mercoledì 9 settembre 2026

Giudizio e pregiudizio

 

C’è uno spettro che si aggira per gli studi degli osteopati, nelle palestre dove si pratica yoga, tra chi tutte le sere accende un incenso sul comodino e poi comincia a meditare, come faccio io. Quello spettro non è muto alla maniera di altri spettri, che si limitano a dare una spintarella alle tazzine sulle mensole, o a produrre bagliori notturni, rumore di ferraglia: è uno spettro che parla, o più propriamente sussurra. Ti si avvicina a un orecchio e dice: “Non giudicare!”

In fondo è quanto ci ammonisce a fare anche Gesù – “Non giudicate, per non essere giudicati” (Matteo 7, 1-5) – e se lo dice Gesù e poi il tuo osteopata, magari lo spettro c’ha pure ragione. Se non fosse che, negli ultimi decenni, è passata un’interpretazione teologica un po’ bizzarra, potremmo riformulare il non giudizio con fatti i cazzi i tuoi.

Il 7 ottobre un commando di Hamas penetra in Israele, quindi stermina o rapisce centinaia di giovani che stavano partecipando a un rave party. Fatti i cazzi i tuoi, meglio ancora se non guardi la televisione, fa vedere solo cose brutte. Israele reagisce in modo indiscriminato, uccidendo, a oggi, oltre 75.000 civili nella striscia di Gaza, di cui 21.000 erano bambini. Continua a farti i cazzi tuoi, non ti avevo detto di sostituire la televisione con un tappetino per gli asana?

Alla fine mi sono convinto che ciò che i vangeli e le tradizioni asiatiche chiamano giudizio sia, in realtà, il pre-giudizio. Non avere una mente pregiudicata viene a ragione considerata una virtù, Heidegger chiama i pregiudizi si dice: si dice che i neri abbiano la musica nel sangue; si dice che giocare a basket fa diventare alti; si dice che le carote fanno bene agli occhi: hai mai visto un coniglio con gli occhiali? Si dice, anche, che un uomo dovrebbe amare una donna e una donna un uomo, e dunque due persone dello stesso sesso che si amano vanno mica tanto bene.

Nell'ultimo esempio, oltre a un pregiudizio, abbiamo un'accusa: l'omosessualità è male viene implicitamente detto, ma male verso chi? Perché ci sia un'accusa devono esserci una vittima e un colpevole, o, se vogliamo assumere un registro da Grand Guignol, un carnefice. Peccato che l'amore e il suo sbocco fisico nel sesso (non lo stupro) siano la cosa più consensuale che esista; nessuna vittima, nessun carnefice. Fatti i cazzi tuoi va in questo caso benissimo.

Su quella variante del giudizio che è l'accusa si dovrebbe essere cauti, e magari davvero evitarla. Anche nei casi di colpe reali  mettiamo la pedofilia, dove chi abusa è spesso stato abusato in gioventù  che è necessario sanzionare penalmente, giudicando il fatto, ma non la persona, da riconsegnare al mistero umano più fitto. A meno di non ricascare di nuovo nel pregiudizio.

Il pregiudizio si mostra così come un giudizio tra gli altri; solo non lo produci tu ma è già avvenuto a monte, prendilo, dai, non essere timido... Ci pensa il tuo osteopata, con aria ispirata da guru, a pensare per te, e ti invita a non giudicare. O detta in altre parole: il pregiudizio non è frutto di un processo valutativo, ma viene ritirato cotto e servito al takeaway del mondo.

Al contrario, il giudizio autentico, ma meglio ancora sarebbe usare il termine opinione, che contiene una sfumatura più personale e scevra da moralismi, ciò che gli anglosassoni definiscono my two cents, l’opinione è un giudizio che prima di manifestarsi deve attraversare tre momenti distinti. In filosofia e nella pedagogia moderna corrispondono a: 1) analisi; 2) ricomposizione; 3) sintesi.

All’opinione, o giudizio autentico, dovrebbe però seguire l’azione, il quarto momento che chiude il cerchio. Lo stallo politico e civile dell’Occidente non sarà allora una forma di scissione? Le parole, scivolando sulle cose senza giudicarle, non vi aderiscono più, e perciò non sono in grado di cambiarle. Al loro posto un deficit, un’assenza di pensiero critico (ecco un altro termine utile a distinguere giudizio da pregiudizio) che porta all’inibizione dell’azione riparatrice: sia nella vita personale, sia in quella collettiva.

Anche l'invito al non giudizio va giudicato, per smascherarne infine lo sfondo ideologico, e restituire allo spettro il suo inutile diktat. Ma per non cascare nell'eccesso opposto costituito dalla sentenziosità – e questo fa schifo, e quell’altro è scemo, adesso gliela faccio vedere io, e poi giù a insultare qualcuno su un social – suggerisco una ritraduzione del testo evangelico: non pregiudicate, se non volete essere pregiudicati.

martedì 8 settembre 2026

Peppa Tencia, o sui tre scenari in Palestina

Negli Stati Uniti, in data 3 settembre 2026, la Camera dei Rappresentanti ha votato delle misure a favore di Israele. O per essere più precisi, le misure sono di contrasto a possibili azioni di boicottaggio nei confronti dello storico alleato. Le premesse umorali del provvedimento vanno ricercate, in America, soprattutto nei campus universitari, tradizionali luoghi di dissenso politico, specie nei confronti del trumpismo. Il nome del pacchetto di leggi è Protect Economic and Academic Freedom Act (H.R. 4795), ma confesso di non saperne molto più di questa sigla. Mi sono così rivolto all’IA Gemini, che precisa quanto segue:

Cosa prevede la legge

• Taglio dei fondi federali: Le università e i college statunitensi che partecipano a programmi di aiuti finanziari federali o ricevono fondi per studi internazionali e linguistici perderanno tali finanziamenti se aderiscono a boicottaggi commerciali o accademici contro Israele.

• Garantire la cooperazione: Gli atenei devono certificare annualmente di non porre restrizioni o ostacoli a programmi di scambio, ricerca congiunta, viaggi di studio o collaborazioni con istituzioni o studenti israeliani.

• Target mirato: La norma punta a contrastare l'influenza del movimento BDS (Boycott, Divestment, and Sanctions), cresciuto particolarmente nelle manifestazioni e nei campus universitari nell'ultimo anno.

Il contesto politico e l'iter parlamentare

• Esito della votazione: La Camera ha approvato il testo con 237 voti favorevoli e 169 contrari. Un gruppo di 33 deputati democratici si è unito alla maggioranza repubblicana per sostenere la legge.

• Passaggio al Senato: Perché la legge entri effettivamente in vigore, dovrà ora passare all'esame e all'approvazione del Senato statunitense.

Una notizia che restituisce il clima di complicità e, perfino, soggezione che questa amministrazione ha nei confronti dello stato di Israele, ma non offre novità significative su cosa potrebbe accadere nella terra dei pompelmi e della cupola missilistica Iron Dome. Se anche ci fosse negli Stati Uniti un diverso presidente, mettiamo George Clooney, Israele tirerebbe dritto per la propria strada: "Hi George, you were so funny in Hail, Caesar!" E ciò perché esistono delle variabili antecedenti, che possiamo individuare in due blocchi monolitici e non scalfibili:

1) I coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Una popolazione di circa 770.000 persone, ossia il 7,5% del totale degli israeliani; in proporzione all’Italia, corrisponde a tutti gli abitanti dell’Emilia Romagna. Con la differenza, rispetto a romagnoli, che i coloni sono armati fino ai denti, più quell’altra arma (forse ancora più potente) costituita dalla scheda elettorale. Non voterebbero cioè mai per dei partiti che prevedono il loro sgombero, arrivando a ingaggiare una guerra civile pur di non restituire ai palestinesi il maltolto. Perciò la Cisgiordania rimane integrata a Israele, ormai è caduto anche il velo di decenza che ne voleva un’autonomia solo formale, consegnata all’ANP.

2) Hamas. Finché nella Striscia di Gaza ci sarà anche solo un militante di Hamas – e ci saranno sempre, a meno di sterminare tutti i gazawi (ipotesi tenuta in conto da Ben-Gvir e soci) –, quel minimo disgraziato territorio sarà oggetto di una guerra permanente, che ai più ormai appare come una premeditata campagna di sterminio. Vogliamo contrastare Israele con delle sanzioni? Per me sarebbe sacrosanto, ma i suoi abitanti alzerebbero le spalle. Qualche pompelmo in meno venduto, ma loro, con questa idea da principio genuina e poi distorta di sicurezza nazionale, continuerebbero a genocidare. I dizionari nel frattempo ringraziano, per avergli donato un nuovo neologismo.

La situazione appare così avvitata, il fuori incide ormai pochissimo sul dentro, dalla politica si scivola all'antropologia, e non per rispolverare i vecchi stereotipi dei giudei col naso a canappia e il braccino corto: quella è spazzatura da cui prendere una volta per tutte congedo. È il dentro, si diceva, a prevalere, sono le viscere dove si attorcigliano paura e odio, a scapito della diplomazia che si fonda sulla ragione discorsiva. Un impasto perverso dal quale il futuro si proietta in sagoma fosca e nuovamente biforcata, anzi a essere pignoli gli scenari sono tre:

1) Compravendita dei palestinesi e realizzazione della Grande Israele. Viene pagato, e pure molto, qualche paese arabo (ad esempio Egitto o Giordania) per accollarsi tutti i palestinesi. E poi via con le ruspe, con i resort vista mare, cocktail internazionali, piscina e palmizi sulle macerie di Gaza. Una deportazione tragica non priva di un lato grottesco, a somiglianza del gioco con le carte della Peppa Tencia, la donna di picche che i giocatori cercano di sbolognarsi l’un con l’altro. Eh già, perché anche i paesi arabi guardano ai palestinesi come alla donna di picche: fratelli fratelli, ma solo a parole. Per metterseli in casa, tanti dollari.

2) Guerra permanente. Uno scenario che abbiamo già incontrato, il futuro si riduce a una fotocopia insanguinata dell’oggi. Cambierebbero magari un poco le proporzioni: la Cisgiordania, di fatto integrata al progetto sionista, sarebbe sempre più popolosa, più colonizzata; mentre la Striscia di Gaza andrebbe a perdere abitanti. Non perché i palestinesi non fanno più figli, ma perché i figli e anche i genitori e anche i nonni muoiono. Sotto le bombe israeliane o, magari, di gastroenterite acuta e diarrea, con casi aumentati del 2000% rispetto a prima del tirasegno dell'IDF.

3) Armageddon. Non possiamo infine escludere un allargamento del conflitto; lasciando perdere l’imbelle Europa, oltre a Iran e Yemen e Libano, magari anche alla Turchia potrebbe un giorno venire voglia di menare le mani, oppure a Russia e Cina, che non si è ancora sbilanciata. E allo stato nucleare dell’arte, una guerra mondiale potrebbe portare alla profezia biblica dell’Armageddon. Le fazioni israeliane più ortodosse non chiedono di meglio, ma anche qualche svalvolato americano, alla Peter Thiel, ci sta facendo un pensierino.

Un momento, sento un’obiezione sollevarsi dentro la mia testa: non avevamo detto che il futuro sarebbe stato due popoli due stati? Sì, l’avevamo detto, e continuiamo a dirlo in inutili consessi politici europei, oppure all’interno dei talk show – meglio se trasmessi dopo l'ora di cena, quando la digestione ottenebra il pensiero – dove vince chi strilla più forte. Ma all’ordine del giorno della storia, questa ipotesi risulta non pervenuta.

lunedì 7 settembre 2026

Gli occhiali da sole della filosofia, una scorciatoia social per comprendere Platone e la democrazia

 

La filosofia non è difficile, non sempre almeno. Lo sono piuttosto i filosofi, specie negli ultimi secoli, quando hanno compreso che la difficoltà produce lo stesso effetto degli occhiali da sole. Lo spiega bene Battiato in una celebre canzone: “c’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero…”

Per togliere gli occhiali da sole alla filosofia si possono cercare delle metafore, oppure dei paragoni. È quello che fa Platone, ma i suoi riferimenti riguardano un tempo ormai lontano, non sempre riusciamo a farli nostri.

Proviamo allora ad attualizzare Platone, come in certe traduzioni moderne del Decamerone, dove si usano espressioni del tipo: “La sgallettata gli ha fatto proprio un bel lavoretto, mentre il marito stava al pub dove aveva alzato un po' il gomito”. E siccome siamo su Internet, restiamo a ciò che ci è più vicino. Un social network.

Mi è capitato sott’occhio, non so per quale motivo dal momento che non è tra i miei contatti, il post Facebook di un'attrice nota per i suoi ruoli erotici. Ora però non interpreta più ruoli erotici, dice che i ruoli erotici fanno soffrire Gesù, e si fa fotografare a Međugorje con un velo in testa e lo stesso sguardo di Paolo Brosio.

Nel suo post, accompagnato dalle immagini di una rosa rossa, scrive: “Un bocciolo di rosa mi hai donato si é aperto mi ha sorriso e oggi lo ammiro in tutta la sua bellezza. Che bel dono mi hai fatto rosso come l'amore che io nutro per te.”

Più sotto il consueto computo, che impila su un abaco virtuale la ricezione degli sputi che consegniamo al grande mare del web: 5919 like, 441 commenti, 58 condivisioni.

In uno dei commenti veniva scritto: “Da sempre bella... 💓adesso bellissima! Hai negli occhi la luce di GESÙ 🙏. Dio ti benedica sempre.”

Un altro, sotto, replicava: “Gesù non esiste.”

Sulla mia bacheca si è poi guadagnato spazio un post di Paolo Gamberini, un gesuita, un teologo, un filosofo che seguo; è stato allievo di Emanuele Severino, ora propone un approccio teologico molto interessante: si chiama post teismo.

Paolo Gamberini e la nota attrice stanno dunque dalla stessa parte, ma lo fanno in modo diverso; e infatti lo scritto di Gamberini aveva 3 like, 0 commenti, 0 condivisioni. Il suo sputo è andato quasi immediatamente a fondo. Eppure, l’ho letto ed era acutissimo.

Ma ora torniamo a Platone, nella Repubblica dice molte cose; quella essenziale è che la democrazia fa schifo. Per arrivare alla sua conclusione utilizza svariati esempi, miti e casi reali presi dalla sua biografia, poi aggiustati un po’. Adesso la chiameremmo autofiction.

Come ci siamo proposti, cerchiamo però di tradurre Platone all’oggi, prendendo atto di questo semplice fatto: le 5919 persone che hanno messo un like al bocciolo di rosa donato (chissà da chi... sarei curioso di saperlo) alla nota attrice votano, non importa per quale candidato – ma votano!

Ovviamente, votano anche le 3 persone che hanno messo il like all'intervento di padre Paolo Gamberini sul post teismo. E, fermo restando che non abbiamo ancora trovato nulla di meglio della democrazia, secondo voi, come potranno andare le elezioni… Non aveva qualche ragione Platone a diffidarne?

domenica 6 settembre 2026

Priorità

Di quello che pensano e fanno gli islandesi  con eccezione forse di Björk e di pochissimi altri, ad esempio lo scrittore Jón Kalman Stefánsson  confesso importarmi come i risultati calcistici della Spal, ammesso che esista ancora… Figurarsi delle crocette impresse in Islanda su schede elettorali che immagino gelide, malgrado la terra trapuntata da vulcani dove vengono compilate con disciplina norrena. Leggo così, con distrazione, dell'esisto della recente consultazione elettorale sull'Europa, da cui è emerso che gli islandesi non intendono diventare nostri fratelli, ma restare solo lontani cugini; di quelli che, quando fanno fortuna, dici ma lo conosco: siamo parenti!

Mi importa molto di più di ciò che pensano e fanno i cacciatori, anche se, in questo caso, la parentela la avverto con lepri, cerbiatti, marmotte e insomma tutti quei viventi percepiti nella disponibilità del dito posato sul grilletto, rendendo il cazzo del cacciatore lungo quanto la traiettoria balistica che abbatterà la sua preda. Ecco, questo mi interessa molto, con buona pace dei lontani cugini islandesi: mi interessa tagliare il cazzo ai cacciatori (metaforicamente parlando, lo devo specificare altrimenti gli algoritmi del web mi segano il blog).

venerdì 4 settembre 2026

Bastardos! o su cosa ha davvero detto Bonaccini

Gli zotici, i morti di fame, i somari votano per la Meloni. L’ha detto Bonaccini, scrive Tizio su Facebook. E Caio e Sempronio accorrono a mettere il loro like. In realtà Bonaccini ha detto un’altra cosa, per quanto tocca ammettere che l’ha detta male.

Liofilizzando la sua maldestra affermazione in polvere concettuale, otterremmo qualcosa del genere: il voto politico, fino a qualche decennio fa, avveniva per riconoscimento. Ora invece per incorporazione.

Bisogna quindi aggiungere un po’ d’acqua e provare a farne un discorso potabile. Se io sono povero e ignorante – sono condizioni oggettive, non giudizi –, dopo avere riconosciuto quelle condizioni quale esito di eventi reali da correggere (o se si preferisce usare il linguaggio della dialettica marxiana: processi storici determinati), voterò per quei partiti che tutelano i miei interessi – giusto? No, sbagliato.

Ciò valeva per il secolo scorso, poi è arrivato Berlusconi: è sceso in campo. Ma il punto di rottura è avvenuto prima, dobbiamo riavvolgere la pellicola. Se io sono povero e ignorante e guardo Anche i ricchi piangono su Rete 4, dopo un po’ di puntate mi ritroverò a vibrare per le vicende di quei poveri ricchi frignoni, empatizzerò come si dice adesso. Fino a piangere lacrime grosse quanto ciliegie mature.

In psicoanalisi questo meccanismo viene chiamato incorporazione. Di seguito la definizione che ne viene data dal vocabolario Treccani: “il processo psichico per cui si tende ad accogliere in sé oggetti o aspetti del mondo esterno, appropriandosi delle rispettive doti o qualità, vere o presunte. Appartiene, con la proiezione, ai primi meccanismi che regolano i rapporti oggettuali, e ha spesso il carattere di un meccanismo di difesa.”

La prolungata esposizione a mondi a noi del tutto alieni, come fu anche la serie televisiva Dallas (sempre sulle reti Fininvest, sempre primi anni Ottanta), ha prodotto forme di incorporazione spurie, poi replicate con la stessa biografia del Cavaliere: un uomo che davvero era riuscito a farsi percepire come amico, uno di noi con cui gridare forza Milan! Di noi ricchi, dunque.

Esiste un bell’aneddoto che chiarisce ancora meglio il dispositivo, si tratta di una storia vera riportata da un antropologo. Un piccolo gruppo di minatori sudamericani, saranno stati quattro o cinque, sta discutendo in un bar sulle politiche fiscali del proprio paese, che ha appena introdotto una tassa sui patrimoni dei più ricchi. “Quei bastardi!” convengono i minatori, riferendosi ai politici che hanno votato la legge.

L'antropologo, seduto a un tavolo vicino, si alza dalla sedia e li raggiunge con il suo bicchiere di Horchata. “Scusate se mi intrometto” dice, “ma non ho potuto fare a meno di sentire ciò che stavate dicendo. C’è una cosa che però non capisco: per quale ragione vi lamentate se i super ricchi vengono tassati? Senza offesa, ma non mi pare che ne facciate parte… In fondo, con quei soldi, verranno realizzate opere di interesse pubblico.”

“Eh già, bravo gonzo” risponde quello che appare essere il maschio alfa del gruppo: “e se poi vinco la lotteria… come la mettiamo? Con la nuova legge, devo lasciar lì la metà dei soldi in tasse!” E gli altri, di nuovo, a dargli manforte: “Bastardos, pendejos, hijos de puta!”

Ecco, credo sia questo che abbia voluto dire Bonaccini: incorporazione, non riconoscimento. Immaginario psichico contraffatto, non realtà. Incapacità della sinistra di costruire un immaginario altrettanto persuasivo, non scemenza degli elettori di destra. Anche se l’ha detto male.

mercoledì 2 settembre 2026

Carpiato (mi ricordo 86)

 


Mi ricordo che eravamo andati in campeggio sul lago di Monate. Un luogo un po’ strano per trascorrere le vacanze estive, di solito andavamo al Sud. Lunghi viaggi su una 128 Rally rossa, il gancio per la roulotte appariva incongruo, quasi offensivo su un'auto sportiva, come il foruncolo spuntato sul sedere della modella. Ci fermavamo a dormire nelle piazzole dei distributori di benzina, ai camionisti offrivamo bottiglie di Levissima e loro ricambiavano con sigarette bulgare; peccato che nessuno di noi fumasse. Il mio lavoro consisteva nell’abbassare i piedini di stazionamento, controllando che la roulotte fosse in bolla. Altrimenti il frigorifero non funzionava.

Quell’estate però a mio padre era venuta voglia di lago: “Così possiamo provare la canoa”, aveva detto. Ne riconosco a posteriori la geometria del pensiero: le cose, per lui, andavano fatte con cautela progressiva, chissà mai che al mare un’onda non riesca a ribaltare la canoa appena acquistata. Se fosse stato consentito, avrebbe iniziato col pagaiare dentro una piscina al coperto.

Quando mi scappava e dovevo correre ai bagni per non farmela addosso – una volta è anche successo, ma preferisco non parlarne –, incontravo solo olandesi e tedeschi. Era bello starli a guardare mentre si lavavano i denti, un gesto meticoloso che veniva replicato a qualsiasi ora, del giorno e della notte; poi si passavano il filo interdentale. Non credo che i tedeschi e gli olandesi facessero la cacca. Non ai bagni del campeggio, almeno. Magari la facevano dentro il lago.

Era piccolino come lago, poco più dell’invaso di una diga; poco meno dell’ansa di uno di quei fiumi sudamericani che scorrono pigri. Vicino alla spiaggia c’era una piattaforma galleggiante, sulla superficie in legno era stato montato un trampolino, sarà stato alto un metro e mezzo. Io raggiungevo la piattaforma a nuoto, salivo i pioli della scaletta e poi iniziavo a tuffarmi. Il tuffo ad angelo era quello che mi veniva meglio, ma, al termine della vacanza, ero riuscito a eseguire anche la posizione carpiata. L’unico timore era di imbattermi nella cacca di qualche olandese o tedesco.

La mattina andavamo a fare la spesa a Travedona. Mio padre si guardava in giro come se fosse alla ricerca di qualcosa. Di fronte a una palazzina degli anni Venti, un giorno, si fermò, e alzò la testa. Sulla fascia marcapiano compariva un'insegna. Prima doveva essere stata di un bel blu di prussia, ora i caratteri bourbon che componevano la scritta formaggi, accompagnata a un cognome dalla sillaba finale inequivocabilmente lombarda, si erano stinti, e si confondevano al grigio della parete come l'azzurro degli occhi dei vecchi. “Ecco, è qui”, disse mio padre. Poi entrammo per prendere delle mozzarelle.

Al bancone stava un uomo che poteva avere grosso modo l’età di mio padre, poco più di quarant’anni. I capelli erano diradati ma l’aspetto ancora giovanile, le braccia forti su un corpo magro, scattante: lo immaginavo balzare sulla bicicletta e farsi il giro del lago un paio di volte. Poi andare al bar, la domenica pomeriggio, e giocare a bigliardo fino a tarda sera. Quando comunicavano i risultati delle partite di calcio alla radio, controllare la schedina.

L’uomo mise le mozzarelle in un sacchetto trasparente e, dopo averle pesate, aggiunse un po’ di liquido di governo. “Qualcos’altro?” chiese. “No, è tutto”, rispose mio padre. Pagammo e uscimmo da una porta a vetri su cui compariva lo stesso cognome lombardo.

“Perché non gli hai detto niente?”disse mia madre una volta in strada. “Non so” fece mio padre aprendo leggermente le braccia. Ma... “Ti sei ricordata di mettere il telo sulla canoa?” la interruppe mio padre, e continuammo a passeggiare per i vicoli in pietra rizzata di Travedona.

Sotto la veranda della roulotte, mangiando le mozzarelle che erano buonissime, glielo chiese di nuovo: “Perché non gli hai detto niente?” Questa volta mio padre farfugliò qualcosa: “È passato tanto tempo… figurati se si ricordava.” “Ma eravate compagni di banco” lo incalzò la mamma, “ti ha anche difeso quando uno ha messo in giro la voce che eri figlio di un fascista.”

In effetti mio nonno aveva aderito alla Repubblica Sociale, con il ruolo di capitano istruttore della Folgore. Dario Fo era tra gli arditi del suo battaglione, il Battaglione Azzurro, ma credo che avrebbe fatto come mio padre con il compagno, fingendo di non conoscerlo se si fossero incontrati negli anni successivi. A guerra terminata mia nonna era tornata a Milano da Travedona, dove era sfollata insieme ai figli ancora piccoli. Mia zia non aveva ancora tre anni, mio padre invece otto, dieci durante il viaggio di ritorno sulla carrozza di un treno locale, dove non c'era nemmeno la toilette per cacare. Forse cacavano nel lago anche loro.

Andammo ancora un paio di volte nel negozio di formaggi del compagno di banco di mio padre, sempre in stretto anonimato. Poi la vacanza si concluse. Con il girabacchino rialzai i piedini della roulotte, pensavo chi se ne frega se il frigorifero non è in bolla, ormai non c’era dentro più niente, avevamo mangiato tutte le mozzarelle. L’unica cosa che avevo trattenuto era l'esecuzione del tuffo carpiato, la faccia doveva stare quasi incollata agli stinchi. Ma sapendo che, faccia e stinchi, non si sarebbero dovuti incontrare mai, potevano solo sfiorarsi. Ogni parte del corpo ha il suo proprio destino.

martedì 1 settembre 2026

Ranucci, cosa ne ho capito io

 


Esiste un antico pregiudizio: quello che una persona virtuosa, dalle ottime frequentazioni, sempre gentile e pacata con tutti, sia perciò stesso capace nella professione; e viceversa. Bene, ciò che sta avvenendo in questi giorni lo sbugiarda senza bisogno di astratte congetture, come fa un temporale con le previsioni del tempo che assicuravano il sereno. Stiamo parlando di Ranucci, ovviamente. L'uomo non era – ora lo scopriamo – una persona virtuosa, dalle ottime frequentazioni, sempre gentile e pacata con tutti. Eppure faceva in modo eccellente il suo lavoro.

Ho coniugato i verbi al passato. E infatti se l’io pubblico (il bravo giornalista) viene a sovrapporsi all’io privato con tutte le sue ombre – ombre che, nella circostanza, non si configurano in reato – il meccanismo si inceppa. Così quando i casi della vita o le intenzioni di qualche maldestro lestofante rimescolano i piani, la parte emersa dell’iceberg sprofonda assieme al resto. Detto fuor di metafora: una volta saputo della vita privata e perfino erotica di Ranucci, sarebbe ancora credibile alla conduzione di Report, che è pur sempre una trasmissione del servizio pubblico?

Qui tocca però fare una pausa e riflettere sul linguaggio. Il termine credibile è di nuovo un pregiudizio, del pregiudizio rappresenta addirittura l'essenza. Una persona credibile potrebbe infatti affermare il falso, e una in-credibile il vero. La credibilità si fonda su nessi storici e, per così dire, metonimici, ossia slittamenti laterali del senso. Con due esempi capiamo meglio.

Se nel passato Pierino ha già rubato una mela per cinque volte, al furto della sesta mela ci verrebbe naturale sospettare di lui, quando magari è stato Asdrubale. Mentre se il solito Pierino fosse stato amico di Hitler, sarebbe difficile credere al suo pacifismo. Eppure questi pregiudizi non testimoniano solamente della dabbenaggine umana, ma si basano su ricorrenze statistiche verificabili  a parte Pierino, non risulta che Hitler avesse molti amici pacifisti... Per gli amanti dei proverbi: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Torniamo alla nostra domanda di partenza, che non insinua dubbi morali su Ranucci, ma chiama in causa la credibilità informativa agli occhi degli spettatori di Report. Lo sarebbe ancora, credibile, dopo l'emersione delle sue discutibili amicizie, dopo la foto a torso nudo inviata a una giovane e graziosa giornalista che gli si proponeva (peccato solo professionalmente), dopo il finto attentato dinamitardo e tutto ciò che ne è seguito?

Io temo di no, per quanto non mi sfugga che l’autogol di Ranucci, anzi gli autogol, ne ha segnati più d’uno, tra cui i grossolani commenti sui futuri conduttori della trasmissione, si sono rivelati funzionali a un progetto politico di normalizzazione, con i partiti di governo che possono finalmente levarsi una spina dal fianco. Resta un’ultima domanda: ma davvero Report è sinonimo di Ranucci?

Anche in questo caso la risposta è un no forte e chiaro. Report è stato, se possibile con maggior gloria, Milena Gabanelli, ma siamo sopravvissuti al suo congedo volontario. La trasmissione ha reagito alla maniera di un figlio ormai svezzato: è stata in grado, grazie anche all'ottimo Ranucci, di camminare sulle proprie gambe, malgrado l’assenza della mamma. Quindi di correre, di fare la maratona.

Sopravviveremo così anche al nuovo cambio di consegne: via lo zio dalle frequentazioni indigeste, lo zio un po’ provolone e permaloso, accolto a braccia aperte dai palinsesti privati; mica lo mandano al confino. E dove si crea un vuoto, le leggi della fisica e dell'Auditel lo colmano con qualcun altro. Una staffetta che, tra noi estimatori di Report, avremmo preferito avvenisse all’interno della redazione del programma. A questo modo, puzza effettivamente di commissariamento.

domenica 30 agosto 2026

Dietro lo specchio (mi ricordo 85)

 

Mi ricordo che stavo guardando un servizio sportivo in televisione. A parte i tuffi e il pugilato, di solito io non guardo i servizi sportivi in televisione, ma quel giorno stavo guardando un servizio sportivo in televisione, quando mia madre entrò in soggiorno per telefonare a sua cugina. Buttò un occhio distratto allo schermo, e poi disse quasi tra sé: “Mi piacerebbe un fidanzato così.” Aggiungendo, dopo una pausa: "Una volta, mi sarebbe piaciuto."

Stavano intervistando il portiere della Juventus, all’epoca si trattava di Angelo Peruzzi. Un giovanottone massiccio, con la mascella squadrata, da duro, ma lo sguardo mite. Un'impressione confermata dal tono sommesso con cui rispondeva alle domande, la cadenza era quella rustica della Tuscia: “Quando il Mister chiama bisogna farsi trovare pronti”, affermò a un certo punto con convinzione. L'intervistatore concluse che era una persona con i piedi per terra.

Peruzzi non assomigliava per nulla a mio padre, al bar ero stato il primo ad avere genitori separati. Mi immaginai mia madre, era giovane e bella, i piedi nudi si muovevano rapidi sull'erba, come se stesse giocando a ceppo. Indossava un abito di cotone blu genziana a pois bianchi, ricordavano i fori lasciati dalle pallottole. Peruzzi passava a prenderla con una Range Rover P38A. Per chiamarla suonava il clacson ripetutamente, le finestre cominciavano ad aprirsi – prima una, poi era tutto un dischiudersi – nel condominio di via Parolo 10. “Ma quello è Peruzzi!” gridava qualcuno. “Massì, è proprio Peruzzi” facevano eco dal davanzale di sopra. “Ci fai un autografo?”

Mi immaginai di essere il figlio di Peruzzi, anche io avevo la mascella squadrata e la faccia da duro, gli occhi da buono mentre dicevo: "Bisogna farsi trovare pronti... il Mister chiama... pronti, pronti..." Mi immaginai con i piedi per terra, la terra cresceva o forse erano i piedi a sprofondare, rientravo nel ventre di mia madre ma non c'era spazio, un altro bambino aveva preso il mio posto. Occupato stava scritto, quando succede sul treno si cerca un'altra toilette.

Mi immaginai infine di essere riuscito a segnare un gol, avevo calciato con tutta la mia forza, malgrado le stringhe slacciate la palla si era infilata all'angolino tra palo e traversa. Peruzzi aveva provato a parare, senza riuscirci. Correvo da mia madre per festeggiare la prodezza, nel frattempo lei aveva preso l'aspetto di Nastassja Kinski, le labbra cariche di rossetto scarlet, troppo rossetto. “Ancora tu” mi sussurrava, "cosa vuoi da me: perché continui a cercarmi?" Le parole provenivano da dietro uno specchio che ci separava, io la potevo vedere ma lei no, come Harry Dean Stanton nella scena clou di Paris Texas.

A volte ritornano, o su Di Battista e i commenti dei No Vax

Innanzitutto auguro ad Alessandro Di Battista di riprendersi presto. Da quando è stato male, vedo che i commenti dei No Vax sono tornati a imbrattare le pareti del web. Pensavo che quella stagione fosse definitivamente conclusa, come quando in una serie tivù viene a mancare il protagonista. Io stesso, a suo tempo favorevole alla vaccinazione (non obbligatoria, però), ho rivisto molti dei miei fervori da tifoso, concludendo che alla fine si trattava di un farmaco come un altro; e cioè, stando all’etimologia greca del termine, un po’ veleno e un po’ cura. L’unica differenza è che erano stati tagliati i tempi della sperimentazione, e dunque presentava rischi maggiori, in rari casi anche gravi. Oltre a funzionare così così... Ma non è questo di cui voglio parlare.

Ci sono situazioni, perlopiù legate a eventi emotivamente carichi, in cui la psiche regredisce a stadi infantili, con la contrapposizione buono\cattivo a fargli da modello. E insieme al senso della complessità – i problemi complessi hanno sempre una soluzione semplice, sentenziava dalla cattedra il mio professore di Psicologia Generale. Aggiungendo dopo una pausa: Una soluzione semplice che perlopiù è sbagliata – ad andare perduto è il senso del ridicolo, che sempre dovrebbe frenare le nostre affermazioni più incaute.

Ciò che non è avvenuto è stato il compattarsi in fazioni distinte tra scemi e non scemi: tutti gli scemi in circolazione si sbracciavano, indifferentemente, per raggiungere la boa di una polarità oppure dell’altra, forse perché si sentivano risucchiati dalle profondità degli abissi (abissi di paura non meno che di rabbia, rancore). E tocca riconoscere che perfino i virologi, nella circostanza, non hanno offerto il meglio di sé, sfilando nei programmi televisivi colmi di una boria da primi della classe.

Ma dopo cinque anni, dico: cinque anni. Quanto odio e stupidità si deve avere accumulato per scagliarsi ancora contro Di Battista, rimproverandogli di avere sostenuto la campagna vaccinale. Nel frattempo sono state male – e purtroppo anche morte – sia persone a suo tempo vaccinate, sia persone che, legittimamente, hanno rifiutato il vaccino. Alessandro Meluzzi ad esempio, il quale si era speso con vigore contro i vaccini anti Covid.

Con la differenza che a nessuno è venuto in mente di dire che Meluzzi è stato male perché non si è vaccinato. In questa gara tra contrapposte imbecillità, i No Vax o, più propriamente, alcuni di essi, segnano così un punto a loro favore, riguadagnando lo scettro di più scemi del villaggio. Invece di preoccuparsi delle condizioni di Di Battista, gongolano. Aggiungendo, nemmeno in forma allusiva, avete visto, avete visto, cosa succede a vaccinarsi... E non per tornare a buoni\cattivi, guelfi\ghibellini, Milan\Inter, ma in questo caso è necessario essere altrettanto espliciti: vergogna!

(PS - Il mio professore di Psicologia Generale, Bruno Bara, stava citando Henry Louis Mencken: "Per ogni problema complesso c'è una soluzione semplice, ed è sbagliata." Ma era sufficientemente furbo da tenere il riferimento per sé, così guadagnando in carisma e sintomatico mistero.)

giovedì 27 agosto 2026

Woke, cosa penserebbe Italo Calvino

In un suo reportage dagli Stati Uniti, Italo Calvino scriveva che i giovani della controcultura non contestavano l'economia americana, che pur senza fervore ideologico Calvino vedeva legata allo sfruttamento capitalistico, ma le forme di godimento dei padri. Potremmo anche ritradurlo con la qualità, e non la quantità, del consumo, da cui il termine consumismo. La differenza tra le generazioni si giocava dunque sul piano simbolico, non delle politiche economiche e sociali. Bastava sostituire le Cadillac rosa e le scarpe lucidate degli assicuratori, e convertirle in motociclette chopper, camicie a fiori, dischi jazz, tavole da surf, marijuana. Non a caso veniva chiamata società affluente, come se le bottiglie di latte affluissero sospinte da una forza naturale alle villette a schiera del New Jersey, ad attenderle lo zerbino in fibra di cocco con la scritta welcome. Allo stesso modo affluivano i dollari fin dentro le tasche, comprese quelle dei jeans sfrangiati dei contestatori del Sistema. O perlomeno così veniva creduto.

Erano gli anni Sessanta, ma le considerazioni di Calvino possono essere applicate, senza nulla perdere in acutezza, all’attuale diffusione delle istanze del woke, e in particolare all'identitarismo di genere e trans gender. A ben vedere è anche quello una forma di godimento simbolico: piacere umano del riconoscimento di sé, che porta all’affermazione pubblica della differenza di cui ci si sente portatori. Richiesta legittima, sia chiaro, oltre a essere una disposizione elementare di rispetto, perciò materia politica a tutti gli effetti. Pensiamo a Fantozzi, e chiediamoci: come ci saremmo sentiti nell'essere chiamati Fantocci? A venire disconosciute continuano però a essere le dinamiche economiche soggiacenti. Così permane una percezione logora di affluenza, che porta a benedire, almeno a sinistra, le penne di struzzo da indossare su un carrozzone del Gay Pride. Ma da dove provengono i soldi per il noleggio del carrozzone  non dico sia stato rubato , e al povero struzzo è poi stato messo un cerotto, dopo avergli strappato le penne dal sedere?

martedì 25 agosto 2026

Il seme dell'uomo (mi ricordo 84)

 


Mi ricordo che per masturbarci andavamo nella cantina di Daniele, oppure nella mia soffitta. La cantina di Daniele però era meglio: non solo era più spaziosa, ma erano presenti vecchie riviste a cui i suoi genitori erano abbonati. Lì potevamo trovare immagini adatte allo scopo. Ad esempio le pubblicità dell'intimo femminile – sotto il tessuto semitrasparente degli slip si intravedevano peli irsuti, e i capezzoli rosa occhieggiavano da reggiseni in pizzo –, o in alternativa le copertine dell’Espresso, dove le magagne della Democrazia Cristiana venivano introdotte da ragazze a seno scoperto. Una flagranza che conteneva qualcosa di eccessivo, lo stesso effetto di saturazione che avrebbe prodotto la moda del topless. Meglio tornare al vedo non vedo.

Sfogliavamo assieme quel bendidio alla ricerca delle fotografie che sarebbero servite da rampa di lancio. Quando intravedevamo qualcosa di ghiotto strappavamo la pagina, per poi impilarle come fanno gli Inuit con le pelli di foca, in previdente attesa dell’inverno. Dopo però ci separavamo, per raggiungere angoli distanti del locale. Non ci era del tutto chiara la ragione, in fondo già avevamo visto i genitali dell’altro; Daniele l’aveva di un'unghia più lungo del mio, e non mancava di farmelo notare. Ma masturbarci assieme lo trovavamo sconveniente. Meglio ritrovarsi a operazione conclusa, per stabilire se quel poco che fuoriusciva era già da considerarsi il seme dell'uomo, oppure un’acquetta schiumosa ancora da bambini. “Macché, non è sburra” dicevo a Daniele, che mi mostrava orgoglioso un paio di goccioline scintillare sui polpastrelli. Cercava sempre di fare il furbo.

Un pomeriggio di fine novembre, frugando tra le riviste, ne apparve una dove non c’erano le ragazze a seno scoperto, ma in copertina una foto in bianco e nero di Pasolini. Proseguendo nelle pagine interne, arrivai a un servizio in cui il corpo del poeta veniva esibito dopo quel brutto fatto di cui aveva parlato la tivù. Si trattava di foto livide piene di terra e sangue, la sagoma magra giaceva prona con il volto sul campetto dell’Idroscalo di Ostia; se si può chiamare campetto delle travi scrostate, senza rete: sembravano crocefissi orizzontali in un niente di polvere e sterpaglia. In altri scatti lo si vedeva ripulito all'obitorio, la carnagione esangue su cui si stagliavano i lividi delle percosse, i capelli erano stati pettinati. “Guarda qui” dissi a Daniele, che aveva appena scovato un’immagine in costume di Ursula Andress.

Il nome di Pasolini compariva spesso nelle conversazioni dei grandi, durante le ore di dottrina ne replicavamo le sillabe a voce bassa, quasi fosse un animale esotico, pericoloso, i preti non dovevano sentire. Ma non avevamo mai visto le immagini di un uomo morto. L’eccitazione era svanita, eppure qualcosa ci avvinceva più di Ursula Andress in costume. Non so quanto durò quel momento: non parlavamo, non prestavamo attenzione alla musica che proveniva dal piano di sopra; come al solito, il fratello di Daniele stava ascoltando i Jethro Tull a tutto volume. Guardavamo soltanto. Poi Daniele disse: “Andiamo a fare merenda?” e lasciammo la cantina senza esserci masturbati. Dopo uno o due mesi arrivò finalmente il seme dell'uomo.

Essere niente

 

Un’intuizione. Si è detto per molti anni che i social erano un modo per esprimere sé stessi, per affermarci – in forma surrogata, ok, pazienza – dentro un mondo che ci rende invisibili. Obliterazione della presenza la definiscono i sociologi. Una tesi che ho sempre trovato convincente, forse perché mi riguarda. Ma come metterla, allora, con la funzione condividi?

A me sembra che negli ultimi tempi le condivisioni stiano crescendo. Ci sono persone che, in una sola giornata, riescono a condividere anche dieci, quindici contenuti altrui. Poesie, canzoni, analisi geopolitiche, risposte di Natalia Aspesi alle lettrici che non sanno se mettersi con l'istruttore di tennis, oppure tornare dal marito avvocato. Ho visto condividere perfino contumelie e dichiarazioni d’amore. E naturalmente altri post, tra cui i miei per cui ringrazio.

Confesso che da principio guardavo alla cosa con una certa diffidenza – mi appariva un lavoro un po’ da passacarte, insomma –, ma nel tempo ho compreso che tocca un punto essenziale dell’umano. Dopo l’affermazione di sé, la destituzione, l’annullamento, la partecipazione al Tutto. Potremmo guardare al fenomeno come a una pratica spirituale moderna.

In fondo è quanto le vie asiatiche perseguono da millenni: zittire il brusio superbo della mente, detta in modo sbrigativo. E così se ci siamo iscritti a un social per rincorrere il tram di una riconoscibilità che sentivamo dileguarsi, ora ci accorgiamo che il capolinea coincide con il margine di ciò che chiamiamo me stesso. Quelle periferie nebbiose che si aprono alla sterpaglia in cui svettano gli ipermercati.

Nonostante mi sia ancora un po’ difficile aderire a questo gioco di sponda, comprendo che la condivisione è probabilmente il modo corretto di utilizzare un social. Non battere il proprio tamburo (“batto il mio tamburo, batto il mio tamburo, batto il mio tamburo…” cantava Lou Reed), ma farsi eco della musica del mondo. Tanto prima o poi svanirà, perché svanirà, quando tacerà l’ultimo tamburo rimasto. E avremo finalmente raggiunto ciò che con ostinazione persegue il nostro agire in conto terzi. Essere niente.

venerdì 21 agosto 2026

Ex aequo

Ho visto anche degli zingari felici, io trovo, è una delle canzoni italiane più belle di sempre. Ma i capolavori possiedono una disposizione verticale: il modello originario si impone sui tentativi di fuga orizzontali, e ogni interpretazione successiva soccombe al confronto – non ho mai ascoltato alcuna buona cover di Generale, oppure di Bocca di Rosa o nel Nel blu, dipinto di blu. C’è sempre una vocina interna a sussurrarti bastarda: E però quando la canta De Gregori… De Andrè è tutta un’altra storia; toh, al massimo ti concedo gli arrangiamenti della PFM… E che cavolo, vuoi mettere il potente vibrato di Modugno!

Una capitolazione che non accade con questa versione di Luca Carboni e Riccardo Sinigallia. Come tutte le cover è uguale e al tempo stesso diversa, senza che la diversità diventi eufemismo per peggiore, karaoke in abito da festa. Certo, va perduto il magnifico sax dell’originale, gli assoli di chitarra elettrica. Ma la voce di Carboni dona una modernità porosa e struggente, le campiture elettroniche di Sinigallia circonfondono e straniano il tutto, rendendo ipnotico l’ascolto.

Alla fine, sul podio, io vedo le due versioni svettare affiancate, come Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim nelle Olimpiadi di Tokyo 2020.

La camicia del Campione – mi ricordo 83

 


Mi ricordo che stavo prendendo il sole sul balcone con una t-shirt dei Los Angeles Lakers, la scritta gialla spiccava sopra il viola dello sfondo. Sulla terrazza di un'abitazione vicina vidi uscire due giovani. Uno era molto alto, robusto e con il cranio rasato. L’altro, più minuto, compensava in capigliatura; sotto il ciuffo biondo portava dei Ray-Ban a specchio. Si sedettero a un tavolo da giardino con un paio di birre da sorseggiare dalla bottiglia, e iniziarono a conversare. La distanza mi impediva di udire cosa dicessero.

Quello alto lo conoscevo, anche se non bene come avrei voluto; d'altronde aveva cinque anni più di me, già poteva guidare l'automobile. Prima capitava spesso di scorgerlo sulla terrazza dove abitava con i genitori, ma da un paio d'anni si era trasferito in una piccola città lombarda, nota per i mobili e per la sua squadra di pallacanestro. Qui aveva superato un provino e in seguito era entrato nella rosa dei titolari. Da quel giorno, tra noi delle giovanili della Sondrio Sportiva, iniziammo a chiamarlo il Campione.

Solo dal mio appartamento, al quarto piano, potevo guardare il Campione dall’alto in basso, ma non tanto per via della statura. In fondo si trattava di una manciata di centimetri, una spanna al massimo. Giocare in una squadra di serie A, immaginavo prima di addormentarmi, chiamare palla a Marzorati, per poi schiacciarla nel canestro in cui la retina l'avrebbe trattenuta, giusto un attimo prima di riconsegnarla al mondo che gli aveva fatto da modello. C'era da essere orgogliosi a provenire dalla stessa via, a separarci solamente l'officina del meccanico Benito.

A un certo punto il Campione si alzò ed entrò nell’appartamento. Al ritorno teneva in pugno una camicia rosa con dei volant in corrispondenza dei bottoni, sembrava appena uscita dall'armadio di Boy George. La passò al biondino che, per afferrarla, dovette ritrarre la mano dalla lunga chioma lisciata con lenta dedizione, e poi protenderla in uno scambio che possedeva qualcosa di furtivo, ricordava i foglietti scambiati sottobanco durante il compito di matematica. Il sottotesto pareva essere: fidati, è la soluzione giusta al problema.

Non ho mai saputo se si trattasse di un dono o della restituzione di un prestito, all'epoca si usava prestarsi i vestiti tra amici. Se ripenso a quel periodo, gli occhi si socchiudono e le immagini si sovrappongono alla maniera di un videoclip; un istantaneo gioco della torre viene subito in soccorso, e alla fine ne rimane una soltanto. È il Campione che porge sorridendo la sua camicia rosa, nel teatro della mente la sta porgendo a me, dai, prendila... e levati quella maglietta da bambino!

Riapro gli occhi e mi sembra di avere trovato anch'io la soluzione. Gli anni Ottanta, un decennio di addizioni e moltiplicazioni, le parentesi tonde si spalancavano su pagine di ospitale candore, seguivano quadre e graffe, qualcuno poi le avrebbe richiuse, al momento non interessava. Ma pochissime le sottrazioni, tantomeno divisioni.

giovedì 20 agosto 2026

Sono una piratessa e una signora, non confondo il sesso con la letteratura


Ho letto su Facebook un post molto bello, appartiene a una scrittrice veneta che proprio sui social ha guadagnato consensi, per arrivare a una recente pubblicazione con Einaudi. Si tratta di Michela Campagnolo, nel suo post imbastisce una situazione apparentemente comune: un giovane, avrà raggiunto da poco la maggiore età, si sta allenando a torso nudo ai giardinetti, quando incrocia una donna con più del doppio dei suoi anni.

La donna ci viene fatto intendere è la scrittrice stessa – il racconto è scritto in prima persona –, ma siamo sufficientemente smaliziati per sapere che potrebbe essere un espediente narrativo, di cui comunque prendiamo atto e stabiliamo il cosiddetto patto di lettura: Ok Michela, vai avanti, ti crediamo.

E lei eccome che procede, anzi di più, eccede, si immagina di calare le braghette al ragazzo e poi inizia a succhiarglielo. Urca! Il tutto è scritto molto bene, non stiamo nei paraggi di Lando o Caballero (per chi non ricordasse, erano giornaletti pornografici), ma di quel nuovo genere letterario che mette in scena il desiderio femminile, dopo la lunghissima stagione in cui è stato appannaggio dei maschi. E infatti, nei commenti, una ragazza scrive:

“Ho pensato a questo post declinato al maschile, cioè sono al parco e vedo una bella ragazza, avrei voglia di tirarle giù il top etc… l'avremmo accolto con la stessa leggerezza?”

Trovo che le parole colgano un punto fondamentale: quand’è che il nuovo, il diverso, il marginale (e per molti secoli il desiderio femminile è stato proprio questo: inaudito) diventa assimilabile, e perciò da materia sovversiva si converte in abitudine, se non peggio in fantasia di stupro? È infatti ciò che avremmo pensato a ruoli invertiti, per rispondere alla domanda della commentatrice.

Secondo me ci siamo vicini. Un simile racconto, al tempo di Maria Goretti, sarebbe stato dinamite, come erano esplosivi i diari di Anaïs Nin. Adesso fuochino, e tra qualche anno acqua passata che per definizione non macina più; e con tutto che ho stima per l’autrice, la quale non parla solo di cazzi e scopate. L'ironia è il felice sfondo da cui lancia qualsiasi petardo senza ustionarsi.

Eppure esiste il rischio concreto che le sue parole, un giorno non lontano, possano suonare come un celebre verso di Julio Iglesias, un verso che fa sorridere senza volerlo: sono un pirata e un signore, non confondo il sesso con l’amore.

Più o meno quanto scrive, proseguendo nel racconto, la Campagnolo: “Il desiderio femminile mi sembra sia una parabola che raggiunge un vertice liberatorio che, al suo massimo, stacca del tutto il sesso dall’amore, se mai qualcuno è riuscito a tenerli uniti. Io no, forse, mai.”

Nel suo caso però non sorridiamo con pacato sarcasmo, forse perché quel colmo che conduce allo stereotipo non è ancora stato raggiunto, come è invece avvenuto con le fantasie sessuali maschili. Pensiamo a romanzi come Tropico del Cancro, oppure Lamento di Portnoy: se fossero pubblicati ora avrebbero lo stesso successo?

Io sospetto di no. Sono figli della loro stagione, che si è conclusa come fanno le onde – c’è un culmine e poi la cresta fa risacca, involtolandosi su sé stessa. Il fatto che siano scritti altrettanto bene, forse anche meglio senza nulla togliere alla brava scrittrice, non li ha riparati dall’effetto saturazione, e ora guardiamo a quelle pagine colme di uzzolo con un piacere quasi storico, documentale – come eravamo.

Non è insomma vero ciò che molta critica letteraria va ripetendo da anni: lo stile è tutto, il contenuto puro pretesto. Macché, la letteratura è fatta di stile (o lingua), contenuto e intreccio, e ciascuno concorre alla determinazione dell’opera, che viene infine consegnata al lettore.

Lettore che è però volubile, e se, grazie a dio, già da qualche decennio si è stufato di maschi che sognano di infilzare adolescenti in hot pants (discorso che negli spogliatoi e nei pub va sempre alla grande), tra qualche tempo potrebbe prendere a noia anche il suo equivalente femminile, oppure omosessuale; un altro desiderio rimosso che ora si è ripreso giustamente la scena.

Non sto dicendo che le donne non debbano più mettere in pagina le proprie fantasie sessuali, ma che si affrettino, il treno è in partenza e alla prossima fermata la soglia di saturazione farà da capolinea. Dopo toccherà inventarsi qualcos’altro, ad esempio scrivere delle fantasie di un pasticciere trotzkista nella Roma del dopoguerra, e lascio a chi legge l’individuazione della citazione nascosta. Oppure capitolare al destino di convertirsi in una canzone di Julio Iglesias.

lunedì 17 agosto 2026

Autofiction, un caso di cronaca per comprenderla meglio

Nei giorni scorsi una coppia rumena ha viaggiato per un centinaio di chilometri con il figlio morto seduto sul sedile posteriore. “Era in silenzio, pensavamo stesse riposando” hanno detto affranti ai soccorritori, dopo essersene accorti nel tratto pavese della A21, tra Casteggio e Voghera.

Il defunto aveva trentuno anni, forse si è trattato di un malore causato dalla calura, soffriva di leggeri problemi cardiaci. Ma ciò che colpisce nella notizia è il ribaltamento di una celebre massima di Karl Marx, che vuole la storia ripetersi due volte: prima come tragedia, poi come farsa. Nella circostanza è avvenuto il contrario, la farsa ha preceduto la tragedia.

Si tratta di un poco memorabile film degli anni Ottanta, Weekend col morto. Della trama ricordo solamente la situazione del titolo: due giovani assicuratori percorrono le strade americane con un cadavere; per qualche ragione (probabilmente assicurativa, appunto) devono fingere sia ancora in vita. All'epoca il film ebbe molto successo, esorcizzando, in burla, un timore latente.

Il timore si è nel frattempo convertito in cronaca e lascia turbati. Ma ci fa anche comprendere come non siano i fatti a determinare le emozioni, piuttosto il contesto e la forma con cui ci vengono consegnati. È infatti la mediazione giornalistica a farci assumere l'autenticità dell'episodio, quando noi non ne abbiamo avuto esperienza diretta, come era indiretta l’esperienza del film.

Si tratta insomma di racconti, in entrambi i casi. A uno crediamo, e facciamo bene, per quanto il narrato sia vagamente inverosimile. Tale scarto viene compensato dall’autorevolezza della fonte; una volta, in epoca precomplottistica, si sarebbe sentenziato: L’ha detto la televisione. All’altro racconto invece non crediamo.

L’autofiction si basa sul medesimo scarto, ma più lieve: sconfinamenti del filo invisibile che separa finzione da realtà. Non è più il mezzo a fare da garante, sostituito da una negoziazione fiduciaria con il lettore. Il lato dal quale cascherà la pallina è determinato dall'abilità del venditore. La cosa in sé, in ogni narrazione, rimane comunque fuori portata. E così quel che ci aveva fatto ridere, nella replica tragica ora addolora.

sabato 15 agosto 2026

Il chewing-gum di Assunta, mi ricordo 82

Mi ricordo che qualcuno bussò alla porta. Si trattava del bidello, e dietro al bidello ci stava il direttore e dietro al direttore altre due persone; non si vedevano bene, ma sui pantaloni neri si intuiva una banda rossa, a terminare sulle scarpe lucidate a specchio.

Quando la maestra Maccarone lo accolse, il bidello si limitò a introdurre il direttore, come si fa con i cantanti a San Remo. Poi si ritrasse raggiungendo gli altri due uomini defilati. Piccolino, occhiali dalle lenti spesse, il direttore Martinelli era mio dirimpettaio nel condominio di via Parolo, e così ero l’unico a dirgli ciao invece di buongiorno.

Quella volta però non rispose al mio ciao, e andò diretto verso la maestra, a cui sussurrò qualcosa all’orecchio. Poi uscì con il bidello che socchiuse la porta al suo passaggio, senza serrarla. La maestra chiamò allora Assunta, pronunciò il suo nome con tono dolce e sussurrato, quasi si rivolgesse a un bambino piccolo. Con lo stesso tono le disse di raggiungere gli uomini, che l’attendevano nel lungo corridoio ricoperto dal linoleum.

“Va bene maestra”, ma prima Assunta si levò il chewing-gum dalla bocca, appiccicandolo con un gesto furtivo sotto la sedia. Avrebbe ripreso la ruminazione al rientro, e si avviò con la coda dei capelli che oscillava in accordo ai passi esitanti. Non si era mai presentata una situazione simile, a parte quando Giovanni si era cagato addosso ed era stato riaccompagnato a casa.

Al termine il bidello chiuse per bene. Carlo era ancora in piedi di fronte alla cattedra, la sua interrogazione era stata interrotta, toccava capire se avesse compreso le regole per il prestito nelle sottrazioni. La maestra Maccarone si schiarì la voce, e riprendendo il modo di parlare consueto comunicò: “È morto il fratello di Assunta. Era andato al fiume a fare il bagno, per fortuna i sommozzatori hanno ritrovato il corpo.” Poi continuò a interrogare Carlo.

Erano divertenti le interrogazioni di Carlo, balbettava nel raccontarci di quanto veloce andasse l'automobile del suo papà, ma nelle interrogazioni di più. Così se Pierino aveva cinque mele e ne mangiava due, diventavano tre me… me… me… mele. Con l’intera classe che andava in apnea, e poteva rifiatare solo al completamento del frutto.

Ma nella circostanza guardammo tutti al banco vuoto di Assunta, senza ascoltare cosa balbettava Carlo. Erano rimasti l’astuccio con l’immagine della Barbie, il quaderno a quadretti aperto, una lunga fettuccia elastica legata ad anello (la si usava all'intervallo per un gioco da cui i maschi venivano esclusi) e la bic nera dal cappuccio smangiucchiato.

Chissà se qualcuno dei miei compagni si era soffermato anche sul chewing-gum rosa, era ancora lì avvinto alla sedia, come prima, come la nostra idea di sempre. Io no di sicuro. Le cose significative devo immaginarle a posteriori.

venerdì 14 agosto 2026

Una carezza e un pugno, o su bellezza e simpatia


Negli anni Ottanta, forse anche nei Settanta ma ero ancora bambino per affermarlo con certezza, mentre prima dovevo ancora nascere e quindi non so, in questi periodi le donne meno belle venivano definite simpatiche.

Non era solo un modo di dire, la simpatia era un tratto reale, percepibile, quasi pavloviano: sei brutta, allora devi essere simpatica. Oppure diventavano malmostose, e questo avvallerebbe una polemica letteraria legata all’ultimo premio Strega; ma lasciamo stare, ché era solo una sciocchezza.

Una sciocchezza, si è visto negli anni successivi, anche il nesso speculare tra bellezza e antipatia, con le donne più piacenti in versione gatta morta, la stretta di mano languida e ipotensiva. Fa fede in ciò quello sterminato repertorio dell’umano che sono i social, dove si incontra una nuova tipologia: la bella ragazza simpatica, più sono belle e più sono simpatiche; o perlomeno così cercano di apparire, perlopiù riuscendoci attraverso svagati e gustosi bozzetti biografici.

Lo vediamo anche tra le comiche delle nuove generazioni: Paola Cortellesi, Geppi Cucciari, Virginia Raffaele, Caterina Guzzanti, Valeria Angione, Marta Zoboli, Valentina Persia, Diana Del Bufalo, Valeria Angelozzi. Tutte donne giovani e belle. Negli anni Cinquanta, se volevi far ridere, dovevi avere l’aspetto di Tina Pica o Ave Nichi.

È una buona notizia, intendiamoci. Ma mi chiedo quando sia avvenuta tale mutazione antropologica, che, a scanso equivoci, è solamente percettiva – ognuno è nell’intimo il suo mistero, e mistero nel mistero questo voler compiacere lo sguardo dell'altro. Ma soprattutto perché sia avvenuta, quale la sua ragione profonda, il vantaggio evolutivo.

Che prima esistesse un’economia sociale nella quale gli aggettivi bella e stronza e brutta e simpatica venivamo accorpati, è in fondo intuibile dentro un contesto non propriamente patriarcale – il patriarcato, in senso stretto, possiamo farlo concludere nel 1968 – ma fortemente sbilanciato verso il privilegio maschile. A costo di apparire diportisti della sociologia domandiamoci perché, in seguito, le ragazze belle sono diventate simpatiche, o a voler essere maliziosi fanno le simpatiche?

Forse lo erano già da prima e non ce ne eravamo mai accorti. O forse, ed è questo il mio sospetto, è il modo (la simpatia) che hanno trovato per rifiutare le nostre avance senza farci troppo soffrire: una carezza e un pugno, come cantava Adriano Celentano mentre implodeva il patriarcato. Oltre che belle e simpatiche sarebbero dunque anche compassionevoli. Da esserne orgogliosi per interposta genitorialità!

Resta da capire come ricollocare noi, i vecchi, i brutti, quelli che raccontano le barzellette che non fanno ridere, e anche le molte donne non così piacenti e così simpatiche. Far interpretare a loro la gatta morta non si può più, bisogna sistemare la sceneggiatura perché ciascuno abbia un ruolo in commedia, una persona da mettere in scena per non essere solo comparse. E ben sapendo che il termine persona significa maschera, e cioè finzione.