sabato 15 agosto 2026

Il chewing-gum di Assunta, mi ricordo 82

Mi ricordo che qualcuno bussò alla porta. Si trattava del bidello, e dietro al bidello ci stava il direttore e dietro al direttore altre due persone; non si vedevano bene, ma sui pantaloni scuri si intuiva una banda rossa: potevano essere carabinieri.

Quando la maestra Maccarone li accolse, il bidello si limitò a introdurre il direttore, come si fa con i cantanti a San Remo. Piccolino, occhiali spessi, il direttore Martinelli era mio dirimpettaio nel condominio di via Parolo, e così ero l’unico a dirgli ciao invece di buongiorno.

Quella volta però non rispose al mio ciao, e andò diretto verso la maestra, a cui sussurrò qualcosa all’orecchio. Poi uscì con il bidello che socchiuse la porta al suo passaggio, senza serrarla. La maestra chiamò allora Assunta, pronunciò il suo nome con tono dolce, quasi si rivolgesse a un bambino piccolo. Con lo stesso tono le disse di raggiungere gli uomini, che l’attendevano nel lungo corridoio ricoperto dal linoleum.

“Va bene maestra”, ma prima Assunta si levò il chewing-gum dalla bocca, appiccicandolo con un gesto furtivo sotto la sedia. Avrebbe ripreso la ruminazione al rientro, e si avviò con la coda dei capelli che oscillava in accordo ai passi esitanti. Non era mai accaduta una situazione del genere, a parte quando Giovanni si era cagato addosso ed era stato riaccompagnato a casa.

Al termine il bidello chiuse per bene, Carlo era ancora in piedi di fronte alla cattedra, era in corso la sua interrogazione, toccava capire se avesse compreso le regole per il riporto nelle sottrazioni. La maestra Maccarone si schiarì la voce, e riprendendo il tono di voce consueto ci comunicò: “È morto il fratello di Assunta. Era andato al fiume a fare il bagno, per fortuna i sommozzatori hanno ritrovato il corpo.” Poi continuò a interrogare Carlo.

Erano divertenti le interrogazioni di Carlo, balbettava nello scambiarci le figurine di Chinaglia, Benetti, Re Cecconi, ma nelle interrogazioni di più. Così se Pierino aveva cinque mele e ne mangiava due, diventavano tre me… me… me… mele. Con l’intera classe che andava in apnea, e poteva rifiatare solo al completamento del frutto.

Ma nella circostanza guardammo tutti al banco vuoto di Assunta, senza ascoltare cosa balbettava Carlo. Erano rimasti l’astuccio con l’immagine della Barbie, il quaderno a quadretti aperto, una lunga fettuccia elastica legata ad anello (la si usava all'intervallo per un gioco da cui i maschi venivano esclusi) e la bic nera dal cappuccio smangiucchiato.

Chissà se qualcuno dei miei compagni si era soffermato anche sul chewing-gum rosa, era ancora lì avvinto alla sedia, come prima, come la nostra idea di sempre. Io no di sicuro. Le cose significative devo immaginarle a posteriori.

venerdì 14 agosto 2026

Una carezza e un pugno, o su bellezza e simpatia


Negli anni Ottanta, forse anche nei Settanta ma ero ancora bambino per affermarlo con certezza, mentre prima dovevo ancora nascere e quindi non so, in questi periodi le donne meno belle venivano dette simpatiche.

Non era solo un modo di dire, la simpatia era un tratto reale, percepibile, quasi pavloviano: sei brutta, allora devi essere simpatica. Oppure diventavano malmostose, e questo avvallerebbe una polemica letteraria legata all’ultimo premio Strega; ma lasciamo stare, ché era solo una sciocchezza.

Una sciocchezza, si è visto negli anni successivi, anche il nesso speculare tra bellezza e antipatia, con le donne più piacenti in versione gatta morta, la stretta di mano languida e ipotensiva. Fa fede in ciò quello sterminato repertorio dell’umano che sono i social, dove si incontra una nuova tipologia: la bella ragazza simpatica, più sono belle e più sono simpatiche; o perlomeno così cercano di apparire, perlopiù riuscendoci attraverso svagati e gustosi bozzetti biografici.

Lo vediamo anche tra le comiche delle nuove generazioni: Paola Cortellesi, Geppi Cucciari, Virginia Raffaele, Caterina Guzzanti, Valeria Angione, Marta Zoboli, Valentina Persia, Diana Del Bufalo, Valeria Angelozzi. Tutte donne giovani e belle. Quando negli anni Cinquanta, se volevi far ridere, dovevi avere l’aspetto di Tina Pica o Ave Nichi.

Mi chiedo dunque quando sia avvenuta tale mutazione antropologica, che, a scanso equivoci, è solamente percettiva – ognuno è nell’intimo il suo mistero. Ma soprattutto perché sia avvenuta, quale la sua ragione profonda, il suo vantaggio evolutivo.

Che prima esistesse un’economia sociale nella quale gli aggettivi bella e stronza e brutta e simpatica venivamo accorpati, è in fondo intuibile dentro un contesto non propriamente patriarcale – il patriarcato, in senso stretto, possiamo farlo concludere nel 1968 – ma fortemente sbilanciato verso il privilegio maschile. Senza entrare nella sociologia del presente, perché in seguito le ragazze belle sono diventate simpatiche, o a voler essere maliziosi fanno le simpatiche?

Forse lo erano già da prima e non ce ne eravamo mai accorti. O forse, ed è questo il mio sospetto, è il modo (la simpatia) che hanno trovato per rifiutare le nostre avance senza farci troppo soffrire: una carezza e un pugno, come cantava Adriano Celentano mentre implodeva il patriarcato. Oltre che belle e simpatiche sono anche compassionevoli, insomma. Da esserne orgogliosi per interposta genitorialità!

Resta da capire come ricollocare noi, i rottamati, i vecchi, i brutti, e anche tutto quelle donne che non sono così piacenti e così simpatiche. Far interpretare a loro la gatta morta non si può, bisogna sistemare la sceneggiatura perché ciascuno abbia un ruolo in commedia, una persona da mettere in scena per non essere solo comparse. E ben sapendo che il termine persona significa maschera, e cioè finzione. 

giovedì 13 agosto 2026

Ad aspettare la sera, o sul tempo e l’involucro


Non vedo alcun vantaggio nell’invecchiare, ma alcune miserie della gioventù si possono comprendere solamente a posteriori. L’eccesso di importanza assegnata all’involucro è una di queste.

Io sono stato un ragazzo dall’involucro piacevole, e non avrei mai concepito, non dico, di fidanzarmi, ma perfino di limonare in discoteca (al sabato si andava al Tempio e il giovedì alla Moia, talvolta anche al Brick di venerdì dove era più facile raggiungere lo scopo) con una ragazza il cui involucro non mi fosse commisurato: solo ragazze col fiocco dorato, e la carta stagnola rilucente.

Negli anni non è emerso in me alcun contenuto nascosto – ammesso che vi fosse –, ma l’involucro si è corrotto; quanti romanzi ci raccontano dello sfiorire della bellezza, in quelli russi ciò avveniva intorno ai trent’anni. Ecco, adesso ci siamo, come in una regata nautica abbiamo già doppiato quella boa, manca forse solo il lato di bolina che conduce al traguardo; peccato sia calato il vento.

Così comprendo l’inganno dell’involucro – un trucco di natura per evolvere la specie, avrebbe detto Darwin –, senza che a esso sia subentrato un nuovo trucco: non ti innamori di una coetanea perché conosce a memoria il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, o sa risolvere i rebus della Settimana Enigmistica, attività alla quale rimango inetto. Quanto all'involucro, è ugualmente accartocciato.

Eppure, guardando a un mio simile, meglio a una mia similessa, qualcosa talvolta ancora gorgoglia nella pancia – come chiamarlo?

Si tratta di un sentimento lieve, che le parole affetto, empatia, tenerezza rendono solo in modo approssimativo. Dell’amore rappresenta comunque una variante. I greci avevano tanti termini per definire l’amore: “Mi ami Pietro?” chiede Gesù nel Vangelo di Giovanni. "Signore, tu lo sai che ti amo.” E non si capisce perché Gesù glielo debba chiedere altre due volte.

In realtà, nella lingua greca del testo, stanno usando verbi differenti: agapáō nel caso di Gesù, e philéo nella risposta di Pietro. La versione della Cei andrebbe così ritradotta, avendo Paolo Villaggio quale riferimento semantico. “Mi ami Pina?” chiede Fantozzi. “Ugo” risponde la moglie dai capelli color topo, “ti stimo moltissimo.”

Poi sedersi su una panchina di fronte all’ingresso dell’Ikea, a osservare le giovani coppie che spingono il carrello colmo di imballi; una ragazza ha il pancione, ma meglio portarsi avanti con il lavoro. All’arrivo il bambino avrà la sua cameretta già bella e pronta, e pure una renna di peluche.

Noi non parliamo, è una di quelle giornate autunnali dal clima mite, i lampioni gialli sono indecisi se sia arrivato il momento di accendersi, dall’autoradio di un SUV escono le note di una vecchia canzone diVinicio Caposella. Non so se lei la conosca (non so nemmeno chi sia la donna al mio fianco, o meglio chi sarà) ma io ne ricordo a memoria il testo. Che così conclude:

E se mi guardi, io non ti vedo

Ma mi ricordo del nostro amore

Stiamo qua, messi qua

Ad aspettare la sera

mercoledì 12 agosto 2026

Prossemica

Che bello, per una volta, avere le idee chiare, anzi chiarissime. Non si caccia una persona da un concerto perché la pensa diversamente da noi. In questo ha perfettamente ragione Dori Ghezzi, riferendosi alla contestazione nei confronti di Salvini da parte di una ragazza, presenti entrambi al concerto di Diodato in commemorazione di Fabrizio De Andrè, che si è svolto nella tenuta dell’Agnata creata in Gallura dal cantautore genovese; la polemica è stata poi rilanciata dalla nipote di De Andrè.

Ma se quella persona manifesta valori e comportamenti agli antipodi dei nostri, e soprattutto dal commemorato, non ci si siede nemmeno accanto, come ha sempre fatto Dori Ghezzi. Si chiama prossemica, ed è l'arte di abitare gli spazi, e le relazioni qui configurate, che gli attori conoscono bene. Per comprenderla è sufficiente la battuta di un vecchio film di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e poi sto in disparte, o se non vengo proprio alla festa?”

Ogni minima variazione del corpo, specie in un contesto pubblico, rappresenta dunque un segno. E il segno che ha inviato Dori Ghezzi con il suo corpo mi sembra inequivocabile, per quanto le sue parole raccontino ora un'altra storia. E anche questa è materia conosciuta, gli psicologi lo chiamano doppio legame, ed equivale a fare una cosa e a dirne un’altra. Ma l'indicazione fisica sopravanza di gran lunga quella verbale. Da ciò le contestazioni, che appaiono forse eccessive ma non certo pretestuose.

martedì 11 agosto 2026

Lavitola, un mito moderno


Nella telenovela estiva con protagonisti Lavitola e Ranucci, la puntata dei giorni scorsi è stata particolarmente ricca di colpi di scena. Fermo restando la presunzione di innocenza – il garantismo è una cosa seria – l’accusa che ha portato all’arresto del faccendiere salernitano è di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report, avvenuto a Pomezia la notte del 16 ottobre 2025. Fin qui la cronaca.

Più interessante la psicologia del gesto, che, attraverso l’ordigno nascosto in prossimità del cancello dell’abitazione di Ranucci, avrebbe dovuto fare molto fumo, ma nessun arrosto. Ed è proprio qui l’aspetto singolare, che fa della squallida vicenda un mito moderno, con una portata universale. Esiste anche un detto, spesso accompagnato agli schiaffoni impartiti da genitori e insegnanti del secolo scorso: l’ho fatto a fin di bene.

Ecco, Lavitola, a fin di bene, e cioè per favorire la carriera professionale ed eventualmente politica dell’amico, gli avrebbe fatto saltare in aria l’auto. Accidenti, questa sì che è vera amicizia: assoldare una banda di lestofanti, procurarsi del rudimentale esplosivo, brigare, tramare; tutto per elevare Ranucci come fa il parroco con l’eucarestia, durante la consacrazione eucaristica.

Ma gliela aveva prima chiesto, al suo amico carissimo, se voleva essere consacrato?

Macché, chi agisce a fin di bene non chiede mai, essendo il bene quel che Kant chiamerebbe un a priori: lo so io cosa va bene per te, fidati. D’altronde anche Prometeo, nel rubare il fuoco agli dei, intendeva agire a fin di bene, non mettendo in conto la risposta scacchistica di Zeus, che consegna al fratello grullo (Epimeteo) la splendida Pandora, con il suo temibile vaso da non aprire mai.

Ma si sa, i divieti sono fatti per essere violati, e gli amici per essere aiutati. Mettendogli una bomba sotto casa, ad esempio.

lunedì 10 agosto 2026

Carcerati

 


Nella società dello spettacolo era inevitabile che la meteorologia divenisse intrattenimento. Ne danno testimonianza i meteorologi che spopolano sul web, i più astuti hanno intuito il nesso e ostentano comportamenti circensi (penso al pur bravo Giuliacci), ma è lo stesso clima che ha su di noi l’effetto di una rappresentazione, meglio di uno show.

In fondo, siamo disposti a offrire una chance a qualsiasi filmetto in cui caschiamo facendo zapping. Dopo i primi dieci minuti - i dialoghi sono improbabili, gli attori cani, quanto alla trama: non pervenuta - cominciano gli sbadigli. Magari poi migliora, ci dice la persona con cui lo stiamo guardando stravaccati sul divano. E va be’, se proprio vuoi…

Ma dopo mezzora non è cambiato nulla: nessun colpo di scena, agnizione, anzi ora è anche peggio. Insistere sarebbe masochismo. Inoltre, la soglia di attenzione si è ridotta negli ultimi anni, se provassimo a rivedere un Carosello degli anni Settanta ci sembrerebbe lunghissimo.

Ecco, questa estate è come uno spot di diciotto ore diretto da Zeffirelli, con Gabriel Garko quale unico protagonista monologante: No, vi prego, basta!

Ok, ci dicono che mancano pochi giorni al termine della calura – una settimana per l’esattezza, dopo ferragosto arriveranno i fatidici temporali –, ma quel tempo sembra girare in slow motion. E così, come carcerati, incidiamo una crocetta sulla parete della cella, Meno sette, meno sei, meno cinque...

(Ps – Uscendo dal tono leggero di questo post, il caldo, nelle carceri italiane, è una faccenda seria, drammatica talvolta. In attesa che vengano messi fiori nei vostri cannoni, si potrebbe iniziare con l’installare condizionatori nelle nostre carceri. E nelle nostre RSA.)

sabato 8 agosto 2026

Teresa, o sulle canzoni come racconto collettivo

Guccini e Jovanotti guardavano al mondo più o meno dalla stessa altezza: un metro e novantadue centimetri il punto di vista del Maestrone, un metro e novantatré per il ragazzo fortunato, a cui hanno regalato un sogno.

Ma ci sono altre coincidenze. Entrambi hanno avuto un’unica figlia, si chiamano tutte e due Teresa. Guccini e Jovanotti hanno anche composto una canzone per le loro Terese, due canzoni molto belle, ma in questo caso molto diverse. La prima si intitola Culo dritto e la seconda Per te.

Confrontandone i testi possiamo forse intuire qualcosa che ci riguarda, una sorta di mutazione, proprio come quella antropologica intuita da Pasolini negli anni Settanta, a rappresentarne l'evoluzione, o magari una svolta. Di certo qualcosa è successo nei ventisei anni che separano anagraficamente Guccini da Jovanotti, e le loro canzoni ne lasciano traccia.

Culo dritto, da intendersi quale postura assertiva e sgravata dai dubbi, è un viatico di padre colmo d’amore, di incanto per quel frutto che vede staccarsi dal proprio ramo, già totalmente maturo e quasi alieno. Ma è anche un malinconico bilancio esistenziale, che si accoppia alla lucida analisi della corruzione del terreno che ospita entrambi: grande e vecchio albero e nuovo frutto (“reginetta dei telecomandi… com'è facile farsi un inutile software di scienza… che confuso problema è adoprare la propria esperienza...”).

Per te è invece una sorta di polittico in cui figurano situazioni apparentemente comuni, ma che in una giustapposizione incalzante (“È per te il profumo delle stelle \ È per te il miele e la farina\ È per te il sabato nel centro, le otto di mattina”) riacquistano la meraviglia dello schiudersi per la prima volta. Gli studiosi del linguaggio lo chiamano straniamento.

In Guccini, che pure invidia alla figlia la possibilità di meravigliarsi ancora, tutto però è come fosse già dato, concluso, e l’unica possibilità offerta agli umani consiste nell’errore (“Vola, vola tu, dov'io vorrei volare \ Verso un mondo dove è ancora tutto da fare \ E dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare”).

Con Jovanotti, al contrario, ogni cosa si rinnova di continuo, l'antico torna nuovo, l'errore verità. Si dice da più di un secolo che il nichilismo rappresenta il disincanto definitivo, e Guccini ce ne offre una lucida e commossa rappresentazione. Benedetta incoscienza, pare così diventare il sottotesto alla sua canzone. Benedetta la vita è la replica del più giovane collega.

Non è importante stabilire chi abbia ragione. Limitiamoci a prendere atto che le generazioni successive, successive anche a Jovanotti e cioè i ragazzi che hanno l’età della sua Teresa, non appaiono nichiliste, e pure crescendo (diciamo i quaranta\cinquantenni attuali) rimangono esposte all'accadere con il candore degli esordi. In questo caso potremmo chiamarla ingenuità, incoscienza appunto. Ma sarebbe una scorciatoia di comodo.

È un fatto che nel frattempo si è perso un po’ di senso critico – il populismo ne offre conferma a svariati livelli –, ma si è comunque usciti dallo stallo nichilistico, la generazione del no future si è iscritta a un corso di pilates, quindi fatto l'abbonamento a Netflix. Certo, non è il sapore dell'uva rubata a un filare, non sono risse terrose come prosegue Guccini in Culo dritto, ma di quel mondo si è persa memoria e rimpianto. 

Fanno di nuovo fede i testi delle canzoni, dove le principali preoccupazioni sembrano ora essere legate all’identità, al corpo, o meglio ancora al corpo come identità e relazione (“Io ti aspetto perché è nell'attesa che ci riesco \ A ritrovarmi a ritrovarti a ritrovare un senso” - Ultimo, Pianeti), quando il fuori è una nube gassossa che non oppone resistenza, il possibile si ripresenta in forme inedite. Ok la crisi climatica, le guerre, i castori hanno smesso di fare diga nei torrenti. Ma la domanda impellente è: chi sono io, e tu dove cavolo sei finita?

Per soccorrerci dobbiamo fare entrare in scena una terza Teresa, quella cantata da Fred Buscaglione. Non si capisce bene cosa ci sia stato tra i protagonisti della canzone – probabilmente una brutta storia di corna –, ed è così che il cantante supplica: “Teresa, non sparare!” E invece lei lo fa, spara.

In una interpretazione estensiva, possiamo guardare a quello sparo come a una disposizione confusa al fare. I giovani non sanno bene chi sono, cosa vogliono, dove andare. Ciò nonostante vanno, sparano. E anche le persone di mezza età ci danno dentro, prenotano vacanze, si iscrivono a un corso per sommelier, e la domenica sgambettano sulla mountain bike.

La pallottola non mira più ai paradisi psichedelici degli hippy, o alla rivoluzione proletaria. Magari si tratta di una pistola ad acqua, con l’onda che ha smesso di fare risacca e ora esce in un timido getto, un nuovo flusso che possiede l'intensità di una pisciatina di cane. Possiamo ipotizzare che vada a estinguersi sul copertone di un SUV. Eppur si muove, cosa che non era così scontata.

mercoledì 29 luglio 2026

Si mangia si beve e si lecca… la neve

 


Mi è venuto in mente un motto malizioso riferito all'Aprica, località di villeggiatura alpina a cavallo tra la provincia di Sondrio e quella di Brescia. Fa molto ridere mio cugino Paolo che lo ripete spesso. Ne è venuto a conoscenza grazie a me, ed è così diventato una sorta di lessico famgliare, come quelli (assai più forbiti) della famiglia Ginzburg. Il motto è il seguente:

All’Aprica si mangia si beve e si lecca… la neve.

Suona bene, oltre a essere effettivamente buffo, perché è un doppio settenario, e cioè un alessandrino italiano. Ma potrebbe essere convertito in endecasillabo mono verso, con titolo Aprica: Si mangia, beve e si lecca… la neve.

Comporre degli endecasillabi a partire dal nome dei paesi potrebbe essere un ottimo esercizio in un laboratorio di poesia. Io ne ho buttati giù alcuni, ispirandomi a località dalle mie parti. Se vi va, provateci anche voi. È un giochino divertente e inesauribile.

Regoledo: Di rado, la gente va a Regoledo

Primolo: Primogenitolo di Biancaneve 

Torchione: Chi sta sotto, al Torchione, ha un po’ il magone

Rasura: Patria di barbieri, il pelo ne ha paura

Tornadù: Qui meglio non dire ciao, ma cucù

Colorina: I film in bianco e nero: alla berlina!

Triangia: Chi piange – pochi – e chi si fa la frangia

Scarpatetti: Per gli amanti dei piedi e dei soffitti

Busteggia: A pioggia, cascan rime su Busteggia

Grosotto: Se ne fanno vanto, ma sotto sotto…

Grosio: Vengono dipinte icone di Brosio

Buglio: Col bene che ti voglio, ma anche no

Lanzada: Gli alieni vi pasteggiano a Taneda

Cosio Valtellino: Disse Ino a Osio: "Lo facciamo un paesino?"

Trepalle: Come sparare sulla Croce Rossa

Poggiridenti: Cazzo ridi? Vuoi un pugno sui denti

Tresivio: A uno brillo apparve in sogno Piersilvio

Caiolo: Uno scoiattolo che ha sbagliato accento

Mossini: La mossa di una vaiassa per bambini

Polaggia: Mannaggia, già l’ho detto per Busteggia

E così via…

(La foto dell’Aprica in inverno serve a rinfrescare un po’)

martedì 28 luglio 2026

Ping pong - mi ricordo 81

Mi ricordo che all’inaugurazione del Centro Sportivo apparve anche un tavolo da ping pong, non bisognava pagare per giocarci. Posizionato all'esterno, accanto all'ingresso della piscina, era in cemento tinteggiato di verde; non il materiale ideale per i rimbalzi, ma meglio di niente. Peccato che mancasse la rete.

I ragazzi, un po’ più grandi di me, cominciarono così a sedersi sopra, e si creò una compagnia: la compagnia del ping pong, la chiamavano. A nessuno era però venuto in mente di acquistare una rete, e allora decisi di farlo io. Andai da Prandi, un negozio di articoli sportivi ben fornito, e insieme a due racchette e tre palline presi una rete da ping pong, con relativi morsetti per fissarla. Avevo speso tutto il denaro ricevuto dai nonni per Natale.

Quando mi presentai al tavolo con una sporta di tela colma degli acquisti da Prandi, le ragazze non si accorsero della mia presenza e i ragazzi mi guardarono strano – che vuole questo? Con il culo ben piantato sul cemento su cui avevano iniziato a comparire delle scritte. Poi capirono che potevano divertirsi, e, montata la rete, iniziarono a giocare tra di loro. Chi arriva per primo al ventuno incontra lo sfidante, mentre aspettavo il mio turno che non arrivava mai.

Utilizzavano le mie racchette, le mie palline giallo fosforescente, tutto era mio tranne il tavolo. Mancavo solo io. A me comunque andava bene lo stesso, nel guardali schiacciare, difendere, imprimere l'effetto alla pallina nel compiere la battuta, mi sembrava di ricevere un riflesso, se non proprio la luce abbagliante, di quel mondo adulto, dove già si fumavano Muratti. Non si ricordavano il mio nome ma pazienza, io ero quello della rete per il ping pong.

Andò avanti a questo modo per un po’, fino a quando mi venne concesso di partecipare, e potevo finalmente dire di essere parte (un membro a tutti gli effetti) della compagnia del ping pong. Solo che i ragazzi grandi si stufarono presto, e si trasferirono, con i loro motorini e le loro ragazze, a poche decine di metri, sul muretto che dà su via Parolo. La compagnia prese così a chiamarsi compagnia del muretto, all’epoca se ne poteva contare una in ogni quartiere. Io però ne ero di nuovo escluso.

Rimaneva il tavolo da ping pong a mia completa disposizione, e così mi presentavo tutti i pomeriggi di maggio – alle due e mezza montavo la rete e alle cinque la smontavo per andare a fare merenda, per fortuna abitavo a due passi - nella speranza che qualcuno si fermasse e mi facesse da avversario. Invece di una Muratti, nell’attesa mi rigiravo in bocca un Chupa Chups. Avevo appreso la lenta gestualità dal tenente Kojack.

Alla fine arrivò, su uno skate board di legno sbrecciato, un ragazzetto della mia età, i capelli neri crespi e le spalle larghe. Mi chiamo Fabio disse, e iniziammo a giocare. Ora il tavolo da ping pong non c’è più (immagino una sfera di acciaio forgiato che ne sgretola il cemento, lo abbatte come un birillo sulla pista da bowling), mentre mi dicono che Fabio ora vive a Livorno, ha due figli e una moglie pianista, forse anche un cane un gatto o un criceto. Che ne so. Ma per i cinque anni successivi è stato il mio miglior amico.

lunedì 27 luglio 2026

La grazia

In questi giorni sul web si trovano foto e commenti su un vecchio film di Éric Rohmer. Probabile sia stato trasmesso di recente in televisione, ma mi piace pensare a una coincidenza un po’ magica, di quelle che Jung chiamava sincronicità. E nella magia che si sta facendo spazio nella mia testa compare una sequenza: non è inclusa nel Raggio verde, è questo il titolo del film, eppure ne fa inscindibile parte. Nel suo girovagare senza meta, Delphine, la protagonista, si ferma nei pressi di un baretto. I tavolini di plastica bianca lambiscono la spiaggia di Biarritz, più dietro è presente un juke-box. Da lì provengono le note di una canzone, la ragazza si avvicina con andatura esistante, è l'ennesima digressione di un percorso senza meta. La voce del cantante è un po’ strascicata, il testo è in italiano e non capisce. Ma ne è attratta. Chiede così a un uomo che sta leggendo se può tradurre, ha intuito che è in grado di farlo dal titolo del libro, deve essere italiano anche lui, per quanto il suo aspetto le ricorda un attore francese un po’ imbronciato; forse perché è stato escluso dal film, se non per quella particina minore. L’uomo sono io, e le spiego che appartiene a Vinicio Capossela. “It’s a song wich comes from the future”, aggiungo. Delphine mi guarda perplessa. Oh cavolo, ho sbagliato lingua! Rohmer sta per fermare tutto ma alla fine continua a girare; ha sempre amato le improvvisazioni, mentre io ridico la battuta in francese e, già che ci sono e per caratterizzare il personaggio, nella lingua del libro che stavo fingendo di leggere. Viene dal futuro. “Oui, mais que dit-il, que dit-il?” mi incalza Delphine. Rispondo: “Partout, protèges la grâce de mon cœur. Partout protèges la grâce de ton cœur.

sabato 25 luglio 2026

Pace in terra

 


Nei giorni scorsi Vito Mancuso ha pubblicato un interessante articolo su La Stampa. Qui scrive di guerra, etica, diritto al riarmo, natura umana, religione. Scrive insomma del presente, e lo fa con la consueta chiarezza.

Non riassumo il testo, riportato nella foto allegata, a cui riconosco molte ragionevoli ragioni, sostenute da quel buonsenso un po' smagato di chi ha fatto tesoro dai fallimenti. Nella circostanza prevalgono però i motivi di dissenso.

Oltre alle cose dette e, appunto, in buona parte condivisibili, Mancuso non ne dice altre, ugualmente pertinenti al tema. In narratologia si chiama ellissi, e va benissimo. Ma in teologia prende il nome di omissione ed è talvolta considerato un peccato.

Mi spiego.

La formula, da lui sintetizzata, che vuole l'etica quale somma di valori e realtà (E = V + R) è lucidissima. Omette però tutta quella parte di realtà inerente alla psicologia umana e, a partire da essa, della negoziazione, che nei contenziosi tra nazioni viene svolta dalla politica.

C'è insomma nell'articolo un vuoto che riguarda la diplomazia. Nella contingenza storica, l'azione diplomatica è più realistica e urgente dell'armarsi come forma dissuasiva verso il nemico, che per l’Europa è ancora del tutto ipotetico: Putin… Trump… la Cina di Xi Jinping…?

In questi giorni molti commentatori ricordano il motto latino si vis pacem para bellum. Meno frequente è la risposta, indiretta e probabilmente involontaria, che diede Cechov: "Se in un testo all'inizio scrivete di una pistola, sappiate che, prima della conclusione, un personaggio dovrà usarla".

La domanda che mi faccio così diventa: qualcuno sta svolgendo un'attività diplomatica utile a scongiurare l'utilizzo delle pistole inserite nella narrazione collettiva? Altrimenti la guerra, percepita come imminente, quasi necessaria se non fatatale, davvero si farà racconto. 

La risposta che mi do, un po' alla Marzullo, ammetto, è sì, Papa Leone. Vito Mancuso pare però trattarlo con la sufficienza degli ingenui utopisti; quei tizi che ti rincorrono per strada chiedendo di firmare una petizione a favore degli indiani cicorioni.

Eppure l'azione di supplenza diplomatica di Leone - e dico supplenza perché da un papa ci si aspetta che parli di Dio, non con i demoni politici scaturiti dagli abissi del proprio tempo - è il gesto più realistico, più realistico perfino delle realistiche parole di Mancuso.

Diviene etico solo perché ad esso Leone associa i valori cristiani. Non sono troppo distanti, in questo caso, dall'umanesimo laico, a oggi non pervenuto da parte dei rappresentanti istituzionali, come le temperature di Campobasso negli anni Settanta.

Ed è qui che politica e teologia si incontrano per un istante: entrambe partono da uno slancio di riconoscimento verso l'Altro, per fondare un luogo che è io e non-io allo stesso tempo. E quel luogo si chiama pace.

giovedì 16 luglio 2026

Ce lo meritiamo Alberto Sordi


Ci lamentiamo spesso delle censure sui social. Ad esempio, non possiamo dire – e ci mancherebbe pure… – che le donne sono tutte put****, ma le donne rumene un po’ di più.

Ovviamente non è vero niente, come non è vero che Trump appartiene a una specie aliena chiamata rettiliani, o il virus del Covid è stato creato e diffuso da Bill Gates, Mussolini ha fatto anche cose buone come inventare la minigonna. Con giri di parole e molti asterischi, si riesce a fare circolare ogni sorta di diceria.

Se ne deduce che concetti come pensiero unico, woke, political correctness etc. sono approssimazioni piuttosto rozze del presente. In fin dei conti, riusciamo sempre a dire quel che ci pare.

Un’assenza di limite a cui il filosofo Romano Madera ha dato nome di licitazionismo, creando un arguto neologismo a partire dalla terzina di Dante riferita a Semiramide, che libito fé licito in sua legge. In altre parole: tutto è lecito.

La legge del nostro tempo diventa così assenza di legge, almeno nel senso psicoanalitico di limite al godimento; posta a tabù dell'incesto, fa da premessa a ogni successiva limitazione. O se vogliamo volare un poco più bassi con le citazioni: è la liberà obbligatoria cantata da Gaber, è il direttore d’orchestra silurato dagli orchestrali in un film di Fellini, è Topolino apprendista stregone che pensa di essere già stregone.

I social sono uno specchio preciso di tale dinamica di evaporazione del limite, e da ciò l’euforia unita alla frustrazione che ci prende ogni volta. Che bello, penso nello scrivere questo pensierino su Facebook, tra pochi minuti potrete leggermi tutti!

Ma è proprio qui che è in agguato la frustrazione: in quanti mi leggeranno per davvero, in quanti lasceranno un segno di gradimento, che il più delle volte corrisponde a un semplice segno di pace, come quello che ci si scambia in chiesa?

Meno di dieci persone, sarei pronto a scommetterci una caciotta affumicata, di quelle che pendono dal soffitto negli Autogrill. Mentre inciampo in post che mi appaiono completamente balenghi – non c’è che l’imbarazzo della scelta, in questi giorni prosperano le balengate su Michele Mari – premiati da centinaia di like.

Il mio non è il broncio del bambino che non ha avuto la caramella, ma una regola impersonale: o incorpori, da fuori, uno status che garantisce visibilità (sei Luca Bizzarri o Alessandro Gassmann, mettiamo) o il riscontro sui social sarà proporzionale alla tua paraculaggine, e cioè al livello di semplificazione e ammiccamento a cui sei disposto a cedere. Il resto è do ut des.

Ed è così che il limite, uscito dalla porta, rientra dalla finestra in forma di rimpianto. Bello non è infatti scrivere ciò che ci pare, ma riuscire a superare un'asticella immaginaria (e a volte arbitraria) che nel passato consentiva l'accesso a ciò che Lacan chiama il simbolico; in un linguaggio meno criptico, è la dimensione pubblica del mondo adulto. E da qui il sospetto che i social rappresentino una sorta di regressione massiva all'infanzia...

Per restare al nostro esempio, anche solo pochi anni fa un editore, un caporedattore, un cavolo di qualcuno che dispone del telecomando per la dogana, avrebbe valutato con calma le parole che state leggendo, preso qualche nota, e infine dettato alla segretaria: "Mi dispiace Hauser, ma il suo testo non corrisponde ai nostri requisiti editoriali. Provi a lavorarci ancora. Tagli, sviluppi, l'idea c'è ma è ancora acerba. Oppure lasci perdere, il mondo ha bisogno di idraulici più che di scribacchini."

Possiamo vederla come una funzione di argine al desiderio, che nel mito, e nelle favole che gli fanno da ottimistico riflesso, viene svolta dal guardiano della soglia. Figure variamente rappresentate e spesso burbere, accomunate dal consentire all'eroe, ma solo quando questi è pronto, il suo viaggio avventuroso. In caso contrario, ritenta e sarai più fortunato. 

Se anche fosse vero che siamo tutti eroi  e non lo è, nella vita reale purtroppo prevalgono le mezze seghe  c'è un preciso momento in cui congedarsi dal mondo ordinario, un altro per rubare all'orco una penna, quindi tornare e condividere l'oggetto magico a beneficio dell'intera comunità. E però quale beneficio, e vengo finalmente al punto, la comunità trae da questi post in cui si chiede ai lettori: un aggettivo per definire Chiara Ferragni?

Eppure nel nuovo regime licitazionista funzionano, più la domanda è cretina e più lievita la torta del consenso. In fondo è ciò che sto per fare anch'io: pubblicherò tutto e subito senza nemmeno rileggermi, pubblicherò in forma impulsiva, buona la prima. I cinque o sei like che otterrò saranno le monetine nel cappello del mendicante. O per dirla con Nanni Moretti: ve lo meritate, ce lo meritiamo, Alberto Sordi!

giovedì 9 luglio 2026

Patriarcato, o sulla riscossa delle vedove di Michela Murgia

Da quando c’è stata quella brutta e, in buona parte, inventata polemica tra Michele Mari e Teresa Ciabatti, hanno ripreso a circolare delle vecchie interviste a Michela Murgia. La postura è quella di una maestra che parla a scolari un po’ zucconi: non esprime opinioni, spiega da una cattedra immaginaria. La lezione del giorno riguarda il patriarcato, nella cui orbita – sempre secondo chi istruisce – saremmo ancora inclusi. La certezza dell’assunto viene ricavato dai giudizi di (alcuni) maschi sul corpo di (alcune) femmine, tra cui la stessa Murgia. Ora, ricordo speditamente anche il giudizio di (altrettante) femmine sul corpo di (altrettanti) maschi:

1) tappo, nano, puffo, quando il maschio è di statura inferiore al metro e settanta;

2) pelato, palla da bigliardo, testa d'uovo, quando il maschio soffre di alopecia;

3) quattrocchi, mezzo cecato, orbo, quando il maschio indossa occhiali dalle lenti spesse;

4) gobbo, cammello, punto interrogativo, quando il maschio presenta cifosi alla colonna vertebrale;

5) sfigato, insulto perlopiù generico ma il cui etimo fa riferimento a una parte anatomica femminile, dal cui diletto il maschio in questione sarebbe escluso;

6) susciat di vespi, e cioè, in dialetto valtellinese, succhiato dalle vespe, quando il maschio è molto magro. In altre zone di Italia spaventapasseri, scheletro, stecchino, pelle e ossa e così via;

(Ma a questo punto tocca fare una parentesi. Anche Michela Murgia possedeva qualche pregiudizio estetico sulla magrezza, compresa quella femminile. Scrivendo delle donne, magrissime, sulla copertina di Marie Claire, così le definì: "idea disgustosa di donna".)

7) Ciccione, grassone, balena etc., quando il maschio è al contrario molto grasso

8 ) Mezza sega, fazzoletto, pelliccia di cane, quando il maschio è sprovvisto di muscolatura;

9) vi sono inoltre le infinite ironie sulle dimensioni dell’organo sessuale maschile, e relativo utilizzo.

10) Per concludere e più in generale: l’assenza – sempre presunta – di virilità, che sconfina nell’eterna parodia del diverso. Parodia esercitata ugualmente da uomini e donne, per essere onesti. E per essere ancora più onesti, mi sembra questo un tratto della nostra cultura fortunatamente recessivo. Insomma, negli anni Cinquanta essere omosessuale era peggio.

Michela Murgia ha scritto e detto molte cose intelligenti. Non questa sul patriarcato, che secondo Massimo Cacciari entra in crisi in epoca elisabettiana (lo ricava dalle opere di Shakespeare, dove i maschi sono spesso fragili e smarriti) per implodere definitivamente con il movimento del ’68. Sto naturalmente parlando di Occidente, in Iran, e in molte altre regioni del mondo, la storia è diversa. O meglio è la stessa vecchia storia ma con tempistiche diverse e non ancora esaurite.

Non abbiamo, in ogni caso, in Italia un rapporto documentabile tra discriminazione delle donne e patriarcato, ossia una forma di organizzazione sociale coerente e a tutti i livelli operante, non un maschio cretino che fischia a una bella ragazza per strada. Discriminazione comunque presente, sarebbe ipocrita negarlo, ma non tra maschi e femmine e piuttosto tra sommersi e salvati, che possiamo fare coincidere con il dispositivo oggettivante del tardo capitalismo, in cui anche la dimensione fisica precipita nella sfera negoziale, come ogni altro oggetto.

Da questo diverso punto di vista possiamo riconfigurare la discriminazione femminile, obiettivamente residuale. Le donne infatti fanno i figli, attività che le distoglie per svariati mesi dalla produzione, e dunque sono un investimento a rischio. Ed è nuovamente un filosofo, Michel Foucault, ad avercelo mostrato con largo anticipo attraverso il concetto di biopolitica, che vale per entrambi i generi.

Se vogliamo parlare con sensatezza di disuguaglianza e abuso io partirei da qui. Non da vecchie interviste a Michela Murgia sul patriarcato, che le sue indomite vedove stanno rabbiosamente riproponendo sui social.

martedì 30 giugno 2026

Fiordifragola – mi ricordo 80

Mi ricordo che aveva la carnagione chiarissima. Forse per questo non scendeva mai il sentiero abbarbicato tra il mirto e il lentisco, per raggiungere, un po' contratti a causa delle infradito, la Cala degli Infreschi a Marina di Camerota. Restava tutto il tempo nei paraggi della roulotte dove andavo per chiamare il fratello più giovane, poi proseguivamo verso il bar del campeggio che ospitava un tavolo da ping pong. Dopo pranzo eravamo certi di trovarlo libero.

Perdere non è divertente – e per quanto mi impegnassi, perdevo sempre – ma nemmeno vincere facile. Se aggiungiamo il sole infuocato sopra la tettoia in canne di fiume, chi ce lo faceva fare? Alla fine riuscimmo a compensare la sua netta superiorità, e tornò la voglia di sfidarci. Iniziavamo la partita con sette punti al mio attivo, una cifra a cui eravamo arrivati per tentativi, nel golf lo chiamano handicap.

Con l’handicap, finalmente, un po’ vincevo io, un po’ vinceva lui. In palio c'era un Fiordifragola Algida, a chi per primo raggiungeva il ventuno veniva pagato dall'altro. Al rientro il fratello stava nella posizione in cui l'avevamo lasciato, lo stesso dinamismo di un soprammobile di porcellana, ogni volta mi sembrava più bianco della precedente. Di norma era disteso su un’amaca fissata a due pini d’Aleppo.

Dalle tende vicine si udivano coppie avviarsi ai bagni per lavare i piatti, oppure litigare, fare pace, scopare e discutere se Aldo Moro avrebbe potuto essere salvato. Cambiava l’oggetto, ma non il tono di voce simile alle suore di un convento. Solo dopo le quattro si poteva riprendere a fare casino.

Quando non dormicchiava il fratello del mio nuovo amico leggeva, soprattutto fumetti di fantascienza, e alla nostra vista faceva un grugnito, credo fosse un saluto. Da lì si avviavano delle brevi conversazioni, non era di molte parole e aveva l’accento dei film sul Terzo Reich – tutta la famiglia proveniva da Bolzano, i genitori trascorrevano le giornate a pagaiare su una canoa arancione.

Una volta mi confidò che era l’autore della canzone Pezzi di vetro di De Gregori, da lui chiamato col solo nome di battesimo: “L’ho passata a Francesco” disse senza alzare la testa dal suo fumetto, ricordava Nando Martellini nel commentare un passaggio smarcante di Antonioni. Ovviamente era una panzana, ma io ci avevo creduto.

Tornato a Sondrio raccontavo di avere conosciuto uno che passava le canzoni a Francesco, no non Guccini, De Gregori, anche io avevo iniziato a chiamarlo con il solo nome di battesimo. I miei compagni di scuola alzavano le spalle e finiva lì, dove potrebbe restare. Un ammasso disciolto di tempo a cui è impossibile restituire forma. Come quella volta che, per guardare nel cielo una mongolfiera, dimenticammo il Fiordifragola sul tavolo da ping pong.

Invece mi si ripresenta in forma interrogativa: perché proprio Pezzi di vetro? Avrebbe potuto dirmi di avere composto Generale, oppure Rimmel, Buonanotte Fiorellino… Quando racconti palle, intendo, sparale grosse. Tanta finzione tanta gloria. E invece Pezzi di vetro, che è una bella canzone ma tra le meno conosciute del cantautore romano.

Solamente ora ho compreso e rivalutato la sua scelta. Porre dei limiti all’imbroglio mi sembra una cosa saggia, un residuo di realismo nell’irrealtà, di misura nello smisurato. In fondo è una lezione che vale anche per la scrittura narrativa. Fa pensare a dei ladri che ti svaligiano la casa, ma ti lasciano in soggiorno il loro vecchio divano.

domenica 28 giugno 2026

Raffronto

Per dire che un'automobile correva forte, quando Loredana Bertè si dimenava sulla pista del Piper e, dai divanetti in skai, Panatta le faceva l'occhiolino, si diceva 100 all'ora (andavo a 100 all'ora per trovar la bimba mia), mentre per dire che quel giorno faceva un caldo becco si diceva 30 gradi, aggiungendo con tono grave: "All'ombra". L'interlocutore puntualmente rispondeva: "Miiinchia, 30 gradi!" Poi si ordinava al bar della Pelosa un ghiacciolo Draculino, soffiando il ciuffo dei capelli dai Ray-Ban come faceva Panatta prima di battere il servizio.

PS - Per la cronaca, la Vespa raggiunge ora 130 km all'ora. E sul caldo avete già detto tutto, aggiungo solo la mia goccia di sudore. 

Ottantotto, o sul cattivo uso della psicoanalisi

C’è una bella barzelletta di Gigi Proietti. Un uomo si alza la mattina e comincia a dire ottantotto. Mentre si fa la barba, la faccia insaponata, lo si sente borbottare ottantotto, ottantotto. Lo ripete chiudendo dietro di sé il portone di casa, ottantotto. Sul marciapiedi che porta alla fermata del tram, buongiorno avvocato, buongiorno a Lei, ottantotto, ottantotto. Anche una volta salito sul mezzo non cessa il tormentone – ottantotto, ottantotto, ottantotto –, finché un passeggero non gli domanda: “Scusi, ma perché continua a ripetere ottantotto?” “Eccone ‘n artro che non se fa li cazzi sua”, commenta Proietti guardando altrove. E poi riprende: “Ottantanove, ottantanove, ottantanove…”

Ci ripensavo dopo essere inciampato su Facebook in un post della psicoanalista Costanza Jerlsum. Commentava un articolo dello scrittore Mauro Covacich pubblicato su la Lettura, un articolo sulla fantascienza. Il suo incipit è clinico: Covacich “non ama la fantascienza, non l'ha letta, non la capisce”. Poi prosegue e magari aggiunge delle cose intelligenti, ma io mi sono fermato qui.

Cosa ne sa, Costanza Jerlsum, che Covacich non ama la fantascienza, non l’ha letta, non la capisce? Questo è quello che nella retorica antica veniva chiamato argumentum ad hominem, e consiste nel demolire la persona per contrastare la sua tesi – per inciso, la tesi di Covacich è che la fantascienza non è mai stata abile nel prevedere il futuro; e sulla cosa si può anche discutere, dissentire. Ad esempio ricordando che prevedere il futuro è attività da profeti e chiaroveggenti, non da romanzieri. E spesso toppano anche loro.

Ciò che fa Jerlsum è invece una rozza replica della sua professione, ma senza il consenso dell’analizzato a cui fruga nelle tasche; da qualche parte avrà nascosto il bastone di Edipo, o qualche altro peccatuccio da mettere in piazza. Quindi, sempre più aggressiva, gli pone sul capo un cappello a forma di cono, su cui ha scritto bene in grande la parola asino. Non è insomma la critica di un pensiero ma di una persona che verosimilmente non conosce. O per dirla con Gigi Proietti, eccone 'n artra che non se fa li cazzi sua. Novanta, novanta, novanta…

sabato 27 giugno 2026

Semplicità social

 

Non è questione di brutto o bello, ma di semplice o complesso. Una battuta di Pippo Franco, ad esempio, è semplice, mentre una di Ricky Gervais è complessa. Entrambi fanno umorismo, ma a gradi di complessità diversi.

Il problema dei social non è quello che la cultura venga bistrattata – ciò è sempre avvenuto, perfino davanti alla casa di Leopardi non c’era la coda per un autografo –, ma che Pippo Franco abbia avuto la meglio su Ricky Gervais. Ammesso e non concesso che ciò rappresenti un reale problema, ho amici che si sbellicano alle battute di Pippo Franco.

E poi sui social si fa un sacco di cultura, ma in modo semplice.

Faccio una profezia: questo post otterrà più like del precedente. Poca roba, non sono certo un influencer, eppure supererà i miei minimi standard. Perché è più semplice. Non più butto, non più scemo, nemmeno più leggero, secondo l’auspicio di Calvino per il nuovo millennio. Leggerezza e semplicità sono concetti profondamente diversi.

Resta da capire se una società abituata a essere semplice, quando venga posta di fronte a un problema complesso – cambiare la ruota di un’auto, mettiamo – sia ancora attrezzata a farlo. A meno che Pippo Franco non si sia convertito in gommista.

(PS - Questo testo, come si può intuire, è stato originariamente pubblicato su Facebook)

venerdì 26 giugno 2026

Il super-amico

Ci sono gli amici e ci sono i nemici. Fin qui ci siamo. Ma poi c’è una particolare categoria di amici, possiamo chiamarli super-amici. Sono quelle persone che vogliono aiutarti a tutti i costi, salvarti da chissà quali immaginari pericoli, aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Esiste un’espressione che li definisce: essere più realisti del re.

Sui social è frequente imbattersi in nemici, più frequente rispetto alla realtà. Gente che interviene solo per attaccare, di solito lo fanno dandoti del voi: voi di sinistra, voi amici di Putin, voi vegetariani (o voi carnivori, è lo stesso), voi con il naso lungo etc. Per suonare la carica, quello solo sanno fare, hanno bisogno di una macrocategoria in cui incapsularti. Ma anche la frequenza dei super-amici risulta maggiore.

Liberarsi dai primi è tutto sommato semplice. Come nel gioco del calcio, prima si alza il cartellino rosso – occhio, non farlo più! – e poi parte il ban. Mentre gestire i super-amici è molto più difficile. Come comportarsi, ad esempio, con chi pensando di interpretare il tuo pensiero inizia a sproloquiare?

Tanto siamo amici è il sottotesto, anzi super-amici. E da qui si prendono la licenza di dire che Tizio è un cornuto (tu avevi pubblicato un testo in cui criticavi il pensiero di Tizio, mettiamo Salvini, e il super-amico ha preso la palla al balzo) o che Tizia è una culona inchiavabile, non c’è limite allo Sturm und Drang denigratorio, all’uso contundente e rozzo della lingua. A ben vedere il super-amico condivide la forma mentis del nemico, ma a polarità invertite.

In questo caso che fai: li banni o gli lisci il pelo, magari per avere un like in più?

In fondo pensano di darti ragione, alzano solo l'asticella della sfida. All’inizio ribattevo, puntualizzavo, marcavo le distanze. Ma insistevano, se i social fossero un fumetto si potrebbe vedere una nuvoletta uscire dalla loro testa. “Non preoccuparti super-amico mio”, sta scritto al suo interno, “lo so che la pensiamo allo stesso modo, ma tu non puoi dirlo papale papale. Lascia fare a me il lavoro sporco.” E giù con gli insulti, gli aggettivi svalutativi, ho visto arrivare alle bestemmie.

Solo col tempo ho imparato che il silenzio è la migliore difesa. Il super-amico è piuttosto volubile, e nel giro di pochi post – ai cui commenti non bisogna rispondere, mi raccomando! – scomparirà magicamente, per ricomparire ancora più ringhiante su un'altra bacheca. È come con la Peppa Tencia, prima o poi qualcuno a cui rifilare il super-amico si trova sempre.

mercoledì 24 giugno 2026

Idrovolanti

Nei tardi anni Sessanta, i cieli sopra le spiagge di Rimini e Riccione erano solcati da idrovolanti. Quando prossimi alla riva, gli idrovolanti planavano, e si facevano talmente vicini e rombanti e minacciosi che, dai finestrini aperti, potevi scorgere mani intente a lanciare qualcosa. Il più delle volte si trattava di gettoni di plastica, se li acciuffavi ti davano diritto a un materassino  il materassino del formaggino Susanna , oppure era una nuova bevanda estiva, l’ingresso a Fiabilandia, cose del genere. I bagnanti cominciavano a correre nella direzione del lancio, ma bastava un refolo di vento per modificare la traiettoria di caduta, con la folla costretta a mutare all’improvviso il proprio verso. Pareva un gregge di pecore impazzite che ha perduto il suo pastore.

È una scena ripetuta anche in molti film, nella memoria si confondono e va bene così: non è importante trovare la sequenza esatta, ma la percezione di quel moto ammassato ed ebbro, alla ricerca di qualcosa che perennemente sfugge. Una sensazione che mi capita di provare sempre più spesso sui social: ieri era la guerra in Ucraina, ed era giusto prendere posizione, schierarsi. Poi un giorno muore Gianluca Vialli, oh cavolo, vuoi non dire la tua? Ma la lacrima per il bravo calciatore è subito lavata dall’incursione del 7 ottobre – bastardi! Salvo che l’insulto, a stretto giro, si converte contro la reazione israeliana, e così via fino al recente caso in cui sono coinvolti uno scrittore vivo e una scrittrice defunta.

Dopo averne a mia volta scritto, mi accorgo che, in fondo, stavo solo inseguendo il lancio dall’idrovolante, sgomitando tra la folla per mettere in mostra il mio costume rosso. Mi chiedo però che fine abbia fatto il materassino del formaggino Susanna, in quali polverose soffitte i miei genitori l’avranno scordato... Intendo: mica è resuscitato, nel frattempo, Gianluca Vialli, in Ucraina si continua a sparare e pure in Palestina. Si è però un po’ perso interesse verso questi temi, meglio sapere se davvero Tizio ha detto che Tizia è brutta, con i tifosi di Tizia a rispondere Sarai bello tu!

L’unica differenza con quelle estati liete nell'afflosciarsi esausto del boom – dagli altoparlanti dei bagni Tritone Mario Tessuto intona Lisa dagli occhi blu – sta forse nel fatto che i gettoni hanno ora due facce. Una è bianca, lucente, simile a una luna piena, mentre l’altra è il proverbiale lato in ombra; nel dubbio su cosa nascondano i suoi crateri: meglio sputarci sopra, come si faceva all’interno della maschera prima delle immersioni. Ma si dimentica che se poi non lavi la saliva con l’acqua salmastra, non vedi un cazzo.

martedì 23 giugno 2026

Piange il telefono, e piange pure la grafematica

Di tutto lo shitstorm che non ha ancora cessato di fluire, ci siamo intesi e non c’è bisogno di ulteriori chiarimenti, a me la cosa che procura maggior fastidio, mi accorgo, è di natura linguistica. Abbiamo infatti scrittori affermati, giornali nazionali, premi letterari alcolici e a ruota tutti noi, che, un po' affannati, inseguiamo sui social. Ma per una volta gli utenti non sono quelli con più cacca nei pantaloni, ed è a chi campa di parole che si chiederebbe un maggiore contenimento degli sfinteri. Fuor di metafora: stiamo parlando di grafematica, o se si preferisce di pragmatica della scrittura.

Provo a spiegarmi. Quando inserisco una frase tra virgolette, secondo la grafematica sto dando delle indicazioni al lettore, a cui chiarisco che ciò che viene riportato al loro interno appartiene a un personaggio o a una persona reale, non al sottoscritto. Vediamo un caso ipotetico. Se leggo, tra virgolette, “Pierina è brutta”, e poi viene aggiunto che l’ha detto Pierino, ne ricavo la neutralità dello scrivente: io non c'entro nulla pare sussurrarci, è stato Pierino a offendere Pierina. Ma soprattutto a farlo con quelle parole lì, in quel preciso ordine, niente di più e niente di meno.

Metti però che Pierino abbia appena dichiarato: “Non è vero, io non l’ho mai detto.” Anche qui le virgolette ci assicurano rispetto alla provenienza della smentita, sono un equivalente della sigla DOCG stampata sull’etichetta del vino. Se fossimo in tribunale, avremmo dunque bisogno di materiale probatorio ulteriore – più di un testimone sotto giuramento (altrimenti è la parola di uno contro l’altro), oppure di una registrazione. In assenza di tali supporti, la frase su Pierina andrebbe riportata senza virgolette, meglio ancora aggiungendo una formula di cautela: “si dice che...” “è verosimile...” “esiste questa possibilità...”

E invece vedo che perfino sulla stampa – i social lasciamoli di nuovo perdere, per una volta siamo solo dei collaborazionisti – si continua a riportare tra virgolette una frase negata dalla persona a cui viene attribuita. Ed è una cosa che non si fa, proprio no, e che cavolo! Se con Modugno abbiamo imparato che i telefoni piangono, oggi scopriamo che piange pure la grafematica.