Ecco, magari non facciamo con Elodie lo stesso errore che con Fedez e Ferragni. Lei libera di fare i calendari Pirelli, di mostrare il suo corpo che è certo gradevole (quindi lo apprezzeremo quando andremo dall’elettrauto per mettere in fase lo spinterogeno) e cantare canzoni ugualmente gradevoli – ho detto gradevoli, non belle. Ma in tutto ciò non c’è nulla di politico, è la sua vita e la pagano bene per ciò che fa. Semplicemente non le piace Giorgia Meloni, nemmeno a me piace, l'unica differenza è che io lo dico al Bar Piero mentre lei a giornali e tivù, che la stanno trasformando nella nuova icona della sinistra italiana. Non abbochiamo, per piacere, non partecipiamo all'ennesimo giochino estivo: facciamo due squadre, una con la maglia rossa e una con la maglia nera. Se vogliamo cercare la sinistra, questa sfuggente ipotesi geometrica, nel mondo dell’arte, affiniamo lo sguardo e indirizziamolo altrove. Ken Loach ha ottantotto anni ma non è ancora morto, per dire. Due anni in più per Gino Paoli, sempre stato anche lui di sinistra. Il quale, a tal proposito, da vero genovese, l’ha fatta breve: “Ieri avevamo Mina e la Vanoni. Oggi emergono le cantanti che mostrano il c**o.”
mercoledì 14 agosto 2024
sabato 4 novembre 2023
Limonate, o sul pudore come estrema trasgressione
Sulla tratta rossa del metrò o appoggiati al parafango sinuoso di un
Maggiolino giallo elettrico, perfino camminando sveltamente, ovunque, di
tanto in tanto, negli anni Settanta due giovani cominciavano a limonare.
Si trattava rigorosamente di un uomo e una donna, è importante sottolinearlo, io ancora bambino ne studiavo i gesti e pensavo che tra un niente di giorni – ma allora l'infanzia appariva un ergastolo, con fine pena mai – avrei cominciato a farlo anch'io e tutti mi avrebbero guardato, invidiato.
Poi però non è accaduto. Nel decennio successivo si
limonava stravaccati sui divanetti di una discoteca (Tempio, Brick, Moia,
quelle in cui limonavo io), o meglio ancora a casa propria o della lei turno, ascoltando l'audiocassetta registrata dalla radio di Un sabato italiano di Sergio
Caputo; più spesso non si limonava affatto, in assenza di una controparte
attiva da ricercare negli stessi luoghi (Tempio, Moia, Brick).
E adesso?
Al netto della retorica, in parte falsa e in parte vera come ogni retorica, per la quale i giovani coinciderebbero col display dello smartphone sui cui scorrono le notifiche, l'esibizione dell'intimità fisica di un bacio sembra essersi trasferita a coppie dello stesso sesso, che, vicendevolmente perlustrando i recessi orali con la lingua, ancora riescono a strappare un moto di disappunto ai benpensanti, come già avveniva alle coppie etero. Ciò a conferma del fatto che un piccolo elemento di infrazione è funzionale al piacere – se fosse troppo grande, non si potrebbe trasgredire.
Ma allora viene il dubbio che l'oblio della limonata, più che effetto della distrazione indotta dai numerosi device tecnologici, sia da mettere in conto alla sua imposizione: ama, godi, porta a casa la fidanzata e fate sesso nel lettone dei genitori, che tanto non gli dà mica fastidio e poi ci fanno pure uno status su Facebook: "il mio bambino è finalmente diventato grande!"
Licitazionimo lo chiama con un bel neologismo il filosofo e psicoanalista Romano Madera, da lecito, liceità. Quella che Dante rimprovera a Semiramide, per la quale già tutto, non solo, era possibile, ma il possibile decretato: "A vizio di lussuria fu sì rotta / che libito fé licito in sua legge / per tòrre il biasimo in cui era condotta".
Una licenza che i giovani sembrano restituire al mittente. Col cavolo che mettiamo in scena questo ennesimo show, il limite al godimento che non ci date – padri, madri, educatori – lo tracciamo da soli nel cielo, come facevano gli àuguri latini con il lituo. Pensiero ipotetico contenuto nella nuvoletta fumettistica di chi, non ancora ventenne, mi sta di fronte in metropolitana, senza sconfinare di un millimetro nella porzione frazionata della panca su cui siede composta l'amica, compagna, chi lo sa... prima di alzarsi entrambi e scendere a Pasteur.
Eppure un elemento di trasgressione ancora lo si può ipotizzare, ed è il pudore da opporre a un tempo spudorato.
giovedì 18 maggio 2023
Le gambe delle donne e la rotta del vapore
In una celebre sequenza di L'homme qui aimait les
femmes, il protagonista, Charles Denner, pronuncia la seguente frase: “Le
gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le
direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”.
Ci ripensavo ieri sera osservando l’ennesimo
intervento di Lucio Caracciolo; ospite in televisione faceva il punto sullo
squilibrio in cui è precipitato il mondo, la sua geometrica disarmonia. E mi
chiedevo: non è che tutto è cominciato quando le gambe delle donne hanno smesso
di misurare il globo, spostando le punte dei loro compassi dai marciapiedi, le
balere con consumazione inclusa, biciclette con il canotto basso e una mano
tesa a non far svolazzare la gonna, magari queste cose ci sono ancora ma
oscurate dalle bacheche di un social network? O forse sono stati i maschi a non
sbirciare più le gambe delle donne, concentrati come sono sul display del proprio
smartphone…
Sembra una boutade, e un po’ lo è, ma al fondo la
questione è seria. Il cibo, il sacrificio e soprattutto l’eros, da anni
immemori sono gli strumenti attraverso cui vengono allentati i conflitti
sociali, posseggono la funzione della valvola nella pentola a pressione: panem et
circenses –e nei circhi a cui allude il motto latino venivano scannati i
cristiani, gladiatori e bestie feroci si contendevano l'ultimo respiro. Se
ancora non bastava, eccole lì: le gambe delle donne da guardare ma non toccare.
Ogni tanto però anche sì, dai, se si sollevava la dogana del consenso.
Di quel mondo premoderno rimangono ora i cuochi
stellati. Ma basteranno, per salvarci dal caos cubista, agnelli da fare al forno
e guarnire con cavoletti alla Rouventelle (il termine
me lo sono inventato di sana pianta, non fingete di annuire), per fortuna non
più sacrificati a qualche dio che non c’è? Mentre le gambe delle donne, assieme
a quelle degli uomini d’Occidente, stanno sotto al tavolo in attesa della
prossima portata. Bada bene senza sfiorarsi in un malizioso piedino.
D’altronde, era stato anticipato in tempi non
sospetti. Di solito così cupo e lambiccato, con inattesa e amara ironia – per
una volta nella vita me lo immagino vestito con abiti di un colore diverso dal
nero – lo suggerisce Søren Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo. E
ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che
mangeremo domani.”
giovedì 1 dicembre 2022
Una donna in mutande, o sulla post felicità
Un mio contatto femminile su Facebook, giovane donna dall’aspetto
decisamente gradevole, ha appena pubblicato un’immagine che la ritrae ricoperta
solo da uno smilzo completo intimo bianco; lo sfondo è domestico, una parete
marroncina alle spalle e, sulla sinistra, l’anta di un armadio economico,
impiallacciato. Ovviamente i like
erano molti, una bella donna svestita fa sempre audience: fuori e dentro i
social. A corredo dell’immagine le seguenti parole:
"Parli di donne da buoncostume. (Edit: ho avuto una certa indecisione
nel pubblicare questa foto, un autoscatto abbastanza rapido dell’ora di pranzo.
Il mio fisico appesantito dai farmaci, senza filtri leviganti, sarebbe stato –
ed è ora – sotto gli occhi di tutti. Ma questo è ed è giusto che chi lavora
anche con l’immagine non si nasconda quando la forma non è ottimale.
Quest’abbondanza di curve non mi rende felice, ma poi neppure particolarmente
triste. Tornerò skinny se potrò, quando potrò, quando sarò più serena.)"
Sono parole ben articolate. Denotano consapevolezza di scrittura, ironia,
ammiccando; oltre che ai sensi maschili a una celebre canzone di Vecchioni. Ma
anche consapevolezza di sé, del suo momento di difficoltà che è come se venisse
testato: il mio corpo, anche se non più “skinny”, può ancora qualcosa…?
Vediamo.
Una verifica del tutto lecita, nessun moralismo. Nel testo c'è un passaggio
che ha innescato una riflessione speculare. Quando scrive “quest’abbondanza di
curve non mi rende felice, ma poi neppure particolarmente triste" lo
stesso vale anche per me? Se guardare una donna in mutande non mi intristisce,
intendo, riesce a rendermi più felice?
Risposta: sì, quando trafugavo il Postal
Market di mia nonna e, chiuso in bagno, mi precipitavo alle pagine
dell'intimo femminile. Avevo però dodici anni, non credo funzioni ancora. No,
quella immagine di erotismo soft, un po' Edwige Fenech che si mostra sotto la
doccia ad Alvaro Vitali, un po' eucarestia laica (prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in
sacrificio per voi), non mi ha reso più felice.
Sgombriamo nuovamente il campo dal moralismo: il profilo è il suo e, nei
limiti del galateo puritano di Facebook, può farci quello che le pare. Solo che
la sua felicità passa attraverso di me: mi attraversa, interroga, chiama in
causa. Sono in un certo senso responsabile – ogni domanda ha in sé uno spettro
di risposte potenziali, che ne rappresentano l’ombra – della felicità di un
essere umano.
Ho così iniziato a pensare se si potesse essere felici da soli… Sì, no,
forse. Anche qui la risposta è individuale; per quanto mi riguarda, propenderei
per il no. Anch'io ho bisogno di essere osservato, riconosciuto, compreso per
essere felice. Nella migliore delle ipotesi, amato. Ma amato da un altro – ecco
la vera domanda – o come lei da molti altri, una moltitudine indifferenziata
che le sussurra non è vero che sei grassa, sei sempre bellissima?
Una relazione senza relazione, in questo caso, uno scambio senza scambio. O
meglio, lo scambio avviene a livello del significante: io sono felice nel
rendermi segno riconoscibile e riconosciuto, tu sei felice perché quel segno
stimola la tua fantasia, ti attizza; equivalente casareccio del francese allumeuse (le donne che si compiacciono
nello stuzzicare il desiderio maschile, senza corrispondervi fisicamente).
Ma in un’economia simbolica del desiderio i termini non sono sempre chiari,
e alcuni potrebbero intendere una promessa sessuale concreta. Le fantasie di
stupro non nascono forse da qui, insieme alle maldestre giustificazioni di chi
le mette in atto: “Portava la minigonna, vostro Onore…”
Perciò, nella sua candida flagranza, ho apprezzato il post
in questione, l'esibita assenza di transitività con cui offriva il suo limite.
La donna in mutande mi sta infatti dicendo che di me non gliene frega niente,
non mi vuole ma si vuole – che è poi il sentimento condiviso dal 99% delle
persone sui social. Con la differenza che lei lo dice chiaramente, gli altri,
me compreso, no. Omettiamo la sostanza come destino antropologico acquisito.
La relazione istituita dalla donna in mutande scavalca invece l'io
biografico dei singoli interlocutori con delicatezza, prima li avverte: non mi
sto rivolgendo a te, togliti residui grilli dalla testa, io sto parlando alla
mia felicità. Di quella soltanto ho interesse. Zero rapporti personali, solo un
pubblico non pagante e un primo attore sulla scena. Con un rigido diaframma di
pixel a dividere gli scomparti.
A questo modo comprendo la natura di quella che potremmo chiamare post
felicità, o felicità 2.0. Come anticipato da Guy Debord, emula le modalità
dello spettacolo, fino convertirne le dinamiche in un sistema mondo; una
società dello spettacolo, appunto. La felicità spettacolare si dà non quando un
io entra in relazione con un tu, ma quando quello stesso io si staglia sopra
alla galassia del noi, la incorpora, vampirizza.
Nel caso specifico, ciò avviene con estrema onestà intellettuale, nessuna
vana promessa tra le righe. Solo una donna in mutande che si osserva per conto
terzi, non velando neppure i problemi di salute per cui sta prendendo farmaci; le pallide carni vengono gonfiate dalle benzodiazepine, si dilatano gli elastici del reggiseno. Cosa che
non la rende certo felice, ma quel tempo un giorno finirà. Ed è quanto le
auguro di cuore.
Se ti va bene lascia l’obolo del tuo like;
si accettano anche complimenti, cuoricini. È sufficiente che batti un colpo per
far sentire che io esisto, non tu. Se no levati dalle palle in silenzio. Che è
poi quello che ho fatto.
sabato 19 marzo 2022
Do ut des, o su eros e politica
Comprendere il funzionamento di un tavolo diplomatico per la pace, non è difficile. Basta pensare ai nostri appuntamenti galanti. Anche qui abbiamo dei punti di forza – degli asset – e delle debolezze che vengono negoziati.
Ad esempio. Una donna di venticinque anni molto carina possiede, come minimo, queste risorse: bellezza e tempo, di cui è perfettamente
consapevole. Perché l’accordo risulti conveniente, l’uomo con cui si siede a
bere uno Spritz dovrà essere in grado di esporre sul tavolino delle trattative
(tra un posacenere con la scritta Campari e una macchia brunita di caffè,
lasciata sulla tovaglietta a quadri dai clienti precedenti) uguali requisiti.
In alternativa – mettiamo che l’uomo sia bruttino e
abbia superato i quarant’anni, fatidica età in cui si ribalta la clessidra –
potrebbe avere molti soldi, oppure prestigio sociale e professionale, un Suv
enorme e scoreggione, talento artistico, doti verbali e intellettive non
comuni, o infine e come cantava De Andrè, tra tutte le virtù la più indecente…
Diversamente, sarà difficile arrivare a un accordo, a un bacio. Do ut des.
Ma allora è questo l’amore, ciò che negli istituti
tecnici commerciali chiamano partita doppia?
No, non l’amore: è l’eros. L’amore, secondo Lacan,
consiste nel donare ciò che non si ha, e per amare ed essere amati bisogna svuotarsi
di tutto il proprio valore, reale o presunto. Lo stesso per ottenere quel che Immanuel
Kant chiamava “pace perpetua”: il forte deve farsi debole, così come, nelle relazioni sentimentali,
il bello convertirsi in brutto, il ricco in povero ecc.
Tocca dunque capire se Russia e Ucraina vogliano
arrivare a una pace amorosa oppure erotica. Fino a ora, non mi sembra che i contendenti
abbiano mostrato di volere donare all’altro ciò che non possiedono, e al
contrario di incassare il maggior numero di benefici.
Per interrompere lo sterminio, sarebbe dunque già
tanto se riuscissero a ottenere un compromesso erotico al ribasso. Ma io temo
che si arriverà a qualcosa che somiglia piuttosto alla prostituzione…
mercoledì 16 marzo 2022
Sì, no, forse, o sul desiderio erotico affluente
Sull'ultimo numero di Robinson, il supplemento culturale de la Repubblica, la scrittrice Rosella Postorino ha pubblicato un bellissimo testo sul politicamente corretto, la cui ombra inclusiva è stata recentemente estesa alle relazioni erotiche, che vengono così compresse nel codice binario dell'assertività: no, non mi interessi, smamma; sì, mi interessi, la dogana si alza e hai accesso al mio corpo. Questo in brutale sintesi il contributo del #MeToo movement al galateo sociale.
Ma il desiderio femminile, continua Postorino, è assai più complesso e sfumato dell'algebra booleana, e meglio potrebbe essere compreso dentro l'orizzonte semantico del "forse": forse in questo momento qui mi va; ma forse, tra dieci minuti, quando mi infilerai una mano sotto la gonna, non mi andrai più, e ti troverò viscido e repellente. E così ogni incontro erotico ci espone non solo al rischio fisico (siamo nudi, vulnerabili) ma anche a quello psichico del ripensamento, che dovrebbe essere sempre contemplato tra i possibili relazionali, senza inchiodare la donna a un consenso o a un dissenso definitivi.
Come ho anticipato, non solo apprezzo molto la narrativa di Postorino, ma
anche il testo in questione, che mi ha fatto tornare alla mente un reportage
dagli Stati Uniti di Italo Calvino, era la fine degli anni sessanta e
reclamavano la scena il movimento studentesco e la controcultura beat. In quel
vitale coacervo di posizioni non sempre coerenti, Calvino ravvisava un comune
denominatore nel rifiuto, non tanto, della generazione che li aveva preceduti,
ma del modo in cui essa interpretava il piacere, fisico e non. Ed era anche qui
un codice binario, in cui a essere acquisito in via preventiva era il cosa – la
vita è un'infinita giostra di piaceri –, mentre veniva questionato il come.
Il piacere, per i padri, si dava nella forma di macchinone con vezzose code
di rondine posteriori, villette a schiera da acquistare con mutui dall’infinita
rateizzazione, zerbini con la scritta welcome,
il cane di razza Rough Collie che scorrazza in giardino, mentre la moglie
inforna la torta di mele; intanto il marito fa gli straordinari in ufficio, con
la giovane segretaria posata sulle ginocchia. Quel piccolo velleitario mondo
che abbiamo ritrovato nella serie televisiva Mad Men, a inabissarci alla scaturigine del sogno americano. No,
tutto ciò fa schifo rispondevano i figli, opponendo ai piaceri borghesi quello
per le droghe, l’amore libero, le ballate folk strimpellate attorno a un falò
sulla spiaggia, da cui prendere congedo a bordo di potenti motociclette, i
capelli e le barbe lunghe scompigliati dal vento salmastro del Pacifico.
Vi era però un elemento di continuità, annota Calvino, tra la generazione
dei padri e quella dei figli, che consisteva nell’assumere come certe,
addirittura “naturali”, le condizioni materiali con cui avere accesso ai loro
diversi piaceri, garantiti dall’impianto economico di una società che veniva
chiamata affluente: sorta di
cornucopia in cui non siamo noi a conquistare con sforzo il piacere, ma il
piacere affluisce a noi, quasi magicamente. L’unico problema diviene così
discriminare nella molteplicità in cui si declina.
Ma cosa c'entra tutto ciò con quanto scritto da Rosella Postorino? A me
sembra che la sua prospettiva sia la medesima, ma sul versante erotico: da
donna giovane, bella e intelligente qual è, proietta la sua condizione su un
femminile indifferenziato, che come lei diviene oggetto di una sorta di
desiderio a prescindere, un desiderio
affluente. Status privilegiato dentro al quale, secondo la logica non
binaria del forse, ci si può muovere
per libera scelta, esperimenti, concessioni al desiderio proprio e dell'altro.
Ma sempre mantenendo lo spazio per la ritirata di Cenerentola, bada bene con
entrambe le scarpette ai piedi, attraverso cui incamminarsi verso nuovi e più
interessanti principi azzurri.
Il guaio è che come era falso il mito della società affluente (c'era
un'economia neocolonialista a sostenere quel mondo di cartapesta, come Atlante
il globo), lo è anche quello del desiderio affluente. Specie in una nazione
come la nostra, con una popolazione sempre più anziana e, diciamolo pure senza
ipocrisia, meno desiderabile. A quel punto, il forse auspicato con piena
legittimità nel testo della brava scrittrice calabrese, diviene forse qualcuno ancora mi si piglia...
Una condizione che vale per entrambi i generi, sia chiaro: la cornucopia, a un
certo punto, smette di eruttare occasioni erotiche a getto continuo, e si
finisce a mendicare un compagno nelle trasmissioni pomeridiane di Maria De
Filippi.
domenica 5 dicembre 2021
Understatement, o sul canto finale dei corpi
Conosco persone che spendono un sacco di soldi per acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, mettiamo un'automobile, ma che appaia umile, modesta, discreta. Per restare all’esempio, con gli stessi soldi di un macchinone magniloquente e vistoso loro si prendono una Mini.
È il concetto di understatement, che non significa una ricerca dell'umile, del modesto, il discreto, ma del suo involucro. Deve infatti lasciare trasparire uno status superiore, secondo una dinamica di sotto testi comunicativi da far girare la testa; io voglio mostrarti che sono ricco, sembrano dirti, anzi sussurrarti le persone understated, ma nel farlo utilizzo un segno in cui non deflagri la mia condizione, anzi venga come occultata – ma non del tutto. Si deve cioè intravedere che (col cavolo!) io sono davvero umile, modesto e soprattutto povero. Nell’arte retorica corrisponde alla struttura semantica dell’antifrasi: dire una cosa per comunicare il suo opposto.
Riflettendo sulle dinamiche vagamente perverse dell'understatement, mi sono accorto che, prima di diventare un vezzo diffuso nelle classi economicamente più elevate (pensiamo a Bill Gates e ai suoi maglioncini tortora, uguali a quelli impilati sugli scaffali dell’OVS), è stato il modello universalmente accettato per la bellezza femminile. Lo mostra, al solito, meglio di tutti Dante, in quello che potremmo vedere come un manifesto ante litteram di tale disposizione: "tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand'ella altrui saluta"; e da notare anche qui il verbo della reggente, parere, e cioè sembrare, in luogo di un forse più congruo essere.
Ma Dante non si sbagliava mai, e selezionava i verbi con grande cura. Per molti secoli l'Occidente, ma in fondo anche l'Oriente, ha imposto alle proprie donne una sorta di schizofrenia psichica, in cui la virtù (principalmente estetica) era pretesa ma allo stesso tempo negata nella sua piena manifestazione, forse intuendo che la libera circolazione della bellezza femminile poteva compromettere l'ordine sociale; molti miti parlano di questo rischio, a partire da quello del Pomo della discordia, le cui conseguenze condussero alla guerra di Troia. Ecco allora che le forme sensuali e pericolose del corpo vengono ammantate di gentilezza e di modestia, o perlomeno così appare.
Una struttura portante della cultura a cui apparteniamo – il femminile deve essere contenuto, pena lo scatenarsi del caos – entrata in crisi in tempi recenti, quando si è come ribaltata di segno: sono gli uomini, i manager, i vincenti che hanno fatto proprio il modesto travestimento dell'understatement, mentre i velami si sono progressivamente sciolti nella controparte di genere. Basta farsi un giro su qualsiasi social network, dove incontriamo donne anche colte e non più giovanissime, intellettuali spesso, laureate in discipline ardue di cui si mostrano giustamente orgogliose, le vediamo cambiare ogni pochi giorni la propria immagine di status, inserendo fotografie non di rado ammiccanti, un tempo le si sarebbe definite sexy.
Non fa eccezione la politica, che anche in questo si dimostra specchio del Paese. Proviamo a immaginare le donne della Prima Repubblica (Nilde Iotti, Tina Anselmi, Franca Falcucci) nei panni di Mara Carfagna o Maria Elena Boschi, Nunzia De Girolamo, Giorgia Meloni. È cambiata la moda, si ribatterà. Sì e no. La moda femminile si apre infatti al corpo a partire dagli anni sessanta con le minigonne di Mary Quant, ma secondo uno schema fatto proprio dal titolo di un celebre film del periodo: “Poveri ma belli”; quando il potere, che in buona parte già coincideva con il denaro, continuava a proteggersi con un solido carapace dalla penetrazione dello sguardo, come i drappi e le foglie di fico che Daniele da Volterra, meglio noto come il Braghettone, dipinse sopra i genitali negli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina, su commissione di Pio IV.
Ciò che contraddistingue i tempi nuovi non è dunque la circolazione del corpo in quanto tale, ma del corpo del potere, il corpo che come i lingotti d'oro nelle banche centrali doveva rimanere occultato per generare valore, secondo il felice parallelismo suggerito da Bataille. Lo squadernamento del corpo non solo femminile (in questo Mussolini fu profeta) segna dunque uno scarto simbolico nella rappresentazione del potere, che al fondo è sempre un potere seduttivo, almeno se vuole essere riconosciuto e non solo subito.
Nelle società tradizionali il corpo del potere coincideva con la maschera, ossia con un "altro” numinoso che ne legittimava lo statuto, e di cui il sovrano veniva rivestito per ipostasi. Era in un certo senso una maschera anche il potere erotico della donna, un’epifania sempre dilazionata, rimandata, come avviene nel cerimoniale dello strip-tease (“e lèvate 'a cammesella, a cammesella gnernò, gnernò"). Il corpo, in altre parole, per regnare qui doveva essere altrove.
Ma se le cose stanno a questo modo, il dilagare del corpo anche nelle classi dominanti, tra i raffinati, gli istruiti, che attraverso la pratica dell’understatement velano al contempo i simboli del loro status, induce il sospetto che il potere del corpo si sia nel frattempo affievolito, e perché ci si accorga della sua esistenza si debba alzare la voce sempre più. Potremmo così guardare alla diffusione dei tatuaggi come a un grido scomposto del corpo, che reclama un’attenzione altrimenti negata: guardami, GUARDAMI! gridano corpi sempre più irrilevanti sulla scena pubblica, e a ben vedere anche su quella privata, sessuale.
Possiamo affidarci al più oscuro dei filosofi, Hegel, che vede i segni del tramonto di un ciclo storico nella sua postrema affermazione, ma anche a un’immagine dolente e familiare, in cui il cigno canta quando è prossimo alla fine. E i nostri corpi, i corpi delle nostre donne, le donne che non sono più nostre ma, giustamente, dei loro corpi, cantano più forte che mai, in attesa forse di richiudere le ali. E senza ali, in effetti, si sale meglio a bordo di una Mini, bada bene con tutti gli optional del caso.
mercoledì 29 aprile 2020
Imagination

venerdì 9 agosto 2019
Mektoub, o sul destino dei corpi

Eppure anche Kechiche insegue qualcosa che il suo alter ego, Amin, un giovane aspirante sceneggiatore che da Parigi ritorna nel paese natio nella Francia del sud, dove trascorre l'estate del 1994, qualcosa che dopo i 180 minuti della pellicola non trova, e noi con lui. No, non c'è traccia dell'amore, my love, promesso già a partire del titolo, la cui altra voce è un termine arabo con il significato di destino: mektoub. Destino del disamore, dunque? Sì e no. Perché Amin/Kechiche, nel suo apparente muoversi a caso, a tentoni e con una sceneggiatura davvero esilissima, è come se trovasse in terra una monetina molto più preziosa, almeno per gli spettatori. Trova la vita. E questo è il più vibrante, icastico, sincero, perfino palpabile film sulla vita che mi è capitato di vedere da anni. Vita che, al netto di ciò Amin/Kechiche sfiora senza afferrare mai, si riduce a questo: corpi che si cercano e corpi che si perdono, senza necessariamente essersi presi. E in ogni caso, quando sopraggiunge il tempo, quello della visione retrospettiva del regista, sarebbe già troppo tardi, e la danza senza senso della vita prende i colori della nostalgia. Capolavoro!
mercoledì 12 luglio 2017
Pornografia, o sugli abusi del concetto sulla prassi
Bisogna aggiungere che, negli ultimi anni, soprattutto in Francia e nei paesi nord europei, è in corso un tentantivo di fondazione di un immaginario pornografico al femminile, con registe e porno attrici molto engagé che fanno proclami altisonanti sull'argomento.
A me sembra in ogni caso un fenomeno un po' gonfiato (dall'informazione sempre a caccia di notizie piccanti), mentre il dato realmente nuovo è quello di una crescente curiosità delle donne verso il porno tout court, che mi sembra possa esser fatto rientrare in quel processo di ibridazione dei generi di cui psicologi e antropologi parlando da alcuni anni, da cui i maschi metrosessuali e le donne un po' maschiaccio.
sabato 1 ottobre 2016
Silenzio e buio, o sulla bellezza dell’inciampo

Ma era anche l’antico gioco del branco che si ribella, uno slancio rivoluzionario in miniatura, dove una semplice casualità viene vissuta come l’abuso di potere del proiezionista (tutte le rivoluzioni covano almeno un momento di pura e istintiva sciocchezza…). Mi piaceva dunque, ma meno di quel primitivo meravigliato momento di buio e silenzio, che aveva bisogno di una dilazione – il tempo infinitesimale dell’enigma – per riconvertirsi in borbottante malumore. Una pausa, uno scarto improvviso dalla regola, in cui l’impressione, indefinita come tutte le impressioni ma palpabile, quasi concreta, era che tutto potesse accadere. In realtà non succedeva mai niente, e dopo pochi secondi riprendeva il film.
Faccio queste riflessioni appoggiato al bancone di un night club, un locale valtellinese in cui ormai conosco tutto e tutti. E anche qui, è il film che ho già visto mille volte ma non mi stanco di guardare, come un ragazzetto che riconosca i suoi beniamini ancor prima dell’ingresso in scena, divertendosi ad anticipare le battute degli attori, compreso le più logore o tristi o volgari; credo che una definizione di nevrosi potrebbe essere proprio questa: ripetere indefinitamente lo stesso schema, lasciandosi sorprendere dalla povertà di un gesto che al fondo si promuove.
E così c’è Agostino, detto Sant'Agostino, il paziente e garbato cameriere di sala, con il passo felpato e lesto che non ti aspetteresti dalla corporatura, come una pellicola dell'Orso Yoghi proiettata al doppio della velocità; la dolce barista Anna, dalla Bulgaria con pochi rimpianti e ancor meno illusioni (oggi i suoi begli occhi azzurri, sotto la frangetta bionda, sono particolarmente velati e malinconici, quella malinconia e quel lieve senso di anacronismo che qui aleggia su ogni cosa, insinuando il dubbio che dietro la scenografia del nostro film ci sia lo sguardo sornione di Kaurismaki); Nicola, ad accoglierti con una battuta dialettale e un sorriso aperto e schietto, anche in inverno incastrato dentro a una t-shirt di due taglie in meno che ne evidenzia la muscolatura, indispensabile corredo per un buttafuori; Roberto è invece magro e con i capelli diradati, ma sempre abbronzato, scanzonato, perennemente guascone. In fondo, dentro quel piccolo regno, non un giorno ma adesso tutto quanto è già suo. Per questo può concedersi di sbottonare la camicia bianca fino al terzo bottone, e lì farsi carezzare maliziosamente dalle ragazze, che pure avverte come proprie.
Ed eccole finalmente: le ragazze, le "signorine", come venivano dette negli anni ruggenti del tabarin – qualcuno aggiungeva anche l'aggettivo allegre, signorine allegre –, mentre chi masticava un po' di francese già le chiamava entreneuse! ("Come si scrive entreneuse?", chiedeva Cochi a Renato in un vecchio sketch televisivo. "Mmmh..." rifletteva un momento l'altro. Poi rispondeva: "Si scrive champagne!"). Che poi, le ragazze, sono in realtà una ragazza più una ragazza più un'altra ragazza ancora… Persone, intendo, singolarità biografiche come il nome che portano, e poco importa se sia quello vero o un nom de plume: Irina, Natasha, Nora, Gabriela…
E invece no, quando le vedi – e sono una decina al massimo, provenienti perlopiù dall'est europeo, con una forte prevalenza dalla Romania –, quando non puoi fare a meno di vederle stipate su due bassi divanetti nel foyer, ti sembrano una cosa sola, un animale mitologico con molte teste e un unico meraviglioso corpo. Quanto all'età, possiamo scommettere sulla loro giovinezza come sulla penna sopra a un cappello d'alpino.
Con la lenta e implacabile progressione dei petali di una margherita tra le mani di un innamorato, via una, via un'altra, dopo qualche minuto però sfoltiscono sulle note del sax di Fausto Papetti, come le teste di Cerbero. Tornano allora le ragazze a essere il loro nome, mentre, con passo flessuoso su ripidissimi tacchi, si allontanano con il cliente che le è ha invitate a bere, o a cui più spesso si sono offerte.
I primi ad arrivare, poco dopo l'apertura delle dieci, sono i clienti più attempati: gocciolano piano all'interno con la cadenza di un rubinetto rotto (si presentano da soli, i vecchi, e prima di varcare la soglia si guardano in giro con circospezione, non si capisce se alla ricerca di una preda appetibile o per controllare di non essere stati visti dall'amica di un'amica della moglie…), a differenza dell'ondata dei giovani che arriva intruppata dopo l'una di note, ma solo nei giorni festivi.
Intanto, le ragazze accavallano e mostrano le gambe, buttano sguardi che sono ami, esche vive, o forse è solo la copertina lustra di un romanzo con molte pagine e pochissima fantasia. Qui si vendono infatti narrazioni, non è una pescheria sessuale, per quello ci sono le escort, le inserzioni sui giornali o le disgraziate sotto ai lampioni, che porti via per una manciata di euro. Se non che, quando i clienti sono demotivati e abituali o si soffermano al bancone per parlare, come sto facendo io con un contadino di Albaredo (non siamo d'accordo su quanti litri di latte fa al giorno una mucca: da nipote di un mercante di bestiame dico che la Bruna Alpina arriva a venticinque litri, lui ribatte quindici), anche le ragazze chiacchierano nella loro lingua, facendosi belle con pochi e sicuri gesti della mano, mentre si preparano per l’ennesima rappresentazione di uno spettacolo che sembra sul punto di chiudere per sfinimento, ma trova sempre almeno un nuovo spettatore: io.
Il rituale liturgico della funzione religiosa e quello pagano della simulazione erotica, sono, in ogni caso, le due forme di messa in scena con il maggior numero di repliche nella storia. Squadra che vince non si cambia, come si dice. Ma ci sono le varianti, improvvisate di volta in volta in base alla tipologia del cliente – c'è il timido, il bullo, l'ubriaco, il simpaticone e il depresso come me, che nei pub dublinesi viene chiamato sad bastard –, al punto che mi viene da sospettare che la recita più frequente non sia l'ammiccamento sensuale, ma abbia invece una connotazione sottilmente affettiva (everybody needs somebody, somebody to love...) se non addirittura psicologica: “tua moglie non ti capisce, con me puoi invece aprirti e parlare liberamente”, questo il sotto testo a ogni discorso nella luce purpurea dei separé. Che ne contiene un altro più occulto e perciò rimosso: “con me puoi parlare liberamente perché non mi importa nulla di te”.
Nella sfinita rappresentazione che avviene nei night club di ogni tempo e luogo, c’è però almeno una circostanza in cui salta la pellicola – prima un lampo accesso, poi lo scomporsi chimico e surrealista dell’immagine – lasciando, anche qui, spazio al silenzio, al buio.
E’ il momento in cui il cliente esce e si trova sul vialetto sotto il cavalcavia di cemento che porta al parcheggio dietro alla stazione di Morbegno, dove, di pomeriggio, gli studenti si scambiano il fumo e le badanti ucraine i numeri di telefono di qualche vecchia a cui sciacquare la dentiera, dopo aver naturalmente intinto i Pavesini dentro al caffelatte tiepido. Intanto, la ragazza con cui sei stato tutta la sera, un breve passaggio in bagno e raggiunge il nuovo cliente che la aspetta girando il ghiaccio nel gin tonic. Così, mentre per te finisce, per lui inizia il film. A volte ci si saluta perfino, come atleti che si passano il testimone, come colleghi che si scambiano una pratica di routine.
E però, prima di ricominciare, c’è quella pausa, quello scarto e quel buio tenace e appiccicoso, che silenziosamente ti avvolge alla maniera di un lenzuolo in una notte torrida di fine luglio. Un tempo che è anche uno spazio, la minima rotta infinitamente percorsa da Agostino con un vassoio in mano e che divide la bella illusione sui divanetti – finalmente una donna che mi capisce e apprezza per quel che sono, una donna con gli anni di mia figlia e la pazienza di mia nonna… – dal copione logoro che ti attende là fuori, con le scadenze di Equitalia e la visita dall’urologo che incombe minacciosa dal cielo dell'andropausa. Non più l’una ma non ancora l’altro, come l’ora del lupo a separare il giorno dalla notte, che è poi l’orario in cui si esce in genere da qui.
In questo caso però non partono i fischi, non c’è il buuu corale e vagamente goliardico della sala. Il portafogli è solo un poco più leggero, i pensieri anche. E intanto si fa largo una bellezza misteriosa, forse quella stessa che faceva esclamare a Rilke: “la bellezza è il principio del terribile.” Principio, o magari fine, svelamento del lenzuolo che fino a un attimo prima ti avvolgeva, con il gesto distratto dell'infermiere che mostra il volto finalmente disteso del cadavere: ed era tuo padre, tua madre, un fratello o l’amico con cui giocavi a calcetto all’oratorio...
No. Quel volto è sempre e solo il tuo volto. E almeno questo, uscendo da un night club alle quattro del mattino, lo capisci benissimo.



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