Ci sono parole che quando le pronunciamo ci fanno sentire cinque o sei centimetri più alti. Una di queste è resilienza; ma oltre che alto, resilienza mi fa sentire ridicolo: uno spilungone scemo. Così l’ho stralciata dal mio vocabolario. Mentre confesso di essermi fatto contagiare da geopolitica, con quella torno a essere un giocatore di basket.
Naturalmente, prima della guerra in Ucraina, non avevo mai sentito parlare di geopolitica, e anche qui non credo di essere originale. Come con resilienza che non è sinonimo di resistenza (per certi versi, rappresentano concetti fisici opposti), geopolitica non è sinonimo di politica. Ci ho messo un po’ a comprenderlo, mi ha aiutato un paragone algebrico: la geopolitica sta alla politica come una bottiglia di Levissima sta al mare, che per Cechov era semplicemente “grande”.
Entrambi sono composti da acqua, H₂O, ma osservando la sola bottiglia ci perdiamo la corrente del golfo, la barriera corallina, le migrazioni dei grandi cetacei ecc. Resta la comune composizione chimica che, al netto di una diversa concentrazione salina, rappresenta la variabile più significativa, e lo stesso possiamo dire della geografia in rapporto alla politica internazionale. Il dove risponde spesso al perché.
Stando alla geografia, e quindi semplificando parecchio, mi chiedo che rischio possa correre il nostro Paese da parte della
Russia, quale paventato da numerosi politici e giornalisti – i famigerati droni
russi che starebbero per abbattersi sull’Italia, a cui far seguire i cosacchi del
Don ad abbeverare i loro cavalli nelle fontane di San Pietro.
Ma facciamo un passo indietro. Le guerre di confine, di cui trattano i testi di geopolitica, sono sempre esistite. Di norma la scintilla scocca tra nazioni senza discrimini geografici certi (catene montuose, fiumi, mari), le quali si contendono tre cascine con fienile e
qualche campo di barbabietole, più che altro per ripicca. Qualcosa di simile a ciò che accade nelle villette a schiera: "Hai sforbiciato la mia porzione di pitosforo, e io adesso mi prendo i tuoi gerani!". In altri casi si tratta di vere e proprie guerre di espansione, alla
ricerca di ciò che Hitler chiamava Lebensraum, spazio vitale.
Sono vecchie storie, d’accordo, e però con una inquietante
coazione a ripetersi. Ora abbiamo l’intelligenza artificiale, si dirà. E allora usiamola: “Gemini,
qual è la distanza minima tra i confini italiani e quelli russi?”
Risposta di Gemini: “La distanza minima in linea
d'aria tra i confini dell'Italia e quelli della Russia è di circa 1.150 - 1.160
chilometri. Questa misurazione si ottiene considerando il punto più orientale e
settentrionale del confine italiano (il confine orientale del Friuli-Venezia
Giulia, nella zona del Tarvisiano/Muggia) e l'exclave russa dell'Oblast' di
Kaliningrad nel Mar Baltico.”
Ma tu pensa… la stessa distanza, sempre in linea d’aria,
tra Italia e Gran Bretagna. Tra i due territori non si è mai verificata alcuna
guerra di confine; a parte lo spauracchio nelle interrogazioni di storia, costituito dal Vallo di Adriano. Ma quella era una guerra di conquista. Tocca
così verificare anche le condizioni da cui avrebbe origine una guerra di conquista: Gemini, mi dici ora qual è la differenza di estensione
territoriale tra Russia e Italia?
Risposta di Gemini: “La differenza di estensione
territoriale tra i due paesi è impressionante: la Russia è circa 56,5 volte più
grande dell'Italia. Russia, superficie totale: 17.098.242 km², 1° posto al
mondo. Italia: 302.073 km², 72° posto. La Russia ha circa 16.796.169 km² di
territorio in più rispetto all'Italia.”
Grazie Gemini, ti risparmio la domanda sulla diversa
disponibilità di materie prime tra le due nazioni; sempre che non si voglia considerare
tra le materie prime anche pizza, mandolino e mafia; ma con l’ultima delle tre,
anche la Russia sta messa piuttosto bene.
Torniamo a bomba, si fa per dire, al nostro quesito di
partenza: dal punto di vista geopolitico – e tac, eccomi di nuovo più alto di cinque o sei centimetri – le probabilità che la Russia abbia intenzioni fagocitanti verso l’Italia sono uguali a zero. Nessuna guerra di confine, già che siamo ben lontani dal confinare. Nessuna guerra
di espansione, lo stivaletto italico non consegnerebbe alla Russia alcuno spazio vitale, di cui semmai eccede e non difetta. I territori vanno infatti anche presidiati, e ciò ha un costo che ha contribuito a far crollare qualche impero.
Rimangono le più complesse variabili politiche (la
barriera corallina, la corrente del golfo, la migrazione dei grandi cetacei... ricordate?) che vedono un paese, non diversamente da un animale, aggredirne un
altro quando si senta minacciato. È questo il caso?
Ni, mi verrebbe da dire. Da una parte la Russia ha
ancora memoria degli alpini, e dei loro scarponi primaverili modello Milano,
con cui cercammo di invaderli nel luglio del 1941. Seguì la disastrosa ritirata conclusa (per chi riuscì a concluderla) nel marzo del 1943, e anche di quella non si sono mai scordati. Perciò ci considerano una minaccia come Tyson
potrebbe sentirsi minacciato da Mr. Bean.
Ma è anche vero che l’Italia fa parte della NATO e
dell’Unione Europea, da cui, per ragioni sindacabili ma non completamente
infondate, la Russia percepisce ostilità, e viceversa – per i paesi baltici il
rischio potrebbe essere reale: il tanto ambito accesso al mare ricercato dalla Russia, che portò l'Inghilterra a finanziare la Spedizione dei Mille, con ciò evitando che l'Impero zarista creasse un proprio porto militare in Sicilia.
Inoltre, c’è la questione delle armi all’Ucraina, connessa
a chi istruisce al loro utilizzo; perlopiù si tratta di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma
anche militari italiani affiancano l'esercito ucraino per la difesa aerea SAMP/T. Vanno aggiunte le sanzioni a loro danno, che, sulla base di una bilancia invisibile ma saldamente collocata nella mente dei popoli, dovrebbero
colpire con severità persino maggiore Israele. Un’asimmetria di trattamento che
ai russi non sfugge, ricordiamoci che sono
una terra di scacchisti.
Continuando a stare dentro parametri analitici e non
morali – da questo punto di vista, Putin è una
persona che nessuno vorrebbe al proprio matrimonio, diciamo pure un criminale –, ciò che
ci allontana dalla Russia sono principalmente gli umori: non elementi concreti che potrebbero essere superati con un'azione diplomatica incisiva, e mi riferisco di nuovo alla guerra in Ucraina. Piuttosto sentimenti, psicologia, stati d'animo che si fanno stati di fatto. “Come bambini che si fan dispetti a scuola”, cantava Guccini in Keaton, brano composto da Claudio Lolli.
In questi casi, o si prosegue con i dispetti fino a che
non si arriva alle mani, oppure ci si trova a casa di un amico comune (potrebbe
essere la Turchia, oppure la Cina) e si vede se si riesce a stringersi la mano dopo averci sputato sopra. Incrementare gli
armamenti europei e magari introdurre la leva obbligatoria, rientrerebbe al
contrario nella spirale dei dispetti. E poi che guerra pensiamo che, nel caso,
sarebbe: ancora un conflitto come la campagna di Russia,
con scarponcini questa volta un poco più isolati con il Gore-Tex?
Per comprenderlo, chiamiamo nuovamente in causa l’IA: Gemini,
di quante testate nucleari dispone la Russia?
Risposta di Gemini: “La Russia possiede l'arsenale
nucleare più grande al mondo. Secondo le stime indipendenti più recenti diffuse
dalla Federation of American Scientists (FAS) e dal SIPRI (Stockholm
International Peace Research Institute), il totale complessivo è di circa 5.400
- 5.500 testate nucleari.”
E se sommiamo tutti i paesi aderenti
all'Unione Europea, a quante testate nucleari arriviamo?
Risposta di Gemini: “Sommando tutti i paesi aderenti
all'Unione Europea, si arriva a un totale di circa 290 testate nucleari. Questa
cifra corrisponde interamente all'arsenale della Francia, che è attualmente
l'unico stato membro dell'Unione Europea a possedere un proprio deterrente
nucleare (la Force de frappe), a seguito dell'uscita del Regno Unito
dall'UE (Brexit).”
In termini proporzionali, la Russia dispone dunque di
un arsenale atomico quasi venti volte superiore a quello europeo, lasciando
come giusto gli Stati Uniti fuori dal computo, vista la loro dichiarata
indisponibilità a dar seguito agli accordi di alleanza difensiva della NATO; al
limite, potremmo aggiungere le 225 testate nucleari inglesi. Ma in questo Risiko
degno del Dottor Stranamore, il mondo sarebbe già stato restituito a virus e batteri, oltre che a qualche pantegana sopravvissuta a Chernobyl.
Se a parlare di geopolitica ci sentiamo più alti, la
geopolitica ci ha raccontato una storia di quando, in realtà, eravamo più piccoli, addirittura bambini. E i bambini, se vogliono concludere un litigio, devono prima chiedersi scusa.
Quindi farsi dei regalini simbolici – che so, un sacchetto di biglie o la coda
di una lucertola – e capire a cosa rinunciare in favore di un bene più grande; la pace, ad esempio. Di norma, la prima cosa a cui rinunciare è l’orgoglio.








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