venerdì 9 ottobre 2026

Incursioni sperimentali

Tre o quattro anni fa le notifiche sullo smartphone si accanivano a offrirmi aggiornamenti su Arisa: Arisa ha concesso un’intervista senza peli sulla lingua, sparava il titolone in grassetto. E io subito via con lo scroll alla voce successiva, che era: Arisa sta per pubblicare un album che vi lascerà a bocca aperta. Ancora?

Nuovo colpetto con i polpastrelli, finalmente non si parla di Arisa. È una fotografia. Mostra una ragazza nuda sulla battigia: il seno candido e prosperoso; il mare, naturalmente cristallino, appena increspato da una brezza leggera; la ragazza…  No, è ancora Arisa – BASTA!

Niente di personale, sia chiaro. Semplicemente non è il mio ideale di donna. Né di cantante, o di opinionista. Avrò il diritto di vivere senza sapere nulla di Arisa, come non so nulla della gastronomia aborigena, o di chi detenga il guinness per hot dog ingurgitati in successione. L’algoritmo che setaccia i nostri passi sul web alla fine mi ha ascoltato, e dopo qualche tempo ha smesso di propormi Arisa.

Bene, con l’avvento dell’intelligenza artificiale gli spioni devono avermi messo a fuoco meglio. E invece no, adesso ci si mettono pure i social. Ogni volta che vado su Facebook mi viene mostrato un post astioso. Lo ha appena rilasciato una giovane critica letteraria, una poetessa, una scrittrice. Non si usa il verbo rilasciare per un post, mi correggerebbe con tono ancor più astioso. Studia: somaro!

Boh, forse avrebbe ragione lei, ma per i suoi bollettini di guerra al mondo non riesco a trovare un aggettivo più preciso. Come non riesco a trovare un nesso tra di noi: non è tra i miei contatti Facebook, non ho letto i suoi libri (di certo molto belli), mi fa solo incavolare quando piscia in testa a tutti. Un idrante che vorrebbe spegnere ogni fiammella letteraria che non si contorca infinite volte su sé stessa, per ardere nei cieli delle nostra mediocrità in una vampa sperimentale.

Un termine, sperimentale, che per lei deve essere sinonimo di bellezza, ma a me fa pensare a un bonobo che sperimenta varie tecniche per raggiungere un casco di banane. Voglio dire: le banane si possono anche acquistare alla Lidl, c’è mica niente di male se sono buone. E invece no, bisogna sperimentare.

A parte la lunga premessa, non ho nulla contro questa giovane critica letteraria severa, questa poetessa sperimentale, questa scrittrice incompresa, come non avevo nulla contro Arisa. Immagino sia una brava persona, almeno quando, prima di andare a dormire, assieme al trucco (sempre molto misurato) si leva la maschera da erinni della letteratura.

Mi basterebbe che il signor Zuckerberg mantenesse i nostri recinti separati. Che poi magari ha anche un bel seno, quei seni piccoli e maliziosi che tanto piacevano a Marcello Mastroianni. Ma, a differenza di Arisa, se lo tiene tutto per sé. E fa benissimo.

W la chiralità!


Qualcuno sa spiegarmi la soluzione al mistero della chiralità? No? Strano. Perché Henri Kagan e Kenso Soai, recenti Nobel per la chimica, hanno vinto il premio grazie alle loro scoperte sugli effetti non lineari sull’autocatalisi nella sintesi organica asimmetrica, fornendo una risposta fondamentale al mistero della chiralità.

Peccato che io non abbia capito una sola parola di ciò che ho appena trascritto dal web. Ma forse avrei dovuto domandare alla bolla social accanto, la bolla in cui ci si agglomera secondo principi chimici diversi. Nella bolla Facebook che frequento le molecole umane si associano per interesse letterario, e dunque non stupisce che venga celebrata l’assegnazione del Nobel per la letteratura all’ottima Anne Carson.

Un po’, ma mica troppo, già la conoscevo; possiedo anche un suo libro: La bellezza del marito. Un saggio romanzo in 29 tanghi. Il contenuto non è meno bello del titolo. Così ho sorriso quando ho letto il primo post che la riguardava: Anne Carson ha vinto il Nobel! Una vera poetessa! Una sensibilità unica! Una fica stratosferica e patapin e patapan.

L’entusiasmo ci sta, e che diamine. Ma dalla trentesima dichiarazione di giubilo è scattato l’effetto tormentone, trasformando una bella notizia in una barzelletta di cui conosci il finale. Ok, lo so chi ha vinto il Nobel per la letteratura, ma possibile che si parli solo di questo… Perché non parliamo un po’ anche di chiralità, che magari imparo qualcosa di nuovo.

Picche. Le bolle social sono fatte a questo modo, in psicologia lo si direbbe rinforzo: uno ha un’intuizione, mettiamo che non ci siano più le mezze stagioni, e cerca contatti solo con persone che hanno la stessa intuizione, fino a quando non diventi una certezza assoluta. E così partono le pacche sulle spalle, affermando a gran voce che non ci sono più le mezze stagioni.

Al Bar Piero, quando lo frequentavo, non era troppo diverso; solo che al posto di Anne Carson e delle mezze stagioni si parlava del Milan. E anche qui tutto bene, se non fosse che io sono interista. Ma pensiamo al meccanismo di rinforzo applicato nella Germania degli anni Trenta, o nell’Israele attuale.

Nel primo caso qualcuno inizia a dire che è colpa degli ebrei, con la loro lunga canappia e le cantine piene di lingotti d’oro; mentre nella Tel Aviv del 2026 la colpa viene trasferita ai palestinesi. E rinforza oggi, rinforza domani, anche queste sono diventate certezze condivise. Gli scenari non sono proprio equivalenti, sto semplificando. E la soddisfazione per il Nobel ad Anne Carson – su questo sono disposto ad allungare la proverbiale mano sul fuoco – non porterà ad alcuna soluzione finale.

Eppure è presente anche nell’ultimo caso un minimo elemento tossico, che lo accomuna a fenomeni tanto diversi. Possiamo farlo coincidere con l’interesse (esclusivo) nei confronti di ciò che ci è familiare, e di chi ci assomiglia per disposizione e gusto. Come dire che non c’è niente di più gratificante di uno specchio.

Si unisce all’assoluto disinteresse – talvolta può sfociare in ostilità – nei confronti di quel che ci è ignoto. Gli antichi lo chiamavano barbarismos, che nella lingua spiccia dei proverbi ha preso la formula di mogli e buoi dei paesi tuoi. Per questa ragione il mio commento oggi è: viva la chiralità! Dal pochissimo che ho compreso è di nuovo uno specchio. Ma su cui è impossibile sovrapporsi al branco.

mercoledì 7 ottobre 2026

Corso per diventare un autore social di successo.

Tra i tanti corsi di scrittura creativa, forse se ne potrebbe organizzare uno anche per avere successo sui social. Un corso che ne vale due, come i fustini offerti in cambio del Dixan di un vecchio spot pubblicitario. In quel corso, che non c’è e sarebbe bello ci fosse, si potrebbe mostrate le cose che funzionano su un social, per poi dire agli allievi: ecco, adesso hai tutti gli strumenti (la prima regola del marketing è parlare one by one) per mietere like e cuoricini. Ma non solo. Basta fare il contrario di quello che ti abbiamo insegnato, e potrai bere una tisana alla melissa al bar del Salone del libro. Magari non staranno presentando il tuo, di libro, non essere precipitoso. Un passo alla volta, ma sei sulla strada giusta.

Quando avrai versato i 2400 euro per il corso, ti verranno inviate, in comode dispense settimanali, le tecniche avanzate. Per il momento attieniti al seguente decalogo:

Decalogo per avere successo sui social

1) Sarcasmo. Se vuoi ottenere molti like sui social: sii sarcastico, l’occhietto affilato da grande predatore – hai presente Travaglio? – mentre ti accanisci su qualcosa o qualcuno con il sorriso appena accennato sulle labbra. E pure un po’ stronzo, che è ancora meglio.

2) Polarizzazioni nette. Prima i tedeschi erano tutti cattivissimi e gli ebrei buonissimi, adesso il contrario. Naturalmente anche questa moda passerà, e in tal caso toccherà procurarsi al volo un nuovo cattivissimo. Importante è schierarsi per Guelfi o Ghibellini, rifuggire le zone d'ombra, sfumature e ambiguità. Il modello rimangono i film con John Wayne.

3) Cliché. Le donne siciliane sono belle, passionali ma gelose; in Romagna ti conquistano con due specialità, una sola delle quali è alimentare; le bresciane te le porti a letto subito e le milanesi hanno la puzza sotto il naso, mentre pencolano sui sampietrini di Via Fiori Chiari appese al braccio di maschi un po’ bauscia. All’Happy Hour, dopo il terzo Spritz, però le milanesi diventano come le bresciane, o come qualsiasi altra donna al mondo. Logora antropologia patriarcale si dirà, ma va bene qualsiasi altro cliché.

4) Battutisti. Avevo un amico che, quando lo incontravi al Bar Paninoteca Number One, ti diceva ammirato: “Che bella camicia! Esiste anche il modello da uomo?” Ovviamente, alle donne chiedeva il contrario. Era insomma un battutista, quando c’era lui delle gran risate ovunque. Non so che fine abbia fatto, ma su Facebook spopolerebbe.

5) Patetismo. Qualcuno se le ricorda le canzoni di montagna? L’è morto el pa’, l’era vedovo da un ano, povereto, el fratelo ga taià na gamba, e pure mi me sento mica tanto ben... Quel registro sui social funziona alla grande. E così se un SUV ti stira il gatto sullo stradone, rendi il mondo partecipe del tuo dolore. Dovesse sopravvivere – si sa che i gatti hanno sette vite –, racconta lo stesso che è morto: tanto nessuno viene a controllare.

6) Aura. Se sei stato un calciatore o un cantante o un cazzo di qualcuno che ha avuto i suoi cinque minuti di notorietà, ricordati che su un social quei cinque minuti non sono mai trascorsi. Recupera la vecchia aura, innaffiala e il consenso rifiorirà. Ho visto un post di Claudia Koll nel quale scriveva: “Buongiorno a tutti, oggi il Signore mi ha regalato uno splendido risveglio.” Totale tra like e cuoricini: 838.

7) L’ha detto tal dei tali. Barbero ha scritto questo, Recalcati quest’altro, Cacciari si è ravvivato il ciuffo e poi ha mandato tutti quanti in mona. Buona cosa è arrampicarsi sulle spalle dei giganti, anche se sono nani gonfiati da steroidi. Dall’alto è più facile pisciare in testa al mondo, che di norma confonde il getto per birra e gazzosa.

8) W la foca che dio la benedoca. L’ottavo punto vale soprattutto per le donne. Se sei giovane e carina, con un solo selfie – mi raccomando: la camicetta non troppo sbottonata (se no ti prendono per bresciana) ma nemmeno troppo poco – otterrai la quotidiana razione di dopamina. Il giorno successivo, per non far calare la curva dei like e della dopamina, è sufficiente cambiare camicetta. O se proprio vuoi strafare: pubblica la prova costume.

9) Insulto. Qualcuno da insultare si trova sempre, e sempre anche qualcuno che ti segua a ruota. La ragione è antica come il cucco, e recita che il nemico del mio nemico è mio amico. Dunque tanti nemici, tanti amici. E tanti amici, tanti like.

10) Voto di scambio. Se Tizio non ha niente da dire e anche Caio non ha niente da dire, che dicano entrambi il loro niente, come suggeriva John Cage. Poi Tizio darà il suo like a Caio e Caio darà il suo like a Tizio. Se semini bene tra tutti i Tizi e Cai e Semproni con cui sei in contatto, il ritorno è assicurato.

Bene, adesso hai due opzioni: spopolare su un social attenendoti al decalogo, o ribaltarlo in vista di cosa…? In vista di niente, purtroppo non esistono regole per diventare scrittori di successo, nemmeno la Holden te le potrà fornire. Ma per diventare persone migliori forse sì, che è la condizione per scrivere con onestà. Se pure esistono scrittori disonesti, non sono mai grandi scrittori. E questa è l’unica regola che non contempla eccezioni.

sabato 3 ottobre 2026

Pensiero stupendo (mi ricordo 91)

Mi ricordo di un amico che si era trasferito alle Canarie, dove vendeva appartamenti ai pensionati inglesi. Mi faccio una stagione e torno, aveva detto al Bar Piero prima di partire. 

Poi arrivarono anche i pensionati francesi, svizzeri, italiani, tedeschi, e il mio amico continuava a vendere appartamenti alle Canarie, era ormai quasi vent’anni che non lo si vedeva seduto ai tavolini del Bar Piero.

Ma un giorno rieccolo lì, con un Mundialito in mano, una variante autoctona dello Spritz, solo un poco più letale. 

“Ciao Piero” gli dico, aveva lo stesso nome del bar, “come stai? O forse dovrei dirti cómo estás.” E prima che potesse parlare, aggiungo: “Adesso pensi in spagnolo o ancora in italiano?”

E lui, Piero, dopo una pausa, mi dà una risposta che non avrei più dimenticato: “Ma io, penso?”

venerdì 2 ottobre 2026

Mio cugino Vittorio (mi ricordo 90)

Mi ricordo una serata a metà degli anni Novanta, ero andato con il Boxer Piaggio di mia cugina in un bar dalle parti di Piazza Navona, uno di quei posti con i paparazzi in agguato all'ingresso sovrastato dal glicine in fiore. Appena entrato mi venne incontro un uomo che, allora, mi appariva vecchissimo, e avrà avuto la mia età attuale. A pochi centimetri dalla mia faccia strillò: "Se qui viene Sgarbi, ce ne andiamo noi!"

Io non dissi nulla, ridacchiavo soltanto in quel modo in cui ridacchiava Jannacci. L'uomo afferrò per un braccio la donna con cui si trovava, che riconobbi essere Sandra Milo, e si avviarono con passi svelti verso l'uscita. Ma arrivati alla porta l'uomo si girò. Mi guardò meglio.

"Ma tu non sei Sgarbi..." disse con un tono di voce di molte ottave più basso.

"No, non sono Sgarbi.”

Alle mie parole l'uomo e Sandra Milo rientrarono nel locale, e scambiammo qualche parola di cortesia.

"Scusa ragazzo" mi disse, "ma da lontano vi avevo confusi."

“Ma ti pare" risposi con una confidenza che a Roma ti concede anche il pizzicagnolo, "non c'è problema."

Sandra Milo non parlava, sorrideva in quel modo in cui sorrideva Sandra Milo, che è diverso dal modo in cui ridacchiava Jannacci.

Poi la serata proseguì, nel bar entrarono anche Alessandro Gassmann con indosso un chiodo da motociclista, Gil Rossellini da cui mi ero imbucato a un party poche sere prima, Patrizia Pellegrino che pareva offesa perché i paparazzi non l’avevano fotografata. Di Sgarbi, quello vero, però nessuna traccia.

Peccato, perché ora rimpiango di non averlo mai incontrato. Lo scambio di persona mi fa pensare a lui come a un parente lontano, di quelli che vanno a cercare miglior sorte in Australia. Ogni tanto arriva qualche canguro in cartolina: “Qui è tutto all right, e da voi in Italy?” Ma più che altro sono notizie riportate da altri. Notizie di leggendarie luminose fortune. Notizie di oscure rovinose cadute.

giovedì 1 ottobre 2026

Ringo Starr e la letteratura contemporanea

Si dice che la musica è più brutta. Adesso è più brutta, prima, negli anni Ottanta, Settanta, Sessanta era più bella. Ho conosciuto molti ventenni che ascoltano Beatles e Led Zeppelin, Lou Reed e Rolling Stones, Fabrizio De André e Lucio Dalla. In fondo, già quando ero adolescente questa musica apparteneva ai fratelli maggiori, e noi la ereditavamo come cappottini diventati troppo stretti (a loro, a noi troppo larghi).

Eppure, non si dice che una volta i musicisti erano più bravi, anche perché non sarebbe vero: il livello tecnico è cresciuto, decisiva è stata la diffusione di conservatori, scuole civiche e corsi privati. Un batterista come Ringo Starr troverebbe ora temibili concorrenti per entrare, non dico, a far parte dei Beatles, ma del gruppo musicale della parrocchia.

Considerazioni un po’ generiche, ok. Ma prendiamole per buone, con le debite eccezioni, e proviamo ad applicarle alla scrittura narrativa. Si scrive adesso peggio di un tempo?

A me non sembra. Perfino su un social leggo persone con una prosa più vivace di quella di Moravia, oppure di Dickens, Scerbanenco, Salgari, Stendhal, Orwell, Simenon. Tra gli scrittori contemporanei arriviamo poi a livelli di eccellenza, virtuosismi ipotattici e mitragliate paratattiche forgiate nei migliori corsi di scrittura; e lo dico senza sarcasmo: quelle frasi suonano come campane a festa!

Quindi tutti contenti, le magnifiche sorti e progressive ci mostrano una letteratura in continua ascesa. E invece no. Se sfrondiamo l’enfasi delle fascette sui libri appena pubblicati, anche qui si lamenta una decadenza del presente. I romanzi di un tempo, viene nuovamente detto, erano più belli, e per una volta non c'è traccia di antica lagnanza: o tempora, o mores!

Una sensazione che deriva non tanto dalla qualità della prosa, ma, ho l’impressione, dalla difficoltà di forgiare una poetica personale. Un termine sdrucciolevole, poetica. Viene collegato a brutte esperienze alle scuole medie: “Bussoli, parlami della poetica di Manzoni.” E io che cercavo lo sguardo dell’Acquistapace, sperando che mi lanciasse un salvagente che non arrivava mai.

Le poche e provvisorie idee al riguardo sono le seguenti: intenderemo con poetica una propria idea di mondo. Ma non solo. Si unisce, in forma non arbitraria e piuttosto per risonanza, a un'idea di scrittura. Impasto che va a produrre una lingua ugualmente personale, una voce.

La voce di Philip Dick non brillava, è stato notato dai detrattori. Ma era comunque perfetta al servizio della sua idea di mondo – nella fattispecie, i mondi erano plurimi e le idee, potentissime, si moltiplicavano. E così anche in Balzac, Pirandello, Lovecraft e perfino in Dostoevskij: tutti scrittori che non stupivano per il virtuosismo con cui tessevano le frasi, o per la scelta di aggettivi e sostantivi. Erano i Ringo Starr della letteratura. Un ritmo semplice e facile da seguire, ma battuta dopo battuta ti trasportava dove volevano. Un luogo che, al colpo finale di charleston, avremmo chiamato capolavoro

Ora siamo diventati più bravi. Ringraziamo di nuovo Baricco, la Holden e le numerose altre scuole di scrittura, che ci hanno riconsegnato alla pagina con maggiore consapevolezza delle possibilità espressive della lingua italiana. Ma sarà più chiaro con un esempio. Ho letto un post su Facebook, era scritto davvero bene, me lo sono bevuto dalla prima all’ultima riga, e poi alla fine mi sono chiesto: qual era l’idea di mondo della sua autrice?

Niente, c’era questa ragazza che vede un uomo di colore in un parcheggio e se lo vorrebbe portare a letto. La stessa idea di mondo di Moravia, si dirà. Non proprio. In Moravia c’era la crisi della società borghese, l’emersione, sempre conflittuale, delle pulsioni inconsce, i maldestri compromessi per vivere, di cui il sesso si faceva interprete ma anche ospite abusivo. Con quella materia incandescente, Moravia ha compreso che doveva premere sul freno della lingua.

Qui invece c’era uomo nero, cazzo lungo, scopare. Un quadretto fenomenologico unito da nessi pavloviani. Il tutto e come ho detto nella confezione sartoriale di una scrittura raffinata, con tanto di fiocco ironico conclusivo. Non Ringo Starr ma Stewart Copeland, e però il suo immenso talento viene dissipato nella solita orchestrina della parrocchia. 

Facciamo un altro esempio. Scrittore quarantenne racconta dei suoi numerosi tentativi di smettere di fumare. Sono divertenti, buffi, arguti e di nuovo scritti benissimo. Anche Italo Svevo, attribuendoli al suo alter ego Zeno Cosini, racconta dei tentativi di smettere di fumare, ma la lingua di Svevo è meno scoppiettante. Dobbiamo concludere che Scrittore è più bravo di Svevo?

Mah, valgono le considerazioni precedenti: qual è l’idea di mondo di Scrittore? In Svevo la lotta con la sigaretta fa da specchio alla lotta per riconoscersi ed essere riconosciuto, in una nebbia umana e sociale in cui il suo corpo dilegua; i sintomi nevrotici divengono così l’unica certezza a cui aggrapparsi. Mentre in Scrittore è puro gioco ironico e combinatorio. Manca una poetica, manca la letteratura.

Tocca aggiungere che ci sono molti scrittori contemporanei con un’idea di mondo e una lingua al suo servizio, ma probabilmente è vero che sono meno di una volta. Abbiamo ora macchine potentissime, come gli americani, ma strade in cui non è possibile superare i 90 km all’ora. E allora sgasiamo ai semafori, nei romanzi, sui social. Sgasiamo ma non compare mai il verde.

Oppure ci affidiamo a una lingua media tarata dagli editor, e già che ci siamo gli deleghiamo anche l’idea di mondo; se non la conoscono loro che nel mondo sanno fare di conto, vendere i libri… Risposta: scrivi una bella saga familiare dove la protagonista, alla fine, oltre alle sue radici tenebrose scopre di essere inclusiva, e va a vivere con un’ammaestratrice di delfini.

Ma forse il vero problema della letteratura contemporanea – oltre alla moria dei lettori stroncati da Netflix – è che di questo mondo qui è difficile farsi un’idea, quindi sviluppare una poetica. Siamo onesti: al tempo della Grande Depressione, anche se non eri Steinbeck, bastava guardarti in giro, e le storie arrivavano da sole. Oppure nella Napoli del dopoguerra, Malaparte ha solo messo in forno e cotto per cinque minuti a fuoco lento, guarnendo il tutto con la sua lingua espressionista e carnale.

Per mostrare quanto siamo bravi dobbiamo così affidarci a quel che passa il convento: le guerre ci sono ancora, ok, ma sembrano lontane, finte, roba da proteste in un campus americano, con le bandiere della Palestina troppo simili a quelle del circo Americano. No, noi le guerre non le vediamo come le vedeva Hemingway. Vediamo noi che vediamo una guerra su YouTube, è diverso.

O in alternativa vediamo uomo nero, mmh, mica male il suo sederino... E un complimento sincero va fatto a chi ha scritto quel post, se non per la poetica per l’onestà intellettuale. L’occidente psichico non avrebbe potuto essere compendiato meglio. Infine vediamo Marlboro che sono solamente Marlboro, in una tautologia che ha lo stesso effetto della musica contemporanea su Battiato. Butta un po’ giù.

lunedì 28 settembre 2026

I cosacchi a San Pietro

Ci sono parole che quando le pronunciamo ci fanno sentire cinque o sei centimetri più alti. Una di queste è resilienza; ma oltre che alto, resilienza mi fa sentire ridicolo: uno spilungone scemo. Così l’ho stralciata dal mio vocabolario. Mentre confesso di essermi fatto contagiare da geopolitica, con quella torno a essere un giocatore di basket.

Naturalmente, prima della guerra in Ucraina, non avevo mai sentito parlare di geopolitica, e anche qui non credo di essere originale. Come con resilienza che non è sinonimo di resistenza (per certi versi, rappresentano concetti fisici opposti), geopolitica non è sinonimo di politica. Ci ho messo un po’ a comprenderlo, mi ha aiutato un paragone algebrico: la geopolitica sta alla politica come una bottiglia di Levissima sta al mare, che per Cechov era semplicemente “grande”.

Entrambi sono composti da acqua, H₂O, ma osservando la sola bottiglia ci perdiamo la corrente del golfo, la barriera corallina, le migrazioni dei grandi cetacei ecc. Resta la comune composizione chimica che, al netto di una diversa concentrazione salina, rappresenta la variabile più significativa, e lo stesso possiamo dire della geografia in rapporto alla politica internazionale. Il dove risponde spesso al perché.

Stando alla geografia, e quindi semplificando parecchio, mi chiedo che rischio possa correre il nostro Paese da parte della Russia, quale paventato da numerosi politici e giornalisti – i famigerati droni russi che starebbero per abbattersi sull’Italia, a cui far seguire i cosacchi del Don ad abbeverare i loro cavalli nelle fontane di San Pietro.

Ma facciamo un passo indietro. Le guerre di confine, di cui trattano i testi di geopolitica, sono sempre esistite. Di norma la scintilla scocca tra nazioni senza discrimini geografici certi (catene montuose, fiumi, mari), le quali si contendono tre cascine con fienile e qualche campo di barbabietole, più che altro per ripicca. Qualcosa di simile a ciò che accade nelle villette a schiera: "Hai sforbiciato la mia porzione di pitosforo, e io adesso mi prendo i tuoi gerani!". In altri casi si tratta di vere e proprie guerre di espansione, alla ricerca di ciò che Hitler chiamava Lebensraum, spazio vitale.

Sono vecchie storie, d’accordo, e però con una inquietante coazione a ripetersi. Ora abbiamo l’intelligenza artificiale, si dirà. E allora usiamola: “Gemini, qual è la distanza minima tra i confini italiani e quelli russi?”

Risposta di Gemini: “La distanza minima in linea d'aria tra i confini dell'Italia e quelli della Russia è di circa 1.150 - 1.160 chilometri. Questa misurazione si ottiene considerando il punto più orientale e settentrionale del confine italiano (il confine orientale del Friuli-Venezia Giulia, nella zona del Tarvisiano/Muggia) e l'exclave russa dell'Oblast' di Kaliningrad nel Mar Baltico.”

Ma tu pensa… la stessa distanza, sempre in linea d’aria, tra Italia e Gran Bretagna. Tra i due territori non si è mai verificata alcuna guerra di confine; a parte lo spauracchio nelle interrogazioni di storia, costituito dal Vallo di Adriano. Ma quella era una guerra di conquista. Tocca così verificare anche le condizioni da cui avrebbe origine una guerra di conquista: Gemini, mi dici ora qual è la differenza di estensione territoriale tra Russia e Italia?

Risposta di Gemini: “La differenza di estensione territoriale tra i due paesi è impressionante: la Russia è circa 56,5 volte più grande dell'Italia. Russia, superficie totale: 17.098.242 km², 1° posto al mondo. Italia: 302.073 km², 72° posto. La Russia ha circa 16.796.169 km² di territorio in più rispetto all'Italia.”

Grazie Gemini, ti risparmio la domanda sulla diversa disponibilità di materie prime tra le due nazioni; sempre che non si voglia considerare tra le materie prime anche pizza, mandolino e mafia; ma con l’ultima delle tre, anche la Russia sta messa piuttosto bene.

Torniamo a bomba, si fa per dire, al nostro quesito di partenza: dal punto di vista geopolitico – e tac, eccomi di nuovo più alto di cinque o sei centimetri – le probabilità che la Russia abbia intenzioni fagocitanti verso l’Italia sono uguali a zero. Nessuna guerra di confine, già che siamo ben lontani dal confinare. Nessuna guerra di espansione, lo stivaletto italico non consegnerebbe alla Russia alcuno spazio vitale, di cui semmai eccede e non difetta. I territori vanno infatti anche presidiati, e ciò ha un costo che ha contribuito a far crollare qualche impero.

Rimangono le più complesse variabili politiche (la barriera corallina, la corrente del golfo, la migrazione dei grandi cetacei... ricordate?) che vedono un paese, non diversamente da un animale, aggredirne un altro quando si senta minacciato. È questo il caso?

Ni, mi verrebbe da dire. Da una parte la Russia ha ancora memoria degli alpini, e dei loro scarponi primaverili modello Milano, con cui cercammo di invaderli nel luglio del 1941. Seguì la disastrosa ritirata conclusa (per chi riuscì a concluderla) nel marzo del 1943, e anche di quella non si sono mai scordati. Perciò ci considerano una minaccia come Tyson potrebbe sentirsi minacciato da Mr. Bean.

Ma è anche vero che l’Italia fa parte della NATO e dell’Unione Europea, da cui, per ragioni sindacabili ma non completamente infondate, la Russia percepisce ostilità, e viceversa – per i paesi baltici il rischio potrebbe essere reale: il tanto ambito accesso al mare ricercato dalla Russia, che portò l'Inghilterra a finanziare la Spedizione dei Mille, con ciò evitando che l'Impero zarista creasse un proprio porto militare in Sicilia.

Inoltre, c’è la questione delle armi all’Ucraina, connessa a chi istruisce al loro utilizzo; perlopiù si tratta di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche militari italiani affiancano l'esercito ucraino per la difesa aerea SAMP/T. Vanno aggiunte le sanzioni a loro danno, che, sulla base di una bilancia invisibile ma saldamente collocata nella mente dei popoli, dovrebbero colpire con severità persino maggiore Israele. Un’asimmetria di trattamento che ai russi non sfugge, ricordiamoci che sono una terra di scacchisti.

Continuando a stare dentro parametri analitici e non morali – da questo punto di vista, Putin è una persona che nessuno vorrebbe al proprio matrimonio, diciamo pure un criminale –, ciò che ci allontana dalla Russia sono principalmente gli umori: non elementi concreti che potrebbero essere superati con un'azione diplomatica incisiva, e mi riferisco di nuovo alla guerra in Ucraina. Piuttosto sentimenti, psicologia, stati d'animo che si fanno stati di fatto. “Come bambini che si fan dispetti a scuola”, cantava Guccini in Keaton, brano composto da Claudio Lolli.

In questi casi, o si prosegue con i dispetti fino a che non si arriva alle mani, oppure ci si trova a casa di un amico comune (potrebbe essere la Turchia, oppure la Cina) e si vede se si riesce a stringersi la mano dopo averci sputato sopra. Incrementare gli armamenti europei e magari introdurre la leva obbligatoria, rientrerebbe al contrario nella spirale dei dispetti. E poi che guerra pensiamo che, nel caso, sarebbe: ancora un conflitto come la campagna di Russia, con scarponcini questa volta un poco più isolati con il Gore-Tex?

Per comprenderlo, chiamiamo nuovamente in causa l’IA: Gemini, di quante testate nucleari dispone la Russia?

Risposta di Gemini: “La Russia possiede l'arsenale nucleare più grande al mondo. Secondo le stime indipendenti più recenti diffuse dalla Federation of American Scientists (FAS) e dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), il totale complessivo è di circa 5.400 - 5.500 testate nucleari.”

E se sommiamo tutti i paesi aderenti all'Unione Europea, a quante testate nucleari arriviamo?

Risposta di Gemini: “Sommando tutti i paesi aderenti all'Unione Europea, si arriva a un totale di circa 290 testate nucleari. Questa cifra corrisponde interamente all'arsenale della Francia, che è attualmente l'unico stato membro dell'Unione Europea a possedere un proprio deterrente nucleare (la Force de frappe), a seguito dell'uscita del Regno Unito dall'UE (Brexit).”

In termini proporzionali, la Russia dispone dunque di un arsenale atomico quasi venti volte superiore a quello europeo, lasciando come giusto gli Stati Uniti fuori dal computo, vista la loro dichiarata indisponibilità a dar seguito agli accordi di alleanza difensiva della NATO; al limite, potremmo aggiungere le 225 testate nucleari inglesi. Ma in questo Risiko degno del Dottor Stranamore, il mondo sarebbe già stato restituito a virus e batteri, oltre che a qualche pantegana sopravvissuta a Chernobyl.

Se a parlare di geopolitica ci sentiamo più alti, la geopolitica ci ha raccontato una storia di quando, in realtà, eravamo più piccoli, addirittura bambini. E i bambini, se vogliono concludere un litigio, devono prima chiedersi scusa. Quindi farsi dei regalini simbolici – che so, un sacchetto di biglie o la coda di una lucertola – e capire a cosa rinunciare in favore di un bene più grande; la pace, ad esempio. Di norma, la prima cosa a cui rinunciare è l’orgoglio.

domenica 27 settembre 2026

Una pratica concreta, artigianale, corporea

Il monitor del mio computer è continuamente solcato da annunci di corsi di scrittura, soprattutto nei social hanno preso a comparire a ogni scroll. Molti di questi corsi sono ottimi, ho avuto un paio di esperienze e non posso dire nulla di negativo. Altri, così a naso, lo sono un po’ meno, ma appartiene alle leggi di natura che ogni vittima (della propria vanità) trovi il suo carnefice. Ci sono poi quelli con formulazioni stravaganti. Ad esempio: impara la scrittura come pratica concreta, artigianale, corporea (claim ripreso dalla pagina web della Scuola Holden).

Tutte cose giuste, per carità. Se non fosse che a questo punto vale tutto, e cade ogni distinzione. Pratica concreta, artigianale, corporea è infatti anche tracciare le equazioni della termodinamica su una lavagna, oppure dare una passata di cancellino, al termine della lezione, per sostituirle con un enorme fallo sorridente. Il professore subentrato nell’ora successiva chiederà: “Chi cazzo è stato?!” Ma accorgendosi del lapsus, aprirà il registro e farà finta di niente.

Ecco, il cazzo sì che è una cosa davvero corporea. Da dove proviene questo mito moderno costituito dall’incarnazione o, ancora meglio, da una iper fisicità, testimonianza pubblica di sé di cui la scrittura si fa metafora? Non più il contrario: il corpo come testo editato, attraverso l'abbigliamento e la cosmesi, per testimoniare adesione all'ordine sociale, in alternativa alla sua trasandata dissidenza. Forse un contrappasso a secoli di astrazione; la filosofia era idealistica, e le gambe delle sedie venivano ricoperte per non suscitare pericolose analogie.

Mi viene in mente un bel film con Helen Hunt, nel quale interpreta il ruolo di una assistente sessuale; non è un eufemismo per prostituta: Hunt offriva piacere solo a chi era colpito da gravi disabilità, come il protagonista del film che è tratto dalla storia vera del poeta e scrittore Mark O'Brien. Può turbare ciò che faceva Helen Hunt, ma la sua è un’attività letteralmente pratica, concreta, artigianale, corporea.

Oltre ai corsi di scrittura, proporrei corsi di questo genere. Non il segreto per fare impazzire il tuo uomo a letto, quelli esistono già. Esercitati prima con una zucchina – la postura della mano ti viene insegnata al corso –, e invece di sognare di diventare uno scrittore, una scrittrice, vai a masturbare gli handicappati. Non comparirà mai il tuo nome sulla pagina di Tuttolibri, pazienza. Ma anche gli handicappati hanno un sesso, meritevole di cura e attenzione non meno di un periodo pieno di subordinate, e le handicappate certe bocce che Monica Bellucci se le sogna.

C’è però il caso che tu non ti senta tagliato/a per questo genere di esercizio, ci sta. Allora scrivi pure, frequenta la Holden, 14.000 euro all’anno, cosa saranno mai, non ci compri nemmeno una Panda. Ma poi non venire a raccontarci che ti stai dedicando a una pratica concreta, artigianale, corporea. Perché se ti ascolta Helen Hunt, con la Panda ti stira sulle strisce.

venerdì 25 settembre 2026

Eufemismi

Se i fanali della Panda vengono ora chiamati firma luminosa, l’abito della prima comunione outfit e perlage le bollicine dello spumante delle giostre, quello che vincevi – e non lo vincevi quasi mai – al tirassegno quando colpivi la capocchia del fiammifero innescando la reazione pirica nel clorato di potassio, ai barbuti antenati di Lascaux faceva sgranare gli occhi, meravigliati, in cui si rifletteva meravigliosa la fiammella, come a Renato Pozzetto nel Ragazzo di campagna al passaggio del treno, mi chiedo in che modo dovrei chiamare il buco del culo per non sfigurare a una cena dei coscritti, metti si stia parlando di certi filmini che si guardavano ai nostri tempi in videocassetta, preferibilmente di pomeriggio, mentre i genitori erano a colloquio con gli insegnanti, al ritorno non avrebbero emesso parola per tutta la durata della cena, ma ci avrebbero revocato la paghetta settimanale… Ano è troppo formale, propenderei per personal pretty hole.

Batto il mio tamburo

Una brava scrittrice, un'arguta animatrice del web, un'influencer che, lei per prima e con ironia, non crede alla propria influenza, pubblica su Facebook un proprio selfie. La donna è molto bella, e come prevedibile riceve un mucchio di like, cuoricini, commenti. Credo più per il suo aspetto fisico che per le parole di accompagnamento all’immagine. Io le trovo altrettanto belle, e così le riporto per intero. Con una piccola chiosa.

“Lo so che il selfie è morto e sepolto, ma il passo successivo sarà farmi dei video nei quali do la mia opinione su qualcosa o mi metto a far polemica. Come fate voi, dal divano di casa vostra, senza nemmeno darvi una pettinata. Nei libri di storia dell'evoluzione del mondo virtuale, sarà convalidata la dignità del selfie rispetto allo sfascio che ne è seguito.”

Ha ragioni da vendere, anche se mi sembrano variazioni sulla stessa nota. Faccio un passo indietro. In un brano del 1976 (Banging On My Drum), cantava Lou Reed: "Batto il mio tamburo, batto il mio tamburo, batto il mio tamburo."

Il selfie è un tamburello, di quelli percossi dai fricchettoni alle fermate del metrò. Le video declamazioni dal divano di casa, in cui si offrono opinioni come becchime ai piccioni di Piazza San Marco, sono una batteria un po' fracassona. Seguono colpi di scopa al soffitto da parte dei vicini: "Basta, SILENZIO! Vogliamo dormire."

Ma siamo sempre all'one man show, manca il resto dell'orchestra: dove sono i violini, le viole d'amore, i fiati? Forse il pullman se li è scordati a un Autogrill...

giovedì 24 settembre 2026

Sulky Fashion

Ho letto su Facebook un bell'intervento dell’amico Paolo Landi. Si parla di Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite che come molti già sapevano (io al solito casco dal pero) ha di recente posato sulla copertina della rivista di moda Love, dove indossa indumenti Loro Piana.

Il testo di Landi è ben scritto e argomentato, tutta la vicenda viene ricostruita con dovizia. Non è dunque colpa sua se dopo un po’ mi sono perso: non ho capito se Loro Piana, che appartiene al gruppo LVMH, sia da considerarsi “buono” o “cattivo” – l’aggettivo va ovviamente riferito alla questione palestinese. Da lì passa infatti il meridiano morale da cui diramano i successivi spicchi.

In questo gioco di posizione in cui ci si rinfaccia ogni minimo gesto, parola pronunciata o non pronunciata a un cocerto rock, pratica personale con l’accusa di collateralismo, non imbarazza che una donna ancora piacente possa posare per un servizio di moda. Non me, almeno. Forse perché non sono interessato a conoscere il grado di amicizia di LVMH con Israele, e dunque la coerenza di Albanese con le sue storiche battaglie.

Non mi sfugge però una forma di posizionamento ancora più radicale. Nasce dall’intima contiguità, già a partire dal vocabolario, tra etica ed estetica: la troviamo stampata in carta lucida su qualsiasi rivista di moda, e rappresenta un piano più radicale e profondo di adesione allo spirito del tempo, o Zeitgeist, come veniva pronunciato con tono austero da Johann Gottfried Herder.

Con Pasolini, quello spiritello acciuffabile solo per via indiretta e simbolica, prende la sigla di nuovo fascismo, a coincidere con la libertà di fare il cazzo che ci pare, a patto di essere buoni consumatori – dei prodotti LVMH, ad esempio.

Ora Pasolini probabilmente esagerava con il parallelismo, e non ho mai visto un truce manipolo di redattori di Vogue obbligare qualcuno a ingollare olio di ricino. Ma è un fatto che quell'estetica – sulky fashion, potremmo definirla nella circostanza – determina un preciso posizionamento nei confronti di tutto ciò che esiste, e non solo della più che legittima (oltreché negata) esistenza di una piccola porzione di mondo chiamata Palestina.

L’impressione restituita dalle fotografie non procura così alcuno scandalo, almeno se vogliamo essere obiettivi. Ma proietta una luce diversa su certe passate prese di posizione di Francesca Albanese: le sentenze morali, l'indice levato da maestrina virtuosa, la certezza di abitare l’unica forma del Bene e del Giusto. A determinare il giudizio di sbagliato rivolto agli altri, e lo dico da persona che ne condivide la sostanza di pensiero. Ma non la forma.

Per concludere senza conclusioni, mi è sfuggito il filo che consente di riannodare il gomitolo dell’intera faccenda. L’unica provvisoria sensazione è che Francesca Albanese abiti il mio stesso ambiguo mondo. Non è troppo diverso – e non è nemmeno troppo attraente, tocca aggiungere con mestizia, più che con rimprovero – da quello abitato da un trapper.

Lei con uno squisito outfit Loro Piana e il viso imbronciato, mentre la risacca dell’onda le lambisce i piedi; io a digitare sciocchezze su un social dove, se va di lusso, raggiungerò una decina di like; e il trapper che si tocca il pacco e ostenta un Patek Philippe in platino da 150.000 euro.

mercoledì 23 settembre 2026

Io so (mi ricordo 89)

Mi ricordo bene di lei, anche se non siamo mai stati amici. A meno di non considerare la proprietà transitiva, che la vedeva amica di una mia cara amica e, in seguito, fidanzata con un altro amico, ma durò poco. Quando si sposò con un diverso ragazzo – si mormorava che fosse rimasta incinta – aveva diciotto anni; io uno di meno, quindi non potevo ancora guidare l’automobile. Così andai al suo matrimonio in Vespa.

Non che fossi stato invitato, c’era di mezzo nuovamente lo zampino della stessa amica comune, Paola. Incrociata al Bar Paninoteca Number One, mi aveva detto trafelata: “Tra mezz’ora si sposa Katia, dai che andiamo a fare casino al suo matrimonio!”

Finimmo di ascoltare Amore disperato di Nada al juke-box e partimmo con una leggera impennata. La chiesa si trovava a tre o quattro chilometri da Sondrio, in un paesino chiamato Albosaggia. Ormai Paola un po’ la conoscevo, e sapevo che quando aveva detto andiamo a fare casino parlava sul serio: ma non pensavo così tanto casino.

Paola continuava a dire cose buffe ad alta voce, ed entrambi ridevamo dai banchi in ultima fila, trafitti dalle occhiatacce incendiarie del parroco. Gli altri però non badavano a noi, nell’aria c’era la percezione di qualcosa di denso, quasi appiccicoso, la felpa Stone Island ne era intrisa. Non si trattava del fumo delle candele o dell’odore di incenso; non si trattava nemmeno dell’essenza dolciastra di tuberosa, presente nei profumi femminili dell’epoca.

Era il primo matrimonio a cui andavo, almeno se non consideriamo il buffet seguito al matrimonio di una cugina di mia madre, dove feci indigestione di tartine al salmone. Ma avevo sette anni. A posteriori, direi un condensato emotivo, non saprei come altro chiamarlo... forse felicità.

Sì, quel giorno di fine settembre tutti apparivano felici, credo di non avere mai più incontrato tanta felicità stoccata in un unico luogo; nemmeno negli stadi dopo la vittoria di un derby: quella si chiama euforia, ed è un’altra cosa.

Al matrimonio di Katia invece non c’era euforia, sfiatava solo un po' di allegrezza da due adolescenti casinisti in ultima fila. Lei diciott’anni, un marito e un bambino dentro la pancia. Io diciassette e una Vespa PX bianca con l’adesivo di Radio Studio 105. Paola fumava Marlboro come fossero canne, aspirando dal palmo della mano disposto a conca, in cui faceva filtrare la sigaretta. In questa memoria è però contenuto un errore: Katia non si chiamava Katia, ma Catia con la c di caduta.

L’ho scoperto ieri, stava scritto sui manifesti funebri affissi sulla bacheca di metallo davanti a Diego, il mio meccanico. Per portare il cane a pisciare ci passo davanti ogni giorno, e controllo se compare il nome di qualcuno che conosco; in ciò replico lo sguardo di mio nonno, allora non capivo cosa cazzo c’avesse da guardare.

L’età di Catia non veniva indicata, ma io la so, ormai so tante cose, la maggior parte del tutto inutili. Come so che quel giorno – l’abito bianco lungo, il riso impigliato tra i capelli all'uscita – era davvero felice. Questa voragine oscena da cui siamo risucchiati non cancella il fatto che la felicità esista, l’abbiamo perfino sperimentata. E so anche che il parroco avrebbe preso me e Paola a calci nel culo.

martedì 22 settembre 2026

Monsieur de Lapalisse

Sulla soporifera polemica sortita dalla sparata di Tajani su gonne lunghe/gonne corte, si è già detto tutto. Rimane il paratesto; nella circostanza coincide con un personaggio di Quelli della notte, il trombettista Massimo Catalano. Interpellato da Renzo Arbore su qualsiasi argomento, Catalano rispondeva, serafico, con delle assolute ovvietà. Ad esempio: tra una pietanza deliziosa benché priva di grassi saturi, è offerta da un caro amico che ti ha invitato a cena nella sua villa con piscina, dalla terrazza si scorge il sole tramontare tra le braccia del golfo del Tigullio, e una schifezza tossica costata un patrimonio in una fetida bettola (dove, per giunta, ti hanno assegnato il tavolo vicino alla porta del cesso), meglio la prima opzione.

Tajani intendeva dire qualcosa di simile, ma, per pruderie, si è censurato, e ha provato a figurarlo con una metafora, che gli è venuta pure male: non è detto che fedifraga sia la donna con la gonna più corta, in amore non esistono garanzie formali. Bastava farglielo notare e poi dargli una carezza, come a uno zio un po’ grullo: “Hai ragione zio, meglio sposare una donna giovane e bella e buona e intelligente e fedele, che una vecchia e racchia e stronza e scema che ti riempie di corna. Adesso però facciamoci una partita a rubamazzetto. E non infervorarti, se no ti sale la pressione.”

domenica 20 settembre 2026

Anna e Marco Reload

La vicenda della professoressa accoltellata da uno studente definito di buona famiglia, a indizio di come basti anteporre l'aggettivo per stravolgere una famiglia buona (madre insegnante e padre funzionario di toponomastica del Comune di Roma, per cavarci dagli impicci), con genitori che stravedevano per quell’unico figlio di tredici anni, è talmente satura di elementi simbolici da non essere commentabile, ma solo contemplata.

E allora guardiamola, guardiamo entrambi come fa Lucio Dalla all’inizio di una delle sue canzoni più belle; dal momento che non ne conosciamo il nome, chiameremo il ragazzo allo stesso modo, Marco, e la professoressa Anna.

Anna: lei ringhio, lei sovranismo e stranieri fo’ di ball, così scriveva sui social quando rientrava a casa stanca da scuola; quei maledetti zucconi non mi stanno ad ascoltare, pensa. Ma subito dopo essere stata colpita, dichiara, sempre lei, trepidante alla stampa: Povero cucciolo (un cucciolo di razza, bada bene, cucciolo ariano con pedigree), vorrei tanto abbracciarlo. Non ne avevo intuito il malessere.

Marco: lui palestra, armi, boxe e true crime, lui rancore e casco da bicicletta su cui ha montato una videocamera; la avvia nei bagni per mostrare in diretta Telegram il tentativo di omicidio; avrà quel che si merita, pensa a sua volta. Lo spray al peperoncino fa solo da condimento, e viene brandito come fanno le prostitute slave per difendersi dai clienti molesti.

Ma nella canzone di Dalla è contemplata una terza figura. Forse è un doppio dell’autore, forse si tratta dell’ascoltatore implicito, forse… Nel testo non viene specificato, si dice solamente “una checca che fa il tifo" – per i due ragazzi, Anna e Marco; hanno iniziato a ballare un lento impacciato dentro una discoteca di provincia. Questa terza figura è l’altro.

L’altro è Africa, è speranza, deserti da pisciare e barconi da vomitare, è torna a casa tua baluba che ti ronza nelle orecchie. Ma l’altro è anche compagno di classe, è coraggio, interviene e blocca l’aggressore, lo disarma. L’altro, infine, a casa ci torna per davvero, nella casa famiglia a Centocelle dove vive senza più alcun contatto con i genitori biologici.

A canzone terminata – ecco l’unica cosa che possiamo dire –, la realtà si mostra molto più abile delle arti nello svelamento apocalittico del nostro tempo; non parliamo di sociologia e psicologia, che arrivano sempre con tre o quattro treni di ritardo. Forse per il peso di tutte quelle citazioni che esibiscono come un trofeo di caccia.

Se vogliamo distrarci andiamo dunque al cinema, oppure in libreria o ascoltiamo una bella canzone; Lucio Dalla ne ha composte tante. Se invece vogliamo capire, guardiamo lo specchio: uno specchio qualsiasi va bene, anche quello del camerino di Tezenis.

Le donne occidentali entrano e si provano un reggiseno. Ha piccole ciliegine rosse stampate sul tessuto chiaro, ricorda l’intimo del Postal Market. Le donne occidentali, chiamiamole sempre Anna, si specchiano, controllano che metta in risalto la forma ancora prospera del seno. Le ciliegine sono stuzzicanti.

Seguono gli uomini occidentali, noi insomma, gli infiniti Marco. Allo specchio ci sinceriamo che, grazie all’enorme fascia elastica, le nuove mutande riescano a camuffare il fatto di averlo più piccolo (molto più piccolo) di Rocco Siffredi. Al posto delle ciliegine sulla fascia sta scritto Tezenis, Tezenis, Tezenis. Viene ripetuto come se anche noi fossimo studenti zucconi.

Già che siamo qui, dice Anna a Marco, mandiamogli un WhatsApp. “Sì, buona idea” risponde lui, e Anna comincia a digitare: “Amo’💗 dove sei… cosa fai… come stai? Io e papà stiamo da Tezenis, dobbiamo prenderti qualcosa? Magari na felpetta per quando esci sudato da palestra.”

martedì 15 settembre 2026

Nomen omen (mi ricordo 88)

Mi ricordo che le bambine si chiamavano Patrizia, Raffaella, Francesca, Laura, Giovanna, Paola, Tiziana, Anna, Michela, Simona, Silvia, Cinzia, Stefania, Barbara, Daniela, Cristina, Emanuela, Monica, Katia, Roberta, Elena. Solo più tardi arrivarono le Deborah e le Samantha, in uno slancio inarrestabile che portò a Jessica, Sharon, Chantal per culminare con Suellen e Pamela, in concomitanza allo sceneggiato televisivo Dallas.

Ben saldo al primo posto il nome che sussurravo nelle preghiere prima di addormentarmi. Si mostrava però asimmetrico in diffusione geografica, e mentre Maria continuava a imporsi al Sud, seguito da Carmela, Giuseppina, Concetta e Assunta, nelle classi scolastiche valtellinesi era stato superato perfino da Sabrina, il cui diminutivo diventava Sabri, o per essere più precisi la Sabri.

Tra i maschi molti Marco, Giuseppe, Antonio, Stefano, Giovanni, Massimo, Francesco, Roberto, Paolo, Luca, Alessandro, Carlo, Vittorio, Andrea, Luigi, Giorgio, Maurizio, Fabio; qualche Federico e Claudio anche, ma erano già percepiti come nomi esotici. I Kevin e i Brando e i Nicolas seguirono senza affrettarsi, sempre a riflesso della programmazione cinetelevisiva – aggirando il Regio Decreto 9 luglio 1939, sono registrati casi di Sandokan, Yanez, Tex e, si dice, un Goldrake.

Ma se tagliamo questi estremi, era sul versante femminile che i genitori sperimentavano di più; i maschi, negli anni Settanta, si chiamavano ancora con i nomi dei nonni, che a loro volta si chiamavano come i trisavoli. Non so per quale ragione i miei genitori decisero di chiamarmi Guido.

Un nome, all’epoca, ancora piuttosto diffuso in Toscana, ma nel Nord Italia confinato a una sparuta cucciolata di bambini. La cosa che più mi faceva incavolare è che poi ti dicevano "Guido la Vespa", come se non esistesse anche la Lambretta e altre motociclette più scattanti. Potevano chiamarmi Marco o Luca o, ancora meglio, Diego, come Don Diego della Vega, in arte Zorro. Invece Guido.

Per quale motivo, mi domandavo, quei bambini crocifissi alla guida di immaginarie Vespe, finivano col diventare chierichetti oppure scemi del villaggio. La maggior parte dei Guido che ho conosciuto sembravano segnati da un destino biforcuto; per conferma, ho cominciato a comporre una lista. Ma soprattutto: a quale delle due categorie appartenevo?

In effetti, per due anni, ho servito messa nella chiesa collegiata dei santi Gervasio e Protasio. Esistono però anche chierichetti un po' tocchi, e il rovello rimaneva. Avrei potuto sottopormi a un test per stabilire il quoziente di intelligenza, come chi setaccia il proprio DNA per scongiurare malattie ereditarie. Con il nome che mi ritrovo, concludevo, meglio non rischiare.

Quando i Guido chierichetti fanno carriera diventano sacrestani, mentre per i Guido scemi del villaggio la scalata sociale si realizza tra i venditori di assicurazioni e i laureati al Dams. Sennonché, i laureati al Dams contemplano scemi con qualsiasi appellativo, maschi e femmine senza distinzione. Dunque non fanno testo.

Per una curiosa coincidenza, uno dei miei migliori amici si chiama Guido, ed entrambi – nomen omen – finimmo con l'acquistare una Vespa. Forse allo scopo di risparmiare sulla miscela, capitava che montassimo su un solo mezzo per raggiungere qualche discoteca fuorimano; di solito si trattava del mio PX, più comodo della sua ET3. La probabilità di trovare due Guido sulla stessa lunga sella della Vespa, ho calcolato, è dello 0,002%, e cioè una possibilità su 50.000 coppie di motociclisti.

Va detto che anche lui ha indossato il sottanone nero a cui sovrapporre la mozzetta bianca ricamata (più tardi, il sottanone diventò rosso vermiglio; un tocco di colore in pieno spirito post conciliare), ma l’ha scampata dal diventare scemo del villaggio. Il mio amico Guido di lavoro fa il rappresentante di vini, e così ha occasione di dare passaggi agli autostoppisti; una pratica sempre meno diffusa dopo il Covid, ma qualcuno si trova ancora.

Quando la persona che sale a bordo inizia a fare discorsi strampalati o, diciamo pure, dà chiari segni di instabilità mentale, abbassa il volume della canzone di Paolo Conte che sta ascoltando e si presenta: “Dimenticavo, io mi chiamo Guido, piacere. Per caso è anche il tuo nome?”

"Come fai a saperlo?!"

A quel punto mi manda un WhatsApp: “Ne ho caricato un altro.”

“Un altro Guido?” rispondo io fingendo di cadere dal pero.

“Sì, un cretino meraviglioso: va assolutamente aggiunto alla lista.”

Spero solo che accosti e non digiti al volante di una di quelle auto che hanno i rappresentanti di commercio, piene di cataloghi, mentine, mutande di ricambio e cartoni di flûte da omaggiare ai clienti migliori. Peccato che i sacrestani facciano raramente l’autostop.

lunedì 14 settembre 2026

Elogio dell'ipocrisia

 

Lo immagino, anzi lo so, come lo sapeva Pasolini, quel che oggi accade tra le macerie di Gaza, oppure nei biondi campi di frumento dell’Ucraina, del Sudan ricordo le maschere in mogano che vendevano sulla spiaggia di Mirabella, il Myanmar a malapena riesco a collocarlo sulla carta geografica. Sono oltre cinquanta i conflitti armati nel mondo. E poi le diagnosi che la gente non vorrebbe sentire, il cugino di mia madre, novantaquattro anni, a cui portare i biscotti Plasmon nella RSA di Tresivio; non ha altri parenti e i Plasmon glieli prendiamo noi, nella RSA gli concedono solo due biscotti per colazione. Senza contare i miei numerosi acciacchi, mi impediscono quasi di camminare ma non di cercare su internet quell’orologio che tanto mi piace; è lo stesso modello che indossava Jacques Cousteau sulla Calypso, se riesco a mettere da parte qualche soldo... Una pappa consumistica di sogno da cui vengo distratto nell’aprire la bacheca di Facebook. Mi propone il post di una scrittrice che cerco sempre di evitare, i suoi testi sono sperimentali e stilisticamente ardimentosi. L'algoritmo, anche se non siamo in contatto, si prende le sue belle cantonate, e così rieccola di nuovo. Oggi si arrovella sul fatto che le sue opere sperimentali e stilisticamente ardimentose hanno vendite modeste. Aggiunge che un caro amico, ugualmente scrittore, quest'estate le ha detto: “A te non deve riguardare. Tu devi mirare all'opera, è il lettore che deve venire verso di te, non il contrario.” Mi è sempre stata antipatica questa scrittrice, non c’è niente da fare; e devo dire che anche il caro amico scrittore possiede tutti i requisiti per starmi sulle balle. Oggi però mi ha fatto tenerezza, la scrittrice intendo. Eravamo uguali: lei con i suoi fantasmi da disconoscimento dei capolavori che consegna ai lettori di Fabio Volo, io con il mio orologetto piccolo borghese, non saprei nemmeno quando indossarlo; un orologio subacqueo per uno che è dieci anni che non vede il mare. Io fallito alla radice biologica della vita, lei a quella simbolica e astratta. Un perfetto dittico del disgusto, pensavo ritornando con la mente nemmeno troppo affranta ai cinquanta conflitti, terremoti, inondazioni. Il mondo va a rotoli, l’intelligenza artificiale, scrivono, ci chiederà a breve un conto salato. Ma essere uomini tra gli uomini, donne tra le donne, nel social tempo finale è condividere i modestissimi cazzi propri, come fossero chicchi di riso da lanciare agli sposi appena usciti dalla chiesa. Perché la gente non si precipita in libreria ad acquistare il mio capolavoro sperimentale, si chiede la scrittrice soffusa da un’aura che non è nemmeno più antipatia: è essere estensione riflettente della propria epoca, come i Ray-Ban a specchio negli anni Settanta; perché quell’orologio subacqueo ancora non brilla al mio polso? Non ditemelo, lo so già. I bei tempi di quando c’era ancora l’ipocrisia, e si rispondeva grazie, tutto bene, omaggi alla signora.

mercoledì 9 settembre 2026

Giudizio e pregiudizio

 

C’è uno spettro che si aggira per gli studi degli osteopati, nelle palestre dove si pratica yoga, tra chi tutte le sere accende un incenso sul comodino e poi comincia a meditare, come faccio io. Quello spettro non è muto alla maniera di altri spettri, che si limitano a dare una spintarella alle tazzine, o a produrre bagliori notturni, rumore di ferraglia: è uno spettro che parla, o più propriamente sussurra. Ti si avvicina a un orecchio e dice: “Non giudicare!”

In fondo è quanto ci ammonisce a fare anche Gesù – “Non giudicate, per non essere giudicati” (Matteo 7, 1-5) – e se lo dice Gesù e poi il tuo osteopata, magari lo spettro c’ha pure ragione. Se non fosse che, negli ultimi decenni, è passata un’interpretazione teologica un po’ bizzarra, potremmo riformulare il non giudizio con fatti i cazzi i tuoi.

Il 7 ottobre un commando di Hamas penetra in Israele, quindi stermina o rapisce centinaia di giovani che stavano partecipando a un rave party. Fatti i cazzi i tuoi, meglio ancora se non guardi la televisione, fa vedere solo cose brutte. Israele reagisce in modo indiscriminato, uccidendo, a oggi, oltre 75.000 civili nella striscia di Gaza, di cui 21.000 erano bambini. Continua a farti i cazzi tuoi, non ti avevo detto di sostituire la televisione con un tappetino per gli asana?

Alla fine mi sono convinto che ciò che i vangeli e le tradizioni asiatiche chiamano giudizio sia, in realtà, il pre-giudizio. Non avere una mente pregiudicata viene a ragione considerata una virtù, Heidegger chiama i pregiudizi si dice: si dice che i neri abbiano la musica nel sangue; si dice che giocare a basket fa diventare alti; si dice che le carote fanno bene agli occhi: hai mai visto un coniglio con gli occhiali? Si dice, anche, che un uomo dovrebbe amare una donna e una donna un uomo, e dunque due persone dello stesso sesso che si amano vanno mica tanto bene.

Nell'ultimo esempio, oltre a un pregiudizio, abbiamo un'accusa: l'omosessualità è male viene implicitamente detto, ma male verso chi? Perché ci sia un'accusa devono esserci una vittima e un colpevole, o, se vogliamo assumere un registro da Grand Guignol, un carnefice. Peccato che l'amore e il suo riflesso fisico nel sesso (non lo stupro) siano la cosa più consensuale che esista; nessuna vittima, nessun carnefice. Fatti i cazzi tuoi va in questo caso benissimo.

Su quella variante del giudizio che è l'accusa si dovrebbe essere cauti, e magari davvero evitarla. Anche nei casi di colpe reali – mettiamo la pedofilia, dove chi abusa è spesso stato abusato in gioventù – che è necessario sanzionare penalmente, giudicando il fatto, ma non la persona, da riconsegnare al mistero umano più fitto. A meno di non ricascare di nuovo nel pregiudizio.

Il pregiudizio si mostra così come un giudizio tra gli altri; solo non lo produci tu ma è già avvenuto a monte, prendilo, dai, non essere timido... Ci pensa il tuo osteopata, con aria ispirata da guru, a pensare per te, e ti invita a non giudicare. O detta in altre parole: il pregiudizio non è frutto di un processo valutativo, ma viene ritirato cotto e servito al takeaway del mondo.

Al contrario, il giudizio autentico, ma meglio ancora sarebbe usare il termine opinione, che contiene una sfumatura più personale e scevra da moralismi, ciò che gli anglosassoni definiscono my two cents, l’opinione è un giudizio che prima di manifestarsi deve attraversare tre momenti distinti. In filosofia e nella pedagogia moderna corrispondono a: 1) analisi; 2) ricomposizione; 3) sintesi.

All’opinione, o giudizio autentico, dovrebbe però seguire l’azione, il quarto momento che chiude il cerchio. Lo stallo politico e civile dell’Occidente non sarà allora una forma di scissione? Le parole, scivolando sulle cose senza giudicarle, non vi aderiscono più, e perciò non sono in grado di cambiarle. Al loro posto un deficit, un’assenza di pensiero critico (ecco un altro termine utile a distinguere giudizio da pregiudizio) che porta all’inibizione dell’azione riparatrice: sia nella vita personale, sia in quella collettiva.

Anche l'invito al non giudizio va giudicato, per smascherarne infine lo sfondo ideologico, e restituire allo spettro il suo inutile diktat. Ma per non cascare nell'eccesso opposto costituito dalla sentenziosità – e questo fa schifo, e quell’altro è scemo, adesso gliela faccio vedere io, e poi giù a insultare qualcuno su un social – suggerisco una ritraduzione del testo evangelico: non pregiudicate, se non volete essere pregiudicati.

martedì 8 settembre 2026

Peppa Tencia, o sui tre scenari in Palestina

Negli Stati Uniti, in data 3 settembre 2026, la Camera dei Rappresentanti ha votato delle misure a favore di Israele. O per essere più precisi, le misure sono di contrasto a possibili azioni di boicottaggio nei confronti dello storico alleato. Le premesse umorali del provvedimento vanno ricercate, in America, soprattutto nei campus universitari, tradizionali luoghi di dissenso politico, specie nei confronti del trumpismo. Il nome del pacchetto di leggi è Protect Economic and Academic Freedom Act (H.R. 4795), ma confesso di non saperne molto più di questa sigla. Mi sono così rivolto all’IA Gemini, che precisa quanto segue:

Cosa prevede la legge

• Taglio dei fondi federali: Le università e i college statunitensi che partecipano a programmi di aiuti finanziari federali o ricevono fondi per studi internazionali e linguistici perderanno tali finanziamenti se aderiscono a boicottaggi commerciali o accademici contro Israele.

• Garantire la cooperazione: Gli atenei devono certificare annualmente di non porre restrizioni o ostacoli a programmi di scambio, ricerca congiunta, viaggi di studio o collaborazioni con istituzioni o studenti israeliani.

• Target mirato: La norma punta a contrastare l'influenza del movimento BDS (Boycott, Divestment, and Sanctions), cresciuto particolarmente nelle manifestazioni e nei campus universitari nell'ultimo anno.

Il contesto politico e l'iter parlamentare

• Esito della votazione: La Camera ha approvato il testo con 237 voti favorevoli e 169 contrari. Un gruppo di 33 deputati democratici si è unito alla maggioranza repubblicana per sostenere la legge.

• Passaggio al Senato: Perché la legge entri effettivamente in vigore, dovrà ora passare all'esame e all'approvazione del Senato statunitense.

Una notizia che restituisce il clima di complicità e, perfino, soggezione che questa amministrazione ha nei confronti dello stato di Israele, ma non offre novità significative su cosa potrebbe accadere nella terra dei pompelmi e della cupola missilistica Iron Dome. Se anche ci fosse negli Stati Uniti un diverso presidente, mettiamo George Clooney, Israele tirerebbe dritto per la propria strada: "Hi George, you were so funny in Hail, Caesar!" E ciò perché esistono delle variabili antecedenti, che possiamo individuare in due blocchi monolitici e non scalfibili:

1) I coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Una popolazione di circa 770.000 persone, ossia il 7,5% del totale degli israeliani; in proporzione all’Italia, corrisponde a tutti gli abitanti dell’Emilia Romagna. Con la differenza, rispetto a romagnoli, che i coloni sono armati fino ai denti, più quell’altra arma (forse ancora più potente) costituita dalla scheda elettorale. Non voterebbero cioè mai per dei partiti che prevedono il loro sgombero, arrivando a ingaggiare una guerra civile pur di non restituire ai palestinesi il maltolto. Perciò la Cisgiordania rimane integrata a Israele, ormai è caduto anche il velo di decenza che ne voleva un’autonomia solo formale, consegnata all’ANP.

2) Hamas. Finché nella Striscia di Gaza ci sarà anche solo un militante di Hamas – e ci saranno sempre, a meno di sterminare tutti i gazawi (ipotesi tenuta in conto da Ben-Gvir e soci) –, quel minimo disgraziato territorio sarà oggetto di una guerra permanente, che ai più ormai appare come una premeditata campagna di sterminio. Vogliamo contrastare Israele con delle sanzioni? Per me sarebbe sacrosanto, sennonché i suoi abitanti alzerebbero le spalle. Qualche pompelmo in meno venduto ma, loro, con questa idea da principio genuina e poi distorta di sicurezza nazionale, continuerebbero a genocidare. I dizionari nel frattempo ringraziano, per avergli donato un nuovo neologismo.

La situazione appare così avvitata, il fuori incide ormai pochissimo sul dentro, dalla politica si scivola all'antropologia, e non per rispolverare i vecchi stereotipi dei giudei col naso a canappia e il braccino corto: quella è spazzatura da cui prendere una volta per tutte congedo. È il dentro, si diceva, a prevalere, sono le viscere dove si attorcigliano paura e odio, a scapito della diplomazia che si fonda sulla ragione discorsiva. Un impasto perverso dal quale il futuro si proietta in sagoma fosca e nuovamente biforcata, anzi a essere pignoli gli scenari sono tre:

1) Compravendita dei palestinesi e realizzazione della Grande Israele. Viene pagato, e pure molto, qualche paese arabo (ad esempio Egitto o Giordania) per accollarsi tutti i palestinesi. E poi via con le ruspe, con i resort vista mare, cocktail internazionali, piscina e palmizi sulle macerie di Gaza. Una deportazione tragica non priva di un lato grottesco, a somiglianza del gioco con le carte della Peppa Tencia, la donna di picche che i giocatori cercano di sbolognarsi l’un con l’altro. Eh già, perché anche i paesi arabi guardano ai palestinesi come alla donna di picche: fratelli fratelli, ma solo a parole. Per metterseli in casa, tanti dollari.

2) Guerra permanente. Uno scenario che abbiamo già incontrato, il futuro si riduce a una fotocopia insanguinata dell’oggi. Cambierebbero magari un poco le proporzioni: la Cisgiordania, di fatto integrata al progetto sionista, sarebbe sempre più popolosa, più colonizzata; mentre la Striscia di Gaza andrebbe a perdere abitanti. Non perché i palestinesi non fanno più figli, ma perché i figli e anche i genitori e anche i nonni muoiono. Sotto le bombe israeliane o, magari, di gastroenterite acuta e diarrea, con casi aumentati del 2000% rispetto a prima del tirasegno dell'IDF.

3) Armageddon. Non possiamo infine escludere un allargamento del conflitto; lasciando perdere l’imbelle Europa, oltre a Iran e Yemen e Libano, magari anche alla Turchia potrebbe un giorno venire voglia di menare le mani, oppure a Russia e Cina, che non si è ancora sbilanciata. E allo stato nucleare dell’arte, una guerra mondiale potrebbe portare alla profezia biblica dell’Armageddon. Le fazioni israeliane più ortodosse non chiedono di meglio, ma anche qualche svalvolato americano, alla Peter Thiel, ci sta facendo un pensierino.

Un momento, sento un’obiezione sollevarsi dentro la mia testa: non avevamo detto che il futuro sarebbe stato due popoli due stati? Sì, l’avevamo detto, e continuiamo a dirlo in inutili consessi politici europei, oppure all’interno dei talk show – meglio se trasmessi dopo l'ora di cena, quando la digestione ottenebra il pensiero – dove vince chi strilla più forte. Ma all’ordine del giorno della storia, questa ipotesi risulta non pervenuta.