Ciò che mi sembra mancare nel dibattito sulla famiglia nel bosco, che si è riacceso in questi giorni in sospetta corrispondenza con il referendum, è la prospettiva tragica. Ma non in un senso generico e dolente e abusato, quando qui abbiamo una riconfigurazione dell’accezione originaria: un dover essere, per gli antichi greci, contrapposta a un non poter essere, spesso quale conseguenza a due lealtà percepite come entrambe legittime – le leggi della polis e quelle degli dei, nell’Antigone di Sofocle. Il nodo tragico nasce da tale coesistenza tra necessità conflittuali.
Nella famiglia nel bosco i termini del conflitto si
delineano nel ruolo dei figli. Vengono contesi tra il bisogno di una famiglia
naturale, a fare da nido emotivo prima di possedere ali robuste per il volo, in
opposizione al diritto e dovere civile di essere istruiti, socializzati. La
mancanza di uno dei due fattori si tradurrebbe per loro in un trauma. La
retorica governativa insiste sul primo aspetto – il verbo strappare, strappati,
con complemento implicito dei genitori naturali, non è neutro ma ideologico –,
per quanto lo strappo culturale e sociale sia altrettanto drammatico.
Ma allora quale è la soluzione?
Non c’è, nelle tragedie non è prevista soluzione. Il dramma si distingue però dalla vita reale proprio in questo: nell’azione umana è sempre possibile ricercare forme compromissorie e complesse, nelle quali a qualcosa si deve comunque rinunciare e il punto intermedio non è mai chiaro; e, se anche lo fosse, non è detto sia preferibile a un leggero sbilanciamento verso uno dei due corni del dilemma.
Nello specifico, non so come si dovrebbe agire per uscire dallo scacco tragico – famiglia oppure istruzione e socialità –, ma so che il compito non spetta alla politica e piuttosto alla magistratura e ai servizi sociali. Come tutte le istituzioni umane possono talvolta sbagliare. Un rischio, concreto, che non ne legittima la surroga, specie se a rivendicare il compito sono politica e social network. L’opinione pubblica e la stampa hanno il compito di vigiliare, e anche la politica possiede i suoi organi di vigilanza.


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