Mi ricordo che le bambine si chiamavano Patrizia,
Raffaella, Francesca, Laura, Giovanna, Paola, Tiziana, Anna, Michela, Simona,
Silvia, Cinzia, Stefania, Barbara, Daniela, Cristina, Emanuela, Monica, Katia, Roberta,
Elena. Solo più tardi arrivarono le Deborah e le Samantha, in uno slancio
inarrestabile che portò a Jessica, Sharon, Chantal per culminare con
Suellen e Pamela, in concomitanza allo sceneggiato televisivo Dallas.
Ben saldo al primo posto il nome che sussurravo nelle
preghiere prima di addormentarmi. Si mostrava però asimmetrico in diffusione geografica, e
mentre Maria continuava a imporsi al Sud, seguito da Carmela, Giuseppina,
Concetta e Assunta, nelle classi scolastiche valtellinesi era stato superato
perfino da Sabrina, il cui diminutivo diventava Sabri, o per essere più precisi
la Sabri.
Tra i maschi molti Marco, Giuseppe, Antonio,
Stefano, Giovanni, Massimo, Francesco, Roberto, Paolo, Luca,
Alessandro, Carlo, Vittorio, Andrea, Luigi, Giorgio, Maurizio, Fabio; qualche Federico
e Claudio anche, ma erano già percepiti come nomi esotici. I Kevin e i Brando e
i Nicolas seguirono senza affrettarsi, sempre a riflesso della programmazione
cinetelevisiva – aggirando il Regio Decreto 9 luglio 1939, sono registrati casi
di Sandokan, Yanez, Tex e, si dice, un Goldrake.
Ma se tagliamo gli estremi, il confronto tra i generi
vede la sperimentazione nominale decisamente sbilanciata sul versante
femminile; i maschi, negli anni Settanta, si chiamavano ancora con i nomi dei
nonni, che a loro volta si chiamavano come i trisavoli. Non so per quale
ragione i miei genitori decisero di chiamarmi Guido.
Un nome, all’epoca, ancora piuttosto diffuso in
Toscana, ma nel Nord Italia confinato a una sparuta cucciolata di bambini. La
cosa che più mi faceva incavolare è che poi ti dicevano "Guido la
Vespa", come se non esistesse anche la Lambretta e altre motociclette più
scattanti. Potevano chiamarmi Marco o Luca o, ancora meglio, Diego, come Don
Diego della Vega, in arte Zorro. Invece Guido.
Per quale motivo, mi domandavo, quei bambini crocifissi alla guida di immaginarie Vespe, finivano col diventare chierichetti oppure scemi del villaggio. La maggior parte dei Guido che ho conosciuto sembravano segnati da un destino biforcuto, per conferma ho cominiciato a comporre una lista. Ma soprattutto: a quale delle due categorie appartenevo?
In effetti, per due anni, ho servito messa nella chiesa collegiata dei santi Gervasio e Protasio. Esistono però anche chierichetti un po' tocchi, e il rovello rimaneva. Avrei potuto sottopormi a un test per stabilire il mio quoziente di intelligenza, come chi setaccia il proprio DNA per scongiurare malattie ereditarie. Con il nome che mi ritrovo, concludevo, meglio non rischiare.
Quando i Guido chierichetti fanno carriera diventano
sacrestani, mentre per i Guido scemi del villaggio la scalata sociale si
realizza tra i venditori di assicurazioni e i laureati al Dams. Sennonché, i
laureati al Dams, contemplano scemi con qualsiasi appellativo, maschi e femmine
senza distinzione. Dunque non fanno testo.
Per una curiosa coincidenza, uno dei miei migliori
amici si chiama Guido, ed entrambi – nomen omen – finimmo
con l'acquistare una Vespa. Forse allo scopo di risparmiare sulla miscela,
capitava che montassimo su un solo mezzo per raggiungere qualche discoteca fuorimano; di
solito si trattava del mio PX, più comodo della sua ET3. La probabilità di trovare
due Guido sulla stessa lunga sella della Vespa, ho calcolato, è dello 0,002%, e
cioè una possibilità su 50.000 coppie di motociclisti.
Va detto che anche lui ha indossato il sottanone
nero a cui sovrapporre la mozzetta bianca ricamata (più tardi, il
sottanone diventò rosso vermiglio; come si dice un tocco di colore in pieno spirito post
conciliare), ma l’ha scampata dal diventare scemo del villaggio. Il mio amico
Guido di lavoro fa il rappresentante di vini, e così ha occasione di dare
passaggi agli autostoppisti; una pratica sempre meno diffusa dopo il Covid, ma
qualcuno si trova ancora.
Quando la persona che sale a bordo inizia a fare discorsi strampalati o, diciamo pure, dà chiari segni di instabilità mentale, abbassa il volume della canzone di Paolo Conte che sta ascoltando e si presenta: “Dimenticavo, io mi chiamo Guido, piacere. Per caso è anche il tuo nome?”
"Come fai a saperlo?!"
A quel punto mi manda un WhatsApp: “Ne ho caricato un altro.”
“Un altro Guido?” rispondo io fingendo di cadere dal pero.
“Sì, un cretino meraviglioso: va assolutamente aggiunto alla lista.”
Spero solo che accosti e non digiti al volante di una di quelle auto che hanno i rappresentanti di commercio, piene di cataloghi, mentine, mutande di ricambio e cartoni di flûte da omaggiare ai clienti migliori. Peccato che i sacrestani facciano raramente l’autostop.


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