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giovedì 18 settembre 2025

Barchette di carta

Dopo avere ricevuto assistenza da un operatore telefonico, il giorno stesso o, al più tardi, il successivo, arriva una mail per esprimere valutazione sul servizio. Mi dia un giudizio positivo, per piacere.

Te lo chiede con la voce che si fa più bassa al termine della chiamata, come se ti stesse confidando un segreto – da non rivelare a nessuno, mi raccomando! Sì sì, rispondo io. Le darò il massimo dei voti o delle stelline o di quello che è, cosa che poi faccio davvero.

A volte è possibile aggiungere un commento discrezionale, è lì calco un po’ la mano: Operatore gentilissimo e competente, problema risolto, mi raccomando non lo licenziate!

L’ultima frase in realtà non la scrivo, ma riassume il mio gesto. Un gesto che percepisco come eroico, sono orgoglioso di quel che ho appena fatto, mi sembra di avere gettato un salvagente a una persona che stava per annegare.

Quando vedo che esita, per pudore immagino, a farmi la richiesta, sono io ad anticipare le mie intenzioni. Grazie, grazie davvero replica l’operatore, e non si capisce se si riferisca al giudizio positivo o al fatto che l’ho sgravato dal compiere la questua.

A quel punto un po’ mi dispiace interrompere la telefonata, ormai mi sembra di parlare con un amico – di certo siamo complici – e vorrei chiedergli come va con la fidanzata; nel caso si tratti di una donna, sono tentato di invitarla fuori per un caffè. Ma ovviamente non lo faccio.

Ci lasciamo così, buona giornata, buona giornata e buon lavoro a Lei, solo su Amazon ci si dà del tu. Ciao Guido ti viene detto già alle prime battute, io mi chiamo Ioana e parlo dalla Romania. Ti va bene o preferisci un operatore italiano?

No, va benissimo, gli italiani mi stanno mediamente sul cazzo, ma taccio anche quest'ultima appendice. Oltre al fatto che me la sto immaginando con tutti gli stereotipi etnici del caso; dunque un po’ in stile entraîneuse, confesso.

Probabilmente non ci sentiremo più, io e Ioana. Dopo averle lanciato il mio salvagente la riconsegno ai flutti, una barchetta di carta che naviga nel grande mare del precariato. Giusto il tempo di udire quell’ultimo S.O.S. Non dimenticare di lasciarmi un giudizio positivo, per piacere per piacere per piacere...

giovedì 21 marzo 2024

Mansplaining

 

Un ragazzo che ha probabilmente assunto una o più sostanze stupefacenti. Aggiungiamo, in fiducia, dell'alcol, e senza dubbio psicofarmaci. Mi chiede di prendergli un caffè dal distributore automatico dell'ospedale, dove ero sceso per recuperare una bottiglietta d'acqua. Lui ha qualche difficoltà con l'interfaccia tecnologica.

"Va bene" rispondo senza esitazione, poco importa che glielo debba anche offrire; in fin dei conti è la prima persona a rivolgermi la parola da due ore. "Quanto zucchero vuoi?"

"Tanto, tutto quello che sì può!"

La voce è strascicata, sembra borbottare qualcosa anche mentre infilo le monetine, comprendo solo la frase "ziocane ho il diabete nel sangue."

"Dovresti berlo senza zucchero", e mi fermo a guardarlo prima di premere il selettore. Ha un livido che gli scende dalla fronte sulla guancia sinistra.

"Senza zucchero?!"

"Sì, per il diabete: non va bene lo zucchero."

"Davvero...?"

Annuisco con l'aria severa dei medici.

"Non lo sapevo. Cazzo, sei forte, quante cose sai!"

Continuo ad annuire, ma questa volta la mia espressione deve somigliare a chi ascolta il numero che gli mancava per completare la cartella alla tombolata di Natale.

"Sicuro che paghi tu?"

"Massì, dai, vedrai che è buono anche amaro. Tocca solo farci la bocca."

È una tentazione a cui difficilmente resisto, specie con le donne: dare suggerimenti, spiegare. Poi ho scoperto che si chiama mansplaining e ora cerco di farlo meno.

"Ok ok, un caffè senza zucchero allora" mi dice con il tono di una donna a cui il mansplaining non dà fastidio, una di quelle che ti fanno scegliere il vino a ristorante.

Sorrido soddisfatto.

"E già che ci sei prendimi un Mars, e pure quel croccantino, là in alto, vicino alle Chipster, con una Red Bull bella gelata. Grazie."

giovedì 14 marzo 2024

Birilli

Un'ora fa ero sdraiato prono su un lettino di metallo dalle lenzuola verdi e nessun cuscino a sorreggermi il capo. Non so cosa stesse facendo esattamente il medico alle mie spalle, o meglio preferisco non saperlo, si tenga forte con le mani al materasso mi era stato detto soltanto. Una rimozione sistematica di ogni elemento reale e perfino temporale, in un orizzonte illusorio (per distrarmi cercavo di pensare alle foto con il leoncino in braccio che bambini più ricchi o fortunati si facevano fare al Circo Americano) dal quale non ero riuscito a cancellare la vista di una siringa enormemio nonno ne possedeva una simile per le mucche. Dunque è con quella che mi preleveranno un campione di midollo dall'osso iliaco! Sullo sfondo un vago sferragliare che produceva qualche fitta di dolore attutita dall'anestesia, mentre udivo delle voci – quella dello stesso medico e dell'infermiera, immagino, non c'erano altre persone nella stanza – scherzare sul numero dei pazienti che erano svenuti nel sottoporsi all'esame per cui mi trovavo lì: oggi tre, ieri due, nel rialzarsi sono andati giù lunghi distesi, ah ah ah. Ne parlavano con una confidenza che mi è apparsa eccessiva, forse tra i due c'era qualcosa, erano amanti o lo sarebbero diventati a breve... ma probabilmente si trattava di una normale statistica, come un bagnino romagnolo enumera le sue conquiste o l'uomo che vende caldarroste mette da parte le castagne guaste. Io ero in potenza la quarta castagna, e il fatto che potessi ascoltarli, cosa che in effetti stavo facendo, non era neppure contemplato: le castagne non hanno orecchie, i corpi sono solo corpi e le ossa ossa. Si è manifestata a questo punto un'immagine diversa, aveva i contorni indistinti di un campo da bowling dove noi eravamo i birilli e loro Jesus Quintana, il giocatore ispanico interpretato da John Turturro in The Big Lebowsky, prima di ogni lancio estrae la lingua e con la punta carezza la boccia – bello il suono con cui raggiunge la kegel rotolando sulla pista di legno, e poi il fragore nell’impatto. A parte i birilli direttamente centrati, mi è venuto il sospetto che gli altri caschino per imitazione, non per una catena meccanica di urti, spintarelle, le stesse dei giovani ai concerti nazirock: pogano forsennatamente ma malgrado ciò restano in piedi; un mistero se pensiamo all'umanità come a una serie di abbattimenti, il crollo è una vocazione prima ancora che un destino. E comunque, per la cronaca, il mio birillo non è stato raso al suolo. Non ancora, almeno. 

sabato 24 febbraio 2024

Incontri, o sull'autenticità

Mi capita sempre più spesso di abbozzare delle brevi conversazioni con una cassiera dell’MD. Io vado a quello di Casacce, lo preferisco alla sede di Sondrio (più grande, fornita e soprattutto vicina a casa) perché meno affollato, rare le code alle casse. Dunque nessuna furia nel riporre il latte d’avena e i cavoletti di Bruxelles nel borsone giallo, hanno una birra al luppolo in fiore di Ravenna molto buona, sulla confezione dello yogurt controllo sempre prima la scadenza, faccio ogni cosa con calma e intanto ho iniziato a scambiare qualche parola con la cassiera, a cui ne sono seguite altre.

È cordiale e simpatica con tutti, quel tanto di eccentricità nei modi più che nell’apparire (uniformato dalla divisa d'ordinanza), anche carina, alta, genere Jean Seberg in À bout de souffle; ma quest’ultimo è un pensiero che alla mia età va subito restituito allo scaffale in cui campeggia la scritta: fuori tempo massimo. Quando l’argomento è caduto sulle serie televisive abbiamo scoperto di avere gusti comuni: per entrambi Mad Men è una delle serie più belle di tutti i tempi, ma lei non ha ancora visto Fargo; devi assolutamente vederla le ingiungo ogni volta, ma poi c’è il cliente successivo che inizia posare le crocchette per il cane sul nastro scorrevole, seguono budini, salsicce, una sottomarca della Coca-Cola... I nostri discorsi finiscono così col somigliare al loro argomento, si interrompono bruscamente per riprendere alla spesa successiva, sono un sequel dalla durata brevissima.

Certo, non è possibile addentrarsi in sottili disamine (perché Don Draper non vuole avere rapporti con il fratello… e di cosa è metafora la sua smania di accaparramento femminile?) ma solo incontrarsi a quel livello basico dell’umano che è il piacere – a me piace questo. Piace anche a te, ma dai! Allora siamo in due, come scrive Emily Dickinson in una celebre poesia. È un istante, in cui il minimo cerchio che chiamiamo io, allo stesso modo dell’insiemistica, si sovrappone al cerchio del tu, e dall’intersezione è come se emanasse un fugace bagliore, quasi un abbaglio.

Cosa ci sia dietro l'intensità di quel riflesso non è dato sapere, in fondo anche l’oggetto verbale è solo un pretesto, si pattina con le parole in superficie. Eppure è proprio da una disposizione svagata – come a dire esposta, indifesa – la premessa per perforare l’occasione ed entrare senza bussare, sporgersi alla soglia dell’altro in una relazione che, per paradosso, è tanto più vera quanto più limitata; come se il resto fosse troppo, il mondo una forma di esubero.

Nel raggiungere il parcheggio dell’MD e da lì la mia Seat Ibiza a GPL, aprire il portellone, caricare la spesa, mi sembra di avere avuto un incontro autentico con un altro essere umano. Chissà, forse l'autenticità è proprio questo: un riverbero a fior di pelle, un aura che se viene osservata troppo a lungo dilegua; meglio dunque non approfondire, lasciare gli abissi della terra agli speleologi e quelli dell'anima agli psicanalisti. Controllo l’orologio, il tutto è durato tra i sessanta e i centoventi secondi. Bastano e avanzano per quel precisissimo radar chiamato piacere.

venerdì 26 gennaio 2024

Patriarcato

 

È tornato l'Uomo dell'inverno. Viene chiamato così perché nessuno ne conosce l'identità, da quarant'anni compare solo nei mesi invernali – oggi si è manifestato di fronte all'Ufficio postale di Sondrio  – indossando abiti che appaiono incongrui sia al luogo sia alla stagione, sempre gli stessi come le maschere della commedia dell'arte: cappellaccio da cowboy, stivali texani, gilè nero in pelle e camicia di flanella a stampa scozzese, con i primi due bottoni schiusi. Mentre percorreva il marciapiedi leggermente proteso in avanti imprecava contro il donnino (in senso puramente letterale, fisico) che da uguale tempo lo segue. Lei tre o quattro passi dietro, capo chino, gravata di pesi alla maniera di un mulo. Con la mano destra sorregge un sacchetto della spesa e sulla stessa spalla ha un borsone ricolmo, a tratti ne fanno vacillare il passo, ma con uno sforzo caparbio subito ritrova la verticalità, si rimette in scia come nello sci d'acqua, dove non si può sfuggire alla schiuma bianca del motoscafo. Lui si guarda bene dall'aiutarla o attenderla per camminare al suo fianco, sarebbe l'infrazione di una regola probabilmente mai detta, una prossemica nella quale non sono ammesse varianti, quasi un rituale, si mormora di buon auspicio per chi li incroci per caso. Nemmeno i corpi sembrano mutare al passare dei decenni, si potrebbe pensarli congelati in un eterno presente, a conferma della natura invernale di entrambi. Ma perché invece di andare a vedere l'ultimo film della Cortellesi non venite a farvi un giro dalle mie parti? Se volete capire cosa significa il termine patriarcato, qui c'è l'arrosto e non il fumo.

venerdì 9 dicembre 2022

Al semaforo

 

Mi ricordo che faceva caldo, molto caldo, era estate. Di questo sono certo. Poteva essere il 1983, o forse 1984. Premo il freno a pedale e, nello stesso tempo, quello a manopola con la mano destra. La sospensione anteriore fa un inchino e metto in folle la Vespa, un PX bianco con l'adesivo di Radio Studio 105. Le scarpe da basket toccano il suolo e lì si piantano. A gambe larghe attendo il ritorno del verde al semaforo dove corso Vittorio Veneto incrocia via Trento, proprio di fronte alle vetrine della Standa. Nella direzione opposta, sul marciapiede su cui un gatto rossiccio sta leccando lo stecco di un ghiacciolo, proviene una ragazza. Cammina a passi svelti, ricorda le persone che raggiungono il chiosco delle bibite senza ciabatte sulla sabbia arroventata. Ma anche qui fa caldo, sudo, forse sta sudando anche lei – perché non cammina più piano?

Non porto il casco, nessuno lo porta, spettina i capelli e si imbratterebbe di Gommina. Ma pure senza casco si ottiene un minimo di refrigerio solo in movimento. Da una finestra spalancata escono le note di Camel by Camel di Sandy Marton, le basi campionate – un lieto sussultare che le rende simili a mille altre – sono in sincronia con il movimento dei piedi della ragazza; il chiosco delle bibite sembra non arrivare mai. Il volto è invece una massa indistinta in controluce, si confonde con il disco del sole che ho di fronte e mi acceca. Per fortuna indosso degli occhiali di celluloide con le lenti scure, naturalmente sono firmati. Mi consentono, con la coda dell'occhio, di controllare il semaforo. È ancora rosso.

Quando la ragazza senza volto è a pochi centimetri da me – è troppo vicina in effetti, posso avvertirne il profumo con note di melone, gelsomino e ylang ylang – mi urla in faccia: "Sei un figo!"

Poi se ne va con lo stesso passo senza senso, una fretta priva di direzione, cambia di continuo marciapiede, fino a quando scompare dall'inquadratura degli occhiali da sole, in cui rimane solo il gatto e il suo stecco di ghiacciolo. I colpi della linguetta abrasiva sono lenti e precisi. Lenti come l'estate infinita dell' '83, o forse era il 1984, lenti come i fiocchi di neve nel posarsi sulle panchine, sui comignoli, l'alberello con lo bocce colorate e le cacche dei cani ai giardinetti, ogni cosa viene ricoperta da un manto soffice e smemorato. Buon Natale, anche a Lei dottore, e alla sua signora. Ma non portiamoci troppo avanti, c'è ancora tempo.

Ora il semaforo è verde, ingrano la prima con una torsione del polso e parto con una lieve impennata. Vado, chi si ricorda dove... tutto riprende a muoversi, a cambiare. Un anno, poi un altro e un altro ancora. Un giorno Mastroianni entrò in un caffè di Napoli, aveva appena finito di girare quello che sarebbe stato il suo ultimo film. Il barista lo riconobbe. A Marcellì, gli disse, ce siamo fatti vecchierè... Posso offrire o' cafè?

martedì 4 ottobre 2022

Ovunque proteggi


Marylin Monroe, riporta in un'intervista Arthur Miller, scostò le tende del suo ufficio a Manhattan, ed esclamò in una tarda tiepida mattina di inizio marzo: "Ma è primavera!" Come se quella, continua Miller, fosse la "prima vera", la prima volta in cui il mondo fiorisce, fino a quel momento ci fossero stati solamente inverni.

Un aneddoto, forse inventato, che per me è stato una profonda lezione di vita, oltre che di scrittura: contattare, ogni volta che mi sporgo fuori da me, lo sguardo stupefatto di Marylin, per pronunciare l'inaudito che ancora si nasconde dentro la primavera, o in autunni infinitamente dichiarati e mai guardati sotto il velo di foglie esauste, estati con le ginocchia sbucciate e il colorante rosso dei ghiaccioli che cola piano sulla dita.

La parola giusta è accorgersi. Di qualcosa che forse già sapevo da sempre, ma non me ne ero mai accorto; o ancora più nel profondo è uno specchio: riflette ciò che sono in potenza, e solo così lo divento (diventa ciò che sei, come invitava a fare Nietzsche). E quel nuovo essere mi allarga, mi allaga.

Pazienza se suona un poco retorico a dirsi. Anche io, come Joyce Carol Oates che si è accorta del personaggio di Blonde, da cui ora è stato tratto un film controverso, ho una Marylin tutta mia. E cerco di averne cura, le rimbocco le coperte la sera. Per farla addormentare le sussurro il refrain di una canzone che non smette di risuonarmi in testa: "ovunque proteggi la grazia del mio cuore..."

venerdì 9 settembre 2022

Amoreee!


Le giovani donne che esclamano "amoreee!" ogni volta che incrociano un cucciolo, meglio se di razza, mentre si chinano leggermente in avanti nella direzione dell'animale (nel farlo accostano le ginocchia lasciando temere che stiano per calarsi il perizoma e fare pipì), sono le stesse che dicono "No grazie, non ho bisogno di niente" quando un mendicante protende la mano. Come se egli offrisse, e non richiedesse, qualcosa.

martedì 12 luglio 2022

My mother & Joan, part 2


Mia madre possiede come giusto delle amiche, buona parte di quelle storiche sono morte e così ne ha fatte di nuove, più vicine a dove abita.

Alcune delle nuove amiche di mia madre hanno la badante e altre si sorreggono l’una con l’altra nel camminare – è quanto fa mia madre con Giovanna, che soffre di fascite –, piccoli passi con cui raggiungono tutte le mattine i tavolini esterni del bar Meeting, dove via Parolo incrocia via Mazzini.

Oltre che dai capelli bianchi tendenti all’azzurro, si possono riconoscere le amiche di mia madre dal fatto che indossano tutte la mascherina FFP2; i familiari le hanno istruite al riguardo, severissimo è anche il mio monito: “Mi raccomando, il virus circola ancora!”

Ma quando parlano, un po’ perché sono sorde un po’ perché a essere sorde sono le altre, se l’abbassano come il bavaglino di un bebè, prima di strillarsi in faccia importanti confidenze, tra cui quella che è consentito intascare le bustine di zucchero (sì, anche quello dietetico) con cui viene servito il caffè, ma fino a un massimo di tre a testa. Parola di Giovanna, che proviene dal settore.

Dopo un po’ si dimenticano di risollevare la mascherina ed è bello osservale finalmente in viso, l'appendice di cotone pende inerme come la traccia di un'epoca remota e ormai scordata  le piramidi, il Colosseo  confondendosi con qualche collana a grani grossi; riflette i raggi del sole che filtrano dalle foglie a forma di cuore dei pioppi, l’ombrellone con la scritta Sammontana fa da cupola a quel minimo capannello.

Ma bisogna osservarle di nascosto, attenzione! Bisogna occultarsi e poi guardare con la stessa discrezione riservata alle marmotte nel Parco Nazionale dello Stelvio: se ti scorgono fanno un lungo fischio per allertarsi a vicenda, e poi scappano via. 

Lo stesso devono fare le amiche di mia madre con segnali convenuti (l’udito latita, ma la vista è ancora buonissima) non appena intravedono un figlio, un nipote o qualsiasi altro parente; quindi si rimettono immediatamente la mascherina. Aggiungendo al gesto un’espressione che parte dalle mani e raggiunge il volto, come a dire: “L’ho tolta solo un secondo, ma giuro che prima ce l’avevo…”

mercoledì 6 luglio 2022

Un uccellino


Ieri notte, per pochi secondi, ho avuto chiara la sensazione che potevo farlo, non avevo più paura. Poi è tornata la paura. Non la paura della paura, come avviene negli attacchi di panico, ma la paura di quell'istante (sudaticcio stavo nel letto a seguire una serie TV); mi ha fatto pensare a quei film in cui il carcerato si accorge che la porta della cella è stata dimenticata aperta, basta tirare il catenaccio e uscire. Ma il carcerato si gira dall'altra parte e torna a stendersi sulla branda. Sono stati pochi secondi, l'ho già detto, o forse meno, la percezione del tempo era sfumata mentre tutto il resto si precisava, un unico affannato respiro le teneva assieme; affannato ma non disperato, forse perfino felice. A comprendere ogni cosa era infatti una sensazione, quasi euforica, di bellezza, della specie particolare che possiedono le vetrine dei negozi di giocattoli poco prima di Natale. Ne ricordo uno dove il 16 dicembre, giorno in cui nell'anno liturgico prende avvio la novena, veniva svelata un'enorme cattedrale di Lego, si chiamava Piccola Città. Io ci andavo con la mamma dopo essere uscito dal dentista, potevo scegliere qualsiasi balocco – qualsiasi inferiore alle duemila lire, beninteso – per avere sopportato da vero ometto l'infierire del trapano o le viti con cui mi veniva fissato l'apparecchio, ma prendevo sempre la miniatura di un automezzo industriale: escavatori, betoniere, caterpillar... Poi il cuore ha cominciato a battere forte, cosa sto facendo qui? La finestra è spalancata. Ecco la paura. Un corpo non più giovane che si sporge dal davanzale in piena notte, i suoi denti sono perfettamente allineati e nessuno potrebbe più chiamarlo Castoro; osservo una Panda verde quattro piani più sotto, quattro e mezzo se considero anche il mezzanino, qualche coglione l'ha parcheggiata sbilenca a invadere la rampa che conduce al garage; sono io quello che di solito parcheggia l'auto a quel modo. Il porfido del minimo cortile condominiale è sconnesso, dove manca un cubetto affiora la sabbia dello strato di allettamento, i fori ricordano le parti delle navi colpite (ma non affondate) in una partita a battaglia navale, fanno acqua dentro a una striscia di mare prosciugato che immagino sporca di sangue; quale sostanza chimica si deve usare per lavare il sangue dai cubetti di porfido? Proseguendo per bruschi scarti di visione, come in una pellicola sgranata dei fratelli Lumière, lo sguardo raggiunge la sponda opposta, dove si arresta a un condominio di poco più recente che conosco da quando sono nato; ora si è trasformato in un'istallazione di Cristò per via dei lavori di rifacimento delle facciate, si scorgono solo le vetrine spente del negozio di Anna, la parrucchiera cinese che naturalmente non si chiama così. Se la incontro quando scendo a portare il cane ai giardinetti, o rientrando con in mano il sacchettino nero colmo di merda, mi dice italiani blavi, italiani blavi, chissà perché continua a ripeterlo ogni volta che mi vede, chissà perché mi sporgo sempre di più... Adesso dovrei solo scavallare, l'ho fatto decine di volte, da ragazzo, per entrare gratis in discoteca; non mi piaceva nemmeno tanto perché tutti fumavano compreso me, e la musica era bellissima ma troppo alta. Però non lo faccio, non che non voglia più farlo – volevo davvero fare qualcosa, e cosa?, ora non me lo ricordo più – ma ho sentito uno sparo provenire dal televisore, sono curioso di sapere cos'è successo. Socchiudo così la finestra e torno a letto. Non vedo pistole ma è certamente accaduto un fatto importante, si capisce da come lui guarda lei, lei guarda lui, e lo spettatore dovrebbe provare un sentimento complice e solidale. Il battito del cuore comincia intanto a regolarizzarsi, posso sentirne il riflesso attutito dal cuscino infilato in una federa bianca, il colore delle spose e delle lenzuola con cui si ricoprono i morti. Sembrava il cuore di un uccellino.

domenica 3 luglio 2022

My mother and Joan, a true Italian story

Negli anni Sessanta i poveri guardavano la televisione a luci spente, per risparmiare sulla corrente elettrica. Lo scrive sulla sua pagina Facebook lo scrittore Fulvio Abbate. Mia made ancora lo fa, anche adesso che ci sono le lampadine led tiene la luce spenta mentre guarda l'annuire pensieroso di Gilletti; poco importa che del pensiero venga messa in scena solo la postura, a ricordare la finzione dei primi piani a Fabio Testi. Non pigia l’interruttore dell’abat-jour nemmeno leggendo sul tablet, e ben serrata a gennaio la valvola del termosifone in bagno; il sotto testo: tanto ci vado solamente per cagare, a che serve il riscaldamento?

Eppure non siamo mai stati una famiglia povera, direi piccolo borghese. La vera povertà mi sembra meno incline al risparmio, non avendo un oggetto su cui applicarsi – la parte maledetta la chiamerebbe George Bataille, che studiando alcune comunità amerinde illustra il rituale del potlatch. Tutto ciò che non è funzionale alla sopravvivenza biologica  mangiare, dormire, accoppiarsi  viene distrutto durante una cerimonia pubblica, per non generare discordia nell’accaparramento. Niente formiche, dunque, ma solo cicale. Il correlativo nostrano potremmo rintracciare in Ninetto Davoli: il suo spensierato disperato sorriso, così come restituito dalle pellicole di Pasolini. Quelli erano i veri poveri degli anni Sessanta, che non risparmiavano certo sulla bolletta. 

Ma oltre allo status sociale, il procedere del tempo rende manifesta una vocazione personale, secondo la folgorante intuizione di Eraclito (il destino è il carattere). Così, da qualche anno, mia madre ha iniziato a portare a casa le bustine di zucchero, le prende nel bar in cui va a bere il caffè tutte le mattine con la sua amica Giovanna; un trucco che le ha insegnato proprio lei, Giovanna. “Ma non è furto” ci tiene subito a precisare, “fino a tre bustine si può, me e l'ha detto Giovanna”, che in passato ha gestito una bocciofila poi trasformata in sala Bingo. Formiche in questo caso, non cicale.

Le immagino entrare al bar Meetic e ordinare il solito; il barista mette in macchina due caffè neri lunghi (tanto l'esubero di acqua non si paga) e prima di uscire, dopo aver saldato il conto, arrivederci e grazie, infilare le bustine nella borsa con gesto rapido e disinvolto. Tre bustine di zucchero a testa, da riversare più tardi nelle reciproche zuccheriere in ottone. Mia madre e Giovanna, che tipe.

Quando compie il travaso mia madre si guarda bene dal farsi vedere – e infatti non l'ho mai vista -, ma posso intuirne il bagliore nello sguardo da bambina che pensa di essere furba, più che esserlo davvero. Un lucore, shining, che si irradia dalla pupilla a rischiarare l'intero condominio, scende nel breve tratto di via Parolo fino all’incrocio con via Mazzini, supera il bar Meetic e si insinua nella piscina antistante, i giardinetti con le cacche dei cani, per poi lambire il meccanico Omar e i pochi negozi di prossimità sopravvissuti alle crociate di Amazon, a lumeggiare sull'intera Penisola.

L'Italia, sì. Che sotto questa nuova luce viene mostrata meglio di quanto potrebbero fare i carteggi di Mazzini, scritti al bagliore fioco di una candela tremolante. Con la differenza che Mazzini, le candele, doveva acquistarle in qualche mercatino londinese, mentre la luce che scaturisce dagli occhietti simil-furbi di mia madre e di Giovanna, è gratis.

domenica 15 agosto 2021

Un fischio

Richiamando il cane con un fischio, mi accorgo che non so più fischiare come un tempo. Sono sempre stato orgoglioso di questa mia capacità: fischi potenti, squillanti, senza neppure bisogno d'inserire due dita dentro la bocca – chi utilizza la stessa mano inarcando pollice e indice, chi entrambe per poi tendere simmetriche le dita; possono essere tutte quelle non opponibili, con l'esclusione degli anulari. Ed erano lunghi, i fischi che emettevo, sia in estensione temporale che spaziale, si potevano udire a centinaia di metri di distanza, fischi come l'acuto di Claudio Villa nel finale di Granada. Mi uscivano dalle labbra anche senza una necessità impellente, ad esempio per attirare l’attenzione dell’amico che stava montando in Vespa per ritornare a casa, non avendo trovato nessuno con cui dividere una Chesterfield al Bar Sole. Lo vedevo allora fermarsi, rimettere la moto sul cavalletto, e girarsi in mia direzione. Sorridendo. Il fischio di oggi somigliava invece a un petardo guasto, che risolve il suo impeto in un suono fioco e disarmonico; provando a darne conto in forma lessicale, sarebbero solo consonanti buttate lì a casaccio: fszzssfsx. Anche il cane mi ha guardato con un'espressione un po' stupita, piegando il capo di lato come fanno i cani quando non comprendono qualcosa. Forse, ho riflettuto, negli anni è cambiata la cassa armonica, un dente si è sbrecciato, o magari non avevo messo la lingua nel punto esatto del palato. Ma non credo sia questo, perché ho riprovato più e più volte ottenendo sempre il petardo loffio. A quel punto il cane ha smesso di badarvi, la sua testa pelosa ha riacquistato una postura retta e vagamente english – tutti lo scambiano per un Gordon Setter, ma in realtà si tratta di un Hovawart, razza proveniente dalla Foresta Nera in cui Heidegger amava passeggiare con le braghette corte della Hitler-Jugend –, considerando normale quell'atto sonoro mancato, la forma che nel frattempo aveva acquisito il possibile. Gli animali si abituano in fretta al mutare delle cose, e quando invecchiano non giocano più a barattolo e pallina, non vanno a correre ai giardinetti con le scarpe tecniche e i fuseaux fosforescenti, come fanno i pensionati. Sonnecchiano, semplicemente, ogni tanto aprono un occhio per richiuderlo subito dopo. Ed è quello che ho fatto anch’io quando mi sono accorto che non so più fischiare.

lunedì 24 maggio 2021

Sono vaccinato

Assieme a migliaia di altri italiani, domenica ho fatto la vaccinazione. Pfizer fortunatamente. Chissà perché da bimbi si temono così tanto le iniezioni - guarda che ti faccio la puntura, minacciavano le nonne per acquietarci - quando sono perlopiù indolore e durano pochi secondi. Non fa eccezione il vaccino per prevenire il Covid. Dopo si viene invitati ad attendere quindici minuti, nel caso si verificassero delle reazioni avverse, nei quali mi sono trasferito su una seggiola di plastica all’interno di una grande palestra. Al mio fianco un coetaneo, siamo sulla cinquantina dunque, anche lui è in decantazione, la distanza è quella prevista di un metro, forse qualcosa meno. Squilla il suo telefono, suoneria di Ricky Martin. Risponde. Nel farlo si abbassa la mascherina, e così continua in un’affabile conversazione. Mi scusi dico io quando vedo che va per le lunghe, ma la mascherina è obbligatoria, e faccio segno. Non si preoccupi risponde con un sorriso largo, sono vaccinato. Clic.

sabato 2 maggio 2020

Guardie e ladri

Oltre agli extracomunitari di colore per cui il Covid-19 è una malattia da bianchi, lo pensano con convinzione e forse è davvero così, avendo quasi tutti meno di trent’anni, oltre a loro la categoria più disattenta verso le elementari norme per prevenire il contagio è quella degli anziani, rasentano l’indisciplina sociale, l'insubordinazione.
Vedo mia mamma. Aveva sette anni nel 1945 e ora sembra ritornata a quell’età: l’epidemia come la guerra, un incomprensibile gioco in cui tuffarsi con gli occhioni sgranati, chiaro segnale di meraviglia, curiosità ma, come in tutti i giochi, anche un fondo di paura. Ad esempio, col cavolo che si mette la mascherina che le ho acquistato io, una ffp3 con tutti i crismi di sicurezza. Macché, la mascherina ha deciso di farsela da sola – per risparmiare soldi, mi dice – utilizzando lo Scottex e due elastici presi da vecchie mutande, il tutto infilato in una pecetta di tessuto che ha scelto con cura dagli scampoli nell'armadio, doveva intonarsi con il colore della gonna.
Mi ha insegnato una mia amica, va benissimo! ribatte se provo a obiettare qualcosa. E così per tutto il resto, si mette i guanti e poi le mani, guantate, in bocca dopo aver toccato i tasti dell’ascensore, perché tanto aveva i guanti, in tivù hanno detto di mettere i guanti. Oppure frequenta una vicina di nascosto, è da un po' che lo sospettavo, ma ieri l'ho colta sul fatto. Avevo dimenticato il guinzaglio per il cane e sono rientrato dopo pochi minuti, scoprendola con l'indice sul campanello dell'altra: Volevo solo portarle una fetta di torta... mi ha detto con gli occhi bassi, le mani ancora nel vasetto della marmellata.
Ma se lo fosse veramente, un gioco? Non solamente un gioco, intendo, e però tra le tante cose – sofferenza, morte, economia a gambe per aria, con la scenografia di città trasformate in una tela di De Chirico – il virus è anche un gioco, o più precisamente un colossale gioco di ruolo, come la versione che Benigni dà dei campi di concentramento ne La vita è bella. E la vita è bella anche per questo: appostarsi fuori dalla porta dopo aver detto ciao, mamma, io esco, ma poi fermarsi nell'ammezzato per poterla pescare in castagna. Ah, ti ho beccata!
Certo, un giorno arriverà il vaccino a gridare tana libera tutti. Ma, fino a quel momento, continuiamo pure a giocare con i nostri vecchi. Noi ovviamente siamo le guardie, e loro i ladri.


sabato 25 aprile 2020

Enigmi


I corazzieri con la mascherina. Più che i politici, il Presidente del Consiglio, perfino Mattarella, sono rimasto colpito dall’immagine dei corazzieri con la mascherina. Non so perché: i tempi sono questi, è normale. Ma mi ha ricordato certe fotografie di Luigi Ghirri, in cui l’obiettivo circoscrivere una porzione di presente che ci sfugge. Rimanda ad altro, trascende ciò che mostra, consegnandoci un enigma da risolvere, un rebus. Quello dei corazzieri con la mascherina… Un rompicapo che non riesco a dipanare, mi inquieta.

venerdì 10 aprile 2020

Michele

Michele è un po' tocco, diciamolo subito senza tanti giri di parole. Ma Michele è mio amico. Non mi era mai capitato di bannare il numero di telefono di un mio amico, ho però dovuto farlo con Michele. Il fatto è che mi chiamava nel cuore della notte. Mi sento sooolo mi diceva con accento siciliano, la vocale centrale strascicata. E io l'ho bannato.

Continua comunque a essere mio amico, ci siamo conosciuti una decina di anni fa al Bar Piero. Adesso il Bar Piero è chiuso per via del lockdown, e così ogni tanto sono io a chiamarlo. Non in piena notte ma verso le sette di sera, quando ha finito di cenare all'ora in cui cenano i vecchi e gli svizzeri; intanto, guarda il quiz di Amadeus in tivù.

 Conosci le risposte? – mi chiede.

 Alcune sì e alcune no, Michele.

 Io nessuna, conosco solo i nomi dei santi.

Ed è vero: non gliene sfugge uno! Se invece di Amadeus ci fosse ancora Mike Bongiorno con le sue domande a tema, sono certo che potrebbe sbancare Rischiatutto. Argomento a scelta vita dei santi, ovviamente.

La conversazione telefonica procede con l’enumerazione di ciò che ha appena mangiato. Carne Simmenthal, pomodori, pane, sale, salame, sottilette Kraft, maionese, tre uova, acqua frizzante, una mela, due noci e un dattero. A Michele piace fare lunghi elenchi. Ma gli piace soprattutto mangiare, ha sempre fame, una fame come si dice atavica, simile a quella di Totò in Miseria e nobiltà.

L'unica cosa che non può mangiare sono i dolci. Sono morti di diabete la madre, il padre e soffrono della stessa malattia tre degli otto fratelli, tutti rimasti in Sicilia. Non si capisce bene perché lui invece stia qui, a Sondrio. Se glielo chiedi ti risponde io sono nordista, termine con cui qualifica le persone del nord Italia, i western non c'entrano nulla, aggiungendo che in Sicilia ci sta la maaafia. Ma altre volte dice che la mafia aiuta i deboli, i mafiosi so braaavi. Non si capisce e basta.

Un'altra cosa che piace fare a Michele è andare in chiesa. È capace di seguire anche due messe al giorno, oltre a numerosi rosari. Non che comprenda tutto ciò che viene detto, specie nell'omelia. Dio è una persona complicata mi ha confidato una volta. Però intanto prega: per avere una casa, meglio una fattoria, con vitelli, conigli, capretti; poi un'Harley-Davidson, un Maggiolone Volkswagen, una fidanzata nordista e così via, anche qui parte l'elenco.

Ma non prega solo per sé e la realizzazione dei suoi desiderata; sui quali, va detto, ogni tanto comincia a dubitare: E non fa nieeente... In cui il soggetto implicito è con tutta evidenza Dio. Ho pregato per te e Fata Morgaaana, mi dice sempre. Fata Morgana sarebbe mia madre. Io invece sono Volpe, vai tu a capire il motivo, si diverte a dare soprannomi. Ivan, un altro amico comune, è il Generale, mentre il terzo della combriccola è semplicemente zio Luigi.

 E tu come ti chiami  gli ho chiesto un giorno, qual è il tuo soprannome?

Si è grattato il grosso capoccione per qualche secondo, poi, d'impulso, ha risposto:  Io sono il Bambino.

Il venerdì andavamo a mangiare tutti assieme in pizzeria, ovviamente pagavamo noi. Il Generale, zio Luigi e io ordinavamo una pizza, ognuno sempre la stessa, metodici, mentre il Bambino due cotolette alla milanese e un uovo al burro. Lui ormai si sente nordista anche a tavola, la pasta alle sarde è memoria sbiadita e non rimpianta, roba da sudisti. Ha anche acquistato un cappello da baseball con sopra scritto: Milano caput mundi. Se lo toglie solo quando va in chiesa.

Oltre ad andare in chiesa e al Bar Piero e mangiare come un porco, Michele passa il suo tempo in piazza, seduto su una panchina che sta tra la chiesa e il Bar Piero. Lì fuma e conversa o, meglio, conversava un po' con tutti. È gentile e benvoluto, somiglia a un enorme cucciolo di coala. Un orsacchiotto che parla, parla, non smette mai, anche di fumare. Forse perché si sente solo, come mi ripeteva nelle telefonate notturne, prima che lo bannassi.

Ogni tanto ho i sensi di colpa e lo sbanno, ma giro una settimana e riecco la telefonata: 

 Mi sento sooolo.

 Ok Michele, ma sono le tre e mezza di notte...

Lui continua imperterrito come se fosse un trascurabile dettaglio: – Ieri, al Centro, una mi ha fatto una sega. 

 Una sega?! Ma non ti aveva detto il Direttore che se ti scopre ancora a farti fare le seghe sono guai?

 Sì, ma mi so fatto fuuurbo.

 Furbo?

 In ascensore. Abbiamo preeeso l'ascensore. Poi ho schiacciato il tasto, un tasto rooosso, l'ascensore si è bloccata. E me l'ha faaatta lì.

- Mmm...

 ...

 Quante gliene hai date?

 Le ho daaato un pacco di Camel.

 Michele, quante volte te lo devo dire che un pacchetto è troppo! La prossima volta dagli solo cinque sigarette: per una sega è fino a mai.

Conversazioni così, mentre i panettieri discutono dell'impasto e tutti gli altri dormono. Ma già l'ho anticipato che Michele è un po' tocco, e il Centro sarebbe il Centro diurno di sostegno psicologico e sociale, altrimenti detto CPS. Prima lo chiamavano manicomio, il manicomio di Sondrio, conficcato tra le vigne dove fanno un ottimo Valtellina superiore. Tra i matti ho scoperto che vige ancora il baratto, e le merci di scambio più pregiate non sono oro, incenso e mirra, ma sesso e sigarette.

Adesso però è chiuso anche il Centro diurno, per via della pandemia. Niente seghe, niente Bar Piero, niente messe. A Michele rimangono solo le domande di Amadeus – di cui però non conosce le risposte –, oltre alle sigarette e alle Simmenthal, con cui non riesce a colmare il suo disperato bisogno di compagnia. Di amici, diciamolo pure.

“Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone (…) a cercare fratelli che non sono più”, scriveva Pasolini in una poesia del 1964. E così ogni giorno, in pieno lockdown, Michele gira come il pazzo che è tra i piccioni posati sul sagrato della chiesa e la saracinesca sbarrata del Bar Piero, prima di sedersi sulla sua solita panchina. Da solo. Anzi, sooolo.

Quando Dean Martin attacca la prima strofa di Volare, la suoneria che ho impostato nel mio smartphone, se sono passate le dieci di sera penso sempre sia Michele, anche se magari è una badante ucraina che ha sbagliato numero: Ciao Olga carissima, sono Myroslava. Non sono Olga. Poi mi ricordo che il suo numero è fuori gioco e tiro un sospiro che, non ho ancora capito, se sia di sollievo o di rimpianto.

L’ultima volta era un mio vecchio conoscente, mi raccontava che è passato in piazza Campello per andare a fare un bancomat. 

 Oh, non puoi crederci  mi ha detto come se fosse appena uscito dalla grotta della paura , mai vista la città così deserta. Alle sei di pomeriggio non c'era anima viva, solamente un tipo grasso con un cappellino da baseball. Stava seduto su una panchina, tutto da una parte, come se aspettasse qualcuno. Intanto si accendeva una sigaretta con il mozzicone della precedente.

 È il Bambino  gli ho detto io.

 Chi?

 Non importa.

Quando la conversazione è terminata ho pensato che il Covid non è solo grafici, plateau del contagio, pallottoliere dei morti, medici e infermieri eroici ed economia, bisogna far ripartire l’economia tuona la Confindustria! No, è anche Michele e la sua panchina. Su cui forse si sta ancora chiedendo, come di fronte alle domande di Amadeus:

Ma quante sigarette bisogna dare a Dio per tornare a farci fare le seghe in ascensore, e a mangiare cotolette con il Generale, la Volpe e zio Luigi...

giovedì 9 aprile 2020

Platini

– Siamo entrati nel parterre?
– Cosa?
– Siamo usciti dal plafond?
– Cosa?!
– A che punto siamo del palmarès?
– COSA?!
– Dici che siamo vicini al partouze?
– COOOSA?!
– Ma quando finisce questo benedetto...?
– Plateau, mamma, si dice plateau.
– Ecco, bravo.
– ...
– Placosa, me lo ripeti.
– Plateau.
– Devo trovare una parola da associare.
– Platini?


martedì 7 aprile 2020

Così lontani, così vicini

Ho sentito ieri per telefono un mio compagno di gioventù. Anni ottanta, gommina sui capelli, occhiali da sole Vuarnet e PX bianco con gli adesivi di Radio Studio 105. Cose così, un po' sceme per quanto non venissero prese troppo sul serio – niente veniva preso sul serio, in effetti – come faceva invece la generazione precedente con i suoi totem politici. Noi non avremmo mai sventolato la pecetta Stone Island sulle barricate, intendo.
Il mio amico teneva però un profilo più basso, non si consegnava a ogni nuova moda con il mio stesso fervore, interrogando lo specchio non per sapere chi fosse il più bello del reame, ma per verificare che la mia divisa fosse conforme al tempo di pace infinita che ci si spalancava davanti. Se fosse il personaggio di un romanzo potrebbe essere l’osservatore interno, Nick Carraway ad esempio, quando narra in prima persona la vita folle e appassionata di Jay Gatsby.
Un tratto discreto che ha accentuato nel tempo, il destino è il carattere suggeriva Eraclito, non freddo ma misurato, forse il termine giusto è responsabile. Me lo conferma il suo comportamento nei confronti del figlio, che ha l’età che avevamo noi quando andavamo al Charlie Brown per ballare sulle note di One Night in Bangkok e Fade to Grey.
Il ragazzo si sta sottoponendo a un ciclo di chemioterapia per un tumore alle ossa. È stato operato l’anno scorso, pare sia andato tutto bene, ma si sa che il metabolismo di un sedicenne è un motore che romba a cinquemila giri, in attesa che compaia il verde per lanciarsi nella vita. Dunque ci vuole un po’ di chimica perché il verde non torni rosso.
Una notizia che purtroppo già conoscevo. Grazie al cielo, adesso niente di nuovo. Mi ragguaglia sul fatto che le terapie stanno procedendo nel modo previsto, anche se questa epidemia proprio non ci voleva. Sospira. Come si dice: piove sempre sul bagnato…
Con l’autocertificazione, da Sondrio dove abitiamo entrambi, continua ad andare a trovare il figlio una volta a settimana a Milano, città in cui si trova l'ospedale a cui si sono affidati. Lì hanno preso un bilocale in affitto, ci abitano anche la madre e la sorella del ragazzo, la famiglia del mio amico. Escono di casa solo per la spesa e per le sedute di chemioterapia, nessuno entra o esce da quella porta per altri motivi. Nemmeno lui, il padre, con cui il figlio parla attraverso il vetro della finestra che dà su un cortiletto interno, fortunatamente stanno a pianterreno.
Sai mi dice lui dopo una lunga pausa telefonica, ha sempre avuto questa inclinazione alle pause, a differenza mia che tamponerei ogni silenzio come fa il muratore con le crepe nel muro, sai io non credo di essere positivo al Covid-19, però senza verifiche mediche non posso essere sicuro al cento per cento. E le chemio abbattono i globuli bianchi, i pazienti oncologici sono immunodepressi. Non mi sento di rischiare.
Mentre mi raccontava io provavo a visualizzare la situazione, ma non è semplice. Mi è così venuta in mente una scena di Paris Texas. Un uomo introverso e sbandato, gli dà corpo un Harry Dean Stanton in stato di grazia, ricerca insieme al figlio la moglie che aveva abbandonato entrambi, finché la ritrovano dalle parti di Houston, dove fa la spogliarellista. Chi non ha visto la pellicola non può immaginarsi quanto bella fosse Natasha Kinski nella parte di una spogliarellista. Quanto fosse bella in qualsiasi parte, a dire il vero.
Ma forse il termine spogliarellista è impreciso. Non si tratta infatti di un locale con un palco, oppure pali per la lap dance e maschi con cappellacci da cow boy che tracannano birra e fischiano a ogni indumento che cala. No, niente del genere. Una specie di motel piuttosto, li chiamano peep show. Il cliente paga, entra e dalla parte non riflettente di uno specchio può vedere la ragazza, anche interloquire con una cornetta telefonica, chiederle di fare delle cose. Il rapporto è di uno a uno, più simile alla prostituzione. Solo che, come in tutti gli specchi, alla ragazza la vista è preclusa, non può sapere chi sta dall’altra parte. La donna, molto più giovane, non immagina così di trovarsi di fronte al marito, per lei si tratta del solito vecchio porco. Un marito, una moglie prostituta e uno specchio. Non male.
Il loro scambio da principio e come previsto è di natura erotica, lei lo stuzzica, lo provoca con gesti e parole, è il lavoro per cui viene pagata. Quindi si stupisce dell'apparente disinteresse al suo corpo: ma allora cosa vuoi? Lui non risponde, ci gira attorno, ancora non è il momento di palesare la propria identità, che è lei a intuire progressivamente fino all'agnizione finale, sulla quale la mia memoria è sfocata. Mi ricordo solo che scendono delle lacrime. Al marito, alla moglie, chi lo sa… Lacrime con il sottofondo delle note dolenti della chitarra di Ry Cooder.
Non posso dunque dire se anche sul volto del mio amico siano scorse delle lacrime, non mentre mi parlava dei suoi guai per telefono, ormai ci siamo abituati a tutto e sembrava stessimo conversando della cosa più naturale del mondo. Un padre. Un figlio malato. Un vetro che li divide e che li unisce. Ma forse non è solo la loro storia, come tutte le buone storie parla a ciascuno di noi. Titolava un altro film di Wim Wenders: così lontani, così vicini.


sabato 28 marzo 2020

Quasi quasi... o sull'abitudine al tempo del Covid-19


Sembra di guardare un vecchio album di fotografie. Magari delle Polaroid, chi si ricorda le Polaroid, tra lo scatto e la stampa passavano cinque minuti buoni, in cui era bello attendere per vedere se qualcuno ti aveva fatto le corna all'insaputa. E però quello che usciva sferragliando dalla base più bombata dell'apparecchio, odore di chimica sulla superficie ancora umida dell'immagine quadrata, non a cartolina, le Polaroid possedevano un formato quadrangolare, bisognava quindi soffiarci sopra e sventolarle come il fazzoletto degli emigranti alla partenza del vapore, per averne esperienza tocca andare nei barcacchini delle foto tessera, qualcuno ancora sopravvive nelle stazioni ferroviarie o del metrò, se ti azzardi a varcare la tendina verde è tutto un Sara ti amo scritto a pennarello con corredo di cuoricini e frecce di Cupido, oppure più samba meno caramba sul grande specchio in cui ricomporti con flemma britannica, ho il cazzo di 25 cm, telefonami, quello che sgusciava infine era il passato, non l’adesso, come in questo periodo sintattico diluito per troppe, davvero troppe parole perché la memoria riesca ad archiviarle tutte quante, il suo incipit è ormai remoto, irriconoscibile e sfocato. L'adesso somiglia piuttosto alla coda di Provolino, sulla giostra con gli ufo e il camion dei pompieri ti sembrava sempre di essere sul punto di acciuffarla, ma il giostraio, carogna, la sollevava all'ultimo momento con uno strattone alla cordicella, e l’attimo giusto, kairos veniva detto dai greci e quelli la sanno lunga, l'attimo, l'adesso, il presente è già bello che passato, dovevi attendere il prossimo giro, la prossima corsa accomodatevi i gettoni sono in vendita alla cassa, accanto al mangiacasette da cui ronza nasale una voce e dice zingaro, zingaro voglio vivere come te, andare dove mi pare come fai tu. Così la notizia del primo contagio in Italia, il trentottenne di Codogno, chi si ricorda anche del trentottenne di Codogno, appartiene a quel vecchio album di fotografie. Invece era una manciata di giorni fa, da allora tutto si è mosso talmente in fretta da restituire la sensazione opposta: una moviola in cui ogni cosa si smorza e poi decanta, sogno in cui vorresti correre ma le gambe si muovono al rallentatore. E sì che in quel principio furono crampi allo stomaco e sudore alle mani, ansia che monta, anzi proprio paura, accompagnata dagli speciali televisivi, le maratone di Mentana, Lilli Gruber con le gambe accavallate avvolte dai leggins in pelle nera, Giletti che cerca la camera in cui meglio risalti l'espressione corrucciata e pensosa, e la sera il Rivotril per trovare un po’ di conforto nel sonno, prima che faccia effetto gli occhi aperti sbarrati spalancati nella camera buia. Mi sono svegliato questa mattina e il Rivotril era ancora poggiato sul comodino. Avevo scordato di prenderlo. Ho dormito ugualmente, con i 969 morti e i 4401 nuovi contagiati di ieri, 27 marzo 2020, hanno portato via anche una mia vicina con l'ambulanza. Poi, facendo la barba, perché ho ripreso a farmi la barba e a mettere Eau Sauvage come dopo barba, mi è venuto in mente un vecchio monologo di Giorgio Gaber: "Ma sì, basta abituarsi. Basta non cercare punti fermi che tanto non ci sono. Dopo un po' tutto diventa come prima. Per forza, l'abitudine è il surrogato della normalità. Alcuni, poi, non so se più ignoranti incoscienti o non so cosa, non si sono proprio accorti di nulla, stanno benissimo. Per forza, l'ignoranza è il surrogato della felicità." A quel punto mi sono detto, quasi quasi, dopo la barba, mi faccio pure uno shampoo...

giovedì 26 marzo 2020

In prestito, non in dono


Molte persone, diciamo così, di un determinato orientamento politico, vanno ripetendo da giorni che si vedono in giro solo persone di colore. Per essere testuali la frase giusta sarebbe: “Numa negher, e gna ‘n terun.”
Sulle prime mi sembrava la solita sparata razzista. Poi però mi sono accorto che, al netto delle code sparpagliate (questo tempo genera ossimori) di fronte a supermarket e farmacie, qualche coppia cane conducente come me, con i cani che si vorrebbero avvicinare per giocare e gli umani se ne guardano bene, i rari passanti che incrocio per le strade semi deserte sono effettivamente e spesso di colore.
Quando non camminano dinoccolati e tranquilli, l'andatura degli sciatori con gli scarponi slacciati, hanno appena lasciato gli sci conficcati in un cumulo neve e ora si avviano verso una cioccolata calda, li vedo pedalare su biciclette rassembrate alla bell’e meglio, come facevo io da piccolo con i Lego. Alcuni indossano la mascherina, uno straccetto azzurro fornito probabilmente dalla Caritas, ma lo sguardo al di sopra è disteso e rilassato, non quei due spilletti saettanti con i quali i nostri concittadini ti fanno lo scanner già da lontano.
A che modo interpretare dunque questo dato che a me appare oggettivo, Feltri, nella versione di Crozza, direbbe fattuale, fattuale quanto quello della scomparsa dei cinesi dall'orizzonte ottico urbano?
A me sembra che una maggiore disposizione all'insubordinazione civile non spieghi il fenomeno, per quanto ne è forse una componente, non voglio nascondermi dietro a un virtuosismo da anime belle. Ma soprattutto io credo sia un diverso rapporto con la morte, e di conseguenza con la vita. Noi, io, tutto l'Occidente barricato in casa o dietro filtri di protezione ffp3 (almeno chi ha avuto la fortuna di trovarli) ha una fottuta paura di morire, di cui la reclusione attuale è una metafora potente. La gente d'Africa invece muore, vive, rinasce attraverso i figli che noi facciamo sempre meno, con un senso della ciclicità in cui il singolo individuo occupa solo una stazione di passaggio. Con ciò una nuova domanda: hanno ragione loro, abbiamo ragione noi?
Di certo, se si ammalano e finiscono in terapia intensiva, i cinquemila euro di costo giornaliero li paga il servizio pubblico italiano, e questo può giustificare malumori. Uniti al fatto che, nel caso, potrebbero trasferire ad altri la malattia, non è importante il colore della pelle di chi riceve il testimone virale, ma l'ipotesi fa un po' incazzare, anzi molto incazzare.
Eppure confesso che in questi giorni di statistiche, picchi di contagio, risvegli notturni affannati, mi sono ritrovato a invidiare un certo modo fatalista e vagamente incosciente di stare al mondo. Forse perché, per usare le parole conclusive di una bella poesia di Nico Orengo, mai come adesso che l'ombra della morte si allunga e vorremmo inginocchiarci e chiedere perdono, ci siamo accorti di essere in prestito e non in dono. Cosa che i nostri cugini africani sanno da sempre.