere per questa ragione che, quando sì presentò per l'ennesima volta di fronte alla sala umbertina con i soldi per il biglietto, ma trovò ad accoglierlo il faccione sorridente di Dustin Hoffman e, un po' più sotto nel manifesto, seguendo la stessa gerarchia dei nomi, quello di Merly Streep, girò i tacchi e tornò a casa, forse considerando Kramer contro Kramer una storia un po' troppo da donne, come le biciclette con il canotto basso.

Nel giro di pochi mesi, The Warriors spariva dai cartelloni cinematografici dell'intero nord Italia (oltre le trasferte sarebbero divenute troppo dispendiose), mentre nei negozi di elettrodomestici facevano capolino i primi videoregistratori, parallelepipedi un po' gnucchi che promettevano una replicazione infinita. Con i soldi della pensione di reversibilità, la nonna gliene regalò uno fornito di telecomando, così da poter saltare le scene noiose, ossia quelle dove non sibilano catene o tintinnano spranghe. Fu la ricompensa, ma è solo un'ipotesi, per ripeterle i dialoghi che l'anziana faticava a udire.

Nemmeno ci è dato sapere se continuò a vedere The Warriors o quale altro film, da uomo oppure da donna, film bicicletta in cui mostrare le gambe mentre si pedala con un abitino di cotone a fiori, di cui poi strillare i dialoghi alla nonna, gli ha detto TI INFILO QUEL BASTONE NEL CULO E POI TI SVENTOLO COME UNA BANDIERA.

Semplicemente, ci si dimenticò progressivamente di lui e del suo formidabile record.

domenica 18 aprile 2021

Diabolik

 


Uno somigliava a un gattaccio di strada appena uscito da un bidone: magro, il pelo arruffato, sporco, con un muso aguzzo pieno delle cicatrici guadagnate nelle lotte per l'accoppiamento, in cui a prevalere erano micioni ben più adatti a tramandare i loro geni. Lo chiamavano Diabolik e di lavoro svaligiava appartamenti.

Se negli appartamenti che svaligiava non trovava soldi o gioielli – cioè quasi sempre, tocca purtroppo aggiungere –, Diabolik apriva il frigorifero e vedeva cosa ci stava negli scomparti. Nel caso il contenuto fosse di suo gusto (ma era di bocca buona), iniziava a mangiare e soprattutto a bere, come nella sequenza di un celebre film del 1958.

Dopo aver mangiato e, soprattutto, bevuto, non di rado si addormentava sul sofà dove lo trovavano i proprietari al rientro, acciambellato alla maniera di quel gattaccio di strada che pareva; numerose le lattine di birra vuote sparse sul tappeto, come pezzi di una partita a scacchi sempre sul punto di ricevere scacco matto.

Quando lo svegliavano, il più delle volte accompagnati dalla polizia, rispondeva sfregandosi gli occhi cisposi: “E voi chi  cazzo siete?!”, girandosi poi dall’altra parte e riprendendo a dormire.

Questo nel celebre film del 1958 però non viene mostrato. Altrimenti, invece de I soliti ignoti, si sarebbe intitolato Diabolik.

Maradona

 


Uno lo chiamavano Maradona e sembrava contento. Non che ci credesse per davvero di essere Maradona, ma quando qualcuno lo chiamava col suo vero nome, che poi era Armando, lui rispondeva: “Armando come Maradona”, e poi iniziava a correre mimando le finte del campione argentino nel dribblare gli avversari.

Una frenetica attività fisica che ci porta a immaginarlo atletico e magro, ma così non era e al contrario il suo aspetto era piuttosto corpulento, diciamo pure grasso. Forse perché, nei pochi momenti in cui non correva, mangiava Pocket Coffee, di cui pare fosse particolarmente ghiotto. Non aveva nemmeno bisogno di acquistarli, le persone glieli offrivano di continuo, per poi osservarlo mentre se li infilava in bocca senza scartare l’involucro, che sputava al termine di una paziente ruminazione in un gesto che faceva ridere chi gli aveva offerto il cioccolatino. Per tale ragione non ne rimaneva mai sprovvisto.

Un giorno, era ancora giovane anche se non si è mai capito quanti anni avesse di preciso, né la sua provenienza, Maradona era morto. Per l’esattezza era esploso, ricoprendo le persone che gli stavano attorno e gli lanciavano Pocket Coffee – mangiane un altro Maradona, facci un dribbling Maradona! – del contenuto delle sue viscere, e cioè caffè e cioccolato mescolati in una poltiglia informe. Si dice, si racconta ancora adesso a distanza di anni, che nel depositarsi sugli abiti dei presenti si era immediatamente trasformata in merda.

C’è però anche chi insinua che questa sia una storia inventata, e Maradona ancora adesso stia correndo e trangugiando Pocket Coffee da qualche parte.

mercoledì 31 marzo 2021

Coccodrillo

Uno diceva che i teroni dovevano stare a casa loro, la Padania ai padani, di lavoro faceva il politico. In seguito si era coretto, ed erano diventati gli africani, gli albanesi, i rumeni, insomma tutti gli altri (ma meglio se con una pigmentazione tendente a leggera rosolatura) che dovevano stare a casa loro, l'Italia è la casa degli italiani. Era finita lì? Non proprio. Un giorno, alcuni si stupirono ma nemmeno poi tanto, il suo motto diventava l'Europa agli europei, e faceva spuntare dal taschino un foulard blu con stelline gialle a disegnare un piccolo cerchio, al polso dei braccialetti, tanti braccialetti, con gli stessi colori. Era ancora abbastanza giovane e in salute, ma, non potendo escludere il peggio, i giornalisti devono preparare i coccodrilli, in cui a volte si anticipano le evoluzioni successive. Si mormora così che qualcuno abbia scritto: oggi piangiamo un uomo severo ma giusto, come dargli torto, la Terra ai terreni. I marziani a casa loro!

Protezione

Uno, grosso come un armadio, si era affezionato a un altro che era invece mingherlino, e così si sentiva in dovere di proteggerlo. Se si avvicinava qualcuno per dare un colpetto scherzoso al mingherlino, gli ringhiava: "Tuchel miiinga!" E se per caso l'altro si giustificava dicendo ma no, non volevo mica fargli niente di male, si faceva per finta, guarda, l'ho solo sfiorato, quello grosso come un armadio ribatteva: "Fintel miiinga!"

venerdì 26 marzo 2021

Petit père

Uno chiamava suo padre il mio caro papà, oppure paparino, papi, persino e dopo un corso di inglese daddy, possedeva un intero vocabolario di vezzeggiativi, che invece di regredire dopo l’infanzia si era accresciuto.

Quando il padre, ormai avanti con gli anni, era morto, aveva voluto osservarne il corpo disteso sul lettino dell’obitorio, prima che gli addetti alle pompe funebri facessero il loro lavoro. Un ultimo saluto al mio petit père - il francese non lo conosceva, ma l'espressione stava su una rivista illustrata che gli passava il vicino, dopo averla letta - aveva sussurrato alla moglie che aveva preferito attendere fuori.

Solo allora, osservandolo con gli occhi pieni di lacrime, si era accorto che i genitali erano di dimensioni superiori ai propri, molto superiori, diciamo pure enormi, e questa cosa l’aveva turbato, facendogli lasciare il locale quasi subito. Avevo freddo, si era giustificato con la moglie.

Da quel giorno, la donna si era stupita nel non udire più gli affettuosi appellativi nel ricordare il defunto, a cui l’uomo aveva da subito revocato l’aggettivo caro, quindi da paparino era passato a papà, padre, e una volta l’aveva anche sentito chiamare vecchio stronzo. Quando, esterefatta, gliene aveva chiesto ragione, lui aveva risposto: Lo so io il perché.


mercoledì 24 marzo 2021

Fly down


Uno gareggiava in bicicletta, era anche bravo, quello che si dice un passista veloce, aveva vinto sei tappe del Giro d’Italia e un Giro delle Fiandre, al termine del quale intonò O sole mio per ringraziare le centinaia di italiani presenti alla corsa, che avevano preso pioggia e vento pur di tifare per lui. Era il 1967.

Aveva però un punto debole: le donne. Quando ne intravedeva una giovane e carina sul ciglio della strada, si alzava sui pedali e, curvando il busto in avanti per essere più aerodinamico (ma alcuni insinuavano fosse unicamente per lasciar svettare il sedere), lanciava un piccolo sprint, così solo per far colpo.

I dirigenti della scuderia non condividevano queste sue esibizioni, temendo che alla lunga potessero compromettere la resa agonistica, e arrivasse al traguardo spompato. Dall'automobile dell’assistenza, quella che viene chiamata ammiraglia ed è generalmente una giardinetta, all'interno tutto un trambusto di pneumatici e pozioni miracolose e teste protese dal finestrino, ogni volta che si profilava all’orizzonte una bella ragazza gli urlavano allora: “’Ta bon Zandegù, 'ta bon!”, nello stesso dialetto veneto con cui lui si esprimeva.

Un’esortazione ripetuta talmente tante volte – tante quante il suo ardore erotico, che poco vi badava – da renderla nota anche fuori dalla piccola cerchia degli addetti ai lavori, ed estendersi col tempo ad altre situazioni, persone, luoghi. Bastava che uno si infervorasse un po', e, prima o dopo, si alzava una voce: “’Ta bon Zandegù, ‘ta bon!”

Poi Dino Zandegù, nato a Rubano il 31 maggio 1940 e ancora vivente, smise di correre, e ci si dimenticò anche di quella contagiosa espressione. Così se adesso uno va un po’ su di giri gli si dice fly down.

martedì 23 marzo 2021

Un uovo

Uno per andare all'osteria doveva percorrere tre o forse anche quattro chilometri a piedi, la strada era una statale in cui si manteneva sul ciglio. Si trattava di un omino dai capelli rossi e un'età indefinita. All'osteria poi beveva e, nel percorrere i tre chilometri, forse quattro, in senso contrario, alle volte si addormentava senza smettere di camminare, rimanendo in piedi come fanno i cavalli.

Non è chiaro se si trattasse di sonnambulismo, ma non era infrequente che si trovasse al centro della strada, addormentato, con le automobili che dovevano inchiodare per non investirlo, oppure sterzare bruscamente invadendo l'altra corsia. Quando finiva nel cono di luce degli abbaglianti, qualcuno, sulle prime, lo scambiava per un capriolo, di cui anche i cartelli stradali segnalavano il passaggio. Così oltre a frenare suonava ripetutamente il clacson. Che succede!, diceva lui fermandosi e sfregando gli occhi cisposi, ma riguadagnato il margine riprendeva a camminare tranquillo.

Compresa la situazione, gli automobilisti più scrupolosi si offrivano di accompagnarlo a casa, invitandolo a essere più prudente, con quel tono di voce che si usa con i bambini. Sì sì diceva lui, devo avere bevuto un goccetto, e all'arrivo faceva un dono per ringraziare: un uovo fresco, è delle mie galline!, e lo tirava fuori dalle tasche con la naturalezza del prestigiatore, una colomba bianca che prende il volo in un teatro.

C'era chi gettava l'uovo dopo poche centinaia di metri, giù il finestrino e via. Ma i più, presi alla sprovvista, lo riponevano nel cruscotto, dove veniva regolarmente dimenticato. Passato un mese l'abitacolo aveva l'odore delle fialette puzzolenti che, nei giorni del Carnevale, si spezzavano sotto il banco degli studenti più secchioni. E l'automobilista si ricordava dell'omino con i capelli rossi che camminava dormendo in mezzo alla strada.

Lapsus

Uno gli avevano chiesto cosa c'è nel deserto. Era in terza o quarta elementare, gli anni, quelli in cui per dire che un’automobile va veloce si diceva cento all’ora, e una giornata era caldissima quando il termometro segnava trenta gradi, astronauti stampati sulla bustina dei ghiaccioli. Se aggiungo che si chiamava Lapsus non ci crede nessuno, ma era proprio questo il suo cognome. Nel deserto, per terra, dai, proprio come al mare sulla spiaggia, lo incalzava la maestra, con i compagni che provavano a suggerire, la sabbia, la sabbia... Ma Lapsus, di famiglia povera e collocazione alpina, non era mai stato al mare, forse neppure aveva visto una draga immergersi nel fondo scuro del fiume, e continuava a fare scena muta. La maestra era quel genere di maestre di una volta, che dopo un po' le prudevano le mani. Lapsus, non farmi arrabbiare, qualsiasi cosa, ma parla! Così Lapsus, per timore forse degli sganassoni pedagogici, aprì finalmente la bocca, e disse: Le piastrelle.

Pinguino

Uno era un motociclista, anche se non aveva mai guidato una motocicletta. Del motociclista, o, meglio, del biker, però non gli mancava nulla: lunghi baffi a manubrio, gilet di pelle (l’effigie di skull & bones stampata sul retro), tatuaggi sulle braccia con i simboli della Yakuza, oltre alla propensione per la birra non meno che per le scazzottate. Ma naturalmente, ciò che ne sigillava l'identità era l'amore per le moto enormi e americane; le altre le considerava adatte ai fighetti della domenica, li chiamava così.

Se qualcuno gli faceva notare l'incongruenza, rispondeva che stava mettendo da parte il denaro, era già a buon punto aggiungeva, e poi mostrava una fotografia che teneva nel portafogli: Peter Fonda a cavalcioni di un chopper dal manubrio rialzato, il casco con i colori della bandiera americana, in una sequenza di Easy Rider. Ecco, la voglio così!

Quando nessuno, neppure i familiari che annuivano a quelle credevano ormai solamente fole, pensava che avrebbe mai preso una motocicletta, fu visto rombare sul corso della piccola cittadina in cui abitava da sempre. Fiero, solenne, ritto quasi avesse un busto ortopedico, stava sopra un'Harley Davidson nuova di zecca; non era uguale a quella di Peter Fonda, ma molto gli si avvicinava.

Una volta raggiunta l’età per la pensione – fortunatamente gli furono computati anche gli anni delle molte università cambiate, senza mai laurearsi –, l’aveva acquistata con i soldi della liquidazione, dopo avere tentennato sul colore. Alla fine, si era risolto per il nero: tutta nera, con due lingue di fuoco di un rosso cangiante impresse sul serbatoio.

Al termine del rettifilo su cui si aprivano boutique di abbigliamento, bar con i tavolini fuori, cani minuscoli che ringhiano al fianco di anziane che si confidano pettegolezzi, la strada svoltava bruscamente a destra, o a sinistra, bisogna decidere da che parte andare. Lui però andò dritto e si infilò nella vetrina di un negozio di articoli per l'infanzia.

C'è chi mormora che, di nuovo, aveva rimandato la decisione, o più probabilmente confuso la frizione con il freno. Fortunatamente non morì, anche se rimase in coma per due settimane nelle quali gli venne somministrata l'estrema unzione; fu un parroco affiliato agli Hells Angels a versargli l’olio sulla fronte, imprimendo un leggero segno della croce.

Quando lo dimisero dall'ospedale, la prima cosa che fece fu tagliarsi i baffi, la seconda regalare l'Harley Davidson (era un po' ammaccata ma, come si dice, a caval donato non si guarda in bocca) al proprietario del negozio di articoli per l'infanzia. Fu infatti grazi a lui se si salvò: col lenzuolino di una culla gli aveva tamponato le ferite, e poi imboccato un succhiotto a forma di pinguino per farlo stare tranquillo in attesa dei soccorsi.

lunedì 22 marzo 2021

Compreso me

Uno chiamava il buco del culo fabbrica di cacao e orrenda ferita la fica. Era omosessuale, naturalmente. Un altro però lo chiamava froscio, ricchione, arruso e frufru. Non c'era verso che quei due si mettessero d'accordo sulle parole. Eppure fu proprio grazie a loro, e non a Nietzsche, che altri impararono che il linguaggio è sempre un’interpretazione del mondo, mai una descrizione. Diceva anche: nessuno tocchi il portafoglio, compreso me!

Sarà lei!

Uno aveva il numero di telefono quasi uguale a quello di un negozio di articoli sportivi, cambiava solo una cifra. Così, accadeva soprattutto in inverno, poteva capitare che chiamassero per sapere se fossero pronti gli sci, o a primavera chiedendo dei Rollerblade per la bambina. Altre volte alzava la cornetta, una voce dall'altra parte: Pronto, Bosoni?, che stava per Bosoni Sport, e finiva lì con il chiarimento della svista. Quando a rispondere era la vecchia madre, di origini emiliane, però le cose prendevano una piega diversa, e se ne poteva udire la voce fin dall'appartamento accanto: Ma come si permette, busone sarà lei!

Pettegolezzi

Uno aveva messo in giro la voce che il cantante dei Simple Red, Mick Hucknall, in gioventù avesse fatto l’attore, interpretando il ruolo del protagonista di un telefilm americano di successo. La notizia apparve nei tardi anni ottanta così eccentrica e gustosa, che, una volta appresa, veniva immediatamente riportata: sai che il cantante dei Simple Red era il bambino di Tre nipoti e un maggiordomo... hai presente il rosso di quel gruppo inglese, massì sono la stessa persona… il tipo con le lentiggini e le orecchie a sventola… ma chi, il piccolo Jody, devo dirlo subito a mia sorella... e così via finché giunse nuovamente al punto in cui era partita, con l’ideatore della burla a cui ritorna come un boomerang. Ma davvero, sei sicuro?, rispose senza tradire il suo segreto. A me, uno che è nel giro, ha detto che prima faceva film porno. Il cantante dei Simple Red, sì, proprio lui, il suo nome d’arte era Big Red Banana. Così questo pettegolezzo finì col soppiantare e far dimenticare il primo.

Privacy

Uno diceva che il voto è segreto, non ha mai voluto rivelare a nessuno per chi votava, nemmeno alla moglie, ai figli e tanto meno agli amici che non aveva. Quando, già anziano, gli fu chiesto se credeva in Dio e desiderava confessarsi, prima di un intervento chirurgico estremamente delicato – il chirurgo aveva ripetuto per due volte quell’avverbio: estremamente –, rispose all’infermiera che non poteva esprimersi al riguardo, rimettendosi alla legge sulla privacy.

Efferatezze

Uno era andato in banca a chiedere informazioni sugli strumenti finanziari derivati. Mi dispiace, gli aveva detto la cassiera quando era arrivato il suo turno, per questo genere d'informazione devo farla parlare con il direttore. Sa, è molto più efferato in materia.

Stringhe

Uno quando era il momento di pagare si allacciava sempre le scarpe. Poteva capitare al bar, al ristorante, non faceva differenza, si mormora lo facesse anche dal dentista, tanto era abituato a quel gesto. Poi, dopo che qualcuno aveva saldato il contro per tutti, si avventava verso il riscossore gridando: Non accetti soldi da queste persone, faccio tutto io! Una volta fu anche visto allacciarsi i mocassini.

Due

Uno prendeva sempre due cose di tutto. Aveva iniziato con i libri: il primo lo leggeva e l’altro lo riponeva nella libreria ancora intonso, meglio ancora se dentro al cellophane, secondo un ordine suo di cui era molto orgoglioso. Era poi passato ai profumi, ai vestiti – gli abiti che non indossava mantenevano ovviamente l’etichetta – e infine, quando era aumentata la sua disponibilità economica, anche alle auto e alle fidanzate: con una faceva l’amore e l’altra la portava in giro in automobile; quella che non era chiusa in garage con i sedili ricoperti, così da preservali dalla polvere e dalla corruzione del tempo. Invecchiando, iniziò però ad accettare l’idea della transitorietà di ogni cosa, per quanto, nel dubbio e con ampio anticipo, preferì acquistare due bare.