Mi ricordo l’odore del Dixan. Anche una volta terminata la polverina bianca – ma a guardar bene è trapuntata da granuli azzurri – il cartone del fustino ne rimane impregnato. La mamma non li buttava, la parola spreco era per lei il peggiore tra gli insulti, trovando sempre qualcosa per riciclarli, a partire dal portaombrelli. Uno l’aveva dato a me, serviva a contenere i Lego.
Mattoncini colorati che continuavano ad aumentare, a Natale e al compleanno sceglievo un set alla Piccola città, ma la funzione originaria veniva presto dimenticata, confondendosi con tutti gli altri; dentro il fustino, appunto. Da lì venivano riversati con uno scroscio su un pezzotto d'Arigna, il fustino non aveva pace, per ricomporsi in mondi concreti e per nulla immaginari. Io e Pierantonio eravamo le divinità capricciose che li plasmavano: non ci nascondevamo dietro nuvole grasse, introducendo nella creazione i nostri doppi in pregiata plastica ABS. Un’eco remota del Dixan era la firma olfattiva di quei Big Bang.
Avevamo case, più spesso grandi fattorie, ranch, con cani, gatti, cavalli, mucche, capre, Jeep, pistole e fucili per difenderci dai banditi. Io avevo sempre anche una moglie in Lego, il problema fu dotarla di seno; alla fine mi accontentai di un mattoncino da otto stud, ma pieno di amore ricambiato. Pierantonio invece non voleva donne tra i piedi. Diceva che portano solamente rogne e, in ogni caso, per quelle cose lì, prima doveva chiedere ai suoi genitori.
Se c’era qualcosa che non gli andava Pierantonio la chiamava quelle cose lì. Anche quando andammo in gita a Villa Carlotta, di fronte alle statue in marmo si mise una mano davanti agli occhi: “Non voglio vedere quelle cose lì.” Era inutile domandare, ormai l’avevo capito. Con lui si doveva procedere per deduzioni, e non c'era voluto molto a dedurre che la ragione stava nella nudità delle statue, mentre nei Lego il corpo si traveste di astrazione.
Alla fine, sempre di insulti si trattava. Per mia madre era lo spreco, per Pierantonio il corpo e, per me, l’insulto stava nell'assenza di odore delle statue. Fossi stato il proprietario di Villa Carlotta, gli avrei dato una spolveratina di Dixan.
Alle sei e mezza in punto rimettevamo i Lego nel fustino, tranne la domenica in cui smettevamo prima. Con il commento di Nicolò Carosio, nel tardo pomeriggio del giorno del Signore – me lo ricordava, con tono severo, il mio compagno di giochi – veniva trasmesso il secondo tempo di una partita di serie A, che Pierantonio seguiva assieme ai fratelli maggiori spiluccando toast ripieni di prosciutto cotto, sottilette Kraft e maionese. A me non interessavano le partite registrate (tranne quando giocava Mazzola), ma in qualche occasione mi ero unito a loro per via dei toast con la maionese.
“Mamma, perché noi non mangiamo mai i toast con la maionese?”
“Non ti piace la pastasciutta?” aveva risposto la mamma. “Guarda che i bambini africani farebbero salti di gioia per trovarsela nel piatto.”
“Sì, ma io intendevo...”
“La pastasciutta è più buona", aveva tagliato corto. “E adesso va’ in camera, ci sono ancora tutti i Lego sul tappeto. Rimettili nel fustino.”
Quanto mi
faceva incavolare quando ribaltava le domande, doveva sempre avere l’ultima
parola. Una parola che in ogni caso non mi aveva convinto. Per quel che vale la mia opinione, una cosa
buona continua ad avere l’odore del Dixan.








