lunedì 28 settembre 2026

I cosacchi a San Pietro

Ci sono parole che quando le pronunciamo ci fanno sentire cinque o sei centimetri più alti. Una di queste è resilienza; ma oltre che alto, resilienza mi fa sentire ridicolo: uno spilungone scemo. Così l’ho stralciata dal mio vocabolario. Mentre confesso di essermi fatto contagiare da geopolitica, con quella torno a essere un giocatore di basket.

Naturalmente, prima della guerra in Ucraina, non avevo mai sentito parlare di geopolitica, e anche qui non credo di essere originale. Come con resilienza che non è sinonimo di resistenza (per certi versi, rappresentano concetti fisici opposti), geopolitica non è sinonimo di politica. Ci ho messo un po’ a comprenderlo, mi ha aiutato un paragone algebrico: la geopolitica sta alla politica come una bottiglia di Levissima sta al mare, che per Cechov era semplicemente “grande”.

Entrambi sono composti da acqua, H₂O, ma osservando la sola bottiglia ci perdiamo la corrente del golfo, la barriera corallina, le migrazioni dei grandi cetacei ecc. Resta la comune composizione chimica che, al netto di una diversa concentrazione salina, rappresenta la variabile più significativa, e lo stesso possiamo dire della geografia in rapporto alla politica internazionale. Il dove risponde spesso al perché.

Stando alla geografia, e quindi semplificando parecchio, mi chiedo che rischio possa correre il nostro Paese da parte della Russia, quale paventato da numerosi politici e giornalisti – i famigerati droni russi che starebbero per abbattersi sull’Italia, a cui far seguire i cosacchi del Don ad abbeverare i loro cavalli nelle fontane di San Pietro.

Ma facciamo un passo indietro. Le guerre di confine, di cui trattano i testi di geopolitica, sono sempre esistite. Di norma la scintilla scocca tra nazioni senza discrimini geografici certi (catene montuose, fiumi, mari), le quali si contendono tre cascine con fienile e qualche campo di barbabietole, più che altro per ripicca. Qualcosa di simile a ciò che accade nelle villette a schiera: "Hai sforbiciato la mia porzione di pitosforo, e io adesso mi prendo i tuoi gerani!". In altri casi si tratta di vere e proprie guerre di espansione, alla ricerca di ciò che Hitler chiamava Lebensraum, spazio vitale.

Sono vecchie storie, d’accordo, e però con una inquietante coazione a ripetersi. Ora abbiamo l’intelligenza artificiale, si dirà. E allora usiamola: “Gemini, qual è la distanza minima tra i confini italiani e quelli russi?”

Risposta di Gemini: “La distanza minima in linea d'aria tra i confini dell'Italia e quelli della Russia è di circa 1.150 - 1.160 chilometri. Questa misurazione si ottiene considerando il punto più orientale e settentrionale del confine italiano (il confine orientale del Friuli-Venezia Giulia, nella zona del Tarvisiano/Muggia) e l'exclave russa dell'Oblast' di Kaliningrad nel Mar Baltico.”

Ma tu pensa… la stessa distanza, sempre in linea d’aria, tra Italia e Gran Bretagna. Tra i due territori non si è mai verificata alcuna guerra di confine; a parte lo spauracchio nelle interrogazioni di storia, costituito dal Vallo di Adriano. Ma quella era una guerra di conquista. Tocca così verificare anche le condizioni da cui avrebbe origine una guerra di conquista: Gemini, mi dici ora qual è la differenza di estensione territoriale tra Russia e Italia?

Risposta di Gemini: “La differenza di estensione territoriale tra i due paesi è impressionante: la Russia è circa 56,5 volte più grande dell'Italia. Russia, superficie totale: 17.098.242 km², 1° posto al mondo. Italia: 302.073 km², 72° posto. La Russia ha circa 16.796.169 km² di territorio in più rispetto all'Italia.”

Grazie Gemini, ti risparmio la domanda sulla diversa disponibilità di materie prime tra le due nazioni; sempre che non si voglia considerare tra le materie prime anche pizza, mandolino e mafia; ma con l’ultima delle tre, anche la Russia sta messa piuttosto bene.

Torniamo a bomba, si fa per dire, al nostro quesito di partenza: dal punto di vista geopolitico – e tac, eccomi di nuovo più alto di cinque o sei centimetri – le probabilità che la Russia abbia intenzioni fagocitanti verso l’Italia sono uguali a zero. Nessuna guerra di confine, già che siamo ben lontani dal confinare. Nessuna guerra di espansione, lo stivaletto italico non consegnerebbe alla Russia alcuno spazio vitale, di cui semmai eccede e non difetta. I territori vanno infatti anche presidiati, e ciò ha un costo che ha contribuito a far crollare qualche impero.

Rimangono le più complesse variabili politiche (la barriera corallina, la corrente del golfo, la migrazione dei grandi cetacei... ricordate?) che vedono un paese, non diversamente da un animale, aggredirne un altro quando si senta minacciato. È questo il caso?

Ni, mi verrebbe da dire. Da una parte la Russia ha ancora memoria degli alpini, e dei loro scarponi primaverili modello Milano, con cui cercammo di invaderli nel luglio del 1941. Seguì la disastrosa ritirata conclusa (per chi riuscì a concluderla) nel marzo del 1943, e anche di quella non si sono mai scordati. Perciò ci considerano una minaccia come Tyson potrebbe sentirsi minacciato da Mr. Bean.

Ma è anche vero che l’Italia fa parte della NATO e dell’Unione Europea, da cui, per ragioni sindacabili ma non completamente infondate, la Russia percepisce ostilità, e viceversa – per i paesi baltici il rischio potrebbe essere reale: il tanto ambito accesso al mare ricercato dalla Russia, che portò l'Inghilterra a finanziare la Spedizione dei Mille, con ciò evitando che l'Impero zarista creasse un proprio porto militare in Sicilia.

Inoltre, c’è la questione delle armi all’Ucraina, connessa a chi istruisce al loro utilizzo; perlopiù si tratta di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche militari italiani affiancano l'esercito ucraino per la difesa aerea SAMP/T. Vanno aggiunte le sanzioni a loro danno, che, sulla base di una bilancia invisibile ma saldamente collocata nella mente dei popoli, dovrebbero colpire con severità persino maggiore Israele. Un’asimmetria di trattamento che ai russi non sfugge, ricordiamoci che sono una terra di scacchisti.

Continuando a stare dentro parametri analitici e non morali – da questo punto di vista, Putin è una persona che nessuno vorrebbe al proprio matrimonio, diciamo pure un criminale –, ciò che ci allontana dalla Russia sono principalmente gli umori: non elementi concreti che potrebbero essere superati con un'azione diplomatica incisiva, e mi riferisco di nuovo alla guerra in Ucraina. Piuttosto sentimenti, psicologia, stati d'animo che si fanno stati di fatto. “Come bambini che si fan dispetti a scuola”, cantava Guccini in Keaton, brano composto da Claudio Lolli.

In questi casi, o si prosegue con i dispetti fino a che non si arriva alle mani, oppure ci si trova a casa di un amico comune (potrebbe essere la Turchia, oppure la Cina) e si vede se si riesce a stringersi la mano dopo averci sputato sopra. Incrementare gli armamenti europei e magari introdurre la leva obbligatoria, rientrerebbe al contrario nella spirale dei dispetti. E poi che guerra pensiamo che, nel caso, sarebbe: ancora un conflitto come la campagna di Russia, con scarponcini questa volta un poco più isolati con il Gore-Tex?

Per comprenderlo, chiamiamo nuovamente in causa l’IA: Gemini, di quante testate nucleari dispone la Russia?

Risposta di Gemini: “La Russia possiede l'arsenale nucleare più grande al mondo. Secondo le stime indipendenti più recenti diffuse dalla Federation of American Scientists (FAS) e dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), il totale complessivo è di circa 5.400 - 5.500 testate nucleari.”

E se sommiamo tutti i paesi aderenti all'Unione Europea, a quante testate nucleari arriviamo?

Risposta di Gemini: “Sommando tutti i paesi aderenti all'Unione Europea, si arriva a un totale di circa 290 testate nucleari. Questa cifra corrisponde interamente all'arsenale della Francia, che è attualmente l'unico stato membro dell'Unione Europea a possedere un proprio deterrente nucleare (la Force de frappe), a seguito dell'uscita del Regno Unito dall'UE (Brexit).”

In termini proporzionali, la Russia dispone dunque di un arsenale atomico quasi venti volte superiore a quello europeo, lasciando come giusto gli Stati Uniti fuori dal computo, vista la loro dichiarata indisponibilità a dar seguito agli accordi di alleanza difensiva della NATO; al limite, potremmo aggiungere le 225 testate nucleari inglesi. Ma in questo Risiko degno del Dottor Stranamore, il mondo sarebbe già stato restituito a virus e batteri, oltre che a qualche pantegana sopravvissuta a Chernobyl.

Se a parlare di geopolitica ci sentiamo più alti, la geopolitica ci ha raccontato una storia di quando, in realtà, eravamo più piccoli, addirittura bambini. E i bambini, se vogliono concludere un litigio, devono prima chiedersi scusa. Quindi farsi dei regalini simbolici – che so, un sacchetto di biglie o la coda di una lucertola – e capire a cosa rinunciare in favore di un bene più grande; la pace, ad esempio. Di norma, la prima cosa a cui rinunciare è l’orgoglio.

domenica 27 settembre 2026

Una pratica concreta, artigianale, corporea

Il monitor del mio computer è continuamente solcato da annunci di corsi di scrittura, soprattutto nei social hanno preso a comparire a ogni scroll. Molti di questi corsi sono ottimi, ho avuto un paio di esperienze e non posso dire nulla di negativo. Altri, così a naso, lo sono un po’ meno, ma appartiene alle leggi di natura che ogni vittima (della propria vanità) trovi il suo carnefice. Ci sono poi quelli con formulazioni stravaganti. Ad esempio: impara la scrittura come pratica concreta, artigianale, corporea (claim ripreso dalla pagina web della Scuola Holden).

Tutte cose giuste, per carità. Se non fosse che a questo punto vale tutto, e cade ogni distinzione. Pratica concreta, artigianale, corporea è infatti anche tracciare le equazioni della termodinamica su una lavagna, oppure dare una passata di cancellino, al termine della lezione, per sostituirle con un enorme fallo sorridente. Il professore subentrato nell’ora successiva chiederà: “Chi cazzo è stato?!” Ma accorgendosi del lapsus, aprirà il registro e farà finta di niente.

Ecco, il cazzo sì che è una cosa davvero corporea. Da dove proviene questo mito moderno costituito dall’incarnazione o, ancora meglio, da una iper fisicità, testimonianza pubblica di sé di cui la scrittura si fa metafora? Non più il contrario: il corpo come testo editato, attraverso l'abbigliamento e la cosmesi, per testimoniare adesione all'ordine sociale, in alternativa alla sua trasandata dissidenza. Forse un contrappasso a secoli di astrazione; la filosofia era idealistica, e le gambe delle sedie venivano ricoperte per non suscitare pericolose analogie.

Mi viene in mente un bel film con Helen Hunt, nel quale interpreta il ruolo di una assistente sessuale; non è un eufemismo per prostituta: Hunt offriva piacere solo a chi era colpito da gravi disabilità, come il protagonista del film che è tratto dalla storia vera del poeta e scrittore Mark O'Brien. Può turbare ciò che faceva Helen Hunt, ma la sua è un’attività letteralmente pratica, concreta, artigianale, corporea.

Oltre ai corsi di scrittura, proporrei corsi di questo genere. Non il segreto per fare impazzire il tuo uomo a letto, quelli esistono già. Esercitati prima con una zucchina – la postura della mano ti viene insegnata al corso –, e invece di sognare di diventare uno scrittore, una scrittrice, vai a masturbare gli handicappati. Non comparirà mai il tuo nome sulla pagina di Tuttolibri, pazienza. Ma anche gli handicappati hanno un sesso, meritevole di cura e attenzione non meno di un periodo pieno di subordinate, e le handicappate certe bocce che Monica Bellucci se le sogna.

C’è però il caso che tu non ti senta tagliato/a per questo genere di esercizio, ci sta. Allora scrivi pure, frequenta la Holden, 14.000 euro all’anno, cosa saranno mai, non ci compri nemmeno una Panda. Ma poi non venire a raccontarci che ti stai dedicando a una pratica concreta, artigianale, corporea. Perché se ti ascolta Helen Hunt, con la Panda ti stira sulle strisce.

venerdì 25 settembre 2026

Eufemismi

Se i fanali della Panda vengono ora chiamati firma luminosa, l’abito della prima comunione outfit e perlage le bollicine dello spumante delle giostre, quello che vincevi – e non lo vincevi quasi mai – al tirassegno quando colpivi la capocchia del fiammifero innescando la reazione pirica nel clorato di potassio, ai barbuti antenati di Lascaux faceva sgranare gli occhi, meravigliati, in cui si rifletteva meravigliosa la fiammella, come a Renato Pozzetto nel Ragazzo di campagna al passaggio del treno, mi chiedo in che modo dovrei chiamare il buco del culo per non sfigurare a una cena dei coscritti, metti si stia parlando di certi filmini che si guardavano ai nostri tempi in videocassetta, preferibilmente di pomeriggio, mentre i genitori erano a colloquio con gli insegnanti, al ritorno non avrebbero emesso parola per tutta la durata della cena, ma ci avrebbero revocato la paghetta settimanale… Ano è troppo formale, propenderei per personal pretty hole.

Batto il mio tamburo

Una brava scrittrice, un'arguta animatrice del web, un'influencer che, lei per prima e con ironia, non crede alla propria influenza, pubblica su Facebook un proprio selfie. La donna è molto bella, e come prevedibile riceve un mucchio di like, cuoricini, commenti. Credo più per il suo aspetto fisico che per le parole di accompagnamento all’immagine. Io le trovo altrettanto belle, e così le riporto per intero. Con una piccola chiosa.

“Lo so che il selfie è morto e sepolto, ma il passo successivo sarà farmi dei video nei quali do la mia opinione su qualcosa o mi metto a far polemica. Come fate voi, dal divano di casa vostra, senza nemmeno darvi una pettinata. Nei libri di storia dell'evoluzione del mondo virtuale, sarà convalidata la dignità del selfie rispetto allo sfascio che ne è seguito.”

Ha ragioni da vendere, anche se mi sembrano variazioni sulla stessa nota. Faccio un passo indietro. In un brano del 1976 (Banging On My Drum), cantava Lou Reed: "Batto il mio tamburo, batto il mio tamburo, batto il mio tamburo."

Il selfie è un tamburello, di quelli percossi dai fricchettoni alle fermate del metrò. Le video declamazioni dal divano di casa, in cui si offrono opinioni come becchime ai piccioni di Piazza San Marco, sono una batteria un po' fracassona. Seguono colpi di scopa al soffitto da parte dei vicini: "Basta, SILENZIO! Vogliamo dormire."

Ma siamo sempre all'one man show, manca il resto dell'orchestra: dove sono i violini, le viole d'amore, i fiati? Forse il pullman se li è scordati a un Autogrill...

giovedì 24 settembre 2026

Sulky Fashion

Ho letto su Facebook un bell'intervento dell’amico Paolo Landi. Si parla di Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite che come molti già sapevano (io al solito casco dal pero) ha di recente posato sulla copertina della rivista di moda Love, dove indossa indumenti Loro Piana.

Il testo di Landi è ben scritto e argomentato, tutta la vicenda viene ricostruita con dovizia. Non è dunque colpa sua se dopo un po’ mi sono perso: non ho capito se Loro Piana, che appartiene al gruppo LVMH, sia da considerarsi “buono” o “cattivo” – l’aggettivo va ovviamente riferito alla questione palestinese. Da lì passa infatti il meridiano morale da cui diramano i successivi spicchi.

In questo gioco di posizione in cui ci si rinfaccia ogni minimo gesto, parola pronunciata o non pronunciata a un cocerto rock, pratica personale con l’accusa di collateralismo, non imbarazza che una donna ancora piacente possa posare per un servizio di moda. Non me, almeno. Forse perché non sono interessato a conoscere il grado di amicizia di LVMH con Israele, e dunque la coerenza di Albanese con le sue storiche battaglie.

Non mi sfugge però una forma di posizionamento ancora più radicale. Nasce dall’intima contiguità, già a partire dal vocabolario, tra etica ed estetica: la troviamo stampata in carta lucida su qualsiasi rivista di moda, e rappresenta un piano più radicale e profondo di adesione allo spirito del tempo, o Zeitgeist, come veniva pronunciato con tono austero da Johann Gottfried Herder.

Con Pasolini, quello spiritello acciuffabile solo per via indiretta e simbolica, prende la sigla di nuovo fascismo, a coincidere con la libertà di fare il cazzo che ci pare, a patto di essere buoni consumatori – dei prodotti LVMH, ad esempio.

Ora Pasolini probabilmente esagerava con il parallelismo, e non ho mai visto un truce manipolo di redattori di Vogue obbligare qualcuno a ingollare olio di ricino. Ma è un fatto che quell'estetica – sulky fashion, potremmo definirla nella circostanza – determina un preciso posizionamento nei confronti di tutto ciò che esiste, e non solo della più che legittima (oltreché negata) esistenza di una piccola porzione di mondo chiamata Palestina.

L’impressione restituita dalle fotografie non procura così alcuno scandalo, almeno se vogliamo essere obiettivi. Ma proietta una luce diversa su certe passate prese di posizione di Francesca Albanese: le sentenze morali, l'indice levato da maestrina virtuosa, la certezza di abitare l’unica forma del Bene e del Giusto. A determinare il giudizio di sbagliato rivolto agli altri, e lo dico da persona che ne condivide la sostanza di pensiero. Ma non la forma.

Per concludere senza conclusioni, mi è sfuggito il filo che consente di riannodare il gomitolo dell’intera faccenda. L’unica provvisoria sensazione è che Francesca Albanese abiti il mio stesso ambiguo mondo. Non è troppo diverso – e non è nemmeno troppo attraente, tocca aggiungere con mestizia, più che con rimprovero – da quello abitato da un trapper.

Lei con uno squisito outfit Loro Piana e il viso imbronciato, mentre la risacca dell’onda le lambisce i piedi; io a digitare sciocchezze su un social dove, se va di lusso, raggiungerò una decina di like; e il trapper che si tocca il pacco e ostenta un Patek Philippe in platino da 150.000 euro.

mercoledì 23 settembre 2026

Io so (mi ricordo 89)

Mi ricordo bene di lei, anche se non siamo mai stati amici. A meno di non considerare la proprietà transitiva, che la vedeva amica di una mia cara amica e, in seguito, fidanzata con un altro amico, ma durò poco. Quando si sposò con un diverso ragazzo – si mormorava che fosse rimasta incinta – aveva diciotto anni; io uno di meno, quindi non potevo ancora guidare l’automobile. Così andai al suo matrimonio in Vespa.

Non che fossi stato invitato, c’era di mezzo nuovamente lo zampino della stessa amica comune, Paola. Incrociata al Bar Paninoteca Number One, mi aveva detto trafelata: “Tra mezz’ora si sposa Katia, dai che andiamo a fare casino al suo matrimonio!”

Finimmo di ascoltare Amore disperato di Nada al juke-box e partimmo con una leggera impennata. La chiesa si trovava a tre o quattro chilometri da Sondrio, in un paesino chiamato Albosaggia. Ormai Paola un po’ la conoscevo, e sapevo che quando aveva detto andiamo a fare casino parlava sul serio: ma non pensavo così tanto casino.

Paola continuava a dire cose buffe ad alta voce, ed entrambi ridevamo dai banchi in ultima fila, trafitti dalle occhiatacce incendiarie del parroco. Gli altri però non badavano a noi, nell’aria c’era la percezione di qualcosa di denso, quasi appiccicoso, la felpa Stone Island ne era intrisa. Non si trattava del fumo delle candele o dell’odore di incenso; non si trattava nemmeno dell’essenza dolciastra di tuberosa, presente nei profumi femminili dell’epoca.

Era il primo matrimonio a cui andavo, almeno se non consideriamo il buffet seguito al matrimonio di una cugina di mia madre, dove feci indigestione di tartine al salmone. Ma avevo sette anni. A posteriori, direi un condensato emotivo, non saprei come altro chiamarlo... forse felicità.

Sì, quel giorno di fine settembre tutti apparivano felici, credo di non avere mai più incontrato tanta felicità stoccata in un unico luogo; nemmeno negli stadi dopo la vittoria di un derby: quella si chiama euforia, ed è un’altra cosa.

Al matrimonio di Katia invece non c’era euforia, sfiatava solo un po' di allegrezza da due adolescenti casinisti in ultima fila. Lei diciott’anni, un marito e un bambino dentro la pancia. Io diciassette e una Vespa PX bianca con l’adesivo di Radio Studio 105. Paola fumava Marlboro come fossero canne, aspirando dal palmo della mano disposto a conca, in cui faceva filtrare la sigaretta. In questa memoria è però contenuto un errore: Katia non si chiamava Katia, ma Catia con la c di caduta.

L’ho scoperto ieri, stava scritto sui manifesti funebri affissi sulla bacheca di metallo davanti a Diego, il mio meccanico. Per portare il cane a pisciare ci passo davanti ogni giorno, e controllo se compare il nome di qualcuno che conosco; in ciò replico lo sguardo di mio nonno, allora non capivo cosa cazzo c’avesse da guardare.

L’età di Catia non veniva indicata, ma io la so, ormai so tante cose, la maggior parte del tutto inutili. Come so che quel giorno – l’abito bianco lungo, il riso impigliato tra i capelli all'uscita – era davvero felice. Questa voragine oscena da cui siamo risucchiati non cancella il fatto che la felicità esista, l’abbiamo perfino sperimentata. E so anche che il parroco avrebbe preso me e Paola a calci nel culo.

martedì 22 settembre 2026

Monsieur de Lapalisse

Sulla soporifera polemica sortita dalla sparata di Tajani su gonne lunghe/gonne corte, si è già detto tutto. Rimane il paratesto; nella circostanza coincide con un personaggio di Quelli della notte, il trombettista Massimo Catalano. Interpellato da Renzo Arbore su qualsiasi argomento, Catalano rispondeva, serafico, con delle assolute ovvietà. Ad esempio: tra una pietanza deliziosa benché priva di grassi saturi, è offerta da un caro amico che ti ha invitato a cena nella sua villa con piscina, dalla terrazza si scorge il sole tramontare tra le braccia del golfo del Tigullio, e una schifezza tossica costata un patrimonio in una fetida bettola (dove, per giunta, ti hanno assegnato il tavolo vicino alla porta del cesso), meglio la prima opzione.

Tajani intendeva dire qualcosa di simile, ma, per pruderie, si è censurato, e ha provato a figurarlo con una metafora, che gli è venuta pure male: non è detto che fedifraga sia la donna con la gonna più corta, in amore non esistono garanzie formali. Bastava farglielo notare e poi dargli una carezza, come a uno zio un po’ grullo: “Hai ragione zio, meglio sposare una donna giovane e bella e buona e intelligente e fedele, che una vecchia e racchia e stronza e scema che ti riempie di corna. Adesso però facciamoci una partita a rubamazzetto. E non infervorarti, se no ti sale la pressione.”

domenica 20 settembre 2026

Anna e Marco Reload

La vicenda della professoressa accoltellata da uno studente definito di buona famiglia, a indizio di come basti anteporre l'aggettivo per stravolgere una famiglia buona (madre insegnante e padre funzionario di toponomastica del Comune di Roma, per cavarci dagli impicci), con genitori che stravedevano per quell’unico figlio di tredici anni, è talmente satura di elementi simbolici da non essere commentabile, ma solo contemplata.

E allora guardiamola, guardiamo entrambi come fa Lucio Dalla all’inizio di una delle sue canzoni più belle; dal momento che non ne conosciamo il nome, chiameremo il ragazzo allo stesso modo, Marco, e la professoressa Anna.

Anna: lei ringhio, lei sovranismo e stranieri fo’ di ball, così scriveva sui social quando rientrava a casa stanca da scuola; quei maledetti zucconi non mi stanno ad ascoltare, pensa. Ma subito dopo essere stata colpita, dichiara, sempre lei, trepidante alla stampa: Povero cucciolo (un cucciolo di razza, bada bene, cucciolo ariano con pedigree), vorrei tanto abbracciarlo. Non ne avevo intuito il malessere.

Marco: lui palestra, armi, boxe e true crime, lui rancore e casco da bicicletta su cui ha montato una videocamera; la avvia nei bagni per mostrare in diretta Telegram il tentativo di omicidio; avrà quel che si merita, pensa a sua volta. Lo spray al peperoncino fa solo da condimento, e viene brandito come fanno le prostitute slave per difendersi dai clienti molesti.

Ma nella canzone di Dalla è contemplata una terza figura. Forse è un doppio dell’autore, forse si tratta dell’ascoltatore implicito, forse… Nel testo non viene specificato, si dice solamente “una checca che fa il tifo" – per i due ragazzi, Anna e Marco; hanno iniziato a ballare un lento impacciato dentro una discoteca di provincia. Questa terza figura è l’altro.

L’altro è Africa, è speranza, deserti da pisciare e barconi da vomitare, è torna a casa tua baluba che ti ronza nelle orecchie. Ma l’altro è anche compagno di classe, è coraggio, interviene e blocca l’aggressore, lo disarma. L’altro, infine, a casa ci torna per davvero, nella casa famiglia a Centocelle dove vive senza più alcun contatto con i genitori biologici.

A canzone terminata – ecco l’unica cosa che possiamo dire –, la realtà si mostra molto più abile delle arti nello svelamento apocalittico del nostro tempo; non parliamo di sociologia e psicologia, che arrivano sempre con tre o quattro treni di ritardo. Forse per il peso di tutte quelle citazioni che esibiscono come un trofeo di caccia.

Se vogliamo distrarci andiamo dunque al cinema, oppure in libreria o ascoltiamo una bella canzone; Lucio Dalla ne ha composte tante. Se invece vogliamo capire, guardiamo lo specchio: uno specchio qualsiasi va bene, anche quello del camerino di Tezenis.

Le donne occidentali entrano e si provano un reggiseno. Ha piccole ciliegine rosse stampate sul tessuto chiaro, ricorda l’intimo del Postal Market. Le donne occidentali, chiamiamole sempre Anna, si specchiano, controllano che metta in risalto la forma ancora prospera del seno. Le ciliegine sono stuzzicanti.

Seguono gli uomini occidentali, noi insomma, gli infiniti Marco. Allo specchio ci sinceriamo che, grazie all’enorme fascia elastica, le nuove mutande riescano a camuffare il fatto di averlo più piccolo (molto più piccolo) di Rocco Siffredi. Al posto delle ciliegine sulla fascia sta scritto Tezenis, Tezenis, Tezenis. Viene ripetuto come se anche noi fossimo studenti zucconi.

Già che siamo qui, dice Anna a Marco, mandiamogli un WhatsApp. “Sì, buona idea” risponde lui, e Anna comincia a digitare: “Amo’💗 dove sei… cosa fai… come stai? Io e papà stiamo da Tezenis, dobbiamo prenderti qualcosa? Magari na felpetta per quando esci sudato da palestra.”

martedì 15 settembre 2026

Nomen omen (mi ricordo 88)

Mi ricordo che le bambine si chiamavano Patrizia, Raffaella, Francesca, Laura, Giovanna, Paola, Tiziana, Anna, Michela, Simona, Silvia, Cinzia, Stefania, Barbara, Daniela, Cristina, Emanuela, Monica, Katia, Roberta, Elena. Solo più tardi arrivarono le Deborah e le Samantha, in uno slancio inarrestabile che portò a Jessica, Sharon, Chantal per culminare con Suellen e Pamela, in concomitanza allo sceneggiato televisivo Dallas.

Ben saldo al primo posto il nome che sussurravo nelle preghiere prima di addormentarmi. Si mostrava però asimmetrico in diffusione geografica, e mentre Maria continuava a imporsi al Sud, seguito da Carmela, Giuseppina, Concetta e Assunta, nelle classi scolastiche valtellinesi era stato superato perfino da Sabrina, il cui diminutivo diventava Sabri, o per essere più precisi la Sabri.

Tra i maschi molti Marco, Giuseppe, Antonio, Stefano, Giovanni, Massimo, Francesco, Roberto, Paolo, Luca, Alessandro, Carlo, Vittorio, Andrea, Luigi, Giorgio, Maurizio, Fabio; qualche Federico e Claudio anche, ma erano già percepiti come nomi esotici. I Kevin e i Brando e i Nicolas seguirono senza affrettarsi, sempre a riflesso della programmazione cinetelevisiva – aggirando il Regio Decreto 9 luglio 1939, sono registrati casi di Sandokan, Yanez, Tex e, si dice, un Goldrake.

Ma se tagliamo gli estremi, il confronto tra i generi vede la sperimentazione nominale decisamente sbilanciata sul versante femminile; i maschi, negli anni Settanta, si chiamavano ancora con i nomi dei nonni, che a loro volta si chiamavano come i trisavoli. Non so per quale ragione i miei genitori decisero di chiamarmi Guido.

Un nome, all’epoca, ancora piuttosto diffuso in Toscana, ma nel Nord Italia confinato a una sparuta cucciolata di bambini. La cosa che più mi faceva incavolare è che poi ti dicevano "Guido la Vespa", come se non esistesse anche la Lambretta e altre motociclette più scattanti. Potevano chiamarmi Marco o Luca o, ancora meglio, Diego, come Don Diego della Vega, in arte Zorro. Invece Guido.

Per quale motivo, mi domandavo, quei bambini crocifissi alla guida di immaginarie Vespe, finivano col diventare chierichetti oppure scemi del villaggio. La maggior parte dei Guido che ho conosciuto sembravano segnati da un destino biforcuto; per conferma, ho cominciato a comporre una lista. Ma soprattutto: a quale delle due categorie appartenevo?

In effetti, per due anni, ho servito messa nella chiesa collegiata dei santi Gervasio e Protasio. Esistono però anche chierichetti un po' tocchi, e il rovello rimaneva. Avrei potuto sottopormi a un test per stabilire il quoziente di intelligenza, come chi setaccia il proprio DNA per scongiurare malattie ereditarie. Con il nome che mi ritrovo, concludevo, meglio non rischiare.

Quando i Guido chierichetti fanno carriera diventano sacrestani, mentre per i Guido scemi del villaggio la scalata sociale si realizza tra i venditori di assicurazioni e i laureati al Dams. Sennonché, i laureati al Dams, contemplano scemi con qualsiasi appellativo, maschi e femmine senza distinzione. Dunque non fanno testo.

Per una curiosa coincidenza, uno dei miei migliori amici si chiama Guido, ed entrambi – nomen omen – finimmo con l'acquistare una Vespa. Forse allo scopo di risparmiare sulla miscela, capitava che montassimo su un solo mezzo per raggiungere qualche discoteca fuorimano; di solito si trattava del mio PX, più comodo della sua ET3. La probabilità di trovare due Guido sulla stessa lunga sella della Vespa, ho calcolato, è dello 0,002%, e cioè una possibilità su 50.000 coppie di motociclisti.

Va detto che anche lui ha indossato il sottanone nero a cui sovrapporre la mozzetta bianca ricamata (più tardi, il sottanone diventò rosso vermiglio; un tocco di colore in pieno spirito post conciliare), ma l’ha scampata dal diventare scemo del villaggio. Il mio amico Guido di lavoro fa il rappresentante di vini, e così ha occasione di dare passaggi agli autostoppisti; una pratica sempre meno diffusa dopo il Covid, ma qualcuno si trova ancora.

Quando la persona che sale a bordo inizia a fare discorsi strampalati o, diciamo pure, dà chiari segni di instabilità mentale, abbassa il volume della canzone di Paolo Conte che sta ascoltando e si presenta: “Dimenticavo, io mi chiamo Guido, piacere. Per caso è anche il tuo nome?”

"Come fai a saperlo?!"

A quel punto mi manda un WhatsApp: “Ne ho caricato un altro.”

“Un altro Guido?” rispondo io fingendo di cadere dal pero.

“Sì, un cretino meraviglioso: va assolutamente aggiunto alla lista.”

Spero solo che accosti e non digiti al volante di una di quelle auto che hanno i rappresentanti di commercio, piene di cataloghi, mentine, mutande di ricambio e cartoni di flûte da omaggiare ai clienti migliori. Peccato che i sacrestani facciano raramente l’autostop.

lunedì 14 settembre 2026

Elogio dell'ipocrisia

 

Lo immagino, anzi lo so, come lo sapeva Pasolini, quel che oggi accade tra le macerie di Gaza, oppure nei biondi campi di frumento dell’Ucraina, del Sudan ricordo le maschere in mogano che vendevano sulla spiaggia di Mirabella, il Myanmar a malapena riesco a collocarlo sulla carta geografica. Sono oltre cinquanta i conflitti armati nel mondo. E poi le diagnosi che la gente non vorrebbe sentire, il cugino di mia madre, novantaquattro anni, a cui portare i biscotti Plasmon nella RSA di Tresivio; non ha altri parenti e i Plasmon glieli prendiamo noi, nella RSA gli concedono solo due biscotti per colazione. Senza contare i miei numerosi acciacchi, mi impediscono quasi di camminare ma non di cercare su internet quell’orologio che tanto mi piace; è lo stesso modello che indossava Jacques Cousteau sulla Calypso, se riesco a mettere da parte qualche soldo... Una pappa consumistica di sogno da cui vengo distratto nell’aprire la bacheca di Facebook. Mi propone il post di una scrittrice che cerco sempre di evitare, i suoi testi sono sperimentali e stilisticamente ardimentosi. L'algoritmo, anche se non siamo in contatto, si prende le sue belle cantonate, e così rieccola di nuovo. Oggi si arrovella sul fatto che le sue opere sperimentali e stilisticamente ardimentose hanno vendite modeste. Aggiunge che un caro amico, ugualmente scrittore, quest'estate le ha detto: “A te non deve riguardare. Tu devi mirare all'opera, è il lettore che deve venire verso di te, non il contrario.” Mi è sempre stata antipatica questa scrittrice, non c’è niente da fare; e devo dire che anche il caro amico scrittore possiede tutti i requisiti per starmi sulle balle. Oggi però mi ha fatto tenerezza, la scrittrice intendo. Eravamo uguali: lei con i suoi fantasmi da disconoscimento dei capolavori che consegna ai lettori di Fabio Volo, io con il mio orologetto piccolo borghese, non saprei nemmeno quando indossarlo; un orologio subacqueo per uno che è dieci anni che non vede il mare. Io fallito alla radice biologica della vita, lei a quella simbolica e astratta. Un perfetto dittico del disgusto, pensavo ritornando con la mente nemmeno troppo affranta ai cinquanta conflitti, terremoti, inondazioni. Il mondo va a rotoli, l’intelligenza artificiale, scrivono, ci chiederà a breve un conto salato. Ma essere uomini tra gli uomini, donne tra le donne, nel social tempo finale è condividere i modestissimi cazzi propri, come fossero chicchi di riso da lanciare agli sposi appena usciti dalla chiesa. Perché la gente non si precipita in libreria ad acquistare il mio capolavoro sperimentale, si chiede la scrittrice soffusa da un’aura che non è nemmeno più antipatia: è essere estensione riflettente della propria epoca, come i Ray-Ban a specchio negli anni Settanta; perché quell’orologio subacqueo ancora non brilla al mio polso? Non ditemelo, lo so già. I bei tempi di quando c’era ancora l’ipocrisia, e si rispondeva grazie, tutto bene, omaggi alla signora.

mercoledì 9 settembre 2026

Giudizio e pregiudizio

 

C’è uno spettro che si aggira per gli studi degli osteopati, nelle palestre dove si pratica yoga, tra chi tutte le sere accende un incenso sul comodino e poi comincia a meditare, come faccio io. Quello spettro non è muto alla maniera di altri spettri, che si limitano a dare una spintarella alle tazzine, o a produrre bagliori notturni, rumore di ferraglia: è uno spettro che parla, o più propriamente sussurra. Ti si avvicina a un orecchio e dice: “Non giudicare!”

In fondo è quanto ci ammonisce a fare anche Gesù – “Non giudicate, per non essere giudicati” (Matteo 7, 1-5) – e se lo dice Gesù e poi il tuo osteopata, magari lo spettro c’ha pure ragione. Se non fosse che, negli ultimi decenni, è passata un’interpretazione teologica un po’ bizzarra, potremmo riformulare il non giudizio con fatti i cazzi i tuoi.

Il 7 ottobre un commando di Hamas penetra in Israele, quindi stermina o rapisce centinaia di giovani che stavano partecipando a un rave party. Fatti i cazzi i tuoi, meglio ancora se non guardi la televisione, fa vedere solo cose brutte. Israele reagisce in modo indiscriminato, uccidendo, a oggi, oltre 75.000 civili nella striscia di Gaza, di cui 21.000 erano bambini. Continua a farti i cazzi tuoi, non ti avevo detto di sostituire la televisione con un tappetino per gli asana?

Alla fine mi sono convinto che ciò che i vangeli e le tradizioni asiatiche chiamano giudizio sia, in realtà, il pre-giudizio. Non avere una mente pregiudicata viene a ragione considerata una virtù, Heidegger chiama i pregiudizi si dice: si dice che i neri abbiano la musica nel sangue; si dice che giocare a basket fa diventare alti; si dice che le carote fanno bene agli occhi: hai mai visto un coniglio con gli occhiali? Si dice, anche, che un uomo dovrebbe amare una donna e una donna un uomo, e dunque due persone dello stesso sesso che si amano vanno mica tanto bene.

Nell'ultimo esempio, oltre a un pregiudizio, abbiamo un'accusa: l'omosessualità è male viene implicitamente detto, ma male verso chi? Perché ci sia un'accusa devono esserci una vittima e un colpevole, o, se vogliamo assumere un registro da Grand Guignol, un carnefice. Peccato che l'amore e il suo riflesso fisico nel sesso (non lo stupro) siano la cosa più consensuale che esista; nessuna vittima, nessun carnefice. Fatti i cazzi tuoi va in questo caso benissimo.

Su quella variante del giudizio che è l'accusa si dovrebbe essere cauti, e magari davvero evitarla. Anche nei casi di colpe reali – mettiamo la pedofilia, dove chi abusa è spesso stato abusato in gioventù – che è necessario sanzionare penalmente, giudicando il fatto, ma non la persona, da riconsegnare al mistero umano più fitto. A meno di non ricascare di nuovo nel pregiudizio.

Il pregiudizio si mostra così come un giudizio tra gli altri; solo non lo produci tu ma è già avvenuto a monte, prendilo, dai, non essere timido... Ci pensa il tuo osteopata, con aria ispirata da guru, a pensare per te, e ti invita a non giudicare. O detta in altre parole: il pregiudizio non è frutto di un processo valutativo, ma viene ritirato cotto e servito al takeaway del mondo.

Al contrario, il giudizio autentico, ma meglio ancora sarebbe usare il termine opinione, che contiene una sfumatura più personale e scevra da moralismi, ciò che gli anglosassoni definiscono my two cents, l’opinione è un giudizio che prima di manifestarsi deve attraversare tre momenti distinti. In filosofia e nella pedagogia moderna corrispondono a: 1) analisi; 2) ricomposizione; 3) sintesi.

All’opinione, o giudizio autentico, dovrebbe però seguire l’azione, il quarto momento che chiude il cerchio. Lo stallo politico e civile dell’Occidente non sarà allora una forma di scissione? Le parole, scivolando sulle cose senza giudicarle, non vi aderiscono più, e perciò non sono in grado di cambiarle. Al loro posto un deficit, un’assenza di pensiero critico (ecco un altro termine utile a distinguere giudizio da pregiudizio) che porta all’inibizione dell’azione riparatrice: sia nella vita personale, sia in quella collettiva.

Anche l'invito al non giudizio va giudicato, per smascherarne infine lo sfondo ideologico, e restituire allo spettro il suo inutile diktat. Ma per non cascare nell'eccesso opposto costituito dalla sentenziosità – e questo fa schifo, e quell’altro è scemo, adesso gliela faccio vedere io, e poi giù a insultare qualcuno su un social – suggerisco una ritraduzione del testo evangelico: non pregiudicate, se non volete essere pregiudicati.

martedì 8 settembre 2026

Peppa Tencia, o sui tre scenari in Palestina

Negli Stati Uniti, in data 3 settembre 2026, la Camera dei Rappresentanti ha votato delle misure a favore di Israele. O per essere più precisi, le misure sono di contrasto a possibili azioni di boicottaggio nei confronti dello storico alleato. Le premesse umorali del provvedimento vanno ricercate, in America, soprattutto nei campus universitari, tradizionali luoghi di dissenso politico, specie nei confronti del trumpismo. Il nome del pacchetto di leggi è Protect Economic and Academic Freedom Act (H.R. 4795), ma confesso di non saperne molto più di questa sigla. Mi sono così rivolto all’IA Gemini, che precisa quanto segue:

Cosa prevede la legge

• Taglio dei fondi federali: Le università e i college statunitensi che partecipano a programmi di aiuti finanziari federali o ricevono fondi per studi internazionali e linguistici perderanno tali finanziamenti se aderiscono a boicottaggi commerciali o accademici contro Israele.

• Garantire la cooperazione: Gli atenei devono certificare annualmente di non porre restrizioni o ostacoli a programmi di scambio, ricerca congiunta, viaggi di studio o collaborazioni con istituzioni o studenti israeliani.

• Target mirato: La norma punta a contrastare l'influenza del movimento BDS (Boycott, Divestment, and Sanctions), cresciuto particolarmente nelle manifestazioni e nei campus universitari nell'ultimo anno.

Il contesto politico e l'iter parlamentare

• Esito della votazione: La Camera ha approvato il testo con 237 voti favorevoli e 169 contrari. Un gruppo di 33 deputati democratici si è unito alla maggioranza repubblicana per sostenere la legge.

• Passaggio al Senato: Perché la legge entri effettivamente in vigore, dovrà ora passare all'esame e all'approvazione del Senato statunitense.

Una notizia che restituisce il clima di complicità e, perfino, soggezione che questa amministrazione ha nei confronti dello stato di Israele, ma non offre novità significative su cosa potrebbe accadere nella terra dei pompelmi e della cupola missilistica Iron Dome. Se anche ci fosse negli Stati Uniti un diverso presidente, mettiamo George Clooney, Israele tirerebbe dritto per la propria strada: "Hi George, you were so funny in Hail, Caesar!" E ciò perché esistono delle variabili antecedenti, che possiamo individuare in due blocchi monolitici e non scalfibili:

1) I coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Una popolazione di circa 770.000 persone, ossia il 7,5% del totale degli israeliani; in proporzione all’Italia, corrisponde a tutti gli abitanti dell’Emilia Romagna. Con la differenza, rispetto a romagnoli, che i coloni sono armati fino ai denti, più quell’altra arma (forse ancora più potente) costituita dalla scheda elettorale. Non voterebbero cioè mai per dei partiti che prevedono il loro sgombero, arrivando a ingaggiare una guerra civile pur di non restituire ai palestinesi il maltolto. Perciò la Cisgiordania rimane integrata a Israele, ormai è caduto anche il velo di decenza che ne voleva un’autonomia solo formale, consegnata all’ANP.

2) Hamas. Finché nella Striscia di Gaza ci sarà anche solo un militante di Hamas – e ci saranno sempre, a meno di sterminare tutti i gazawi (ipotesi tenuta in conto da Ben-Gvir e soci) –, quel minimo disgraziato territorio sarà oggetto di una guerra permanente, che ai più ormai appare come una premeditata campagna di sterminio. Vogliamo contrastare Israele con delle sanzioni? Per me sarebbe sacrosanto, sennonché i suoi abitanti alzerebbero le spalle. Qualche pompelmo in meno venduto ma, loro, con questa idea da principio genuina e poi distorta di sicurezza nazionale, continuerebbero a genocidare. I dizionari nel frattempo ringraziano, per avergli donato un nuovo neologismo.

La situazione appare così avvitata, il fuori incide ormai pochissimo sul dentro, dalla politica si scivola all'antropologia, e non per rispolverare i vecchi stereotipi dei giudei col naso a canappia e il braccino corto: quella è spazzatura da cui prendere una volta per tutte congedo. È il dentro, si diceva, a prevalere, sono le viscere dove si attorcigliano paura e odio, a scapito della diplomazia che si fonda sulla ragione discorsiva. Un impasto perverso dal quale il futuro si proietta in sagoma fosca e nuovamente biforcata, anzi a essere pignoli gli scenari sono tre:

1) Compravendita dei palestinesi e realizzazione della Grande Israele. Viene pagato, e pure molto, qualche paese arabo (ad esempio Egitto o Giordania) per accollarsi tutti i palestinesi. E poi via con le ruspe, con i resort vista mare, cocktail internazionali, piscina e palmizi sulle macerie di Gaza. Una deportazione tragica non priva di un lato grottesco, a somiglianza del gioco con le carte della Peppa Tencia, la donna di picche che i giocatori cercano di sbolognarsi l’un con l’altro. Eh già, perché anche i paesi arabi guardano ai palestinesi come alla donna di picche: fratelli fratelli, ma solo a parole. Per metterseli in casa, tanti dollari.

2) Guerra permanente. Uno scenario che abbiamo già incontrato, il futuro si riduce a una fotocopia insanguinata dell’oggi. Cambierebbero magari un poco le proporzioni: la Cisgiordania, di fatto integrata al progetto sionista, sarebbe sempre più popolosa, più colonizzata; mentre la Striscia di Gaza andrebbe a perdere abitanti. Non perché i palestinesi non fanno più figli, ma perché i figli e anche i genitori e anche i nonni muoiono. Sotto le bombe israeliane o, magari, di gastroenterite acuta e diarrea, con casi aumentati del 2000% rispetto a prima del tirasegno dell'IDF.

3) Armageddon. Non possiamo infine escludere un allargamento del conflitto; lasciando perdere l’imbelle Europa, oltre a Iran e Yemen e Libano, magari anche alla Turchia potrebbe un giorno venire voglia di menare le mani, oppure a Russia e Cina, che non si è ancora sbilanciata. E allo stato nucleare dell’arte, una guerra mondiale potrebbe portare alla profezia biblica dell’Armageddon. Le fazioni israeliane più ortodosse non chiedono di meglio, ma anche qualche svalvolato americano, alla Peter Thiel, ci sta facendo un pensierino.

Un momento, sento un’obiezione sollevarsi dentro la mia testa: non avevamo detto che il futuro sarebbe stato due popoli due stati? Sì, l’avevamo detto, e continuiamo a dirlo in inutili consessi politici europei, oppure all’interno dei talk show – meglio se trasmessi dopo l'ora di cena, quando la digestione ottenebra il pensiero – dove vince chi strilla più forte. Ma all’ordine del giorno della storia, questa ipotesi risulta non pervenuta.

lunedì 7 settembre 2026

Gli occhiali da sole della filosofia, una scorciatoia social per comprendere Platone e la democrazia

 

La filosofia non è difficile, non sempre almeno. Lo sono piuttosto i filosofi, specie negli ultimi secoli, quando hanno compreso che la difficoltà produce lo stesso effetto degli occhiali da sole. Lo spiega bene Battiato in una celebre canzone: “c’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero…”

Per togliere gli occhiali da sole alla filosofia si possono cercare delle metafore, oppure dei paragoni. È quello che fa Platone, ma i suoi riferimenti riguardano un tempo ormai lontano, non sempre riusciamo a farli nostri.

Proviamo allora ad attualizzare Platone, come in certe traduzioni moderne del Decamerone, dove si usano espressioni del tipo: “La sgallettata gli ha fatto proprio un bel lavoretto, mentre il marito stava al pub dove aveva alzato un po' il gomito”. E siccome siamo su Internet, restiamo a ciò che ci è più vicino. Un social network.

Mi è capitato sott’occhio, non so per quale motivo dal momento che non è tra i miei contatti, il post Facebook di un'attrice nota per i suoi ruoli erotici. Ora però non interpreta più ruoli erotici, dice che i ruoli erotici fanno soffrire Gesù, e si fa fotografare a Međugorje con un velo in testa e lo stesso sguardo di Paolo Brosio.

Nel suo post, accompagnato dalle immagini di una rosa rossa, scrive: “Un bocciolo di rosa mi hai donato si é aperto mi ha sorriso e oggi lo ammiro in tutta la sua bellezza. Che bel dono mi hai fatto rosso come l'amore che io nutro per te.”

Più sotto il consueto computo, che impila su un abaco virtuale la ricezione degli sputi che consegniamo al grande mare del web: 5919 like, 441 commenti, 58 condivisioni.

In uno dei commenti veniva scritto: “Da sempre bella... 💓adesso bellissima! Hai negli occhi la luce di GESÙ 🙏. Dio ti benedica sempre.”

Un altro, sotto, replicava: “Gesù non esiste.”

Sulla mia bacheca si è poi guadagnato spazio un post di Paolo Gamberini, un gesuita, un teologo, un filosofo che seguo; è stato allievo di Emanuele Severino, ora propone un approccio teologico molto interessante: si chiama post teismo.

Paolo Gamberini e la nota attrice stanno dunque dalla stessa parte, ma lo fanno in modo diverso; e infatti lo scritto di Gamberini aveva 3 like, 0 commenti, 0 condivisioni. Il suo sputo è andato quasi immediatamente a fondo. Eppure, l’ho letto ed era acutissimo.

Ma ora torniamo a Platone, nella Repubblica dice molte cose; quella essenziale è che la democrazia fa schifo. Per arrivare alla sua conclusione utilizza svariati esempi, miti e casi reali presi dalla sua biografia, poi aggiustati un po’. Adesso la chiameremmo autofiction.

Come ci siamo proposti, cerchiamo però di tradurre Platone all’oggi, prendendo atto di questo semplice fatto: le 5919 persone che hanno messo un like al bocciolo di rosa donato (chissà da chi... sarei curioso di saperlo) alla nota attrice votano, non importa per quale candidato – ma votano!

Ovviamente, votano anche le 3 persone che hanno messo il like all'intervento di padre Paolo Gamberini sul post teismo. E, fermo restando che non abbiamo ancora trovato nulla di meglio della democrazia, secondo voi, come potranno andare le elezioni… Non aveva qualche ragione Platone a diffidarne?

domenica 6 settembre 2026

Priorità

Di quello che pensano e fanno gli islandesi – con eccezione forse di Björk e di pochissimi altri, ad esempio lo scrittore Jón Kalman Stefánsson – confesso importarmi come i risultati calcistici della Spal, ammesso che esista ancora… Figurarsi delle crocette impresse in Islanda su schede elettorali che immagino gelide, malgrado la terra trapuntata da vulcani dove vengono compilate con disciplina norrena. Leggo così, con distrazione, dell'esisto della recente consultazione elettorale sull'Europa, da cui è emerso che gli islandesi non intendono diventare nostri fratelli, ma restare solo lontani cugini; di quelli che, quando fanno fortuna, dici ma lo conosco: siamo parenti!

Mi importa molto di più di ciò che pensano e fanno i cacciatori, anche se, in questo caso, la parentela la avverto con lepri, cerbiatti, marmotte e insomma tutti quei viventi percepiti nella disponibilità del dito posato sul grilletto, rendendo il cazzo del cacciatore lungo quanto la traiettoria balistica che abbatterà la sua preda. Ecco, questo mi interessa molto, con buona pace dei lontani cugini islandesi: mi interessa tagliare il cazzo ai cacciatori (metaforicamente parlando, lo devo specificare altrimenti gli algoritmi del web mi segano il blog).

venerdì 4 settembre 2026

Bastardos! o su cosa ha davvero detto Bonaccini

Gli zotici, i morti di fame, i somari votano per la Meloni. L’ha detto Bonaccini, scrive Tizio su Facebook. E Caio e Sempronio accorrono a mettere il loro like. In realtà Bonaccini ha detto un’altra cosa, per quanto tocca ammettere che l’ha detta male.

Liofilizzando la sua maldestra affermazione in polvere concettuale, otterremmo qualcosa del genere: il voto politico, fino a qualche decennio fa, avveniva per riconoscimento. Ora invece per incorporazione.

Bisogna quindi aggiungere un po’ d’acqua e provare a farne un discorso potabile. Se io sono povero e ignorante – sono condizioni oggettive, non giudizi –, dopo avere riconosciuto quelle condizioni quale esito di eventi reali da correggere (o se si preferisce usare il linguaggio della dialettica marxiana: processi storici determinati), voterò per quei partiti che tutelano i miei interessi – giusto? No, sbagliato.

Ciò valeva per il secolo scorso, poi è arrivato Berlusconi: è sceso in campo. Ma il punto di rottura è avvenuto prima, dobbiamo riavvolgere la pellicola. Se io sono povero e ignorante e guardo Anche i ricchi piangono su Rete 4, dopo un po’ di puntate mi ritroverò a vibrare per le vicende di quei poveri ricchi frignoni, empatizzerò come si dice adesso. Fino a piangere lacrime grosse quanto ciliegie mature.

In psicoanalisi questo meccanismo viene chiamato incorporazione. Di seguito la definizione che ne viene data dal vocabolario Treccani: “il processo psichico per cui si tende ad accogliere in sé oggetti o aspetti del mondo esterno, appropriandosi delle rispettive doti o qualità, vere o presunte. Appartiene, con la proiezione, ai primi meccanismi che regolano i rapporti oggettuali, e ha spesso il carattere di un meccanismo di difesa.”

La prolungata esposizione a mondi a noi del tutto alieni, come fu anche la serie televisiva Dallas (sempre sulle reti Fininvest, sempre primi anni Ottanta), ha prodotto forme di incorporazione spurie, poi replicate con la stessa biografia del Cavaliere: un uomo che davvero era riuscito a farsi percepire come amico, uno di noi con cui gridare forza Milan! Di noi ricchi, dunque.

Esiste un bell’aneddoto che chiarisce ancora meglio il dispositivo, si tratta di una storia vera riportata da un antropologo. Un piccolo gruppo di minatori sudamericani, saranno stati quattro o cinque, sta discutendo in un bar sulle politiche fiscali del proprio paese, che ha appena introdotto una tassa sui patrimoni dei più ricchi. “Quei bastardi!” convengono i minatori, riferendosi ai politici che hanno votato la legge.

L'antropologo, seduto a un tavolo vicino, si alza dalla sedia e li raggiunge con il suo bicchiere di Horchata. “Scusate se mi intrometto” dice, “ma non ho potuto fare a meno di sentire ciò che stavate dicendo. C’è una cosa che però non capisco: per quale ragione vi lamentate se i super ricchi vengono tassati? Senza offesa, ma non mi pare che ne facciate parte… In fondo, con quei soldi, verranno realizzate opere di interesse pubblico.”

“Eh già, bravo gonzo” risponde quello che appare essere il maschio alfa del gruppo: “e se poi vinco la lotteria… come la mettiamo? Con la nuova legge, devo lasciar lì la metà dei soldi in tasse!” E gli altri, di nuovo, a dargli manforte: “Bastardos, pendejos, hijos de puta!”

Ecco, credo sia questo che abbia voluto dire Bonaccini: incorporazione, non riconoscimento. Immaginario psichico contraffatto, non realtà. Incapacità della sinistra di costruire un immaginario altrettanto persuasivo, non scemenza degli elettori di destra. Anche se l’ha detto male.

mercoledì 2 settembre 2026

Carpiato (mi ricordo 86)

 


Mi ricordo che eravamo andati in campeggio sul lago di Monate. Un luogo un po’ strano per trascorrere le vacanze estive, di solito andavamo al Sud. Lunghi viaggi su una 128 Rally rossa, il gancio per la roulotte appariva incongruo, quasi offensivo su un'auto sportiva, come il foruncolo spuntato sul sedere della modella. Ci fermavamo a dormire nelle piazzole dei distributori di benzina, ai camionisti offrivamo bottiglie di Levissima e loro ricambiavano con sigarette bulgare; peccato che nessuno di noi fumasse. Il mio lavoro consisteva nell’abbassare i piedini di stazionamento, controllando che la roulotte fosse in bolla. Altrimenti il frigorifero non funzionava.

Quell’estate però a mio padre era venuta voglia di lago: “Così possiamo provare la canoa”, aveva detto. Ne riconosco a posteriori la geometria del pensiero: le cose, per lui, andavano fatte con cautela progressiva, chissà mai che al mare un’onda non riesca a ribaltare la canoa appena acquistata. Se fosse stato consentito, avrebbe iniziato col pagaiare dentro una piscina al coperto.

Quando mi scappava e dovevo correre ai bagni per non farmela addosso – una volta è anche successo, ma preferisco non parlarne –, incontravo solo olandesi e tedeschi. Era bello starli a guardare mentre si lavavano i denti, un gesto meticoloso che veniva replicato a qualsiasi ora, del giorno e della notte; poi si passavano il filo interdentale. Non credo che i tedeschi e gli olandesi facessero la cacca. Non ai bagni del campeggio, almeno. Magari la facevano dentro il lago.

Era piccolino come lago, poco più dell’invaso di una diga; poco meno dell’ansa di uno di quei fiumi sudamericani che scorrono pigri. Vicino alla spiaggia c’era una piattaforma galleggiante, sulla superficie in legno era stato montato un trampolino, sarà stato alto un metro e mezzo. Io raggiungevo la piattaforma a nuoto, salivo i pioli della scaletta e poi iniziavo a tuffarmi. Il tuffo ad angelo era quello che mi veniva meglio, ma, al termine della vacanza, ero riuscito a eseguire anche la posizione carpiata. L’unico timore era di imbattermi nella cacca di qualche olandese o tedesco.

La mattina andavamo a fare la spesa a Travedona. Mio padre si guardava in giro come se fosse alla ricerca di qualcosa. Di fronte a una palazzina degli anni Venti, un giorno, si fermò, e alzò la testa. Sulla fascia marcapiano compariva un'insegna. Prima doveva essere stata di un bel blu di prussia, ora i caratteri bourbon che componevano la scritta formaggi, accompagnata a un cognome dalla sillaba finale inequivocabilmente lombarda, si erano stinti, e si confondevano al grigio della parete come l'azzurro degli occhi dei vecchi. “Ecco, è qui”, disse mio padre. Poi entrammo per prendere delle mozzarelle.

Al bancone stava un uomo che poteva avere grosso modo l’età di mio padre, poco più di quarant’anni. I capelli erano diradati ma l’aspetto ancora giovanile, le braccia forti su un corpo magro, scattante: lo immaginavo balzare sulla bicicletta e farsi il giro del lago un paio di volte. Poi andare al bar, la domenica pomeriggio, e giocare a bigliardo fino a tarda sera. Quando comunicavano i risultati delle partite di calcio alla radio, controllare la schedina.

L’uomo mise le mozzarelle in un sacchetto trasparente e, dopo averle pesate, aggiunse un po’ di liquido di governo. “Qualcos’altro?” chiese. “No, è tutto”, rispose mio padre. Pagammo e uscimmo da una porta a vetri su cui compariva lo stesso cognome lombardo.

“Perché non gli hai detto niente?”disse mia madre una volta in strada. “Non so” fece mio padre aprendo leggermente le braccia. “Ma...” “Ti sei ricordata di mettere il telo sulla canoa?” la interruppe mio padre, e continuammo a passeggiare per i vicoli in pietra rizzata di Travedona.

Sotto la veranda della roulotte, mangiando le mozzarelle che erano buonissime, glielo chiese di nuovo a cena: “Perché non gli hai detto niente?” Questa volta mio padre farfugliò qualcosa: “È passato tanto tempo… figurati se si ricordava.” “Ma eravate compagni di banco” lo incalzò la mamma, “ti ha anche difeso quando uno ha messo in giro la voce che eri figlio di un fascista.”

In effetti mio nonno aveva aderito alla Repubblica Sociale, con il ruolo di capitano istruttore della Folgore. Dario Fo era tra gli arditi del suo battaglione, il Battaglione Azzurro, ma credo che avrebbe fatto come mio padre con l'amico di un tempo, fingendo di non conoscerlo se si fossero incontrati negli anni successivi. A guerra terminata mia nonna era tornata a Milano da Travedona, dove era sfollata insieme ai figli ancora piccoli. Mia zia non aveva ancora tre anni, mio padre invece otto, dieci durante il viaggio di ritorno sulla carrozza di un treno locale, dove non c'era nemmeno la toilette per cacare. Forse cacavano nel lago anche loro.

Andammo ancora un paio di volte nel negozio di formaggi del compagno di banco di mio padre, sempre in stretto anonimato. Poi la vacanza si concluse. Con il girabacchino rialzai i piedini della roulotte, pensavo chi se ne frega se il frigorifero non è in bolla, ormai non c’era dentro più niente, avevamo mangiato tutte le mozzarelle. L’unica cosa che avevo trattenuto era l'esecuzione del tuffo carpiato, la faccia doveva stare quasi incollata agli stinchi. Ma sapendo che, faccia e stinchi, non si sarebbero dovuti incontrare mai, potevano solo sfiorarsi. Ogni parte del corpo ha il suo proprio destino.

martedì 1 settembre 2026

Ranucci, cosa ne ho capito io

 


Esiste un antico pregiudizio: quello che una persona virtuosa, dalle ottime frequentazioni, sempre gentile e pacata con tutti, sia perciò stesso capace nella professione; e viceversa. Bene, ciò che sta avvenendo in questi giorni lo sbugiarda senza bisogno di astratte congetture, come fa un temporale con le previsioni del tempo che assicuravano il sereno. Stiamo parlando di Ranucci, ovviamente. L'uomo non era – ora lo scopriamo – una persona virtuosa, dalle ottime frequentazioni, sempre gentile e pacata con tutti. Eppure faceva in modo eccellente il suo lavoro.

Ho coniugato i verbi al passato. E infatti se l’io pubblico (il bravo giornalista) viene a sovrapporsi all’io privato con tutte le sue ombre – ombre che, nella circostanza, non si configurano in reato – il meccanismo si inceppa. Così quando i casi della vita o le intenzioni di qualche maldestro lestofante rimescolano i piani, la parte emersa dell’iceberg sprofonda assieme al resto. Detto fuor di metafora: una volta saputo della vita privata e perfino erotica di Ranucci, sarebbe ancora credibile alla conduzione di Report, che è pur sempre una trasmissione del servizio pubblico?

Qui tocca però fare una pausa e riflettere sul linguaggio. Il termine credibile è di nuovo un pregiudizio, del pregiudizio rappresenta addirittura l'essenza. Una persona credibile potrebbe infatti affermare il falso, e una in-credibile il vero. La credibilità si fonda su nessi storici e, per così dire, metonimici, ossia slittamenti laterali del senso. Con due esempi capiamo meglio.

Se nel passato Pierino ha già rubato una mela per cinque volte, al furto della sesta mela ci verrebbe naturale sospettare di lui, quando magari è stato Asdrubale. Mentre se il solito Pierino fosse stato amico di Hitler, sarebbe difficile credere al suo pacifismo. Eppure questi pregiudizi non testimoniano solamente della dabbenaggine umana, ma si basano su ricorrenze statistiche verificabili – a parte Pierino, non risulta che Hitler avesse molti amici pacifisti... Per gli amanti dei proverbi: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Torniamo alla nostra domanda di partenza, che non insinua dubbi morali su Ranucci, ma chiama in causa la credibilità informativa agli occhi degli spettatori di Report. Lo sarebbe ancora, credibile, dopo l'emersione delle sue discutibili amicizie, dopo la foto a torso nudo inviata a una giovane e graziosa giornalista che gli si proponeva (peccato solo professionalmente), dopo il finto attentato dinamitardo e tutto ciò che ne è seguito?

Io temo di no, per quanto non mi sfugga che l’autogol di Ranucci, anzi gli autogol, ne ha segnati più d’uno, tra cui i grossolani commenti sui futuri conduttori della trasmissione, si sono rivelati funzionali a un progetto politico di normalizzazione, con i partiti di governo che possono finalmente levarsi una spina dal fianco. Resta un’ultima domanda: ma davvero Report è sinonimo di Ranucci?

Anche in questo caso la risposta è un no forte e chiaro. Report è stato, se possibile con maggior gloria, Milena Gabanelli, ma siamo sopravvissuti al suo congedo volontario. La trasmissione ha reagito alla maniera di un figlio ormai svezzato: è stata in grado, grazie anche all'ottimo Ranucci, di camminare sulle proprie gambe, malgrado l’assenza della mamma. Quindi di correre, di fare la maratona.

Sopravviveremo così anche al nuovo cambio di consegne: via lo zio dalle frequentazioni indigeste, lo zio un po’ provolone e permaloso, accolto a braccia aperte dai palinsesti privati; mica lo mandano al confino. E dove si crea un vuoto, le leggi della fisica e dell'Auditel lo colmano con qualcun altro. Una staffetta che, tra noi estimatori di Report, avremmo preferito avvenisse all’interno della redazione del programma. A questo modo, puzza effettivamente di commissariamento.