Concludo in trilogia il poco che ho da dire riguardo le contestazioni di questi giorni, sfociate in disordini e saccheggi in molte città europee. Tre, cifra aurea anche nei film di Sylvester Stallone: dopo Rambo 3, il diluvio.
Fino a ora ho avuto un approccio
per così dire behaviorista. I responsabili dei danneggiamenti hanno
fatto ciò che hanno fatto. Punto. Come se dietro ogni gesto non fosse presente
una biografia, calata in un immaginario condiviso o franto; da lì aspirazioni,
sogni, incubi. Un essere umano, insomma.
Nella maggior parte degli
interventi che trovo, su social e giornali, si insiste invece su questo
aspetto: la psicologia di coloro che vengono chiamati maranza, in buona
parte dei casi si tratta dei figli di immigrati. Ma è qui che si inceppa il ragionamento,
e non riesco mai a terminare quei commenti, magari sono anche intelligenti e
ben scritti.
Davvero pensi che su Facebook,
in trenta righe, puoi riassumere le motivazioni di centinaia di ragazzi diversi
tra loro, e concludere che questo è avvenuto a causa di quest’altro, a sua a
volta bla bla bla? Tanto il finale già lo conosci: è sempre colpa della società,
anche, per definizione, la pioggia – governo ladro!
Lo stesso Vallanzasca, uno che
è andato ben oltre a qualche vetrina infranta, ricordava di essere un criminale, soltanto un criminale. “E per favore non tirate in ballo la società. Sto scontando in prigione le colpe che ho commesso, non vi basta? E allora aggiungo che mi piaceva, a rubare
ero più bravo che a lavorare.”
Probabilmente non era vero,
ogni gesto si perde in una infinita catena di cause ed effetti, e quel che
intendeva dire Vallanzasca è che ciò che a posteriori chiamiamo destino, individuale o collettivo, non segue lo schema a riporto dell'aritmetica, resistendo alle semplificazioni
giornalistiche. Tanto vale allora riconsegnarlo al mistero di ogni esistenza.
Un atteggiamento di rispetto dovuto
anche ai saccheggiatori. Certo che provano un sacco di rabbia, certo che condividono
il medesimo orizzonte di senso (o di non senso) delle multinazionali, di cui bramano
e non possono permettersi i prodotti, certo che sono l’ultima ruota di un carro
che sta perdendo i pezzi. Sono compagni di merendine che sbagliano, direbbe
Rossana Rossanda.
Poi però dobbiamo fermarci. C’è
un salto di scala da qui a fare il cazzo che si vuole, prendere a sassate il
figlio di un bracciante del sud solo perché è vestito di blu e tiene in pugno
uno scudo di plastica trasparente, in testa porta un casco dove i sampietrini
rimbalzano. Ma gli sputi restano.
Con un esempio concreto sarà forse
più chiaro. Il quattordicenne che ha salvato la professoressa di una
scuola media romana, accoltellata da un compagno di classe – italianissimo, l’aggressore
–, era immigrato da un paese africano. Viene descritto come interessato allo studio, sfoglia il dizionario in continuazione per apprendere
più in fretta la lingua, ha voglia di parole e di significati. Se possibile
anche di un lavoro, in futuro.
Perché allora quelli dei
fattacci di Milano, Bologna e Torino dovrebbero essere dei maranza, e lui
invece un buono, un giusto?
La risposta più onesta è: non
so.
C’è troppa vita dentro ogni singola
vita, per essere poi spalmata su Facebook con quattro formulette edificanti. Meglio
attenersi ai fatti: ci sono stati studenti che manifestavano contro l’inflazione
e il costo degli alloggi, e altri (anche tra gli studenti italiani) che
sfasciavano tutto. Perché? Non so.
O se vogliamo passare a una
comprensione più profonda, dobbiamo mollare i social. Ci sarebbero i sociologi,
persone serie e preparate, come anche gli psicanalisti glamour alla Recalcati o
alla Galimberti. Ma il loro pensiero è difficile, e noi siamo gente che reclama
facilità, sulla cima del Cervino ci si deve arrivare in elicottero, come Mike Bongiorno
nel vecchio spot di una grappa.
E così anche ai dotti richiediamo
una sintesi buona per tutti i palati, il corsivo omeopatico su Repubblica deve tagliare la testa al toro. Il risultato è che il non so alla fine
si ripresenta, come lo zzzz di una zanzara prima di addormentarti: pensavi di
averla spiaccicata sul muro, e invece rieccola lì.
Meglio allora affidarsi alla
letteratura, al cinema, al teatro. Nella grande arte vivere è un verbo
coniugato al singolare; dunque una vita umana o animale per volta, da accostare
con cautela e rispetto. E i contrari non si escludono al
modo della logica aristotelica, si può essere buoni e cattivi allo stesso
tempo.
Recuperiamo il dvd di La
Haine, ad esempio. O di Trainspotting e di Arancia
meccanica. Oppure leggiamo i romanzi di Jean Genet, Il branco di
Andrea Carraro, Sabato sera, domenica mattina di Alan Sillitoe. Perfino
Pinocchio e Le avventure di Huckleberry Finn possono mostrarci
cosa significa essere giovani e provare desideri a cui il mondo fa resistenza.
Se invece vogliamo prenderla un
po’ alla larga, ma nemmeno troppo, nelle Baccanti di Euripide incontriamo l’inquietudine
di chi abbia dimenticato la pentola a pressione accesa sul fuoco, e non basta la
valvola di sfiato per liberare le pulsioni distruttive accumulate in un’astratta
idea di ordine.
Tutto il resto, comprese le
parole che avete appena letto, è Internet. E cioè un passatempo per i neuroni
che li aiuta a prendere sonno la sera, magari senza più zanzare. Ma non a risvegliarsi.








