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venerdì 26 luglio 2024

Portobello, o sull'happy end

 

Penso a una storia con protagonista un uomo nato intorno alla metà degli anni Sessanta, ha un sogno ricorrente. Tutte le notti sogna Portobello, il pappagallo dell'omonima trasmissione condotta da Enzo Tortora tra il 1977 e il 1983, e poi per un'unica stagione nel 1987, dopo le tristi vicende giudiziarie.

Il sogno compare nel suo teatro onirico alle 2.47, un orario che per la cabala ebraica e la numerologia significherà forse qualcosa, ma non per questa storia. 2.47 precise precise, lo sa perché alle 2.48, puntualmente, si sveglia. E dice: “Diofà!”

Un tipico motto di sorpresa piemontese, strano perché il nostro personaggio non è piemontese, probabilmente ha sentito l’espressione da ragazzo a Sanremo, dove si ritrovava con un gruppo di coetanei di Asti. Tornato in valtellina al termine delle vacanze (il nostro personaggio è dunque valtellinese) la ripeteva con gli amici del Bar Sole, compiacendosi per l’esotismo del suono. Ma ci voleva, allora come adesso, una ragione per sbottare.

In questo caso coincide col fatto che Portobello ha finalmente parlato – un evento che ha dell'inverosimile, accaduto una sola volta con Paola Borbone. Peccato che nel sogno non abbia detto Portobello, come richiesto dal programma, ma anch'esso Diofà. Cosa fare…?

Enzo Tortora si consulta con gli autori, in studio è presente un notaio, sentono il suo parere e poi decidono di assegnare comunque il premio al concorrente, un bel gruzzoletto in gettoni d’oro. Alle 2.49 il nostro personaggio può così riprendere a dormire. Si acciambella come un gattone sul lato sinistro, un mezzo sorriso a baciare il cuscino. Perché questa è una storia che finisce bene.

sabato 21 ottobre 2023

È stato solo un sogno, o sulle domande che spaccano il cuore

Questa mattina avevo il richiamo della vaccinazione anti Covid. Ore 10.00, presentarsi alla 9.50 con codice di prenotazione UNLXNSBIFRMRMYC, stava scritto sull’SMS di conferma. Si ricorda di portare un documento identificativo in corso di validità e la tessera sanitaria.

Vado a dormire tardi dopo due puntate di Twin Peaks, la prima stagione. Nonostante la pasticca di Rivotril ho il sonno un po’ agitato. Sogno. Al mattino i ricordi sono confusi, ma potrei giurare che una mia compagna di scuola faceva parte del sogno; siamo stati nella stessa classe sia alle elementari che alle medie, sempre nella sezione effe. Sì chiama Silvia. Da quanto tempo non la vedo? Saranno quindici anni, forse venti...

Probabile. Ma se voglio ritrovare un'immagine nitida devo risalire al Carnevale del 1975, quarta elementare. Io mi ero presentato a scuola vestito da direttore del circo – avevo fatto un po’ di fatica a recuperare la tuba, la giubba rossa con i bottoni dorati apparteneva a mia nonna – mentre Silvia da damina del Settecento.

La gonna conteneva un’anima di metallo, se provava a sedersi faceva leva sulla sedia e si sollevava la parte anteriore, mostrando a tutti le mutande. Corrado Lapsus veniva mandato ogni tanto in avanscoperta per sollevare il grembiule scuro alle bambine, e farci vedere il candore delle mutande. Ma così era troppo facile.

Alla fine, dopo alcuni tentativi, Silvia decise di rimanere in piedi. Noi con i gomiti appoggiati sui banchi di formica verdina a sbranare chiacchiere e tortelli; lei al centro della classe come un monumento, un’installazione artistica, un capolavoro. Bella è sempre stata bella, per quanto, a volte, il tempo somigli ai fanatici religiosi. Gente barbuta che abbatte le statue di un dio disallineato al presente. Mi piacerebbe rivederla.

Quando è il mio turno (numero 24 chiamano a voce alta e non più con il microfono, ormai a vaccinarsi siamo rimasti in quattro gatti), entro nel box e trovo l’infermiera di spalle; sta aspirando con la siringa un intruglio che già immagino scorrere minaccioso nel mio sangue. Si gira e mi chiede: “Spalla destra o sinistra?”

“Sinistra direi, ma tu…?”

“Si, sono io. Con queste cose sulla bocca", e indica la mascherina, "non ti avevo riconosciuto subito nemmeno io. Come stai, Guido?”

“Bene, sì, insomma… E tu, abiti sempre a Sondrio, ti sei sposata, hai figli?”

Non presto attenzione alle risposte, mentre parla – sono proprio un cialtrone – sto pensando se dirglielo o meno, e nel caso come.

“Silvia lo sai che questa notte ti ho sognata” la interrompo in una sola rapidissima emissione di fiato, si ingolfa in quella cosa che tengo anch'io sopra la bocca. Replico allora il suo gesto di indicare la mascherina, fingendo di giustificare così la mia goffaggine. Sembra l'inizio di una canzone di Luca Carboni.

“Davvero?!”, risponde lei con un tono di sorpresa che appare accentuato e artificioso, quasi a nascondere una notizia che già conosceva. 

“Sì, ma non preoccuparti: non facevamo cose strane… Eravamo vestiti. Non ti si vedevano le mutande, come quella volta a Carnevale.”

Speravo di farla sorridere ma resta seria, concentrata sulla siringa, non si ricorda dell’episodio. Provo a raccontarglielo ma mi anticipa: “Fa lo stesso, andava bene uguale."

Finalmente sorride, e dopo avermi invitato, sempre a gesti, ad abbassare la spallina della maglia di caldo cotone, continua: "Quello che facevamo facevamo. Tanto si trattava di un sogno, solamente un sogno, no?”

Annuisco.

Mi infila l’ago nella spalla senza preavviso, poi preme lo stantuffo con una delicatezza che sembra contraddire l'impeto iniziale, i ballerini nel tango fanno qualcosa di simile. Non sento nulla. Preferisco quando le iniezioni fanno male, mi sembra che per stare bene si debba soffrire un po', non tanto, solo un po’. Al termine mette un cerottino come quelli che ricoprivano le ginocchia dei bambini degli anni Settanta. “Posso andare?” dico io.

“Sì, sì.”

“Allora ciao, Silvia.”

”Ciao Guido.”

“…”

“Aspetta” mi dice quando sono già arrivato alla tenda del box, “nel sogno eravamo come adesso, sì, insomma, vecchi… o come una volta?”  

sabato 1 aprile 2023

So long


La penultima volta che ho pianto è stata nell'aprile del 1974, da poco compiuti gli anni con otto candeline sulla torta. Mio nonno Alfredo, detto Pinin, mi aveva accompagnato al cinema della parrocchia a vedere L’ultima neve di primavera. Ho pianto come il bambino che ero quando il bambino sullo schermo sale sulla ruota delle giostre – non ricordo se nevicasse nella circostanza, ma il titolo me lo suggerisce – ormai condannato da quello che veniva allora chiamato un brutto male; "Papà sono stanco, sono tanto stanco" sussurra al genitore mentre la platea di ottenni scoppia in lacrime, e i nonni porgono fazzoletti all'odore di lavanda. Per consolarmi, al termine della proiezione, Pinin mi prese uno spumone con la panna montata nella stessa pasticceria dove era stata ordinata la torta di compleanno, la proprietaria era uguale uguale a Moira Orfei. L’ultima volta che ho pianto è stato invece ieri sera. Ho pianto ancora più forte che al cinema, con singhiozzi, lacrimoni, naso che cola e insomma tutto quanto fa di un pianto una rappresentazione di successo. Peccato che non ci fosse lì nessuno a guardarmi, un frignone fa sempre la sua porca figura. Ero da solo a letto e stavo guardano un altro film, o più precisamente il bel documentario di Nick Broomfield intitolato Marianne & Leonard, Words of Love, che racconta la storia d’amore tra Leonard Cohen e Marianne Ihlen nata sull’isola greca di Hydra. Lui parola inquieta, voce da abissi di Lucky Strike, principio maschile che feconda. Lei placida biondità immersa nelle acque calme dell’Egeo, mano che ogni mattina, domeniche incluse, posa un geranio sulla scrivania dove Leonard compone le sue opere, prima di tornare all’ombra di un vecchio fico. Ma a ben vedere faceva moltissimo: accoglieva, conteneva e offriva un argine a quel fiume in piena, consentendo all’impeto creativo del grande poeta di ricomporre il caos del mondo, quindi trasmutarlo in canto. Un momento, non premete subito il grilletto! Non sto dicendo che così deve essere, che il ruolo della donna è di angelo del focolare e non di Presidente o Presidentessa del Consiglio, fate voi. Semplicemente, a Hydra, nell’estate del 1960, questo accadeva. Ma simile a un sogno, di quelli che piacevano tanto a Carl Gustav Jung: l’animus incontra la sua anima e la incorpora, prima di avventurarsi alla conquista dell'ignoto; Hydra come Itaca da cui partire e ritornare di continuo, Marianne come Penelope. Un sogno in cui possiamo leggervi il simbolo anche a ruoli invertiti, secondo il luogo comune (comune, in questo caso, in quanto accomuna, prima ancora che stereotipo svigorito dall'uso) che vede una parte maschile e una femminile in ciascuno di noi. Ho però il sospetto che Leonard Cohen non ne fosse ancora del tutto consapevole, lui di solito così abile a maneggiare i simboli. Perciò, dopo l'iniziale idillio, cerca di smarcarsi, per consegnarsi completamento alla sua arte, senza realizzare che le due cose si riflettono, e più cerchi di allontanarti più ritrovi il vecchio schema con nuovi travestimenti. Una ragnatela, vi fa riferimento nella canzone dedicata alla donna, So Long, Marianne, interna a lui ma che a lei, qualsiasi lei a questo punto, lo conduce, in un'ostinazione che ricorda l'indirizzo di casa. Se ne accorge dopo cinquant’anni, sei dei quali trascorsi in un monastero buddhista, e un altro matrimonio alle spalle oltre a infinite relazioni, quando viene a sapere che Marianne sta morendo consumata da una leucemia, la stessa malattia che condanna il giovane protagonista dell'Ultima neve di primavera. È alla propria anima che allora si rivolge con una lettera giustamente divenuta famosa. "Beh, Marianne" le dice scrivendo alla donna ma, in fondo, chiudendo il cerchio di quel dialogo aperto tra sé e sé, "beh, siamo giunti al tempo in cui siamo talmente vecchi che i nostri corpi cadono a pezzi e penso che molto presto ti seguirò. Sappi che ti sono alle spalle, così vicino che se tendi una mano riuscirai a prendere la mia. E tu sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non ho bisogno di dire altro in proposito perché di questo sai già tutto. Ora però voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore eterno. Ci si vede più in là…" Un che va preso alla lettera: non cronologicamente, non dopo, ma oltre, in uno spazio accessibile con un po’ di sforzo. Quello, ad esempio, dove un uomo di mezza età incontra un bambino di otto anni. Anche lui ha qualcosa da dirgli: "Beh, giovanotto" attacca con un'ironia che cela imbarazzo ", il nostro pianto ce lo siamo fatti entrambi. Come era lo spumone di Moira Orfei, sempre buono? No, non dirmelo, lo so già. Vedrai quante cose saprai anche tu alla mia età, e saranno più spesso quelle che stanno sotto il naso a sfuggirti. Ma non aspettare un film su Netflix per accorgerti di Marianne, o se preferisci puoi darle un altro nome, quello che più ti piace. Accorgiti. Non cercarla. Lei è già qui, è sempre stata qui. Così vicino che se tendi una mano riuscirai a prendere la mia." "Ma allora Marianne sei tu..." risponde il bambino con gli occhi sgranati. "O forse sono io, siamo noi, la stessa persona dentro infiniti specchi?!" "Non lo so. Non chiederti troppo, l'ho già fatto io e non ha portato a molto. Uno scaffale per ogni cosa, cataloghi, biblioteche. Ogni i con il suo bel puntino sopra, da infilare in un carrello colmo di ciò che chiamavo esperienza, ed era invece solamente consumo. Allunga piuttosto la mano, allunga quella piccola mano, dai... E adesso stringi forte!"

venerdì 30 dicembre 2022

Il dubbio e la colomba

Quando non si riesce a venire a capo di un problema, Jung suggeriva di domandare all'inconscio. Non aspettatevi una risposta come le istruzioni per montare la libreria Billy, aggiungeva Jung in ampio anticipo sull'Ikea. Il linguaggio dell'inconscio somiglia a quello dei profeti: simboli e metonimie, che di notte si srotolano per lasciare  a volte – tracce delle sue capriole al risveglio.

Perché non provarci, mi sono detto. In fondo ho provato (con scarso successo) anche a ballare il tango e fischiare con due dita in bocca  poi ho scoperto, avviene spesso con le soluzioni più semplici, che senza dita mi veniva benissimo, lunghi fischi da marmotta a superare i campi per addentrarsi fin dentro al bosco.

Il problema diventava ora udire la risposta del bosco, dopo avere scritto la mia domanda su un foglietto di carta con un pennarello color oro; mi sembrava che un elemento di cauta bizzarria potesse favorire il responso. Quindi ho posato il foglio, ben piegato, sotto il cuscino, e mi sono addormentato.

Quella notte ho sognato il mio amico Francesco Scimemi. In realtà lo siamo solamente su Facebook, non c'è mai stato un incontro, solo sfiorati in una bolgia di gattini e parole che fanno le fusa. Eppure anche così riesce a essermi molto simpatico. Di professione, fa il mago.

Io camminavo lungo una strada pedonale trapuntata di negozi, tra gli altri un panificio e un parrucchiere con il cavallino, ci vengono fatti montare i bambini più riottosi per regolargli la zazzera. Sembrava un borgo medievale ma, stranamente, nessuno in giro, quando lo intravedo dietro una vetrina. Massì, è proprio lui: il mago!

Sorride, sorride sempre, anche su Facebook, e intanto mi saluta con la mano. Quel ciao ciao che si fa dal finestrino di un treno o dalla poppavia di un battello a chi resta, o forse parte per un viaggio diverso. Ciao ciao, Guido. Ciao ciao, Francesco. Non ci siamo detti, senza parlare, altro.

A quel punto mi sono svegliato e ho registrato il sogno sullo smartphone. Era ancora notte fonda, faticavo a riprendere sonno. Cosa significa?, pensavo. Cosa vuole dirmi l'inconscio? Che accidenti devo fare?

Da una sola domanda ne germogliavano a decine...

Ma la passione ha un'altra grammatica, cantavano gli Avion Travel. Ok ok, la faccenda della libreria Ikea da montare, ora ricordo. La stessa oscura grammatica dei sogni. Ogni tanto ancora ripenso al mio, con l'espressione che hanno i cani quando non capiscono qualcosa: il muso reclinato da una parte, le orecchie sollevate. E come i cani ho smesso di cercare una soluzione. Dormire. Mangiare. Passeggiata. Pisciatina.

Se qualcosa cambierà nella mia vita – era una grande domanda, lo confesso – sarà come la colomba che esce dal cilindro. Per magia. Sembrava solo tessuto nero e compatto e austero, e invece possedeva le ali. Vai tu a sapere come fanno i maghi... Il giorno in cui dovessi incontrare Francesco, voglio proprio chiederglielo.

Nel frattempo posso dedicarmi a cose più interessanti. Ad esempio sbucciare caldarroste, oppure rovistare negli abissi del naso, frugare bene con l'indice che i politici si puntano l'uno contro l'altro in tivù, o, ancora, guardare i manichini nei negozi di vestiti.

Da qualche anno, avete notato, alle manichine femmina hanno iniziato a tracciare i capezzoli. Da grigie colline di plastica che erano i seni, ora premono sotto camicette a fiori che, dopo i saldi di gennaio, già parlano la lingua della primavera. Capezzoli come colombe che non vedono l'ora di spiccare il volo.

sabato 24 dicembre 2022

Bob Dylan & me

 

Questa notte ho sognato che Bob Dylan teneva un concerto nel cortiletto che divide il mio condominio, al 10, con quello all’8 di via Parolo, a Sondrio. Che già Bob Dylan a Sondrio… e proprio nel cortile dove ho imparato ad andare in bicicletta, una Graziella rossa che si liberava finalmente dalle rotelle come i razzi lunari dalle impalcature di Cape Caneveral. Gli anni erano quelli lì.

Ad attendere l'inizio di un evento che sarebbe rimasto impresso nella memoria collettiva per decenni  Bob Dylan a Sondrio, come Simon & Garfunkel al Central Park o i Pink Floyd a Venezia  nel sogno erano presenti solo quattro gatti (il rag. Flematti, la vedova Pizzala e il dott. Grimaldi, più qualcun altro che non ricordo) pronti ad accordarsi al refrain di Like a Rolling Sones.

Alla vista di quello smilzo parterre cominciavo a fare telefonate: “Oh, c’è Bob Dylan, non ci crederai: suona sotto casa mia, se fai in fretta riesci ad arrivare per il brano di apertura – corri!”

Le risposte però erano tiepide, scarsamente interessate; il mio migliore amico mi diceva che doveva mettere giù perché stava aspettando una chiamata importante, ha sottolineato l'aggettivo con un tono quasi spazientito. Ma come, c’è Bob Dylan, hai capito bene cosa ho detto: B-O-B-D-Y-L-A-N.

Poi mi sono svegliato e mi è venuto in mentre Freud, e chi se no? Se è vero che i sogni rappresentano parti di noi o, meglio, come noi ci percepiamo, in una specie di carnevale metaforico di desideri e paure, mentre mi lavavo i denti di fronte allo specchio del bagno ho dovuto riconoscerlo, riconoscermi.

Ma non solo io, era una foto di gruppo. Tutti quanti ci sentiamo un po’ Bob Dylan, dai, diciamocelo. In gola le canzoni che cambieranno la storia della musica, della poesia, della società intera, mica per niente gli hanno dato il Nobel. E allora cosa dobbiamo fare: lasciare il mondo mutilo di tanta bellezza?

Per questo, al risveglio e con lo spazzolino ancora in bocca, ci precipitiamo su Facebook a intonare il nostro canto salvifico, in forma di pensierini di cui immaginiamo il mondo avido. Un esempio? Questo.

Finito di scrivere e pubblicato il post che state leggendo, mi sono accorto che, come nel sogno, giusto i vicini di pianerottolo (una manciata di persone indecise se ascoltare il mio concerto o precipitarsi sul profilo di Selvaggia Lucarelli, per vedere chi aveva appena insultato), erano disposti a concedermi un’attenzione distratta, con il rituale applauso finale in forma di like. Nemmeno 15, sono in media.

Eppure non ci viene mai il dubbio, non a me, almeno, di essere Gigi D’Alessio, oppure Scialpi, Luis Miguel che nel 1985 cantava Ragazzi di oggi, e nel 2022 la canta ancora come se il tempo non fosse passato, altro che il divino menestrello...

E così chitarra alla mano, armonica in bocca e cappellaccio da cowboy, ogni giorno mi presento nel cortile dei social travestito da Bob Dylan.

venerdì 14 gennaio 2022

Parliamone...


Anni fa avevo il grilletto facile. Bastava che qualcuno mi guardasse storto, o mi mormorasse qualcosa di sbagliato. Dici a me? rispondevo io, parli con me? sibilavo come De Niro in Taxi Driver, e poi bum bum, due pallottole nella pancia, oppure in testa, in bocca e perfino nella schiena, secondo la geometria dell’infamia. In questo non avevo un protocollo fisso, uccidevo all'impronta.

D'accordo, succedeva solamente in sogno, in fondo chi non si trasforma in killer mentre dorme, mi dicevo sbadigliando al risveglio. È normale. Poi uno mi psicanalista mi disse: “Guarda che non è proprio così, non è normale. In trent'anni che faccio questo lavoro non ho mai trovato qualcuno come te. Le persone di solito non ammazzano altre persone, nemmeno quando dormono, parliamone..." E ne parlammo.

Ora è molti anni che ho interrotto le sedute di psicanalisi, chissà se il mio vecchio analista è ancora vivo, era un uomo piccino che ricordava Perry Mason. Comunque non l'ho ucciso io, giuro! Con quelle cose ho smesso. Ci ho dato un taglio. Adesso, quando vado a letto, tiro fuori una corda, ci faccio un bel nodo e zac; oppure mi lancio dal balcone; ingollo una scatola di pilloline rosa; lascio aperto il gas e cose così, anche in questo caso il mio inconscio trova molti modi per soddisfare il suo desiderio profondo: ammazzarmi.

Ma in realtà, in sogno, mentre dormo e ammesso che riesca a dormire, non sono proprio io a lasciarci le penne; l’impressione è che si tratti del corpo (identico al mio) e della vita di qualcun altro. La stessa persona che ritrovo nel letto al risveglio, buongiorno, buongiorno, ci salutiamo freddamente e poi ognuno per la sua strada, che curiosamente è la stessa.

La notte successiva devo allora ricominciare tutto da capo. In fondo è normale, mi dico nuovamente: chi non si suicida in sogno? Ma questa volta non c'è nessun Perry Mason a rispondermi: “Parliamone...”

mercoledì 6 ottobre 2021

La città senza insegne

 

Ieri notte ho sognato che avevo trovato finalmente un lavoro, non prendevo più il reddito di cittadinanza. In effetti io non prendo il reddito di cittadinanza, sono semplicemente disoccupato, ma nel sogno le cose stavano in modo un poco diverso; lo scrivo per i lettori più pignoli, i campeggiatori nella pineta del realismo: la tenda va piantata bene a terra e i grilli fuori a frinire, mai dentro la testa. Anche i sogni, per queste persone, devono essere documentabili, e chiamano fiction tutto il resto. Nel nostro caso si tratterà allora di onirofiction.

Nella messa in scena notturna non so quanto pagassero per il nuovo lavoro, ma, come si dice, importante è cominciare. Cosa devo fare ho chiesto rimboccandomi le maniche?

Un uomo alto con folti baffi neri mi ha indicato un telefono di celluloide. Roba da modernariato, mercatini rionali, con il disco commutatore per comporre i numeri facendolo ruotare in senso orario. Per un attimo ho avuto il dubbio che fosse quello con cui la mamma telefonava alla zia, e, dopo un’ora di ma dai... ma tu pensa... DAVVERO?! citofonava bestemmiando il vicino, con cui condividevamo la linea attraverso  il duplex. Devi rispondere quando suona, ha detto l’uomo troncando bruscamente i miei ricordi, e poi raccontare una storia.

Una storia, quale storia…? ho ribattuto perplesso.

Non importa, fai tu. La persona che chiama ti dirà una parola: usala, immagina che sia la motrice di un treno a cui devi attaccare i vagoni. Si tratta, in genere, di persone che vogliono solo passare il tempo. Inventati qualsiasi cosa, basta che non dici parolacce.

Come nelle favole al telefono di Gianni Rodari! ho esclamato; finalmente avevo trovato un aggancio, il primo vagone merci del treno.

L'uomo coi baffi neri è rimasto impassibile. Evidentemente, nel mio sogno, che era la sua vita, non esisteva Gianni Rodari. Un sogno di merda, va' (ma l'ho solo pensato, non si sputa nel piatto dove si mangia).

Ecco che squilla il telefono. Una voce rauca e quasi sussurrata, probabilmente appartiene a una persona anziana, senza tanti preliminari mi suggerisce la parola insegna. Insegna, mmm... Imposto le corde vocali sul registro Gassman (Vittorio eh, mica il figlio spilungone) e comincio a fare il mio lavoro.

C'era una volta una città in cui i negozi non avevano le insegne. Nemmeno una? mi chiede il signore anziano, diciamo pure vecchio. No, nemmeno una, via pure i cartelli stradali. E questo era un problema, in particolare per gli stop e i centri massaggio cinesi.

Senza insegne avevano iniziato a chiudere: prima uno, poi l'altro, come le luci di un condominio dopo le dieci di sera. Le massaggiatrici che resistevano passavano il tempo ad allenarsi tra di loro, torneranno i tempi buoni si dicevano per farsi coraggio. Ma, per quel particolare tipo di prestazione, non funzionava, mancava un dettaglio anatomico che finivano per scordare. E alla fine mollavano come chi le aveva precedute.

Qualcuno mormorava che stessero tornando in Cina, tornavano a casa loro, per la felicità di un famoso partito politico che ne aveva fatto lo slogan, l'Italia agli italiani; purtroppo esisteva anche nel sogno, il partito politico sì e Gianni Rodari no. Proprio un sogno di merda. E comunque che ne so dove fossero finite le massaggiatrici cinesi, ho dovuto infine ammettere incalzato dal mio interlocutore.

Rimanevano solo i maschi, ma non trovando moglie – i cinesi si sposano notoriamente tra di loro – finivano coll'estinguersi; niente più involtini primavera, casalinghi a poco prezzo, negozi in cui si riparano gli smartphone, niente più cinesi di qualsiasi sesso e solo uomini caucasici con i baffi, come quello che mi aveva assunto.

E le altre donne? mi chiede il vecchio con il solito filo di voce. Quelle simili a noi, senza gli occhi a mandorla e la elle al posto delle erre. Sì, insomma, dove sono finite le nostre donne?

Accidenti, mi ha preso in castagna, è un particolare a cui non avevo pensato. Balbetto qualcosa ma poi mi tocca ammetterlo: non lo so. Posso solo confermare che anche loro erano scomparse.

I maschilisti lo imputavano al fatto che le donne, pure, sono insegne: fioriscono a primavera per le vie del centro, come Wanda Osiris quando si dischiude il sipario. Al posto dei neon profumi, foulard colorati, minigonne e bigiotteria, per distinguersi tra la folla. I maschilisti più maschilisti di tutti aggiungevano: e un bel culo. Nel paese senza insegne, concludevano, è normale che non ci fossero culi femminili.

Ma le femministe ribattevano ringhiose sui sociali network (non potevano infatti farlo di persona, erano sparite insieme a ogni altra donna) che se ne erano andate per solidarietà con le massaggiatrici cinesi. Quindi condivano il tutto con qualche segno grafico transgender, tanto per mettere le cose in chiaro. Il fatto che il vecchio non facesse obiezioni mi faceva pensare che l'avesse bevuta...

Al posto di parole, dall'altra parte della cornetta, sentivo però provenire dei sospiri, potevano essere anche singhiozzi, non si capiva bene. Forse ho esagerato, mi dico. Le storie non cambiano certo il mondo, ma quel piccolo pezzo di mondo costituito da chi le ascolta sì, le narrazioni possono essere ascensori come sgambetti. Che sia ruzzolato nella tristezza per colpa mia?

Ho pensato allora di alleggerire il racconto, basta a volte una rima baciata per strappare un sorriso. In una città senza insegne, dico, una storia in cui non sopravvive nemmeno un piccolo arrugginito cartello sopra a una vetrina, tutto dilegua in un'ombra confusa. Le cose, quando non vengono segnalate, notate, è come se non esistessero. Prima di arrivare alla luna bisogna passare per il dito che la indica. E all'oscurarsi dell'ultima insegna, la città rimane senza fregna.

A quel punto è rientrato l'uomo coi baffi neri e mi ha strillato qualcosa in tedesco, l’accento era quello della Renania settentrionale, sembrava il comando impartito a un Dobermann con le orecchie drizzate, pronto a scagliarsi alla mia gola. Du bist gefeuert, du bist gefeurt! ripeteva.

Bisogna aggiungere che io, in tedesco, conosco solo la parola wurstel, ma nel sogno lo parlavo correntemente, in particolare il dialetto della Renania settentrionale, se incontravo un renano ci saremmo messi a raccontare barzellette sui bavaresi, chiamandoli affettuosamente terroni.

Ho così potuto tradurre al vecchio che ancora mi ascoltava confuso, spiegandogli che non potevo più andare avanti con la storia perché ero appena stato licenziato.

lunedì 28 giugno 2021

Inconscio politico

 


Questa notte ho fatto una scoperta. Contrariamente a quanto pensava Freud, ecco la mia scoperta, l'inconscio non mira solo al soddisfacimento di una pulsione sessuale più o meno occulta, ma è anche politico. Lo ricavo da un sogno, che mi sembra la miglior risposta alla rimostranze vaticane sul Ddl Zan.

Sono a Roma, vago tra chiostri e chiese di dimensioni enormi, cupole sontuose, mi accompagna un conoscente omosessuale. Traversando uno di questi luoghi ci imbattiamo in due preti, le gambe sono immerse in una vasca dall'acqua tiepida, i lembi inferiori dell'abito talare galleggiano neri in superficie, la sensazione fradicia di un naufragio. Si tratta forse di terme o qualcosa di simile.

I due preti ci invitano a fare lo stesso, ma io indugio all'orlo di marmo stondato della vasca mentre vedo il mio amico omosessuale, chiamiamolo Giovanni, sedersi accanto ai preti con cui inizia a conversare, ha arrotolato i pantaloni come fanno i ciclisti quando montano su una bicicletta senza carter.

Ci sono molte piaghe in questo mondo dice uno dei due preti, e conclude la frase con un sospiro.

Con un testone un po' spelacchiato Giovanni annuisce, sì sì, molte piaghe.

Il consumismo dice l'altro prete.

Il consumismo, come no, ripete Giovanni.

L'arrivismo, di nuovo il primo prete. L'arrivismo fa eco Giovanni.

- Il comunismo.

- Il comunismo.

- L'egoismo.

- L'egoismo.

- L'indifferenza.

- L'indifferenza.

- L'omosessualità.

- ...

L'omosessualità ripetono i due religiosi all'unisono, fissando Giovanni in attesa che dalla sua bocca esca il medesimo stigma. L'omosessualità...

Ed ecco, dopo un lungo silenzio, gli occhietti furbi che lampeggiano nella penombra del locale, Giovanni finalmente parla. E dice: I preti.

domenica 8 novembre 2020

Un gelato al limon

Questa notte ho sognato che acquistavo una vaschetta di gelato. Non era per me, ma non ricordo bene per chi fosse; probabilmente per una donna che mi rispondeva distrattamente dall'altra camera: "Il congelatore è pieno, vedi un po' tu dove metterlo." Dove metterlo? E dove vuoi che lo metta, del gelato...

In ogni caso io non mi davo per vinto: aprivo sportelli, cassetti, armadi; e però niente da fare, il gelato cominciava a sciogliersi. Ed è con questa sensazione che mi sono svegliato. Quella di possedere un bene – per il mio inconscio ancora un poco infantile, il bene supremo -, ma vederlo svilito e compromesso dalle circostanze, in conseguenza delle quali non riusciva a farsi dono.

Da sveglio, ma ancora offuscato dagli spiccioli di Morfeo, ho provato ad allargare l'inquadratura di quel che rimaneva del mio sogno. Ci stavano ora centinaia di migliaia di persone chiuse dentro le loro case (come si dice adesso: in lockdown), con il braccio proteso nel gesto di offrire un cono di gelato.

Devo dire che a questo punto ho fatto un fermo immagine; una composizione un po' naif, ricordava una pubblicità di Oliviero Toscani, e però buffa, forse perfino bella. Il quarto stato in versione estiva e balneare.

Quindi ho ripreso, accorgendomi che dall'altra parte ci stava un fantasma; come tutti i fantasmi, ululava il suo buuu da sotto un lenzuolo bianco, più ridicolo che minaccioso. Ma era incapace del semplice gesto di allungare la propria mano all'indirizzo di un’altra mano; poi dire grazie, avevo proprio voglia di un gelato.

Ed è così che la crema inizia a sciogliersi, o forse si trattava di limone, sì un bel gelato al limon che cola lentamente, raggiunge l'indice, poi il medio e l'anulare, solca il palmo ridisegnando la linea della vita; qualche goccia finisce sulle scarpe, anzi sulle pantofole, come in ogni sogno che si rispetti siamo in un luogo pubblico in ciabatte da camera, la vestaglia indossata da Carry Grant nelle commedie degli anni cinquanta.

Ma noi ancora lì, fermi, speranzosi, con il nostra cazzo di gelato proteso verso il nulla.


venerdì 23 ottobre 2020

Eucarestia

 


Questa notte ho sognato il mio amico Michele. Andavo a chiamarlo la mattina, ma lui non rispondeva: si era trasformato in una pagnotta.

Michele è un mangione, e anche un dormiglione, la trasformazione non mi stupiva più tanto. Così insistevo: Michele, sveglia  SVEGLIA! Dai che è tardi... Ma lui niente, un immobile soffice pane appena sfornato, dalla crosta dorata e croccante.

Nel frattempo era arrivato anche Ivan, ci siamo consultati: Dovremmo tastargli il polso... Ma come fai a tastare il polso a un panino?

E poi Michele ha il diabete ed è sempre stato un po' matto – non per modo di dire, un matto vero! –, e abbiamo sempre temuto che potesse finire così. Sì, morto. Ma non panificato.

Dopo qualche esitazione, non abbiamo trovato di meglio che iniziare a mangiarlo: un pezzo io, un pezzo Ivan, finché di Michele non è rimasta che qualche briciola. Il resto stava nel nostro stomaco.

Quando la cicalina del citofono mi ha risvegliato – era il postino, a consegnarmi una maglietta con la scritta Yuppi Du – mi sono sentito un po' confuso, ma anche sazio e sereno. Grazie Michele, sei stato un buon amico. Ed eri cotto a puntino.

venerdì 13 marzo 2020

Waterloo, o sulle forze in campo


Questa notte ho fatto un sogno. Abitavo in una fattoria, una fattoria in Belgio. Non era troppo grande ma nemmeno troppo piccola, già che all'interno ospitava centinaia di persone, forse migliaia. Ma più che in Belgio in generale si trattava di un luogo preciso: Waterloo, e il giorno era il 18 giugno del 1815.
Sopra di noi, sulla nostra fattoria né troppo grande né troppo piccola, di buon mattino iniziavano a volare palle di cannone, qualcuna ci cadeva anche sopra, sfondava i tetti di paglia e travi, uccideva persone per puro caso. E poi cariche a cavallo, fucilate, sciabole che scintillano sotto a un sole pallido ma implacabile, come la lampada del dentista.
Noi cercavamo riparo all'interno e guardavamo spaventati da piccole finestrelle in legno di faggio, dietro a tendine bianche con precisi ricami all'orlo. Il motivo del conflitto non ci era naturalmente noto, ma si faceva sempre più chiara la percezione che non si trattava delle nostre terre, e in fondo neppure di noi.
Continuando a osservare – e questa fu davvero una sorpresa! – ci accorgemmo che non si fronteggiava la Grande Armèe agli inglesi e ai prussiani sempre più incazzati, Wellington ritto e impavido come il golfista che cerca di individuare il punto dove è cascata la pallina. No, Wellington non c'era, e neppure il piccolo corso con la mano infilata nel panciotto.
L'inevitabile scontro era piuttosto quello tra due forze oscure, digrignanti. Dovendo dargli un nome decidemmo di chiamarle tecnica e biologia. Il più anziano e saggio tra noi concluse che la battaglia sarebbe durata a lungo: un esercito da una parte, uno dall'altra e noi proprio nel mezzo. A lungo ma non per sempre, anche se il quando mi sfugge perché mi sono svegliato tutto sudato, non so come sia andata a finire.
Chi vincerà sarà in ogni caso sovrano, dominerà su ciascun aspetto della vita tra cui quella minuscola e, in fondo, irrilevante porzione che è la nostra fattoria, né troppo grande né troppo piccola. Da cui anche in questo incubo diurno facciamo il tifo convinti, ovviamente sperando che prevalga la tecnica; la tecnica medica, nella circostanza, ci auguriamo che annienti lo stramaledetto covid-19. Ma siamo ancora del tutto ignari su cosa ciò davvero e alla lunga comporti.

martedì 1 gennaio 2019

Silvia, rimembri ancora? Un sogno di Capodanno

Questa notte, la notte di Capodanno, il mio cinquantaduesimo, ho fatto un sogno. Tutte le notti probabilmente sogno, ma è raro che poi me ne ricordi al risveglio. Il mattino del primo gennaio 2019 mi ha invece consegnato intatto un sogno nitidissimo.
Mi trovavo in un luogo di villeggiatura, un’isola forse, anche se manteneva alcuni tratti del paese alpino in cui risiedo. In un girovagare che somigliava a una caccia al tesoro – ma mi mancava la mappa, oltre al senso della ricerca – sono finito in un appartamento dove (qualcuno mi sussurra) potevo incontrare una ragazza che non vedevo da moltissimi anni. Silvia, si chiama la ragazza del sogno.
Ricordo perfettamente anche il cognome: Galletti. I Galletti erano una famiglia conosciuta in una vacanza estiva con i miei genitori. Le piazzole in campeggio vicine, vi serve un po’ di olio, abbiamo quello buono? Mangiamo assieme, dai, si fa prima, ed è così che si diventava amici. C’è una foto scolorita in cui siamo ritratti assieme, sul retro è segnato a penna una data e un luogo, mio padre lo faceva con tutte le fotografie. Gargano, luglio 1979. 

L'immagine incornicia una caletta dall'acqua limpida, pareti di roccia bianca, spiaggia di sassi ugualmente bianchi e tondi, i bagnanti sono pochi e dispersi sullo sfondo. In primo piano, leggermente spostata sulla destra e con le braccia che, da seduta, cingono la gambe rannicchiate a terra, la sorella di Silvia. Purtroppo è l’unica Galletti di cui mi è rimasta una traccia. Una bella quattordicenne con i capelli lunghi e mossi, la salsedine li ha resi rossicci e ciò si accorda con le efelidi, a punteggiare il viso largo e stondato. Somiglia incredibilmente a una bambolina allora in voga tra i più giovani. Ma Claudia, questo il suo nome, era già molto più sviluppata della bambolina di cui erano colmi i negozi di giocattoli. Piccole donne crescono, se volessimo trovare un'analogia letteraria. 
Quello con ancora un piede nell'infanzia ero dunque io, nella fotografia sto accovacciato alla sinistra dell'inquadratura sopra a un panno da spiaggia verde; la postura è flessuosa e quasi femminile, da dipinto seicentesco. Con un costume da piscina azzurro, la carnagione abbronzata, butto l’occhio intimidito al suo bikini nero; una disposizione da cui si intravede l'ombra astratta dell'altro piede, a incamminarsi nella preadolescenza. Lei però non ricambia lo sguardo e torce il collo a cercare l’obiettivo che si trova alle nostre spalle, la bocca è socchiusa in una domanda non detta o una risposta che tarda ad arrivare. Clic. 
La madre di Claudia e Silvia portava il nome delle mie due nonne, Maria, mentre il padre, accidenti, era un nome poco comune che ho sulla punta della lingua… Di certo era originario di Arezzo, ma si era trasferito con la famiglia a Perugia (Peruscia pronunciavano i Galletti alla toscana, facendoci sorridere) dove lavorava come geometra. Il geometra Galletti: la giovialità fatta persona!
Ma ora che ci penso, tutti i Galletti possedevano un tratto caratteriale molto preciso e definito, almeno ai miei occhi, e ciò li rendeva simili a personaggi più cinematografici che letterari, in un certo senso scorciatoie alla verità condensata con pennellate rapide nella sceneggiatura; e anche la memoria è una forma particolare di sceneggiatura, di cui il presente completa la regia.
La verità umana incarnata da Maria era certamente la dolcezza; Claudia era invece portatrice di una sensualità affabile e sorniona, ben testimoniata dal mio sguardo rapito nella foto; il padre, oltre al perenne buonumore, manifestava un vitalismo pure molto toscano, ogni pozza d'acqua era buona per interminabili nuotate; ma appena riemerso la bocca si spalancava nuovamente in un sorriso, la genetica deve essersi premurata di trasferirlo alle due figlie
; infine Silvia, che è personaggio più complesso...
Se dovessi provare a riassumere anche lei, alta, fisico longilineo e snello, mi verrebbe da dire l’impazienza, la voglia di partecipare attivamente al gran carrozzone (che “va avanti da sé”) cantato da Renato Zero in quell’estate tiepida e dolce, per quanto filtrata dal velo opaco della nostalgia – era solo una manciata di mesi prima che il corpo di Aldo Moro veniva ritrovato nel baule di una R4 rossa, e l'anno successivo sarà il turno della stazione di Bologna. Piombo e cornetti Algida, insomma. Ma come in un' altra canzone del decennio, tutto questo Alice non lo sa; e nemmeno Silvia lo sapeva ancora, scalpitando per entrare anche lei mani e piedi nella vita, vedendosi però limitata a causa della sua giovane età.
Aveva infatti quattro anni meno della sorella e tre meno di me, dunque una decina. Quel poco che a noi era concesso – gitarelle serali con il rientro stabilito "al tocco", in cui Claudia mi raccontava cose che mi apparivano già da grandi, come il Ciao bianco della Piaggio che sospirava mentre io sospiravo lei – per Silvia prendeva la forma di un assoluto tabù. Sì, la più piccola dei Galletti era pura vita che reclamava altra vita, ma ogni volta rimbalzava contro i limiti del mondo travestiti da no materni.
Nel sogno di questa notte mi ritrovavo dunque di fronte a Silvia, cresciuta rispetto ad allora ma non certo la cinquantenne che deve essere oggi. Silvia, mi riconosci? le chiedevo. Ma lei non aveva nessuna idea di chi fossi, le mancava il senso stesso della domanda. Dai, ti do un aiutino, estate del 1979. Ti ricordi Silvia, rimembri ancora…?
Poi ci siamo ritrovati con le famiglie anche le due estati successive, prima a Marina di Camerota e poi al lido di Grosseto, dove, di notte, svaligiammo il frigorifero dei gelati nel bar del campeggio. Ma nemmeno quella volta eri con noi, stavi in tenda a dormire. E dormivi anche quando io e Claudia andammo per la prima volta in una discoteca, le note di Jammin’ di Bob Marley su cui avevo mosso i primi impacciati passi di ballo; con il biglietto della consumazione ordinammo Gin Fizz, ma ne rovesciai la maggior parte dietro a un pitosforo. Il giorno dopo eri incavolata nera per l'esclusione, come quando Maria non ti aveva concesso di vedere La febbre del sabato sera. Ma cerca di capirla, era vietato ai minori di quattordici anni.
Macché, più parlavo e più Silvia mi guardava con estraneità, si spazientiva. Mi dispiace signor Guido, o chi diavolo dice di essere, ma io non la conosco. E su questa sentenza priva di appello pronunciata all’alba del nuovo anno, svegliandomi, un po’ affannato, mi è sembrato non tanto di avere ritrovato l’eco perduto del mare, come quello che dicono si oda posando l’orecchio sulla conchiglia (ma io immaginavo il mare sotto il bikini attillato di Claudia), no, nessun rinvenimento proustiano scaturito da una madeleine. Una perdita, piuttosto.
Con la negazione di Silvia, io non stavo però perdendo un momento felice del mio passato – quelle estati a nuotare con il geometra Galletti da Perugia, anzi, Peruscia, bicchieri di latte e orzata al risveglio sotto la veranda, Claudia bella e impossibile, Il rock del Capitan Uncino che scattava al precipitare della moneta nel juke box, e poi la dolcissima Maria che sapeva zuccherare anche i suoi no, tutto ciò resterà per sempre in una nuvoletta, quel cloud che chiamiamo destino – ma era piuttosto il futuro del passato a venir meno, e il sogno ne registrava la sconfitta.
Silvia, proprio come la Silvia di Leopardi, ricompare così a testimonianza di un tempo irrimediabilmente trascorso, d'accordo, ma emotivamente ancora attivo; un tempo in cui il futuro era totalmente immaginabile, pensabile, perfino desiderabile. Una facoltà che la vera Silvia Galletti possedeva potentemente, ma era integra anche in quel dodicenne con il costume da piscina azzurro e lo sguardo calamitato dal corpo della sorella. Ma ormai, nel me attuale, tale fiducia incondizionata è defluita nel limbo del “già fatto”, come l’iniezione con l’ago Pic Indolor. Ed è per questo che Silvia, oh, Silvia, non mi riconosci più…

mercoledì 14 novembre 2018

E la nave va, o sui nomi e l'amore


Un sogno. Una città forse di mare. Il mare non si vede ma nelle narici penetra a ondate discontinue l'odore della salsedine, mentre aspetto di salpare su un traghetto di cui non conosco la destinazione. Che non arriva mai.
Per ingannare l'attesa mi siedo, anzi sono già seduto, chissà da quanto tempo sono lì, al tavolo esterno di un bar di una città che forse è di mare, dalla quale sto aspettando di partire. 
La via su cui si trova il bar è stretta e lunga e piena di gente, come la veranda dove sono accostati i tavolini. Pochi centimetri li dividono, ci dividono, separando i nostri corpi sudati. Mi domando se anche gli altri clienti hanno in tasca un biglietto per il traghetto che continua a non arrivare, nell'odore di salsedine e tartine...
Ho il piede destro che mi fa male, se provo ad alzarmi zoppico e infatti resto seduto, meglio non muovermi penso guardando le piaghe che si allungano fino quasi al ginocchio. Tanto non riuscirei comunque a camminare, concludo.
Odore di salsedine, tartine e carne insaccata a macerare al sole. 
Una mia compagna di scuola delle medie, che sorpresa, c'è anche lei, non la vedevo da anni. Ma la sua reazione non sembra stupita, come se fosse il giorno prima che le scarabocchiavo la foto di Miguel Bosè incollata sul diario, mentre mi dice di conoscere un rimedio a miei problemi. "Miracoloso", aggiunge.

Mi invita quindi ad aspettarla – e dove vuoi che vada… – avviandosi alla ricerca di una farmacia dove acquistare la pozione magica che mi salverà. La vedo perdersi nell'intricato dedalo di una città che è certamente di mare. 
Odore di salsedine e tintura di iodio. 
Dalla parte opposta della viuzza c'è un altro bar, ma senza tavolini all'esterno. Arriva una motoretta a gran velocità. È condotta da un uomo, sembra giovane, un ragazzo, ma non si capisce bene perché ha il volto coperto da un foulard. Il tessuto e stampato a piccole losanghe bianche e nere.

Sfrecciandoci davanti lancia qualcosa nell'ingresso del bar di fronte. È una bomba, grida qualcuno. Una bomba!
Odore di salsedine e paura. 
E poi e subito e nel frastuono generale gente che scappa, tavolini che si ribaltano. I cocktail colorati si mescolano in terra con la schiuma soffice dei cappuccini. Io però non riesco a muovermi, per via del piede. Oddio il mio piede, la bomba, oddio! Mi porto così le mani alla testa e aspetto...
Odore di salsedine e polvere da sparo. 
Ed eccolo: il botto. Bum! La deflagrazione. Fiamme e schegge di vetro che mi raggiungono da tutte le parti, crolli, grida disperate. Poi silenzio.
Sono ancora vivo?
Pare di sì. Mi tasto, verifico la presenza di tutti gli arti, il loro funzionamento, non trovando nulla di alterato. Posso perfino camminare.

Odore di salsedine e grano maturo.
Ma fatti pochi passi vedo il mio cane disteso al suolo. Lo tocco, lo scuoto. Ne invoco l'attenzione come quando cerco di farmi riportare la pallina: Mela, Mela!
Niente da fare, è lei a essere morta. Non io, lei. C'è sempre qualcuno che prende il posto di qualcun'altro. Come Salvo d'Acquisto, penso. Co
me gli imbroglioni che fanno il gioco delle tre carte nei mercatini.
Sapore di ruggine nelle lacrime che mi scorrono sulle guance, ruggine e salgemma, prima di raggiungere la bocca. Dove c'è ancora un pezzo di tartina. 
Il mio pianto disperato sembra non arrestarsi mai, ma qui la scena cambia all'improvviso. Una specie di stacco cinematografico, un'ellissi. Il montatore è stato bravo e tutto avviene con naturalezza.

Vapori salmastri e nuvole che corrono sospinte dal vento, sempre più veloci. Un video di Philip Glass in cui il fiume dei giorni viene distallato in un bicchiere.  
Mi ritrovo così sul traghetto con la mia vecchia compagna delle medie. Simona, si chiama. Ai nostri piedi, mentre lo scafo oscilla dolcemente sulle onde, un cane che scodinzola. È un Hovawart di colore scuro e l'espressione mite e amichevole.

Odore di biscottini al burro, ma al posto dello zucchero il sale.  
Sei contento? mi chiede Simona.
Ci penso un momento.
Non è il mio cane, dico io.
Sì ma è uguale, facci caso, è davvero identico. Ha anche le focature marroni ai bordi della bocca. Guarda che carino… 
Non è il mio cane, ripeto io. Ha un nome diverso. Io non voglio un cane con un nome diverso. Voglio il mio cane!

Odore di salsedine e vecchi vocabolari. 
Poi mi sveglio all'improvviso e inizio a raccontare il sogno a un piccolo dittafono da tasca. Quando ho finito, mi viene in mente una cosa che ripeteva Lacan: "dell'altro, si ama sempre il nome". 
Dalle tapparelle abbassate filtrano intanto le prime luci dell'alba. Ma nella camera, ancora buia, è scomparso l'odore del mare. Provo a riaddormentarmi.