Esiste un antico pregiudizio: quello che una persona virtuosa, dalle ottime frequentazioni, sempre gentile e pacata con tutti, sia perciò stesso capace nella professione, e viceversa. Bene, ciò che sta avvenendo in questi giorni lo sbugiarda senza bisogno di astratte congetture, come fa un temporale con le previsioni del tempo che assicuravano il sereno. Stiamo parlando di Ranucci, ovviamente. L'uomo non era – ora lo scopriamo – una persona virtuosa, dalle ottime frequentazioni, sempre gentile e pacata con tutti. Eppure faceva in modo eccellente il suo lavoro.
Ho coniugato i verbi al passato. E infatti se l’io pubblico (il bravo giornalista) viene a sovrapporsi all’io privato con tutte le sue ombre – ombre che, è giusto sottolinearlo, nella circostanza non si configurano in alcun reato – il meccanismo si inceppa.
Così quando i casi della vita, o le intenzioni di
qualche maldestro lestofante, rimescolano i piani, la parte emersa dell’iceberg
sprofonda assieme a tutto il resto. Detto fuor di metafora: una volta saputo della vita privata e perfino
erotica di Ranucci, sarebbe ancora credibile alla conduzione di Report, che è
pur sempre una trasmissione del servizio pubblico?
Qui tocca però fare una pausa e riflettere sul linguaggio. Il termine credibile è di nuovo un pregiudizio, del pregiudizio rappresenta addirittura l'essenza. Una persona credibile potrebbe infatti affermare il falso, e una in-credibile il vero. La credibilità si fonda su nessi storici e, per così dire, metonimici, ossia slittamenti laterali del senso. Con due esempi capiamo meglio.
Se nel passato Pierino ha già rubato una mela per cinque volte, al furto della sesta mela ci verrebbe naturale sospettare di lui, quando magari è stato Asdrubale. Mentre se il solito Pierino fosse stato amico di Hitler, sarebbe difficile credere al suo pacifismo. Eppure questi pregiudizi non testimoniano solamente della dabbenaggine umana, ma si basano su ricorrenze statistiche verificabili – a parte Pierino, non risulta che Hitler avesse molti amici pacifisti... Per gli amanti dei proverbi: se vai con lo zoppo impari a zoppicare.
Torniamo così alla nostra domanda di partenza, che non insinua dubbi morali su Ranucci, ma chiama in causa la credibilità informativa sugli spettatori di Report. Lo sarebbe ancora, credibile, dopo l'emersione delle sue discutibili amicizie, la foto a torso nudo inviata a una giovane e graziosa giornalista che gli si proponeva, peccato solo professionalmente, il finto attentato dinamitardo e tutto ciò che ne è seguito?
Io temo di no, per quanto non mi sfugga che l’autogol di Ranucci, anzi gli autogol, ne ha segnati più d’uno (grossolani e volgari i suoi commenti sui futuri conduttori della trasmissione), si sono rivelati funzionali a un progetto politico di normalizzazione, con i partiti di governo che possono finalmente levarsi una spina informativa libera dal fianco. Resta un’ultima domanda: ma davvero Report è sinonimo di Ranucci?
Anche in questo caso la risposta è un no forte e
chiaro. Report è stato, se possibile con maggior gloria, Milena Gabanelli, ma siamo
sopravvissuti al suo congedo volontario. La trasmissione ha reagito alla
maniera di un figlio ormai svezzato: è stata in grado, grazie anche al bravo Ranucci,
di camminare sulle proprie gambe, malgrado l’assenza della mamma. Quindi di correre, di fare la maratona.
Sopravviveremo così anche al nuovo cambio di consegne: via lo zio dalle frequentazioni indigeste, lo zio un po’ provolone e permaloso, accolto a braccia aperte dai palinsesti privati; mica lo mandano al confino. E dove si crea un vuoto, le leggi della fisica e dell'Auditel lo colmano con qualcun altro. Una staffetta che, tra noi estimatori di Report, avremmo preferito avvenisse all’interno della redazione del programma. A questo modo, puzza effettivamente di commissariamento.


















