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mercoledì 26 dicembre 2018

Il latino? No grazie. O su come trasformare un liceale in criceto


Ho scoperto da un’amica che esiste una versione di liceo scientifico per così dire light, come la Coca-Cola e le sigarette. La mia amica era aggiornata sull'argomento già che il figlio ha deciso d'iscriversi proprio a tale indirizzo. La differenza dal liceo tradizionale consiste nel fatto che, allo studio del latino, sono state sostituite le tecnologie applicate, in particolare l’informatica.
Ora io non metto in dubbio che nel mondo attuale, e a maggior ragione in quello a venire, l’informatica occuperà un ruolo di particolare rilievo; un sapere di derivazione matematica di cui già dal primo WhatsApp mattutino non possiamo più fare a meno, specie se si tratta di una persona a cui teniamo molto ed è accompagnato da un cuoricino.
Possiamo guardare all’informatica come alla tecnica suprema – ma non tecnica regia, attenzione, che per Platone era rappresentata dalla politica, basilikè téchne – e però sempre di tecnica si tratta, che nella sua essenza è il gesto pratico di coordinare mezzi in vista di un fine.
La tua automobile sbuffa dal radiatore come un bisonte braccato da Buffalo Bill, mettiamo. Nessun problema. Il meccanico, che è uomo di tecnica raffinatissima, coordinerà tutti i mezzi a sua disposizione – cacciaviti, sensori, pinze, chiavi inglesi, ponte sollevatore e soprattutto un grandissimo fiuto... – per raggiungere il fine previsto. Quello di sistemarla.
Eppure non in tutte le cose il fine è immediatamente intuibile, a portata di cacciavite. Per tale ragione nelle società umane è esistita ed esiste anche la 
teoria, ossia un pensiero che non procede a braccetto con l'azione compiacendola con i suoi inchini, ma si limita a osservare le cose da una distanza intangibile e rarefatta. Un pensiero ineffettuale.
Approfondendo lo sguardo su di sé, la teoria ci mostra che questa gratuità è però solo apparente, avendo uno scopo altrettanto preciso: quello di orientare le scelte, specie collettive, direzionando le tecniche per offrirgli la finalità umana, etica, perfino estetica che in sé stesse non possiedono. Attraverso la fissione nucleare, ad esempio, possiamo radere al suolo Hiroshima come far risplendere un milione di alberi di Natale... No, non è la tecnica che può aiutarci nella decisione. 
Individuare e perseguire degli obiettivi di portata più ampia dei bisogni biologici primari, è allora da mettere in relazione ai cosiddetti valori (cosa è importante e giusto per me, cosa è importante e giusto per tutti); valori che a loro volta si vanno precisando in un rapporto dialettico con la tradizione. Seguendo una falsa etimologia, potremo vedere la difficile arte del significare come una tradi-zione, ossia un tradimento dell'azione spinta dall'utile immediato a favore di un'azione storicizzata, che si fa carico della costruzione del proprio senso a partire dall'immagine che una comunità (o un individuo) possiede di sé.
Lo studio dei valori e della tradizione da cui proveniamo, il suo passaggio testimoniale nella staffetta delle generazioni, veniva chiamato nella Grecia classica 
paideia, e coincideva con un excursus formativo a cui i giovani appartenenti alla classi agiate venivano sottoposti. Più che nozioni pratiche e funzionali, ossia e appunto delle tecniche, si cercava di trasmettergli l’essenza spirituale di quella civiltà, la sua identità più profonda. Se ne ricava che il fine fosse lo sviluppo del fanciullo a partire da tale nucleo astratto ma non meno reale, inverandosi nella storia.
Un’idea che non era così scontata, attenzione, altri popoli si concentrarono molto di più sulla trasmissione di prassi concrete e utilitaristiche, ma che finì con l’affermarsi in Occidente tramite l’assunzione da parte dei romani, secondo la celebre intuizione di Orazio per cui Graecia capta ferum victorem cepit.
Della nostra tradizione, in un senso non solo ideale ma anche formale – sono letteralmente le sue radici, che si estendono nel terreno delle parole che utilizziamo tutti i giorni –, il latino rappresenta una delle componenti più diffuse e significative, il suo codice occulto. Rinunciarvi a favore dell’informatica, più che genericamente scandaloso o altre espressioni di vuota retorica, a me sembra dunque corrispondere a una precisa scelta a favore dei mezzi (tecnici) ma a scapito dei fini (umani).
E ricordo ancora, un po’ pedantemente, che stiamo parlando di giovani liceali, ossia di ragazzi che si candidano a essere la futura classe dirigente del Paese; e con ciò senza nulla togliere a coloro che scelgono o vengono costretti a frequentare scuole tecniche, come è stato nel mio caso. Una circostanza, quest'ultima, che suggerisce maggiore indulgenza, dal momento che un ragazzo iscritto a un istituto professionale si dispone umilmente a occuparsi dei mezzi con cui far funzionare cose già decise da altri; ad esempio la nostra vecchia carretta, che continua a buttar fumo con Buffalo Bill alle calcagna.
Ma da un futuro architetto, politico, giornalista, magistrato, insegnante, medico, urbanista, alto funzionario pubblico pretenderemmo una maggior consapevolezza sulle finalità dei propri gesti. Consapevolezza che la conoscenza del latino potrebbe contribuire a sviluppare.
Se non fosse che ormai è già probabilmente troppo tardi, e le riflessioni della filosofia primonovecentesca, in particolare di quella di matrice esistenzialista e fenomenologica, già registrarono un ammutinamento della tecnica dai ranghi subalterni a cui era stata per secoli sottoposta: non più un mezzo in vista di un fine esterno e determinato, ma, ribaltando i rapporti tradizionali, l'indeterminata generazione di nuovi fini da parte di un mezzo che ha quale unica mira il proprio potenziamento, in un'infinita circolarità. Una tautologia in pratica.
O se volessimo provare a restituire il tutto con un’immagine, è il criceto che corre dentro la ruota della gabbietta senza chiedersi il senso della ruota e della gabbietta e della sua cavolo di vita da criceto, che sta unicamente nello sguardo della bambina che un giorno ha detto con gli occhioni sgranati: Me lo prendi papà? Sì, te lo prendo se vuoi.
Allo stato attuale delle cose possiamo così augurarci che almeno i giovani cinesi, nell'equivalente dei nostri licei, ancora studino il mandarino antico, la filosofia taoista, per non parlare della tortuosissima perfezione con cui si compone la grafia dei loro caratteri, vera grande muraglia posta a salvaguardia della rozza semplificazione del codice binario.
Potranno infatti essere solamente loro, e non un vecchio dio con i reumatismi e la gotta, come voleva 
Heidegger, i cinesi o qualche altro popolo eccentrico alla deriva modernista a mettere il morso e le briglie a una tecnica che corre libera e selvaggia nella prateria del niente ha senso, bene, allora tutto è possibile, operativamente fattibile. Non certo i giovani italiani, che frequentano licei in cui non si studia più il latino. Licei light, anzi: ultra light.

giovedì 15 novembre 2018

Buongiorno, buonasera, o sui mattoncini Lego con cui si costruiscono le civiltà

Purtroppo esistono i luoghi comuni. E purtroppo, talvolta, i luoghi comuni si dimostrano veri. Accade quando l’oggetto del discorso coinvolge temi di interesse, per l’appunto, comune, che semplificando possiamo chiamare civili: modi e forme in cui la nostra specie ha saputo integrare il proprio vitale egoismo, “barattando parte della felicità per un po’ di sicurezza”.
Questo, almeno, è quanto pensava Freud, ma esiste anche la versione di Benjamin Franklin, dove a essere barattata è piuttosto la libertà. Nella sostanza cambia comunque poco: meno io e più noi, con una certa discrezionalità sulle percentuali dello scambio.
Esiste un collaudo piuttosto semplice per verificare se la transazione stia dando buoni frutti. Addirittura una contabilità, da iscrivere nel libro mastro dei profitti e delle perdite. Metteremo allora una X quando qualcuno si mostra gentile e riconoscente, basta un cenno del capo, uno sguardo, un niente del corpo che dia conto dell'intenzione. Le occasioni sono quelle solite.
Il concedere il passo in un frangente automobilistico dalle regole incerte, ad esempio, oppure a un pedone la cui precedenza non sia prevista dalle norme stradali. Lui si gira verso di noi semplicemente dicendo: grazie. Lo stesso, una bella X, quando un estraneo si comporta con uguale attenzione nei nostri confronti, apre la porta invitandoci a entrare per primi, accompagnando il tutto con un sorriso, o un gesto cordiale e non ruffiano di pura gratuità. Nei casi di interazione mancata o aggressiva, invece una pallina nera.
Un collaudo che io ho fatto per davvero, la mia agenda è piena di X e pallini. E posso assicurare che ci sono differenze enormi tra le diverse comunità, e non solo tra tipi umani. Quelli col suv, è forse pleonastico ricordalo, si prendono infatti anche ciò che non gli spetta, con le lancette del Rolex come dardi scagliati verso i peones in utilitaria. E suggerisco al riguardo il buon vecchio metodo del cacciavite, con cui accarezzare la fiancata lustra della Range Rover parcheggiata in seconda fila; ma mi raccomando solo all’imbrunire, a confondere i contorni del graffio… 
In ogni caso, in molte circostanze i barbari siamo noi, ma in altre sono certamente loro o meglio alcuni di loro: sotto comunità particolari, gruppi etnici, minime tribù sociali, con cui la convivenza si mostra sempre più difficile. E volutamente utilizzo gli odiosi pronomi personali “loro” e “noi”, a sottolineare il divaricarsi del processo di integrazione, che non c'entra davvero nulla con una malintesa idea di razza.
Ad esempio nessuna donna araba – e dico nessuna in senso letterale, non traslato – offrirà mai un segno di riconoscimento a chi si mostri disponibile nei suoi riguardi, e ciò per ragioni che esulano totalmente dal proprio animo. Non stiamo insomma parlando di buoni e di cattivi, ma di culture convergenti e divergenti. 
Per tale ragione non sono minimamente interessato a chi sia meglio di chi altro, ma agli effetti del baratto di cui sopra, per capire se a fronte di quel che perdo io stia effettivamente guadagnando altrettanto in termini di armonia sociale e sicurezza. Ma anche di bellezza, per quanto sia un po' retorico a dirsi.
La mia risposta alla conclusione del collaudo, contando i segni impressi, è no. No di certo, la bilancia pende pericolosamente dal lato dei pallini, pochissime le X, sono saltati gli equilibri tra le persone. E non è, di nuovo, un no di matrice razzista o come si dice ora sovranista – “ognuno a casa propria!" –, ma l’invito a ripensare lo stare assieme dei popoli, a partire delle politiche sociali.
La prima tra queste dovrebbe essere l’immediato ripristino, a tutti i livelli scolari, di ciò che ai tempi delle mie scuole medie veniva chiamata educazione civica. Ma non un’oretta stiracchiata da fare ogni tanto e facoltativamente, come avveniva quando ero ragazzino. Piuttosto tre, quattro, massì abbondiamo: cinque ore a settimana e per tutti! Finché nella zucca di ogni futuro cittadino italiano (compreso gli italiani-italiani, che sono non di rado i più cafoni) non entri l’automatismo che a un buon giorno si risponde con buon giorno a Lei, grazie.
Cose così, semplice galateo si dirà. Sì, semplice galateo. La convivenza civile è infatti come un grande Lego, il cui primo mattoncino è costituito dal galateo, ossia dalla formalità dei gesti prima ancora che dalla purezza del cuore. Tutto il resto viene di conseguenza, quando viene. E quando non viene non starà a noi occuparcene, già che risiede in quel residuo di liberà che la contrattualità sociale ancora prevede.
Tra le pareti di casa si potrà dunque continuare a ruttare, a scoreggiare, persino a prendere a schiaffoni (non troppo forti) la propria moglie. E però a condizione che lei sia compiacente e quasi fiera – cosa più frequente di quanto si creda; “se mi mena vuol dire che mi ama” pensano ancora certe donne...
Ma per quel sano egoismo che ci ha portato a barattare un po’ della nostra libertà e molta, forse troppa felicità, tenderemo in questi casi a girare canale col telecomando. Già che l'Occidente è anche questo: un grande televisore dove c'è posto per ogni show, purché vengano rispettati i tempi e gli spazi della pubblicità.

mercoledì 24 maggio 2017

Il megafono e la cazzuola, o su dire, fare e twittare



Un tempo, e forse ancora adesso, si diceva che il compito dell’istruzione è sviluppare un pensiero critico sul mondo. Prima che l’acquisizione di nozioni particolari, specifiche, professionali, sarebbe cioè importante l’attitudine a una visione personale e non omologata sulle cose, che si giovi dell’esperienza oltre che dei fallimenti altrui.
Così a naso, mi verrebbe da sottoscrivere questa affermazione, la trovo plausibile e non priva di una sua sintetica saggezza. Ma se apro Facebook, o qualsiasi altra pagina web, mi sembra che abbiamo preso fin troppo alla lettera l’invito. Ognuno riversa su internet il suo pensiero, lo sbrodola, o concentra, a seconda dell’attitudine e del gusto, comunque convinto che gli altri possano (o meglio debbano) trarne beneficio.
Lo dice anche un verso della canzone che ha vinto il festival di Sanremo: “tutti tuttologi sul web…” Tra cui naturalmente mi ci metto anch’io, che sto facendo lo stesso: scrivo, pontifico, esprimo una visione che mi sembra originale su ciò che avviene, manifestando di aver fatto propria l’istruzione che i miei genitori mi hanno impartito.
Ma mi viene però ora il dubbio che a quell’imperativo pedagogico mancasse una postilla... In che modo una visione può tradursi in condi-visione, ossia in racconto che intercetta altri racconti, facendosi quindi progetto comune, epica popolare?
Ciò che risulta navigando sul web, più che l’immagine di bambini ormai emancipati dalla loro buona educazione (cavolo, pensiamo tutti con la nostra testa che geni!), è infatti lo specchio infranto di singolarità che non fanno più sistema.
Quel movimento filosofico americano chiamato pragmatismo, alla metà del diciannovesimo secolo ha puntato tutto su tale aspetto: l’utilità collettiva della verità, che senza un elemento comune (comune fin nella prassi agli altri, non solamente nel pensiero) non può neppure essere chiamata Verità.
Dal punto di vista epistemologico l’affermazione è un po’ enfatica, certamente arrischiata. Molti sbagli non fanno infatti una giustizia, come molte schiappe non restituiscono l’estro calcistico di Maradona. E però non mi sembra del tutto eccentrico pensare all’utilità pubblica, ma anche privata, di quel che diciamo, scriviamo, proclamiamo dentro ogni piccolo o grande megafono, trasformandolo in cazzuola.
Non perché così si diventi più intelligenti – ormai abbiamo dato diffusa prova delle nostre capacità –, ma perché come ha mostrato la stessa filosofia americana, la parola è anche un fare, un atto linguistico che come ancor prima aveva intuito Marx, potrebbe iniziare a cambiare il mondo, non solamente a descriverlo e criticarlo, come fatto fino a ora.
Fino a ora, già. Cosa abbiamo fatto fino a ora? A me pare che con tutte le nostre parole indignate, i tweet arguti, post autoriferiti, fino a ora non solo non abbiamo cambiato un cazzo, ma ci stiamo convincendo della nostra impossibilità a cambiare qualcosa, anche piccola…

martedì 20 settembre 2016

Le mele del signor Pizzala, o sul bene e il valore



Io abito in un condominio costruito nella periferia semi agricola di Sondrio da una cooperativa di maestri elementari alla fine degli anni cinquanta. I maestri hanno acquistato il terreno in cui il signor Pizzala, mi raccontano i miei genitori, coltivava le mele, delle belle mele gialle e rosse che segnavano l’estremo confine meridionale della città. Quindi ci hanno costruito sopra un palazzotto grigio e impettito, funzionale, o come chiama questo stile Gianni Celati con felice intuizione: geometrile. Era la sigla di un’Italia sollecita e ottimista, magari un poco approssimativa, ecco, edificata dai geometri nel tempo del boom economico senza troppe sottigliezze estetiche. In altre parole: casa mia.
In quell’Italia gli insegnanti elementari avevano un ruolo ben preciso, rappresentato e rappresentativo, perfino esemplare, erano insomma classe dirigente. I miei genitori, per la soddisfazione dei loro, di genitori, avevano guadagnato l’accesso alla classe dirigente del nostro Paese dopo essersi conosciuti sui banchi dell’Istituto Magistrale Lena Perpenti, le cui aule ospitano ora i corsi di musica del Comune. Anche due fratelli di mio nonno – lo zio Enrico e lo zio Peppino -, la sorella di mio padre, mia zia Marina, la cugina materna Alba e suo marito Pietro, quasi tutti, ora che ci penso, nella mia famiglia sono stati maestri elementari. Anche la zia Gina, che viene ricordata malvolentieri quando si enumerano le genealogie di fronte a una tazza fumante di tè con i canestrelli.
Adesso quel condominio geometrile sbocciato da un giorno con l’altro nel frutteto del signor Pizzala, dall’estremo orlo in cui si trovava si è ricollocato nel semicentro della città, in base al principio di espansione e inclusione proprio dei grandi imperi come delle metastasi tumorali. Molti dei maestri elementari che ci abitavano sono morti, gli appartamenti sono stati ereditati, venduti, affittati. Quasi tutti i nuovi inquilini probabilmente nemmeno conoscono il nome che fu dato al loro sogno di calce e mattoni, con evidentemente slancio rinascimentale, da quel lontano manipolo di maestri: condominio la Gioiosa, come la Ca' Zoiosa di Vittorino da Feltre.
Per qualche tempo hanno abitato nel codominio la Gioiosa anche delle entreneuse rumene, rientravano tutte le notti alle quattro e si alzavano a mezzogiorno. Un’altra rumena che abita qui, ma di professione fa la badante, fingeva, con loro, di essere italiana. Poteva così origliare i discorsi nell'androne di ingresso senza suscitarne la cautela, cercando in tal modo di carpire se covassero qualche malaffare. Questo minimo spionaggio condominiale veniva poi condiviso tra i vicini. 
Nell’appartamento, a piano terra, delle entreneuse rumene, da qualche mese si sono trasferiti un gruppo di giovani africani, probabilmente appartengono a un’associazione di aiuti umanitari o qualcosa del genere, visto che i numerosi inquilini cambiano di frequente e si fa fatica a riconoscerli. A qualcuno, me l'aspettavo, ho sentito dire che "i negri sotto tutti uguali…” (purtroppo nel condominio non abbiamo nessun ghanese che possa travestirsi da italiano e fornirci ragguagli).
Quando i giovani africani sono arrivati erano ancora in corso i lavori per il rifacimento dell’ascensore, che perciò non funzionava. Ogni volta che mia madre rientrava con un sacchetto della spesa o degli altri ingombri, c’era sempre un ragazzo africano pronto ad agguantarlo per precipitarsi al quarto piano, ma rifiutandosi di accettare la mancia che sempre gli offriva mia madre, la quale si sdebitava con qualche manicaretto che gli portava ancora fumante all’ora di cena. E non voglio dire che le persone di colore siano tutte brave, sarebbe anche quello razzismo, razzismo all’incontrario, ma semplicemente che è andata a questo modo. Un modo che mia madre ha gradito molto, e che ha fatto piacere anche a me.
Durante l’ultima assemblea condominiale, mi sono però accorto che la presenza africana viene vissuta diversamente dalla maggioranza degli altri condomini. L’intervento che mi ha più colpito è quello della giovane e bellissima figlia degli inquilini del primo piano. Secondo lei, se non poniamo al più presto argine alla cosa – questi “negri” che sostano davanti a casa in minacciosi capannelli, parcheggiando le numerose e scassate biciclette in cortile, a disdoro dell’immagine del condominio –, la loro sgradita presenza si rifletterà negativamente anche sul valore dell’immobile.
Il suo ragionamento temo che sia verosimile, già che verosimilmente buona parte della popolazione la pensa allo stesso modo. Se infatti un “negro” vale (ipotesi) meno di un bianco, anche un condominio con andirivieni di persone di colore, in base al principio della metonimia, varrà di meno. Meno soldi proprio, moneta sonante. Un ragionamento che in effetti non fa una grinza.
Quel che forse sfugge alla mia bellissima vicina di casa è che il valore, qualsiasi tipo di valore, economico o sociale poco importa, è conseguenza di attribuzioni in buona parte discrezionali, non è un dato di fatto per così dire ontologico. Si fa insomma valere qualche cosa, il valore è un’attribuzione, mai uno status autonomo che definisce un oggetto o una condizione, ed è quindi frutto più della consuetudine (gli occhiali che indossiamo nel guardare il mondo) che della realtà oggettiva delle cose.
Possiede quindi ampi margini discrezionali anche la nozione di utilità – ha valore ciò che è utile, ciò che serve specialmente in regime di scarsità dell’offerta, ci ricorda la teoria economica –, quando l’utilità e il danno sono molto meno intuitivi di quel che appare agli economisti. Siamo ad esempio certi che una polo Ralph Lauren sia davvero quattro volte più utile di un’uguale maglietta della Robe di Kappa…? O non sarà che entrambe possiedono la medesima utilità, ma una vale di più, quattro volte di più, perché è stata come gonfiata da un elemento immateriale e psicologico, che potremmo chiamare prestigio.
Il prestigio è dunque una narrazione subliminale che associa un oggetto a una condizione auspicata, la quale può essere anche molto lontana dall’oggetto stesso, quanto lo è l'auspicio da un tornaconto reale. L’elemento che potrebbe aiutare a distinguere tra utilità e prestigio, quindi tra valore e bene, ossia tra un codice simbolico e un vantaggio concreto e umano, è la consapevolezza, qui intesa come coscienza delle strutture antropologiche che portano sia al giudizio che al pregiudizio, da cui una possibile valorizzazione dell’inutile. Ma questa preziosissima facoltà, preziosa oltre ogni valore, dovrebbe essere la scuola a fornirla, l’insegnamento a farla circolare per il mondo. Sapere, in altre parole, prima di avere e volere e giudicare.
Ecco, a me sembra allora che la minima vicenda qui accennata sia una perfetta metafora di questo tempo, in cui dilaga il valore (economico, sociale, razziale) ma implode il bene e la coscienza, nel più totale vuoto pedagogico. E allora sì, tocca concludere che ha davvero ragione la bellissima ragazza che non vuole "negri" in casa propria: perché quella casa ora vale meno, molto meno da quando noi, con le nostre belle polo Ralph Lauren con il colletto sollevato, abbiamo occupato le stanze che i suoi antichi maestri avevano costruito con slancio e passione, dopo aver colto le mele gialle e rosse dall'albero del signor Pizzala.

lunedì 13 agosto 2012

Gli studenti, gli accedemici e i professionisti di oggi? Dei killer

Lo so che non si può sapere tutto. Specialmente ora, con le conoscenze che si moltiplicano e diramano in specifiche branche di studio, involtolano in nicchie e discipline particolari, rispecchiano in una continua verifica dei risultati ottenuti, che il metodo scientifico non solo prevede ma anche impone. Non voglio nemmeno fare il solito discorso frignone, rimpiangendo i bei tempi andati degli scienziati-filosofi, gli umanisti capelloni o i medici scrittori come Cechov e Céline (ma ci sarebbe ancora uno come il dottor Jannacci, per dire). E' che mai come adesso mi pare di scorgere un velo di svagata ottusità nelle persone istruite, che incontro quotidianamente: al bancone dei baretti di periferia, dove lo zucchero di canna è ancora un optional come i cerchi in lega, li ritrovo compagni di briciole alla trattoria Speranza di via Candiani, per vederli infine dileguare nei dipartimenti universitari vicino a dove ho preso casa, nel quartiere Bovisa di Milano.

Un tratto di indifferenza neppure ostentata ma naturale, e questo, per paradosso, mi preoccupa ancor di più – perché immedicabile, vissuto con fatalità – presente in particolar modo in chi proviene da studi scientifici, a maggior ragione se di giovane età. Magari se ne vanno sei mesi negli Stati Uniti per un master, parlano tre lingue, scendono e salgono da un aeroplano come dalle scale mobile della Rinascente, ma non hanno la minima idea di quel che succede nel loro condominio. Dei tecno-ebeti, davvero, dei coglioni.com. E così mi è venuto da chiedermi quale fosse il modello di sapere a cui la tradizione ci aveva abituato, prima del fulminate scarto attuale. Ed è arrivata anche una risposta: la guerra.

Prendetela per quello che è, intendiamoci, non voglio certo salire in cattedra, è una semplice intuizione. Che proviene dall'accidentale memoria di quanto sosteneva Eraclito, o meglio sunteggiava nelle poche battute di uno dei suoi celebri frammenti; non sempre coerenti tra loro, a dire il vero. I greci la chiamavano Polemos, la guerra, o meglio il dio che la personalizza, da cui ancor oggi discende il termine polemico (e io un poco lo sono, lo riconosco). L'idea di Eraclito viene in ogni caso da lì, tutto per lui proviene da quella concentrazione esplosiva: Polemos. Senza un elemento di conflitto, sorta di attrito originario posto alla scaturigine della vita, all'Archè, secondo il grande enigmista di Efeso non potrebbe esserci niente.

Immaginiamo allora il Principio alla maniera di un fiammifero svedese, sfregato sulla fettuccia ruvida del pacchetto (altre volte, Eraclito fa derivare la natura dal fuoco, o più precisamente dal lampo, che "governa tutte le cose"). Se non ci fosse contesa tra sesquisolfuro di fosforo e vetro polverizzato, non ci sarebbe neppure la vampa, l'abbrivio, il brusco movimento con gli oggetti che si animano, prendono a cercarsi e respingersi di continuo, danzano il caso o forse il destino, quindi il lutto, in un tango ostinato e sensuale in cui si scappa per inseguire, si insegue per scappare, no, nulla.

Gli antichi sapienti, non accontentandosi, loro, delle briciole, miravano alla conoscenza del Tutto. Ma se tutto ha avuto origine dal conflitto e da questo è ancora alimentato, bisognava allora farsi carico di ciascuna cosa, assumendo i connotati di chi ha confidenza con quel principio antagonista. E sono i guerrieri. Sempre pronti a muovere battaglia alla tenebra, in ogni luogo e condizione, su qualsiasi campo da battaglia. Da ciò hanno ricavato anche la duttilità, la disposizione a tessere alleanze e a curiosare nelle fortificazioni del nemico, spiandone di continuo le mosse senza trascurare alcun dettaglio, alcun luogo. Non esistono infatti guerre mondiali e guerre locali, perché ogni guerra è sintomo dello sfondamento di una totalità strutturata, un'implosione delle sue fondamenta, a cui segue il drammatico rigenerarsi di un intero sistema vissuto, un vero e proprio mondo, piccolo o grande che sia. E così o si vince tutti assieme, con l'esercito schierato in robusta falange e i frombolieri che fanno la loro parte a lato della mischia, oppure si perde. Da soli o in piccole bande, si perde.

Una disposizione alla totalità che è però del tutto assente negli studenti attuali, negli accademici, i professionisti con le Tod's e l'abbronzatura d'ordinanza, salvo rarissime eccezioni. Cinque anni di liceo, altrettanti di università più vari master, dottorati, specializzazioni e non sanno nulla dei grandi piani militari della modernità, non leggono manco uno striminzito fondo sul quotidiano che trovano quando vanno al cesso, dimenticato dall'idraulico. E dunque Freud, la psicanalisi? Mai sentiti nominare. Le avanguardie storiche, la guerra civile spagnola, la letteratura e il cinema contemporanei. Se ne fregano. Per non dire della nozione stessa di cultura, intesa quale luogo in cui operare la trasformazione interiore, la mutazione alchemica che muove dalla nigredo infantile al lento e consapevole dischiudersi alla rubedo della maturità. Non pervenuta proprio. Solo la sclerotizzazione delle elitre di un determinato coleottero che vive nella Malgaccia inferiore. Di quello, sanno tutto.

Ma allora, se l'umanità pluridecorata sul campo dei saperi particolari ha smesso di essere composta da "guerrieri", e piuttosto disertori che se ne stanno asserragliati nelle casematte dei singoli dipartimenti, rifiutando la tenzone dentro il mondo, il muso contro muso con l'esistenza, che cosa sono diventati i nipoti di Eraclito? Sarò immodesto, ma credo di possedere anche questa risposta. Sono dei killer. Arriva un pizzino, fai questo o quest'altro, gli si dice. E così loro individuano il bersaglio intellettuale, armano il cane, fanno fuoco. Colpito e affondato. Quindi, senza neppure sapere chi fosse quella persona o concetto appena sistemati, se ne tornano a casa a mangiare, a trangugiare un piatto di pastasciutta ca' pummarola 'n coppa. Come, vi assicurano con un sorriso, in tutto 'o paese la fa solo mammà!

sabato 11 agosto 2012

Preferirei di no, o su quello che direbbe adesso Mentore a Telemaco (per Chiara)


Ieri ho scritto un post in cui condenso – esasperandole un poco, ma davvero non di molto – le tre o quattro esperienze che ho avuto in chat. Mi sono comunque bastate per capire che quella non è la mia tazza di tè, come dicono gli anglosassoni con il sopracciglio alzato.  Qualsiasi residuo di programma informatico adatto allo scopo è stato quindi sradicato dalle applicazioni del mio pc. L'improbabile conversazione riportata mi ha però fatto comprendere anche un' altra cosa, più sottile, forse perfino importante. Provo allora a condividerla.

Avete presente quando si dice, in genere con la prosopopea di chi ti stia consegnando un doblone del tesoro, che chiunque, anche “un contadino” – chissà perché tirano sempre in ballo i contadini, i quali non mi risulta amino molto concionare... –, chiunque ha qualcosa da insegnarti, ed è meglio se te ne stai zitto ad ascoltare? A partire dalla circostanza, in cui chi ti rammenta questa incorruttibile perla di saggezza si assegna un fondamentale ruolo educativo; che, per altro, ti guardi bene dall'aver richiesto...

Tocca però riconoscere: l'affermazione è assolutamente vera, ogni uomo possiede un dono di conoscenza per te, qualcosa, sì, da incassare e mettere subito in cassaforte. Ma è pure completamente falsa, allo stesso tempo e senza pregiudicare il primo assunto. Basta infatti un minimo di esperienza per sapere che gli altri, il più delle volte e specie quando ti chiamano al telefono – piove, non c'è campo, hai le mani impegnate dai sacchetti della spesa –, sono e rimangono dei grandissimi scocciatori. E' dunque un paradosso realizzato, la storiella del contadino da cui prendere ripetizioni. Una verità duplice ma non dialettica.

L'insegnamento a cui si fa tacito riferimento, così come ricaviamo da una lunga tradizione, è infatti quello che possiamo collocare nel rapporto tra allievo e Maestro. Un lento travaso dell'esperienza del primo nella curiosità dell'altro; o se preferite, un passaggio di testimone: vigile, sorvegliato, che prevede reciproca consapevolezza e disponibilità allo scambio, alla trasmissione simbolica del valore dentro quell'infinita maratona (più calli che medaglie) che chiamiamo vita.

Beh, fate allora la prova anche voi, se non l'avete ancora fatta. Non dico un contadino, che rappresenta una realtà troppo retorica e in fondo astratta, ma entrate anche solo cinque minuti in chat con uno sconosciuto (tra parentesi, potrebbe essere un contadino...), e vi troverete immediatamente scaraventati contro un muro, un ostacolo che neppure l'atleta più prestante riuscirebbe a scavallare. E questa persona dovrebbe diventare il vostro Maestro? Ma mi faccia il piacere...

Una distanza e un limite culturale e di interessi, certo, vocaboli e cadenze inconciliabili, ma non è ancora questo il punto. Più di frequente è proprio a un livello di base, delle emozioni, dei sentimenti primari, che ci accorgiamo di non avere nulla da spartire con il nostro interlocutore. Un marziano, ecco, una faglia antropologica che si sta spalancando alle radici dell'umano, per riprendere la preziosa intuizione di Pasolini. Eppure è proprio mentre annaspiamo nel magma denso del disagio, tra i relitti di una comunicazione impossibile, che scorgiamo una diversa sfumatura dell'apprendere: per differenza, per contrasto; gli psicologi la chiamerebbero formazione reattiva.

Ma torniamo ancora alla scena originaria, da cui tutta la pedagogia occidentale si è poi sviluppata per emulazione, e cioè dal concetto greco di paideia. Mentore e Telemaco, dunque. Il primo, capostipite per antonomasia del concetto stesso di magistralità, si prende cura integralmente dell'educazione del secondo, che ne diventa il mentee. Ed è così che Telemaco impara da Mentore tutto ciò che da lui può assorbire: i segreti oscuri della geometria, le belle lettere che scivolano dolci sul palato; anche l'arte terribile della guerra, e magari le indicibili carezze. Ma stop, oltre non si può andare. Se lì dunque si fosse rimasti, non ci sarebbe stata alcuna dinamica storica – non dico alcun progresso, concetto assai sdrucciolevole – e Telemaco sarebbe rimasto per sempre aggrappato al chitone del suo precettore, replicando tutt'al più il rapporto con un nuovo e giovane allievo.

E invece, come suo padre, come Ulisse, anche Telemaco sente a un certo punto l'impulso a partire, intraprende un viaggio. Per ricercare il genitore scomparso, certamente. Ma così facendo si forma il carattere non solo sulla base dei saggi insegnamenti del Maestro, trovandosi ora a contatto di ciò che gli è – e gli rimane, attenzione! – del tutto e radicalmente estraneo; tra cui il pozzo nerissimo che si apre dentro agli occhi di Antinoo. Ed è anche da quello, dal rapporto drammaticamente avverso con i Proci, che bivaccano pigramente nelle sue stanze e offendono la memoria del Padre, il corpo della Madre, che Telemaco impara, cresce, temprandosi nel corpo e apparecchiando il pensiero. E sarà questo il vero insegnamento, utile alla resa dei conti finale.

Ritrovare il proprio Padre, ossia la radice più autentica di quel che siamo, per Omero significa dunque essere pronti per farlo, essere a propria volta diventati padri di se stessi. Come quando si smarriscono gli occhiali, che si ritrovano sempre dopo averne acquistato un nuovo paio; si trova insomma qualcosa nel momento in cui non ci serve più... Eppure la ricerca non è stata vana, abbiamo magari ripescato una vecchia fotografia smarrita sotto al letto, una pepita d'oro di purissima nostalgia. E così le acquisizioni più proficue non avvengono solo per mezzo di nozioni astratte, preformate, ma per la via sanguigna delle emozioni profonde, l’intimo sentire e le casualità della vita. Detta in una parola: l'esperienza. Che ci insegna a dire anche dei no, oltre che dei sì, comandi, va bene, eseguo, Signor Maestro.

Come dire che ci vogliono anche i cattivi maestri, le volpi e i gatti, per imparare a distinguere quelli buoni. E da pupazzetti di legno che eseguono meccanicamente i compiti loro assegnati, trasformarsi in ragazzini.

Beh, se questa intuizione – chiaramente iperbolica, almeno al nostro svagato livello iniziale – contiene comunque il seme di una verità buona anche per il presente, avremmo forse guadagnato un libretto delle istruzioni per la modernità. Che davvero si manifesta come una serie di pareti invalicabili, eppure piene di crepe, di spifferi e uno scricchiolio in quelle che pensavamo le categorie inossidabili del pensiero; chiamatela pure "decadenza", se preferite. Un luogo e un tempo, in ogni caso, in cui la continua e spesso mediata esposizione al nostro prossimo, ce ne fa sperimentare anche l'intransitiva distanza, l'enigmatica alterità.

Ma dove pure, con la scorta del fagotto che ci ha consegnato Mentore più di duemila anni fa, assimiliamo di continuo da tutti – braccianti agricoli, casalinghe di Voghera, hostess e steward della Ryanair – oltre che da tutto ciò con cui entriamo in contatto, calati tra gli infiniti strepiti di un vicolo troppo affollato e promiscuo. Ma sapendo che al contadino dell'apologo, portatore, si pretende, di una morale positiva e superiore, abbiamo tutto il diritto di ribattere anche il nostro fermo e irrevocabile NO, almeno e per grazia nel pensiero. Ed è così che le chat e i social forum si mostrano finalmente per quel che sono, o meglio potrebbero diventare se utilizzate con ironia, e magari un pizzico di cuore:  un meraviglioso catalogo di NO, NO grazie, NON mi interessa, preferirei di NO. Da cui imparare - sì, imparare - a saziarsi nel digiuno.