Mi ricordo montagne verdi, recitava una famosa canzone. La canticchiava la Pelosa mentre, dall’altro lato del bancone, rovistava nel contenitore trasparente delle gomme americane sfuse, piccoli parallelepipedi fucsia ricoperti dall'incarto.
Io e Federico le chiedevamo quelle che stavano al
fondo, convinti che al loro interno si nascondesse un foglietto con la scritta HAI
VINTO! Non migliaia di euro, come nel gratta e vinci, ma una nuova gomma
americana, allo stesso modo dei boeri; che però la Pelosa si rifiutava di
venderci perché contenevano il rum.
All’uscita dal bar il motivetto ci aveva seguito, e, dopo avere controllato se avevamo vinto, ne replicavamo la melodia
modificando il testo, che diventava mi ricordo mutande verdi, e poi
qualcosa che ho scordato. Una pratica di cantautorato spontaneo diffusa all’epoca.
La canzone più nota apparteneva alla colonna sonora
dello sceneggiato televisivo Sandokan. Nella versione riveduta e corretta
diventava: Sale e scende la marea, / Sandokan c'ha la diarrea. / Poveretto,
poveretto, / tutto il giorno al gabinetto! / E Marianna con piacere / gli
pulisce il suo sedere.
Da principio mi faceva molto ridere, la cantavo con
Federico al ritorno da scuola. Poi cominciai a provare una sensazione simile al
pensiero delle bestemmie – alla colonia di Triangia ne avevo imparato di
bellissime – dette nei giorni precedenti al gesto di don Remigio, che mi posava
il corpo di Cristo sulla lingua.
“Madonnina, Madonnina, ti prometto che non bestemmierò più”, sussurravo rivolto a una nicchia laterale della chiesa, dove stava, con gli occhi
bassi come se sapesse cosa andavo in giro a dire sul suo conto, la mamma di
Gesù. Ma quando tornavo alla colonia di Triangia, ricominciavo.
Con la canzone di Sandokan però era scattato qualcosa.
L’inizio ancora ancora, ma al verso su Marianna mi bloccavo. Già immaginarla
pulire il culo a Sandokan mi veniva da vomitare, ma trovavo assurdo che
provasse piacere. Una ragazza così, così… “Così come?” mi incalzò
Federico.
Non riuscivo a terminare la frase. Marianna, la perla
di Labuan, i capelli biondi raccolti in una crocchia che spuntava dal
cappellino, gli incisivi leggermente pronunciati sotto labbra carnose... Marianna.
Mentre cercavo di rimettere in accordo i pensieri con
la pancia, Federico aveva ripreso a camminare verso casa; la cartella gli
oscillava sulle spalle, pazienza se non partecipavo al coro. Con la sua voce acuta, e non proprio intonata, doveva completare la canzone.
Non contento della scena del bidet, si era inventato un nuovo verso, in cui faceva rimare Marianna con putanna. Fu al
suono di quella parola che gli rifilai un cazzotto sulla scapola destra.
Aggiungendo: “Non dirlo mai più!”
Federico si girò più stupito che dolorante. Non era la
prima volta che litigavamo, ma di solito iniziava lui con uno sputo. Io ero
più muscoloso e a questo modo si garantiva la distanza per la fuga. E poi
colpire alle spalle, da vigliacchi.
“Che cacchio fai?”
“Boh…” risposi io.
“Che cacchio fai?!” ripeté Federico con voce ancora
più acuta.
“…”
Mi sputò sulla K-Way azzurra, come a dire
adesso siamo pari. “Ok, siamo pari” pensai, ripulendo la saliva con la stessa mano del pugno; nel frattempo, la scia biancastra aveva raggiunto la fettuccina arcobaleno su cui scorre la cerniera. Poi iniziammo a ricapitolare tutte
le bestemmie imparate a Triangia. Anche di quelle era prevista una
versione canora.
Con sorpresa, mi ero accorto che aveva smesso di importarmi se la Madonna la prendeva un po’ male, più le strofe erano blasfeme e più noi ridevamo, cantavamo e ridevamo e, arrivati davanti al bar della Pelosa, ci salutammo. A domani. A domani.
Tanto io avevo trovato una
nuova Madonna. Una Madonna con bambini che, tutti i martedì sera, alle 20.40 in punto su Rai1, ne celebravano il culto. Peccato solo che abitasse a Mompracen.









