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domenica 19 ottobre 2025

Pregiudizi

È presente in me un pregiudizio duro a morire: penso che le persone che mi sono simpatiche debbano avere anche ragione, e viceversa. Certo, il concetto di ragione è ampiamente discrezionale (gli americani l’hanno compreso, e hanno una magistratura elettiva e un diritto con una forte componente giurisprudenziale), ma è una bussola preziosa che ci aiuta a orientarci nel mondo, evitando di andare a sbattere.

In politica, ad esempio, il mio pregiudizio funziona benissimo: Salvini mi è antipatico, e trovo che abbia anche torto. Capezzone ancora più antipatico, Vannacci, Giuliano Ferrara, la Santanché, questa la top five delle mie antipatie; ma potrei continuare. Tutta gente che vedo sprofondare nelle sabbie mobili del torto marcio.

Negli ultimi tempi il pregiudizio ha però cominciato a scricchiolare. Già con Berlusconi – simpaticissimo, e però quanto al resto… – qualche dubbio mi era venuto, ma ora con Francesca Albanese è definitivamente cascato il castello di carte.

Come si fa, mi chiedo ogni volta che Albanese compare in televisione, ad avere quella supponenza, quel sotuttoio, quell'indice perennemente levato? Non la pensi come me, e allora non vali un cazzo. Anzi sai cosa ti dico: me ne vado! La palla è mia e non si gioca più.

Questa è Francesca Albanese, dai è lì da vedere. Eppure non ho ancora sentito una sua affermazione con cui non sia almeno un po' d’accordo. Continuerà a essermi antipatica, intendiamoci, ma devo ringraziarla per avere estirpato il pregiudizio. Grazie Franci, adesso so finalmente distinguere le persone dalle loro idee.

domenica 3 agosto 2025

Corpi a perdere (mi ricordo 39)

 

Mi ricordo di una famosa attrice brillante ai funerali del marito altrettanto brillante e famoso, ne furono trasmessi degli stralci in quasi tutti i programmi televisivi, specie quelli di fascia pomeridiana che sottoscrivono contratti pubblicitari in forza di emozioni intense sottolineate dagli applausi del pubblico in studio. La cerimonia si tenne nella chiesa di Dio Padre a Milano 2, dove la coppia risiedeva, il 17 maggio del 2010, quando la donna non aveva ancora compiuto settantanove anni. Ma la sua età appariva indefinita; non è vero che le afflizioni invecchino, oltre una certa misura astraggono. Seduta su una sedia a rotelle con dei grandi occhiali da vista e l'occhio sinistro ricoperto da una garza (forse l’esito di un intervento chirurgico), dava l’impressione di essere finalmente riuscita a trascendere i numerosi accidenti che, nell'ultimo periodo, ne avevano minato la salute: il dolore aveva compiuto un salto di scala, immettendola a una dimensione metafisica del patire.

Non ho mai più incontrato una disperazione altrettanto compiuta, nelle coppie senza figli chi sopravvive precipita nel lutto senza il paracadute di una discendenza, tratti somatici o nella voce che gli ricordino la persona venuta a mancare. Ma qui lei non soffriva soltanto, si era fatta spazio concavo per ospitare quel figlio mai arrivato in quarantotto anni di matrimonio, a cui aveva dato la sagoma di Sofferenza; nei tempi antichi pare fosse esperienza diffusa: la psiche umana, nella resa alle passioni, diventa il teatro per l’ingresso in scena di un dio. Il funerale di Raimondo Vianello, di lui naturalmente stiamo parlando, più ancora di quello di Lady Diana o di John Fitzgerald Kennedy, si è così rivelato una tardiva manifestazione del mito, e Sandra Mondaini l’emblema incarnato della perdita. Ma c’è anche un aspetto personale. Da quel giorno ho cominciato a guardare alla vita degli altri con occhi diversi, come se fossero azioni di borsa e ne detenessi una minima quota, da monitorare sui grafici. Nelle fasi toro rimango indifferente ai guadagni, però quando i titoli precipitano sento che la direzione mi tocca, di più, mi riguarda. Provo a confrontare la memoria con le immagini registrate, su YouTube si trova tutto.

Quasi subito si impone il volto tramortito della vedova, mostra la confusione della bambina con il costume a pois che vaga per i bagni 123 di Rivazzurra, i genitori vengono ricercati con l'altoparlante; lo strazio è nei gesti e nelle poche parole in risposta alle condoglianze, il resto sono lacrime. Per un personaggio pubblico il nome di battesimo (Totò, Annarè, Albertone) è la certifica di essere entrati nel cuore degli spettatori. Sandra, tutti anche qui la chiamano Sandra  Sandra e basta. Da dietro si avvicina il nipote e le carezza dolcemente le guance inumidite, poi gli subentra Silvio Berlusconi, la sua personalità lo porta a volere essere lo sposo a un matrimonio e il morto a un funerale, ma sembra autentico il bacio che le deposita sulla fronte. Dapprima non lo si vede ma si riconosce la voce: è Pippo Baudo. Salito sul presbiterio invita i presenti – che idea cretina! – a intonare in coro il nome del collega scomparso: Raimondo, Raimondo, Raimondo… nemmeno si trovassero a un addio al celibato femminile, e si spronasse il muscoloso spogliarellista a calarsi gli slip.

Dettagli che avevo scordato, in fondo non aggiungono molto a ciò che ricordavo, ed è rimasto intatto e sopito negli anni; i traumi funzionano allo stesso modo suggerisce la psicologia. In quel volto al culmine del dolore era già tutto presente, perfino il passato e il futuro, a fare da specchio a ogni successivo magone. Il più frequente è la percezione di essere vivo dentro a un corpo corruttibile, un corpo che si affeziona alla corruzione di altri corpi. Ciascuno a perdere e dunque, più che amare, il mio rimpianto prende via preventiva.

domenica 27 luglio 2025

Waiting for the Miracle (mi ricordo 37)

Mi ricordo di un pappagallo a cui si doveva fare pronunciare la parola Portobello. Chi ci fosse riuscito avrebbe vinto un mucchio di soldi, c'era da scommetterci, lo assicurava un presentatore televisivo dall'aspetto un po' dimesso, ma che trasmetteva fiducia. Non si capisce perché ci misero tanto tempo per credergli, si trattava di una brutta storia – sul fatto che Portobello, così si chiamava il pappagallo, potesse dire il suo nome come un cristiano, sì; sul fatto che il presentatore non spacciasse cocaina, no... Mah.

Era infatti la prima eventualità a essere incredibile, da non credere proprio e cambiare canale sul nuovo televisore Grundig, finalmente a colori. Aspettarsi da un pappagallo e nemmeno di specie cinerina, la più loquace, che a comando articolasse un termine di quattro sillabe con la tremenda accoppiata di erre con ti, come mirto, carte, Bertè, nel senso di Loredana con le sue minigonne mozzafiato. Tutto ciò nel tempo di un minuto e sotto i riflettori di uno studio televisivo e, se ancora non bastasse, incalzati da uno sconosciuto: ma dai... qualsiasi ornitologo avrebbe potuto spiegare che si trattava di velleità.

Eppure, dopo cinque anni di tentativi miseramente falliti ci riuscì l'attrice Paola Borboni, era il 1 gennaio del 1982. Non ci avevo mai creduto fino in fondo nemmeno quando facevo il chierichetto – tutti quegli effetti speciali di Gesù, Lazzaro che si alza dalla tomba alla maniera del peggiore film splatter – ma con Portobello che a Portobello dice Portobello, non esistevano più dubbi: i miracoli esistono.

Da qui l'abitudine di guardare il cielo al risveglio, a cui sussurro Portobello. Finora non mi ha ancora risposto, ma sono convinto che, prima o poi, udirò una voce profonda, da anziano con all'attivo un po' troppe Nazionali senza filtro. La voce ci mette un po' a precisarsi, è il confuso balbettio del paziente che sta uscendo dall'anestesia; ma in seguito comincia ad articolare: Po... po... porbelo. Ho capito bene?! Questa volta lo scandisce chiaro e forte: Por-to-bel-lo, e poi ancora dopo una pausa, Portobello, Portobello, Portobello... a quel punto ci avrà preso gusto e sarà difficile fermarla, come avvenne con Paola Borboni. E io e la voce saremo una bellissima unica cosa.

(Dopo avere letto il testo, si consiglia l'ascolto di questa canzone.)

martedì 29 ottobre 2024

Tu dimmi un cuore ce l'hai?

Guardando la serie tv sugli 883, mi ronzava in testa una frase di Joseph Conrad: “Metti a nudo il tuo cuore, e la gente starà ad ascoltarti per quello – solo quello è interessante.”

In effetti, trovo la serie sulla coppia di musicisti pavesi interessante, di più: mi sta piacendo un sacco, complice forse l’abile regia di Sydney Sibilia. Ma poi c’è il cuore. Io, quel cuore lì, l’ho sentito pulsare negli stessi luoghi e tempi delle vicende raccontate; ho un anno in più di Max Pezzali e tra il 1987 e il 1989 mi trovavo a Pavia, dove frequentavo l’università.

In una sequenza del secondo episodio, si vede Mauro Repetto fare il barista al Bar Lux. Ma anche io andavo al Bar Lux! Mi ci portò per la prima volta il mio amico Vitto; nei giorni precedenti, all’ora dell’aperitivo, non lo si trovava mai. Dov'è Vitto? Boh. Intanto lui stava con un flute in mano e il gomito poggiato al bancone del Lux. Dagli un giorno, dagli un altro e non mutando mai di ordinazione, finché il barista, forse si trattava proprio di Repetto, gli chiede: “Le verso il solito?” Solo a quel punto Vitto mi aveva invitato nel suo nuovo bar. Voleva mostrarmi che lui era di casa, che aveva una casa, un solito da sorseggiare. Se non sbaglio si trattava di comune prosecco, e però convertito in stigma di appartenenza al Bar Lux.

La sensazione di avere una tana in cui rifugiarsi, un luogo che riconosci e dove sei riconosciuto, è chiaro segnale di possesso di un cuore, per quanto ancora piccolo piccolo, il cuore di un uccellino che fatica a spiccare il volo. Le canzoni degli 883 sono tutte così: mediamente bruttine, come è bruttino un passero appena uscito dal guscio. Eppure già vorrebbe diventare aquila, è ciò che accade anche ai nostri due passerotti pavesi, li vediamo prendere la rincorsa in motorino – rigorosamente sempre in due sulla sella lunga del Sì Piaggio – in attesa del balzo d'ali con cui raggiungere un indistinto nord sud ovest est, qualsiasi destinazione alternativa alla provincia va bene. Ma invece rimangono impigliati al nido (il loro Bar Lux si chiama Jolly Blue), che una volta abbandonato poi rimpiangono.

Una dialettica tra desiderio e nostalgia raccontata senza filtri e abbellimenti, solo cuore messo a nudo: non certo un cuore speciale, come non è speciale la musica degli 883. Ma sono proprio i limiti a renderli interessanti, aveva ragione Conrad, la gente rimane ad ascoltarti per questa imperfetta umanità. Recita il refrain di un’altra canzone del periodo: “Ma dimmi un cuore ce l'hai \ non hai capito che il mondo è fatto pure di noi…”

venerdì 9 agosto 2024

Format

L'intervento provvidenziale di Dio, a fermare la mano di Abramo armata di coltello, non fu solo una botta di culo per Isacco, ma anche il primo fortunato episodio di un format di successo. Scherzi a parte.

domenica 17 marzo 2024

Un eroe dei nostri tempi

 

Da un paio d’anni, come molti, ho cominciato a pronunciare il termine geopolitica. La ragione è tristemente nota e coincide con l’invasione russa dell’Ucraina, a cui sono seguite le tensioni nell’Oceano Indiano per Taiwan, l’attentato di Hamas del 7 ottobre e la spropositata reazione israeliana. Ai droni che volano nei nostri cieli corrispondono così nuovi vocaboli, ci frullano in bocca per imitazione dei commentatori televisivi, era già avvenuto durante la pandemia. Allora si parlava di immunità di gregge, spillover, proteina Spike, oggi di zone cuscinetto e choke points nella navigazione mercantile.

Di certo un segnale, perlopiù brutto, quando i linguaggi settoriali diventano di uso comune, travisati nel quotidiano chiacchiericcio. È quanto pensavo ieri sera assistendo alle prime due puntate di Supersex, la serie su Netflix ispirata alla vita di Rocco Siffredi. Gli attori sono tutti bravi e in particolare Alessandro Borghi (perfetta la sua replica della risata equina del pornodivo), scaltra e veloce la regia che scongiura sbadigli o la tentazione di controllare le mail sullo smartphone, sostenuta da una sceneggiatura sempre all’altezza. Eppure, mentre si passava da una gangbang a una doppia penetrazione, continuava a venirmi in mente quel termine: geopolitica.

Come se esistesse anche una geopolitica dell’immaginario – a differenza della pseudoscienza a cui si richiama non deriva da luoghi fisici, ma da luoghi altrettanto comuni che sono quelli del linguaggio. La lingua somiglia alle formine con cui da piccoli ricompattavamo la spiaggia di Rimini in figure. Di tutto ciò la biografia di Rocco Siffredi è stemma plastico: per quanto ben allestita, ciò che trasmette la fiction è la natura elementare del protagonista, vuoti slogan le frasi da lui pronunciate, stelline di sabbia che si disfano alla prima onda. Una personalità dalle reazioni sempre prevedibili, pavloviane, e ciò in buona e cattiva sorte, secondo la formula matrimoniale. Quando sono proprio le difficoltà a consentirgli di riconoscere la sua vocazione  "Tieni dinamite tra le gambe!" lo sprona il fratello , ed è fuori dubbio che scopare a quel modo lì rappresenta un talento. Insomma, tutto in Rocco Tano, in arte Siffredi come il personaggio interpretato da Alain Delon in Borsalino, è porno. Ma che cos’è il porno?

Potremmo guardare al porno come a un altro codice settoriale. Possiede infatti una funzione tecnica limitata nel tempo e nello spazio: serve a offrire lo stimolo masturbatorio ai maschi tra i tredici anni e l’andropausa, e nostalgia in chi l'ha superata. Non sono richieste altre qualità, sarebbero addirittura d’intralcio, inutili complicazioni, una volta create le condizioni fisiologiche necessarie a quell'antico gesto della mano. Nessuna simbolica dunque, nessuna profondità, prospettiva umana; e non per difetto, ma per statuto operativo. Come è avvenuto per la geopolitica e la virologia, il porno ha però finito con lo smarginare i suoi confini, caratterizzando con la meccanica stimolo-risposta-eiaculazione ampi aspetti della vita associata; per dirla col tono pomposo dei filosofi: si è fatto mondo. Un esempio? I social network.

Con il porno i social condividono l'iconicità, la rivelazione più che l'ammiccamento, la coazione a ripetersi in assenza di complessità, di psicologia se non nella sua degradata forma behaviorista. Il legante è costituito dal ritmo monotono e martellante, la cui singola unità fonetica, il post, oscilla tra il tempo minimo di un pompino e quello massimo di una copula, da concludersi con una sborrata rigorosamente in faccia, nei social surrogata in forma di like. Dopo avere consegnato il proprio segno/seme di gradimento che su Facebook ha la forma di un  pollice alzato, evidente simbolo fallico, non sono perciò contemplate soste meditative, elaborazione critica del messaggio, orecchiette a cui tornare sulla pagina del libro, come dopo il latte versato durante una sega si spegne subito il televisore. La presenza di eccezioni non contraddice l'assunto base: il linguaggio si fa specchio dell’universale, non del particolare.

In un occidente psichico sempre più a forma e misura del porno, Rocco Siffredi, campione di medietà e di affabile banalità (di nuovo quella risata equina che fa capolino come memento mori), diviene così l’erede di Alberto Sordi in Un eroe dei nostri tempi di Dino Risi, e bene ha fatto Netflix a renderlo protagonista di una serie tivù. Che in effetti non parla della sua vita, ma della nostra.

domenica 31 dicembre 2023

Mi fido o non mi fido...?

Facendo zapping con il telecomando sono approdato a un triste siparietto televisivo, e come sanno gli autori dei programmi il peggio ha un potere calamitante sullo sguardo. Era presente Piergiorgio Odifreddi, al solito sornione ma lievemente sotto tono, forse perché arreso all'impossibilità di un vero dialogo con la controparte, che era composta da una  bizzarra compagine di terrapiattisti e complottisti vari, in cui non poteva mancare Red Ronnie. Credo sia inutile fare il riassunto di ciò che è stato detto, la disparità degli interlocutori – volutamente selezionati per generare l'effetto "ma senti questi..." – basta e avanza. Sarebbe come fare la telecronaca di una partita di calcio tra la nazionale brasiliana e il Cantù.

C'è però un aspetto che trovo interessante e non conoscevo. Anche in matematica, materia astratta per definizione e dunque alla portata di un pensiero attrezzato allo scopo, non ogni formula è oggetto di conoscenza diretta. Mettiamo il teorema di Fermat. Odifreddi spiega che tutti i matematici lo conoscono, ma non tutti i matematici – solo una piccola parte in realtà – saprebbero dimostrarlo. Gli altri si fidano, delegano il loro sapere.

Questo elemento di delega della conoscenza non è un tratto della modernità, ma del processo di civilizzazione. Quando, ad esempio, nel secondo secolo a C. un mercante di olio percorreva la via Salaria e sul cippo a lato leggeva la distanza che lo separava da Roma, si fidava di quel dato espresso in milia passuum. Già allora sarebbe implosa l'organizzazione sociale repubblicana dubitando dell'informazione incisa sulla pietra miliare.

Eppure, continua Odifreddi, noi sappiamo benissimo che i governi non ci dicono sempre la verità, o perlomeno tutta la verità, nient'altro che la verità: molto viene omesso e qualcosa perfino sviato, come emerge dal caso WikiLeaks. Magari la distanza tra Roma e Ascoli sarà pure giusta, ma ogni sistema umano, come quelli informatici, contiene un bug, il più delle volte l'errore è frutto di semplice accidente.

Che fare dunque: buttare via tutto ciò che non è verificabile di persona, bambino e acqua sporca, o considerare lo scarto prospettico come una condizione necessaria, necessaria ma non sufficiente alla vita con altri?

Prendiamo il caso dei vaccini che ci ha diviso negli ultimi anni. Pfizer è un'azienda in cui lavorano fianco fianco centinaia di ricercatori, persone laureate, competenti. Al termine dei loro studi hanno sottoposto i risultati alle agenzie regolatorie del farmaco, anch'esse composte da donne e uomini con specifiche e dimostrate conoscenze nel settore. Immaginare un tacito e omertoso accordo tra di loro, in pratica una congiura, è semplicemente folle, ma la trasparenza di questo metodo di lavoro non garantisce al 100% sulla bontà del risultato, specie riguardo gli effetti a lungo termine dei vaccini. Tocca di nuovo fidarsi, delegare.

Un dubbio che ha indotto molti a sottrarre la spalla all'iniezione, dire a me non mi freghi mica, prima mostrare tappeto poi soldi. È la solita storia del dito di San Tommaso da infilare nella piaga, diventato il naso per ragioni fonetiche. Ok, possiamo capirli, non li condanniamo. In fondo, ci ricorda Popper, la scienza è tale perché i suoi enunciati devono essere falsificabili, e la verità di oggi domani potrebbe convertirsi in errore. Ma se tutti diffidassero non torneremmo a una condizione premoderna, ma precivile. In pratica, quando Uruk e Ur non erano ancora state edificate, e piccole tribù di Homo Sapiens Sapiens vagavano spronando un neghittoso gregge di pecore.

No, nemmeno la Fender Stratocaster di Jimi Hendrix era stata ancora inventata, mi dispiace caro Red Ronnie. Forse, nelle tue sedute di negromanzia, potresti convincerlo a suonare una foglia d'ulivo.

sabato 4 novembre 2023

Piccole gioie quotidiane

Bello quando lo smartphone ti invia notifiche di cui non intendi il senso, meno che mai i personaggi, a mala pena il contesto da integrare con i trasferelli dell’immaginazione, consegnandoti alla speranza che ancora esistano isole sperdute in cui accamparsi, e come il soldato giapponese Hiro Onoda perseverare in una guerra già perduta. 

Una guerra alla pervasività del presente, un presente semplificato, per slogan e figure, da incollare sull'albo delle figurine in cui gli spazi vuoti hanno smesso di suscitare il pungolo della ricerca. A differenza di Battiato, io mi accontento di queste piccole gioie quotidiane. L’ultima è la seguente:

"Grande Fratello, Beatrice Luzzi chiede aiuto a Giuseppe Garibaldi e smaschera Varrese."

Chi è Beatrice Luzzi? Chi è Giuseppe Garibaldi? Chi è Varrese e quali malefatte ha compiuto, prima di essere smascherato dagli altri due?

Non importa. Parole. Risaltano ai miei occhi come cacche di cane ai giardinetti dopo che ha appena nevicato. Suoni. Riecheggiano nelle orecchie come frasi smozzicate pronunciate dal chirurgo, mentre l'anestesia totale comincia a fare effetto. La semantica è solo un dettaglio, un quasi niente, il boccolo biondo che scivola sulla schiena alata del putto.

Ero al bar a giocare a bigliardo il giorno in cui l'insegnante di lettere ha spiegato il verso pape Satàn, pape Satàn aleppe. Una lacuna scolastica mai più colmata – cosa voleva dire Dante? Aleppe... pape... a Satàn forse ci arrivo. Sarà che un vuoto di sapere somiglia a un vuoto d'aria durante il volo, e non meno divino è l'atterraggio nella Commedia.

A maggior ragione, diventa irrilevante chi sia e cosa faccia tale Beatrice Luzzi; a parte chiedere aiuto a Varrese, un altro perfetto Carneade. Quanto a Giuseppe Garibaldi, sospetto non sia quel Garibaldi lì, la cui bronzea figura troneggia nella piazza principale della mia città.

A confortarmi è il fatto che la comunicazione venga inviata a me, proprio a me, il famigerato algoritmo l'ha stabilito con inequivocabile certezza, è la X che a battaglia navale dovrebbe colpire e affondare l'incrociatore; ad altri il siluro contenente la foto di Chiara Ferragni mentre dona il suo sangue, di certo più rosso del mio. L'algoritmo sa, ti dicono.

Ciò significa che, oltre a due Giuseppe Garibaldi, devono esistere anche due Grande Fratello (uno infatti è vip), entrambi un po' grulli. O perlomeno, quello che dovrebbe spiarci e ricavare cosa interessa e piace e quindi siamo disposti ad acquistare – versione 2.0 della Stasi, di Tom Ponzi – spara ancora nel mucchio; nel torneo di freccette in un pub inglese centrerebbe la svastica tatuata sul sedere di Paolo Di Canio.

Del sottoscritto, bene che vada, l'intelligenza artificiale ha compreso quanto i Testimoni di Geova; di tanto in tanto (ma sempre meno spesso) suonano al citofono per mettere in salvo la mia anima. Sì, lo so, la fine è vicina, li anticipo ogni volta io. E poi gli lancio il gavettone.

sabato 2 settembre 2023

Dal Morgan in sé al Morgan in me, piccolo esercizio di ecologia linguistica

L'ultima puntata della serie Morgan: un uomo di mezza età, una polemica al giorno, è perlopiù fiacca e priva di mordente, e si può tranquillamente pigiare sul telecomando e saltare a prossimo episodio, in cui verosimilmente farà pipì sulla scrivania del sindaco di Milano mentre questi gli sta consegnando l'Ambrogino d'oro.

Ma c'è almeno un elemento nella sua intemerata contro il pubblico di Selinunte su cui è interessante soffermarsi. È quando, in stato di evidente alterazione – e segnamoci il sostantivo: alterazione – grida "fro*** di me***” alla persona che lo aveva richiamato al tema musicale della serata.

Una frase che dice qualcosa di ben specifico e inaccettabile (per la quale, va aggiunto, Morgan si è più volte scusato), ma qui utilizzata in chiave di generico insulto, l'espressione a portata di labbra che si immagina possa fare più male. E infatti il suo inconscio rissoso, perché di questo stiamo parlando, ha compiuto il lavoro occulto alla perfezione, e selezionato con automatismo pavloviano termini che più aggressivi e sconci non potevano essere.

Utilizzando una categoria lacaniana, potremmo dire che le due parole in sequenza unite da preposizione appartengono al Grande Altro, da intendersi come una pre-interpretazione linguistica del mondo elaborata in determinati (ma piuttosto ampi) momenti storici collettivi. Quindi archiviate come opzione attivabile all'occorrenza.

Non basta dunque dissociarsi, di più, sdegnarsi al cospetto della bulleria eterosessuale di Morgan, ma andrebbe interrogata quella parte di noi – probabilmente non ne siamo neppure consapevoli – che ha imparato ad associare fro*** con me***, e a scagliare entrambi contro qualcuno percepito come nemico.

Qui non sono infatti in gioco i diritti civili e il rispetto dovuto agli omosessuali, su quelli, al netto di qualche svalvolato come il generale Vannacci, siamo tutti d'accordo. È piuttosto l'incrostazione di un'Italietta piccolo borghese e fascistoide, molto più difficile da elaborare ed espungere perché fa tana dentro linguaggi acquisiti fin da piccoli, come ricorda Matteo Marchesini in un suo intervento. È in quel tempo remoto che si crea la metonimia tra inimicizia e omosessualità, da utilizzare, come dimostra l'episodio di Selinunte, anche in direzione inversa.

Un buon esercizio consiste nello scarto di livello, si realizza, parafrasando Giorgio Gaber, nel passaggio dal Morgan in sé al Morgan in me. Può aiutare l'ausilio di uno specchio verso cui disporsi frontalmrnte, quindi iniziare a ripetere: "Fro*** di me*** fro*** di me*** fro*** di me***..."

Cosa provo, cosa mi comunica quella sequenza di suoni dentro la pancia?

Quando le emozioni di rabbia che verosimilmente scaturiranno si convertiranno in una sonora risata – l'insulto è ridicolo, mica davvero vogliamo prenderlo sul serio? – potremo non solo dire ma sentire che è una sciocchezza. Saperlo lo sappiamo già. Se poi ne abbiamo ancora voglia, allora e non prima ci sarà tempo per tornare sui social a insultare Morgan, dargli dell'omofobo, augurargli ogni sorta di purga televisiva, come se non partecipare a X-Factor equivalga a un biglietto di sola andata per la Kolyma...

Ma fino a che non avremo collaudato su di noi l'orrenda espressione che ci appartiene, chi più chi meno a seconda dell'oratorio frequentato, lo specchio è lui, Marco Castoldi, in arte Morgan. Solo che non riconosciamo al suo interno il nostro volto, quello dei nostri avi e di infinite generazioni precedenti.

domenica 20 agosto 2023

Un amore grande. Ma quanta grandezza siamo disposti a concedere al nostro amore?



L'ho rivisto ieri sera per la terza volta, e per la terza volta ho trattenuto a stento le lacrime; massì diciamolo: qualcuna mi è pure sfuggita sul cuscino. Importante che non mi abbia visto nessuno.

Mi riferisco all'episodio San Junipero presente nella terza stagione di Black Mirror, si trova ancora su Netflix. Per chi non l'avesse visto - ma vedetelo! - cercherò limitare gli spoiler, per quanto qualcosa ci scapperà. Questo però lo posso dire senza compromettere la sorpresa: contiene l'idea cinematografica più potente, tenera, spiazzante e, per paradosso, plausibile vista negli ultimi anni sullo schermo.

Non è importante che la regia sia un po' televisiva, anzi lo è totalmente, ma in senso non spregiativo, come per Stendhal che dichiarava il suo stile letterario ispirato al Codice Civile napoleonico, niente preziosismi da primo della classe. E così anche in San Junipero la regia è piana e senza la ricerca di abbellimenti calligrafici, quel guarda come sono bravo che si avverte come sotto testo di tanto cinema americano. Una scelta in levare che fa risuonare ancora di più i dilemmi che dischiude nella mente dello spettatore.

Intanto: è una storia d'amore, da principio adolescenziale e sbarazzina, si potrebbe essere portati a credere di trovarci invischiati in un teen movie. Niente di più sbagliato. Le possibilità che la tecnologia lascia intravedere già adesso, figuriamoci tra una manciata di anni, pongono infatti a questo amore acerbo interrogativi inediti e concreti.

Quando si dice ti amerò per sempre, ad esempio: e se non fosse solo un'iperbole...

Lasciamo il dubbio in sospeso e torniamo a un altro elemento recuperato dalla tradizione, qual è il tema del doppio. Qui viene rimodulato in forma esponenziale: le due protagoniste, attenzione, cominciano gli spoiler, sono una il doppio dell'altra, ma anche di loro stesse. Quindi abbiamo la nostalgia verso un passato reale divenuto mitico nel ricordo: gli anni Ottanta, e da quel ricordo la forbice si spalanca tra gioventù artificiale e vecchiaia autentica. Entrambe sono presenti in una sincronia che imprime una sterzata in direzione della fantascienza.

Ma saremmo fuori strada anche se pensassimo di avere così trovato il bandolo della matassa. Viene infatti richiamato un problema ben vivo nel presente, l'eutanasia, a cui si aggiunge quel pizzico di omosessualità che nel cinema contemporaneo non guasta. Ma è di nuovo riletta nella prospettiva del doppelganger: l'omosessualità non tanto, o non solo, come ricerca esterna di un corpo di genere uguale al proprio, ma, in chiave junghiana, di una parte diversa che sta all'interno di ciascuno, a cui l'altro fa da specchio.

Potremmo chiamarle la parte vera e la parte falsa reclamata dalle consuetudini sociali, la maschera professionale, e con ciò recuperare l'alternativa tra autentico e artificiale che già abbiamo incontrato per il tempo biografico, ponendola nuovamente in forma interrogativa.

Cosa è vero e cosa è falso se i sensi, ricreati dalla tecno-scienza, perdono la capacità di discriminare una sostanza chiamata realtà? E come comportarci quando questo confine diviene incerto, replicando la scelta tra la pillola rossa e quella blu in Matrix? Con la differenza che l'illusione qui rappresenta la via di fuga al dolore e alla degradazione del corpo, in una sensibilità neo gnostica (di segno solo invertito) condivisa con la pellicola dei fratelli Wachowski.

Ma alla fine è il quesito amoroso che nel finale si riprende tutta la scena, un AMORE che più maiuscolo non potrebbe essere. Siamo disposti, per tornare all'ipotesi lasciata in sospeso, a un sentimento tanto grande da sfidare il tempo in senso letterale, congelandolo dentro il loop di una manciata di canzoncine degli anni Ottanta. Ho provato a farlo con Heaven Is a Place on Earth di Belinda Carlisle, presente in colonna sonora con funzione sia diegetica che simbolica, e già al quarto ascolto mi era venuta la nausea.

Non però per questo episodio di Black Mirror, che probabilmente riguarderò ancora. E di nuovo mi commuoverò (ben attento a non essere visto) di fronte allo spaziare senza limite del raggio dell'amore, di ogni amore, perfino di uno nato in discoteca con i capelli impiastricciati di Tenax, e uno sfigato sullo sfondo che gioca a Pac-Man. Amore tra ragazze vecchie o vecchie ragazze, distinzione che abbiamo ormai compreso rappresentare la vera finzione. Una congiura ontologica, la chiamerebbe il filosofo Emanuele Severino.

Ma se per lui tutto da sempre è, qui, quasi messianicamente, è proprio l'amore a sconfiggere la morte, la tecnologia ne è solo lo strumento attuativo. L'elemento davvero decisivo è che ci sia qualcuno disposto a bere molti rum and cola assieme a te. Una sbornia che ha durata di eternità. Ne siamo pronti?

lunedì 15 maggio 2023

Fabio Fazio, o sulla televisione in formato mp3


Fabio Fazio ha sempre fatto una televisione media, quella che gli anglosassoni chiamano mainstream: la corrente principale del fiume, dove fluiscono senza intoppo le acque e non si incagliano i rami spezzati; niente pericolosi mulinelli, ristagni a margine che fanno da cimitero galleggiante a bambolotti senza testa, lattine vuote come crisantemi.

Televisione media per ceti medi acculturati ma non troppo, gente che se deve ordinare a ristorante un vino chiede Brunello di Montalcino, così non sbaglio aggiungono. E non sbaglia neppure Fazio nell’accompagnare le libagioni con bocconi sapidi e di già acquisita fama culinaria – prima regola del consenso: evitare ogni rischio.

Un menu variamente composto ma sempre rassicurante, specie quando gli ospiti vengono riesumati da memorie in bianco e nero, secondo lo schema consolidato della citazione postmoderna: tra il nuovo artista emergente e Bobby Solo sempre scegliere il secondo, a meno che il primo abbia già venduto un milione di copie; copie di qualsiasi cosa, la forma prevale sul contenuto e l'identità è un concetto superato.

Un pubblico perlopiù coetaneo e in tutti i sensi complice – ah te le ricordi le biglie di plastica con cui giocare sulla spiaggia, all'interno contenevano l'immagine colorata di Merckx e Gimondi – al quale si rivolge con garbo nostalgico e ironia, leggerezza che non è sinonimo di stupidità. Tutto ciò costituisce a un tempo limite e virtù, a seconda che si intenda la conduzione svago o strumento di conoscenza, conferma del noto o scoperta del nuovo. Eliminiamo dunque anche la curiosità, un altro inutile sforzo.

Di certo il suo modo, credo naturale, di accostarsi al mondo vellicandone le superfici, lo rende più consono a una emittente commerciale, onestamente pop. Sempre che nel termine servizio pubblico sia ancora implicita una sfumatura pedagogica; pratica ambigua e arrischiata, quando Fazio non ci è mai sembrato un cuor di leone. Lui stesso ci scherza sulla propria assenza di coraggio, in ciò confermandosi una persona intelligente.

Ma c'è intelligenza e intelligenza. Paolo Conte offriva alla lei di una sua canzone "l'intelligenza degli elettricisti", mentre quella di Fazio è piuttosto un'intelligenza da taxisti  dove vuole andare signora, dove la porto?  oppure da crooner che cerca di piacere a tutti, più che da cantautore impegnato e spigoloso. E il gioco del se fosse potrebbe andare avanti all'infinito: se fosse un animale Fazio sarebbe un'iguana, che si mimetizza e adatta all'ambiente.

Peccato che il giornalismo sia un'altra cosa. Insieme a ogni argomento od ospite, un cosa potremmo dire, nel giornalismo viene infatti veicolato un come, ossia un'interpretazione discrezionale e moralmente situata del mondo. E questo come, per Fazio, è sempre stato un come non scontentare nessuno, come essere quella persona per bene che probabilmente è: non offende, non disturba, non mette in imbarazzo l'interlocutore.

Se penso a due conduttori che gli somigliavano mi vengono in mente Corrado e Raimondo Vianello. Entrambi erano lievi e spiritosi, ma, come giusto, furono tra i primi a dirottare sulle reti Mediaset, dove il loro talento leggero trovò riconoscimento popolare e solido successo. Anche Claudio Lippi possiede qualcosa che lo ricorda, ed è un peccato che non faccia più televisione.

Perciò l'imminente congedo dalla Rai di Fabio Fazio non mi sembra la tragedia di cui molti tuonano, pur non sfuggendomi le ragioni – brutte ragioni politiche di tale scelta. Può essere in ogni caso rubricato tra le notizie irrilevanti. Come irrilevanti, per informazione e cultura, sono stati i suoi numerosi anni in Rai, in cui bisogna aggiungere che non ha mai preteso niente che non gli spettasse. Poco importano infatti i suoi compensi a molti zeri, il suo lavoro l'ha sempre fatto con zelo geometrile, non lasciando mai nessun numero al caso. E venendo così ripagato da ascolti e pubblicità.

Ricorderemo con simpatia i siparietti satirici con Luciana Littizzetto, o alcune belle stagioni di Quelli che il calcio, dove lo svago era messo a tema senza ulteriori ambizioni. In quel caso la medietà stava nel registro discreto, più che in un'informazione sul modello dei file musicali nel formato MP3, dove vengono sfrondate le frequenze più alte e più basse. Rimane nuovamente ciò che sta nel mezzo, ma basta e avanza quando vuoi sparare nei timpani del mucchio.

D'altronde non è una perdita, un lutto, e piuttosto una ricollocazione all'interno di un possibile televisivo ampliato negli anni, complici le piattaforme di streaming e altre diavolerie tecnologiche che hanno nel frattempo moltiplicato i canali. Su uno di questi, probabilmente Discovery, quando lo incroceremo lo guarderemo sempre con piacere. Per svagarci. Non per capire un po' di più il mondo e la sua complessità.

martedì 3 gennaio 2023

Old Man, o sulla geologia delle serie tv

Old Man, la recente serie televisiva prodotta da 20thTelevision e trasmessa, in Italia, da Disney +. A questo periodo manca una reggente, non è una svista. Piuttosto la sensazione che sto avendo nel guardarla; l'ho scaricata da eMule, ci manca solo che mi abboni anche a Disney +...

Avevo grandi attese, mi piace molto il protagonista, Jeff Bridges, e ne avevo letto bene. Ma già dopo la prima puntata, abbastanza buona, è emerso quel tratto della serialità su cui è interessante ragionare, più che sulla specifica serie che si è rivelata purtroppo modesta.

Viene spesso fatto un paragone: le serie somigliano a un romanzo, i film a un racconto. Messa così, in forma assoluta, è probabilmente una sciocchezza, le eccezioni alla regola vengono subito alla mente (Oblomov, Barry Lyndon, Citizen Kane ecc.). Eppure quante volte, andando a cinema, siamo rimasti delusi dalla riduzione cinematografica di romanzi che abbiamo amato, riduzione in tutti i sensi. In due ore scarse si stenta a fare emergere la psicologia e le motivazioni dei personaggi, se non in forma semplificata. Limite che le serie non hanno, e consentono uno scavo umano più profondo.

Pensiamo a Better Call Saul. Il protagonista, Jimmy McGill, poi divenuto Saul Goodman per attrarre clienti, ci sembra di conoscerlo. È una persona più che un personaggio, o ancora più precisamente un personaggio-persona, a cui i bravi sceneggiatori (oltre al magnifico interprete, Bob Odenkirk) hanno trasferito tutta una sfumata gamma di stati d'animo, una biografia che si riflette sulle scelte presenti.

Ma cosa succede, nelle serie televisive, nel caso di personaggi-personaggi, ricalcati dai cliché cinematografici più vieti?

Succede quello che avviene in Old Man: si scava si scava, ma per non trovare nulla. Una disposizione geologica prima ancora che cinematografica, in cui la ricerca del filone d'oro conduce a un pugno di sabbia.

In questo caso si rimpiange l'azione pura, si rimpiange il primo Clint Eastwood in cui erano presenti due sole modalità espressive: con sigaro e senza sigaro. Ampiamente sufficienti per fare procedere una vicenda che offre in sé ristoro, la psicologia diventerebbe una ridondanza che intralcia il piacere dell'azione. Gli stereotipi, nei casi migliori, si convertono infatti in archetipi drammaturgici. Basta una parola: western.

Non disponendo di un personaggio-persona si dovrebbe fare un western, oppure un action movie, un film di cappa e spada, non una serie. Old Man, senza la zavorra psicologica e motivazionale, sarebbe probabilmente potuto essere un buon film di genere. Jeff Bridges ci mette una maschera da cattivo buono che è sempre un piacere. Ma così è l'ennesima storia di un cercatore d'oro che non lo trova. E di uno spettatore che si addormenta.

 

lunedì 5 dicembre 2022

Solo noi

La presenza di Paola e Chiara alla prossima edizione del Festival di San Remo è una buona notizia. Ratifica ciò che avevamo già intuito: i giovani non guardano la televisione, e in particolare la tivù generalista. Bazzicano soprattutto il web, un po' di piattaforme streaming, molto YouTube ma, quando si tratta di Rai1 o di La7, devono chiedere a genitori e nonni di che si tratta. 

Sanremo diventa così la rappresentazione dei giovani che ci facciamo noi, che giovani non siamo più. Paola Lezzi, quarantotto anni, e la sorella Chiara di quarantanove, per il pubblico di Amadeus sono dunque ancora i giovani d'oggi, come intonava Luis Miguel dal palco dell'Ariston nel 1985.

Ma in fondo è quanto sempre avvenuto: il tempo, suggerisce Einstein, è una categoria relativa; ci dice poco dell'oggetto e molto del soggetto. E in questo caso il soggetto, comodamente adagiato sul divano mentre sorseggia una tisana al sambuco, la televisione accesa fino al cazzeggio del Dopofestival, siamo solo noi, altro successo di Toto Cutugno del 1980. Vecchi di oggi che ancora pensano di essere i giovani di ieri.

martedì 22 novembre 2022

Se ti tolgono ciò che non è tuo


“Non si è soli quando un altro ti ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto.” Mi sono tornate alla mente queste parole che appartengono a una vecchia canzone di Roberto Vecchioni. Stavo seguendo, con qualche anno di ritardo, The Leftovers, la bella serie di Damon Lindelof tratta dall’omonimo romanzo di Tom Perrotta, il quale ha collaborato alla sceneggiatura. Ed ecco che Vecchioni ne diventa la colonna sonora.

L’idea di partenza è semplice quanto geniale: Il 14 ottobre del 2011 il 2% della popolazione mondiale (140 milioni di persone) scompare all'improvviso. Puff, svaniti, nel nulla, come recita il titolo con cui sono state tradotte in italiano le tre stagioni, originariamente trasmesse su HBO. A quella scomparsa le persone reagiscono in vario modo, ma tutti sembrano condividere la percezione di una sottrazione illegittima. Ciò che avevano o, meglio, pensavano di avere, gli spettava per una sorta di diritto naturale. Non importa che si tratti di cose o di rapporti umani, nel sentire diffuso possiedono lo stesso statuto proprietario

Una felice intuizione che Perrotta ha saputo tradurre in metafora drammaturgica: l’Occidente, pare dirci, più che su un generico patriarcato si fonda su quel senso del possesso che, in un’altra canzone, viene definito prealessandrino. Ma non solo possesso delle donne da parte degli uomini, o degli schiavi dai padroni: tutte le relazioni avvengono sotto l’ipoteca del verbo avere, e il colonialismo rappresenta solo l’estensione storica di un vizio psichico radicato nella nostra cultura, che da alcuni decenni ha iniziato a vacillare.

La cartina di tornasole, al solito, più efficace, è quella del linguaggio. Non so come viene espresso in altre lingue (a parte inglese e francese), ma è curioso che alla nascita di un figlio una persona dica in Italia "ho avuto un figlio". Al limite, se sei un uomo, hai contribuito a generarlo, o se sei una donna l’hai partorito – per quale stramba associazione mentale i figli si dovrebbero avere? Eppure ci sembra che le cose stiano naturalmente così, per il pater familias il diritto di proprietà era totale, riflettendosi sulla vita dei congiunti che ricadevano sotto il suo arbitrio fin anche all'omicidio, in questo caso non sanzionato dal diritto romano.

E invece no, leftovers, superstiti: ci si sveglia una mattina e i figli non sono più nostri, le mogli chiedono il divorzio e poi si affiliano a una strana setta in cui ci si veste di bianco, si comunica solo attraverso la scrittura e si fuma dalla mattina alla sera – è quanto accade a Kevin Garvey, capo della polizia Mapleton e protagonista della serie. Ma anche tutto il resto dispare; a volte bruscamente, altre con soffice noncuranza, e il vuoto di senso si fa in un certo senso concreto. A mancare non è più solo l’idea astratta di un dio ma Giovanni, Fabietto, Silvia, Rudy. Non sono morti. Non sono vivi. Semplicemente, non li abbiamo più.

Si insinua così il dubbio che questa perdita improvvisa rifletta una condizione anteriore e non riconosciuta, quella del dono: la donna che ti offre le labbra per un bacio, ringraziala, anche se siete spostati dì mille volte grazie, perché quel bacio non ti spetta, può sempre essere revocato, come il figlio che non è tuo e prima o poi e come giusto se ne andrà.

I risvolti religiosi sono voluti, si intravede l'ombra del pugnale di Abramo sul collo di Isacco e Gesù che invita a lasciare e, perfino, a odiare madre, padre e fratelli per seguirlo. Ma col passare delle puntate subentrata una sensazione che ci conduce in territori diversi, verso un Oriente in cui l’assenza non è sintomo di perdita ma luogo di generazione; in una celebre storiella zen il maestro invita a versare altro tè in una tazza già colma, e al traboccare del liquido l’allievo dovrebbe sviluppare gratitudine per ciò che agli occhi dello stolto è solo mancanza.

Ed è così che il fantasma degli scomparsi si fa progressivamente vacante, consentendo a chi resta di riconoscere, prima, l'assenza come tale, quindi chiudere il cerchio del lutto e colmare lo spazio attraverso nuove relazioni; all’inizio con impacciato sospetto, timore come è sempre per le cose nuove. Ma alla fine una delle poche leggi certe della vita è che il vuoto tende a essere riempito.

Milo de Angelis, poeta magnifico, è ancora più radicale di Tom Perrotta, e non si ferma al 2%. La perdita è costitutiva, ontologica direbbe un filosofo. Non solo gli altri ma nemmeno noi siamo del tutto nostri. Un sospetto che rimane attaccato anche al termine della visione di The Leftovers, e si condensa nel monito tremendo con il quale conclude una poesia che non è sua, non è mia ci dice tra le righe, non è di nessuno. Già che “se ti togliamo ciò che non è tuo \ non ti rimane niente”.

sabato 29 ottobre 2022

Memo Remigi c'est moi

Un uomo di ottantaquattro anni, di recente rimasto vedovo, fa scivolare la mano avvizzita sul sedere di una trentacinquenne, il tutto in diretta televisiva e ahimè (per lui) in favore di camera. Ciò che rende doppiamente triste una vicenda già squallida, è che quella mano appartiene a chi, cinquantasette anni prima, nel 1965, cantava:


"Sapessi com'è strano

Sentirsi innamorati

A Milano


Senza fiori, senza verde

Senza cielo, senza niente

Fra la gente, tanta gente


Sapessi com'è strano

Darsi appuntamenti

A Milano


In un grande magazzino

In piazza o in galleria

Che pazzia


Eppure

In questo posto impossibile

Tu mi hai detto ti amo

Io ti ho detto ti amo..."


Un testo di ingenua e delicata poesia sulle belle note di Alberto Testa, a insinuare il dubbio che l'episodio  si chiamano molestie sessuali, nessuna reticenza o assoluzione nel denunciarlo  celi una versione aggiornata dell'enigma della Sfinge risolto da Edipo: chi è quella creatura che all'alba gioca a biglie nei cortili; quando la luce è meridiana si innamora, non di rado ricambiato, spremendo il meglio dal proprio cuore; e al crepuscolo plana con pericolosi sussulti, come un aeroplano in avaria, su tutto ciò che gli ricorda quel meglio ormai perduto, specie se possiede la geometria tonda di un bel culo femminile?

No, la risposta non è Memo Remigi, troppo facile. Piuttosto il maschio occidentale tout court, che, a differenza delle donne, fatica a interiorizzare il monito biblico per cui "c'è un tempo per ogni cosa": tempo per giocare, innamorarsi, cantare e tastare culi  bada bene: il desiderio della mano deve fare da riflesso a quello del culo di essere tastato, in quel gioco erotico condiviso che si chiama petting.

Nel maschio i piani tendono piuttosto a confondersi. Ed è così con malinconia, più che con rabbia, o scherno, che riesco a commentare l'accaduto: "Memo Remigi c'est moi", anche se non ho mai carezzato sederi che non mi concedessero questo antico privilegio.

domenica 5 giugno 2022

Dottore... No, Professore.


"Dottor Cassese..." "No, Professore." Così Sabino Cassese corregge Lucia Annunziata, che nel corso di un'intervista si rivolgeva a lui con il solo titolo di studio, evidentemente insufficiente. E difatti, dopo essersi scusata, l'Annuziata aggiunge con velata ironia: "Dottori ce n'è tanti, professori pochi."

Uno scambio di battute che mi sembra il perfetto correlativo dello stato dell'arte politica: un tempo la Sinistra (a cui Cassese è associabile solo per via indiretta) era il luogo geometrico in cui in tanti si riconoscevano; dottori ma anche infermieri, maestri elementari, piastrellisti, parrucchieri, geometri ed operai. Mentre oggi è divenuta il luogo dei pochi, in genere con ottimi studi, a marcare un confine tra loro e il mondo, da istruire senza mescolarsi ad esso.

Ha fatto dunque bene Sabino Cassese a rimarcarlo: Professore, non Dottore, secondo una distinzione che riprende e attualizza quella tra uomini e caporali, così come formulata da Totò.

Ma bene fanno anche tutti quelli come me, che, pur sentendosi di Sinistra, hanno smesso da anni di votare per i partiti della Sinistra parlamentare, di leggere quei giornali ipotecati dalle reprimende dei professori. E non perché sia andata perduta la voglia di istruirsi, e piuttosto quella di alzarsi sull'attenti all'ingresso dell'insegnante, di mangiare senza poggiare i gomiti sul tavolo

martedì 29 marzo 2022

Tu chiamale se vuoi, emozioni

 


Detournement era la parola chiave dei situazionisti, il loro manifesto programmatico. In italiano potremmo tradurre con deviazione; ma anche scarto di lato, diversione, abbandono della retta via – quell’autostrada in cui basta prendere il biglietto e poi accendere l’autoradio –, per quella piccola e incerta, che si snoda tra paesini a volte nemmeno segnati sulle mappe.

Leggendo la quantità di commenti (su giornali, social, ovunque) riguardo lo sberlone che Will Smith ha assetto a Chris Rock durante la cerimonia di assegnazione degli Oscar, ho pensato subito a quel termine: detournement. Nel mio caso, lo scarto laterale è dal piano etico a quello linguistico, quindi logico.

Tutti parlano di tutti, per cominciare. O perlomeno così si sente la pluralità dei commentatori: un Don Chisciotte che ha contro di sé il mondo intero. Solo che ci sono dei tutti che rimproverano agli altri tutti di non biasimare, come fanno loro, il gesto di Will Smith, a cui viene risposto pan per focaccia: lo schiaffo è pienamente legittimo, addirittura sacrosanto: ha difeso la propria donna, e che cavolo! Ma con lei pure la dignità di tutti i deboli (di nuovo questo pronome, tutti) vessati dai forti.

Il problema è che tutti significa tutti, una sola eccezione lo trasforma in moltissimi, e a scalare molti, tanti, qualcuno ecc. Entriamo così nel regime semantico del paradosso, ad esempio quello del mentitore così espresso da Epimenide di Creta: “tutti i cretesi mentono”. Ma come, se anche Epimedide è un cretese non potrà dire la verità… Quindi l’affermazione è falsa. Ma se è falsa Epimenide sta dicendo il vero, dunque tutti i cretesi mentono, e non se ne esce più.

Nella circostanza, se tutti sono contrari al comportamento di Will Smith, chi sono i tutti che ho incrociato io, i suoi numerosi difensori... Come è possibile? Forse per avvicinarci alla verità, ma una verità con l'iniziale minuscola, bisogna compiere un nuovo detournement, e passare dal piano della logica a quello della psicologia. A tutti piace sentirsi diversi da tutti gli altri: originali, brillanti, gente che dice le cose come stanno. “Gliele ho cantate sul muso”, come si dice.

In questo caso il “muso” è quello sghignazzante di Chris Rock, il quale credeva di poter scherzare, anche lui, su tutto, compreso la malattia. E lasciando provvisoriamente perdere che magari non ne fosse informato –  dell'alopecia di cui soffre la moglie di Smith, forse pensava al suo cranio glabro come a un nuovo eccentrico look.

E così si ingarbuglia il filo del discorso, in forma nuovamente interrogativa: perché tutti, i tutti che in nome di valori quali dignità, onore, rispetto di fragili e diversi plaudono allo schiaffo in mondovisione, non hanno risposto con la stessa indignata sollecitudine quando Maurizio Crozza irrideva la statura di Brunetta? In fondo, sul manuale Cencelli del politicamente corretto, un handicap fisico vale più di un'alopecia...

Oppure, qualcuno si ricorda dell’imitazione che Teo Teocoli faceva di Ray Charles? Con degli occhiali scuri girava sul palco a tentoni fingendo di non trovare il pianoforte. E giù tutti, davvero tutti a ridere. Ci sono poi stati i siparietti sul trapianto di capelli di Berlusconi con relativa bandana (fosse anche quello un caso di alopecia…), Benigni che si prende burla dell'obesità di Giuliano Ferrara e della gobba di Andreotti, altri hanno satireggiato sulle labbra di Valeria Marini frutto di un intervento chirurgico non proprio riuscito. Disagi fisici, minorità, probabili sofferenze. Ma anche tante, forse troppe risate.

Ci sono infiniti episodi del genere, la satira è sempre stata un poco stronza (“In fondo, era solo una tartaruga” titolò il foglio satirico Il Male nel giorno della morte di Ugo La Malfa), e ogni stronzata si crede abbia diritto di cittadinanza, almeno quando indirizzata a un personaggio pubblico qual è senza ombra di dubbio Jada Pinkett Smith, moglie difesa con manone da cestista dal più celebre marito.

Dunque mi sto iscrivendo anche io al club del tutti che contestano Will Smith, giusto? Non proprio. Il fatto che qualcosa sia accettato per consuetudine – in questo caso la satira – non significa che sia anche bello, oppure buono. Legittimo magari sì, ma la virtù è altra cosa. Gli esempi che ho citato e, in particolare, l'irrisione della statura di Brunetta, li trovo odiosi, e se fossi stato nella moglie di Brunetta avrei aspettato Crozza nel camerino: con un randello.

Avrebbe potuto comportarsi alla stessa maniera anche l'attore pluripremiato, invece di salire sul palco e aggiungere spettacolo a spettacolo, kitsch a kitsch; attendere il rivale di fuori per risolvere la faccenda con le maniche della camicia risvoltate, alla vecchia maniera. E così le possibilità in cui schierarsi si moltiplicano: non solo fare o non fare, ma anche fare dopo, dilazionare il lavaggio dell'onta subita. E ciascuna mi appare possedere un aspetto condivisibile, e uno da rigettare.

Il guaio è che ciò che trova il mio assenso non si oppone a ciò che avverto come stridente, ma vi coincide in una moltiplicazione del paradosso di Epimenide. Nella circostanza, la difesa di quel che ti è più caro, della ferita da proteggere e medicare a cui si giustappone la sua sguaiata esibizione, in un gioco al massacro che ricorda i freak show dell'Ottocento. Se però questa nobilissima arte della cura prende forma di aggressione, abbiamo il suo rifiuto; e per quanto si trattava solo di un ceffone, riportiamo le cose alla loro misura. In ogni caso è quella porzione del vero che, come le due parti sinuosamente ricomposte nel simbolo del Tao, rigetta ogni forma di violenza, fisica o verbale. Tra cui quella di Chris Rock.

Un intrico di gesti espliciti e impliciti, sfumature, sottotracce che alla fine ci fa concludere con il verso di una canzone di Battisti: “tu chiamale se vuoi, emozioni”. Quelle che avrà certamente provato Will Smith nel sentire la malattia della moglie oggetto delle grasse risate che riescono a sgorgare solo dalla gola degli americani. E così è salito sul palco. Ha fatto quel che ha fatto. Poi è tornato al suo posto strillando qualcosa, sedendosi l’ha nuovamente sillabato: "Keep my wife's name out of your fuking mouth!"

È giusto? È sbagliato? A me è sembrato semplicemente umano, talmente umano da risultare una specie di specchio, a spiegazione parziale della quantità di commenti che si sono spesi. Ma si sa che la nostra specie non sempre offre il meglio di sé, né tantomeno il giusto.