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mercoledì 11 marzo 2026

Nodo tragico, sulla famiglia nel bosco

Ciò che mi sembra mancare nel dibattito sulla famiglia nel bosco, che si è riacceso in questi giorni in sospetta corrispondenza con il referendum, è la prospettiva tragica. Ma non in un senso generico e dolente e abusato, quando qui abbiamo una riconfigurazione dell’accezione originaria: un dover essere, per gli antichi greci, contrapposta a un non poter essere, spesso quale conseguenza a due lealtà percepite come entrambe legittime – le leggi della polis e quelle degli dei, nell’Antigone di Sofocle. Il nodo tragico nasce da tale coesistenza tra necessità conflittuali.

Nella famiglia nel bosco i termini del conflitto si delineano nel ruolo dei figli. Vengono contesi tra il bisogno di una famiglia naturale, a fare da nido emotivo prima di possedere ali robuste per il volo, in opposizione al diritto e dovere civile di essere istruiti, socializzati. La mancanza di uno dei due fattori si tradurrebbe per loro in un trauma. La retorica governativa insiste sul primo aspetto – il verbo strappare, strappati, con complemento implicito dei genitori naturali, non è neutro ma ideologico –, per quanto lo strappo culturale e sociale sia altrettanto drammatico.

Ma allora quale è la soluzione?

Non c’è, nelle tragedie non è prevista soluzione. Il dramma si distingue però dalla vita reale proprio in questo: nell’azione umana è sempre possibile ricercare forme compromissorie e complesse, nelle quali a qualcosa si deve comunque rinunciare e il punto intermedio non è mai chiaro; e, se anche lo fosse, non è detto sia preferibile a un leggero sbilanciamento verso uno dei due corni del dilemma.

Nello specifico, non so come si dovrebbe agire per uscire dallo scacco tragico – famiglia oppure istruzione e socialità –, ma so che il compito non spetta alla politica e piuttosto alla magistratura e ai servizi sociali. Come tutte le istituzioni umane possono talvolta sbagliare. Un rischio, concreto, che non ne legittima la surroga, specie se a rivendicare il compito sono politica e social network. L’opinione pubblica e la stampa hanno il compito di vigiliare, e anche la politica possiede i suoi organi di vigilanza.


Bene, abbiamo vigilato, abbiamo espresso, ciascuno in base alla propria sensibilità, una monumentale quantità di giudizi. Io stesso ho molte perplessità ascoltando le notizie che dai media vengono strattonate come i bimbi: chi le tira dalla propria parte ideologica, chi dall'altra. Ci unisce il muoverci a tentoni sul logheion dove si rappresenta il dramma – non conosciamo le relazioni degli psicologi, le leggi dello Stato e soprattutto luoghi e persone. Mi aspetto comunque che la magistratura e i servizi sociali tengano conto delle obiezioni, ma non che altri si sostituiscano al loro ingrato compito di sciogliere il nodo tragico.

martedì 1 luglio 2025

Il processo Grillo, o sulle irragionevoli ragioni del pisello

Non entro nel merito del processo al figlio di Beppe Grillo, Ciro, accusato dello stupro di una studentessa diciannovenne insieme a tre amici, tutti più o meno della stessa età della vittima oltre che rampolli della buona borghesia genovese; particolare che non me li rende troppo simpatici, confesso. La mia antipatia, a pelle, per gli imputati, mi renderebbe poco attendibile; a ciò si aggiunga la scarsa conoscenza della vicenda avvenuta nell’estate del 2019, e più in generale del Codice di procedura penale.

Proviamo allora a guardare alla materia da una prospettiva diversa. Il procuratore capo del Tribunale di Tempio Pausania, Gregorio Capasso, ha appena richiesto una pena detentiva di nove anni, che oltre ad apparire particolarmente consistente solleva una questione filosofica. La ricaviamo dalle motivazioni: le condizioni (verosimilmente alcoliche) della vittima le impedivano di esprimere il proprio consenso; detto in altre parole, non era cosciente di cosa stava facendo. E quattro figli di papà che scopano a turno una ragazza incosciente fanno schifo. Questo possiamo anche dirlo, la condanna estetica non ha bisogno di tre gradi di giudizio.

Però l'accusa rilancia questioni antiche e mai risolte – lo stesso la difesa, beninteso –, e mi chiedo se la specie a cui apparteniamo disponga di qualcosa come un rilevatore di coscienza… Intendo: come faccio a sapere se un'altra persona, in quel preciso momento, è davvero cosciente oppure no? A ben vedere, è lo stesso dubbio etico che si sta dischiudendo con l’intelligenza artificiale.

Certo, nel caso di una ragazza ubriaca degli indicatori esistono eccome (andatura pencolante, voce strascicata etc.), ma il punto esatto di confine è sempre discrezionale; per altro, se è discrezionale nella vittima deve esserlo anche negli accusati, tanto che nel diritto ciò rappresenta un’attenuante alla pena, fino al suo completo stralcio perché non in grado di intendere e di volere.

Ma anche questa formula, che abbiamo sentito centinaia di volte, sottende una visione fin troppo ottimistica delle competenze psichiatriche, che dovrebbero dirimere la materia. E ciò perché non esiste una teoria generale della coscienza – in realtà ne esistono molte, ma in conflitto tra loro.

L’unico modo per uscirne sarebbe quello di fare sottoscrivere un’autocertificazione di coscienza; un modulo da compilare prima di ogni transazione umana, non necessariamente sessuale: “Io, Tal dei Tali, sono cosciente delle mie azioni, anche tu lo sei e intendi ricambiare il bacio che sto per darti?” Non vi fa venire in mente qualcosa… Massì, la frase rituale pronunciata dagli sposi sull’altare. Un modo di procedere nemmeno tanto estremo, nei college americani già si stanno attrezzando.

Certamente utile nelle controversie giudiziarie, questa eventuale dichiarazione non ci direbbe però ancora nulla sulla natura della coscienza, dal momento che oltre a esistere la menzogna una persona incosciente, per definizione, non è cosciente nemmeno della propria incoscienza, e in tal caso potrebbe sottoscrivere qualsiasi cosa.

Per tornare alla filosofia, ricorda il celebre paradosso di Epimenide, nato a Cnosso nel VI secolo a.C. Il quale affermava: Tutti i cretesi mentono. Ma se mentono, mentirà anche Epimenide, e questa frase è falsa. Allo stesso modo, se le persone incoscienti pensano di essere coscienti, chi ci dice che una persona che si dichiara cosciente non sia invece incosciente? 

Si dovrebbe allora concludere, con Pascal, che il cuore possiede delle ragioni che la ragione non conosce. Per non dire il pisello, organo ampiamente mutevole nelle dimensioni quanto nelle intenzioni.

sabato 29 giugno 2019

Sea Watch, una tragedia moderna. O quasi...


Lo dico subito quale premessa: io sto dalla parte della giovane capitana della Sea Watch, Carola Rackete.
A campionato concluso e in assenza di rilevanti competizioni sportive, pare che questa sia l'unica occasione per condiscendere la natura umana, che gode nel disporsi in opposte tifoserie. Eppure il mio sostegno non è calcistico, mi sta perfino un po' antipatica, tifo per lei come tifavo un tempo per l'Inter di Moratti, le cui frequenti apparizioni televisive mi facevano venir voglia di sventolare qualsiasi altra bandiera, fosse pure quella della SPAL.
Rackete, come Moratti, è infatti una figura pubblica monodimensionale, in un romanzo potrebbe tutt'al più ambire al ruolo di personaggio minore. E sì che la storia le ha addirittura offerto l'occasione di interpretare Antigone, ma gli manca la stoffa drammaturgica.
A differenza dell'eroina di Sofocle, alla comandante tedesca difetta il senso del tragico, e moderna tra i moderni si siede sempre dalla parte della ragione, considerando tutte le altre sedie quali domicilio del torto. La natura tragica  e la nostra epoca ne condivide le caratteristiche essenziali  si fonda invece sulla compresenza di istanze opposte ma ugualmente legittime, o se si preferisce e con maggior enfasi filosofica: un dover essere che si contrappone a un non poter essere, andando a costituire una sorta di inestricabile nodo. Sì, proprio come quello di Gordio, che solo Aleasandro riesce sciogliere con la spada. Ma quando si sguainano le armi, qualcuno poi si fa male... 
Nel nostro caso, come nell'omonima tragedia, il contrasto irrisolvibile è tra due diversi decreti, dove la scelta è necessaria non meno che drammatica. Se dunque Antigone, offrendo sepoltura al fratello morto in battaglia e però così trasgredendo un divieto cittadino, si pone volontariamente fuori dalla legalità civile, è perché avverte dentro di sé una legge (non scritta) a cui assegna un grado maggiore di urgenza. La legge del cuore. Ma questa non smentisce, come non prova a fare neppure Socrate, le leggi imperfette degli uomini, e come quest'ultimo si dispone al giudizio di Creonte senza sollevare obiezioni.
La sua verità sta infatti a un livello diverso, è asimmetrica, tanto che è proprio nello scarto prospettico il manifestarsi della natura emblematica di Antigone, a fare da specchio a un'umanità che può finalmente riflettersi, non redimersi. Ma ormai lo spettatore dovrebbe avere compreso che è la vita, non la tragedia, a essere paradossale. 
Al contrario, sembra  che Carola Rackete contempli una sola verità: la sua. Una verità di segno certamente più alto – cercare di aiutare persone in pericolo, qualunque ragione o torto le abbia condotte a quello stato –, pur senza escludere l'insieme di norme e lealtà sociali e simboli in cui la vita associata si avviluppa, come il gomitolo di lana che solo il gattino accetta per quel che è: un buffo oggetto di cui non chiedersi la ragione, ma solo far danzare con le proprie zampette dispettose.
Le sarebbe dunque bastato un minimo di umiltà per fare di lei un'eroina tragica, ad esempio dicendo: lo so, sto violando i confini di una nazione sovrana e chiedo scusa al popolo italiano e alle sue leggi. Ma questo sbaglio è necessario, sta prima della legge e la completa. Così, invece, ha fatto la cosa giusta, the right thing. Ma con un atteggiamento sbagliato.