La vicenda della professoressa accoltellata da uno studente di cosiddetta buona famiglia (madre insegnante e padre funzionario di toponomastica del Comune di Roma) e con i genitori che, viene scritto, vivevano per quell’unico figlio di tredici anni, è talmente satura di elementi simbolici da non essere commentabile, ma solo contemplata.
E allora guardiamola, guardiamo entrambi come fa Lucio
Dalla all’inizio di una delle sue canzoni più belle; dal momento che non ne
conosciamo il nome, chiameremo il ragazzo allo stesso modo, Marco, e la
professoressa Anna.
Anna: lei ringhio, lei sovranismo e stranieri fo’ di
ball, così scriveva sui social quando rientrava a casa stanca da scuola; quei
maledetti zucconi non la stanno mai ad ascoltare. Ma subito dopo essere stata colpita, dichiara, sempre lei, trepidante alla stampa: Povero cucciolo (un cucciolo di razza,
bada bene, cucciolo ariano con pedigree), vorrei tanto abbracciarlo. Non ne avevo
intuito il malessere.
Marco: lui palestra, armi, boxe e true crime, lui rancore e casco da bicicletta su cui ha montato una videocamera; l’attiva nei bagni per
mostrare in diretta Telegram il tentativo di omicidio. Lo spray al peperoncino
fa solo da condimento, e viene brandito come le prostitute slave per difendersi
dai clienti molesti.
Ma nella canzone di Dalla è contemplata una terza figura. Forse è un doppio dell’autore, forse si tratta dell’ascoltatore implicito, forse… Nel testo non viene specificato, si dice solamente “una checca che fa il tifo" – per i due ragazzi, Anna e Marco; hanno iniziato a ballare un lento dentro una discoteca di provincia. Chiamiamo questa terza figura l’altro.
L’altro: l’altro è Africa, è deserti da pisciarci
sopra e barconi da vomitarci dentro, è torna a casa tua baluba che ti ronza nelle
orecchie. Ma l’altro è anche compagno di classe, è coraggio, interviene e blocca l’aggressore, lo disarma. L’altro, infine, a casa ci torna per davvero, nella
casa famiglia a Centocelle dove vive senza più alcun contatto con i genitori biologici.
A canzone terminata – ecco l’unica cosa che possiamo
dire –, la realtà si mostra molto più abile delle arti nello svelamento
apocalittico del nostro tempo; non parliamo di sociologia e psicoanalisi, che
arrivano sempre tre o quattro treni in ritardo. Forse per colpa di tutti quei
libri che mostrano come un trofeo di caccia.
Se vogliamo distrarci andiamo dunque a cinema, oppure
in libreria o ascoltiamo una bella canzone; Lucio Dalla ne ha composte tante
altre. Se invece vogliamo capire, guardiamo lo specchio: uno specchio
qualsiasi va bene, anche quello del camerino di Tezenis.
Le donne occidentali entrano e si provano un
reggiseno, ha piccole ciliegine rosse stampate sul tessuto chiaro, ricorda l’intimo del Postal
Market. Le donne occidentali, chiamiamole sempre Anna, si specchiano,
controllano che metta in risalto la forma ancora prospera del seno. Le
ciliegine sono stuzzicanti.
Seguono gli uomini occidentali, noi insomma, gli
infiniti Marco. Allo specchio ci sinceriamo che, grazie all’enorme fascia
elastica, le nuove mutande riescano a camuffare il fatto di averlo più piccolo
(molto più piccolo) di Rocco Siffredi. Al posto delle ciliegine sulla fascia sta scritto Tezenis, Tezenis, Tezenis. Viene ripetuto come se anche noi fossimo studenti zucconi.
Già che siamo qui, dice Anna a Marco, mandiamogli un
WhatsApp. “Sì, buona idea” risponde lui, e Anna comincia a digitare: “Amo’💗 dove sei… cosa fai… come stai? Io e papà stiamo da Tezenis, dobbiamo prenderti
qualcosa? Magari na felpetta per quando esci sudato da palestra?”



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