giovedì 28 maggio 2026

Gogne social

"Non faccio proclami sul palco, imbarazzo per chi lo fa." Per quanto sintetizzate in formula giornalistica, pare che a pronunciare queste parole sia stato Francesco De Gregori, con ciò subentrando a Erri De Luca nel nuovo gioco estivo del social-linciaggio.

La prima parte del messaggio è totalmente condivisibile – De Gregori è libero di fare quel che gli pare –, mentre la seconda, esplicitamente polemica verso Bruce Springsteen e le sue critiche verso Trump, un po' meno.

Il sottotesto diventa infatti: l'artista dovrebbe essere disimpegnato; o, tutt’al più e come ha sempre fatto il cantautore romano con merito, comunicare attraverso i testi delle proprie canzoni.

In sintesi: se canti canta, lo sanno fare benissimo gli uccelli, non hai doveri morali per conto terzi. Pensiero di De Gregori. Ma è vero anche l'opposto, l’usignolo (e a maggiore ragione l'artista) non ha nemmeno non-doveri morali che gli impongono di farsi i cazzi propri; becco chiuso dopo il soave cinguettio, e via andare. Ed è questo invece il pensiero di Bruce Springsteen.

Certo, Springsteen non è un esperto di geopolitica, non è un esperto di quasi niente (“only an expert can deal with the problem” cantava Laurie Anderson, un’altra che su Trump non le manda a dire) a parte nascere per correre, born to run. Ma la sua inesperienza gode comunque di un enorme credito di ascolto, le parole da lui pronunciate pesano più di quelle bofonchiate al Bar Piero.

Con il credito della propria inesperienza Springsteen ha così deciso di farci qualcosa, o perlomeno di provarci, qualcosa che a lui appare utile e urgente per tutti. Francesco De Gregori no, ed entrambi possiedono ottime e legittime ragioni nel compiere la loro scelta.

De Gregori però aggiunge quell’elemento di imbarazzo, e cioè di critica, nei confronti della scelta opposta. Ed è qui che sbaglia, come ovviamente sbagliano anche tutti quelli che in questo momento lo stanno insultando, o ancora peggio liquidano la questione con il sarcasmo dei gattopardi da tastiera – "certa gente invecchia male" è lo sfottò più comune.

Ed è davvero triste assistere alla replica del processo proletario avvenuto al Palalido, che vide il Principe imputato non ho ancora capito bene di cosa, con i like che hanno preso il posto dei pugni alzati. Era il 2 aprile del 1976, lo stesso giorno in cui nasceva Laura Freddi.

martedì 26 maggio 2026

Genocidio sì, genocidio no


Sono in disaccordo con le recenti affermazioni di Erri De Luca su Gaza, ma le ho trovate preziose per una ragione che provo ad argomentare.

Quando dichiara a Israel Hayom, un quotidiano israeliano filogovernativo, che non è in corso un genocidio nei confronti del popolo palestinese, richiama, non so quanto volontariamente, una sottile distinzione tra etica dell'intenzione ed etica della responsabilità. La prima fa coincidere il male con la volontà di compierlo, e viene professata nella Chiesa a partire da Agostino. La seconda il male sta negli effetti dei propri comportamenti viene introdotta da Max Weber nel 1919.

Faccio un esempio non lontano dal vero. Se l'intenzione dell'IDF fosse di eliminare (termine edulcorato per dire uccidere) un capoccia di Hamas nascosto in ospedale, tale obiettivo non andrebbe esteso all'intero popolo palestinese, e in fondo nemmeno ai malati sotto al tetto del medesimo ospedale. Che però, almeno in buona parte, resterebbero vittime dell'azione da cui sono intenzionalmente esclusi.

Erri De Lucca, accordandosi al più disgustoso eufemismo bellico, lo rubrica implicitamente a danno collaterale, pur esprimendo il suo umano cordoglio per le sofferenze patite dai civili. Si colloca dunque in piena etica dell'intenzione. O per dirla con un altro slogan stracotto: à la guerre comme à la guerre.

In una guerra asimmetrica combattuta da Hamas nelle forme tipiche della guerriglia terroristica tatticamente non hanno altre possibilità, per quanto l'ottusa ferocia dei loro gesti li esime da ogni sconto morale mi chiedo così quanti danni collaterali, stragi all'interno dei campi profughi, bambini morti, affamati, non curati per assenza di medicinali vanno a configurare genocidio, secondo il moderno principio etico della responsabilità.

Una risposta non esiste, ma, continuando a pensarla diversamente, riconosco a Erri De Luca il merito di avere spostato un termine che rischiava di divenire un po' automatico, buono per dividersi tra Guelfi e Ghibellini sui social, ricollocandolo nel regno sdrucciolevole dei dilemmi filosofici e religiosi. Ha infatti una premessa proprio nei testi che De Luca conosce meglio, e cioè l'Antico Testamento ebraico.

Vediamo nel dettaglio. Genesi, capitolo 8, versetti 23-33. Quanti giusti devono esserci a Sodoma perché Dio non distrugga la città: cinquanta giusti... quarantacinque... quaranta... trenta... venti... dieci...?

A dieci giusti Abramo si ferma, smette di trattare con Dio e Sodoma viene distrutta. La domanda che vorrei allora girare a De Luca è proprio questa: davvero è convinto che, sotto un numero a sua discrezione di giusti, non si stia compiendo in Palestina un genocidio? E chi decide chi è un giusto, chi decide la Giustizia: di nuovo il Dio occhiuto e incazzoso di Israele? O, magari, con meno enfasi e più dubbi, il diritto internazionale.