Di tutto lo shitstorm che non ha ancora cessato di fluire, ci siamo intesi e non c’è bisogno di ulteriori chiarimenti, a me la cosa che procura maggior fastidio, mi accorgo, è di natura linguistica. Abbiamo infatti scrittori affermati, giornali nazionali, premi letterari alcolici e a ruota tutti noi, che, un po' affannati, inseguiamo sui social. Ma per una volta gli utenti non sono quelli con più cacca nei pantaloni, ed è a chi campa di parole che si chiederebbe un maggiore contenimento degli sfinteri. Fuor di metafora: stiamo parlando di grafematica, o se si preferisce di pragmatica della scrittura.
Provo a spiegarmi. Quando inserisco una frase tra
virgolette, secondo la grafematica sto dando delle indicazioni al lettore, a
cui chiarisco che ciò che viene riportato al loro interno appartiene a un
personaggio o a una persona reale, non al sottoscritto. Vediamo un caso
ipotetico. Se leggo, tra virgolette, “Pierina è brutta”, e poi viene aggiunto che
l’ha detto Pierino, ne ricavo la neutralità dello scrivente: io non c'entro
nulla pare sussurrarci, è stato Pierino a offendere Pierina. Ma soprattutto a farlo con quelle
parole lì, in quel preciso ordine, niente di più e niente di meno.
Metti però che Pierino abbia appena dichiarato:
“Non è vero, io non l’ho mai detto.” Anche qui le virgolette ci assicurano rispetto alla provenienza della smentita, sono un equivalente della sigla DOCG
stampata sull’etichetta del vino. Se fossimo in tribunale, avremmo dunque
bisogno di materiale probatorio ulteriore – più di un testimone sotto
giuramento (altrimenti è la parola di uno contro l’altro), oppure di una
registrazione. In assenza di tali supporti, la frase su Pierina andrebbe
riportata senza virgolette, meglio ancora aggiungendo una formula di cautela:
“si dice che...” “è possibile...” “esiste questa possibilità...”
E invece vedo che perfino sulla stampa – i social
lasciamoli di nuovo perdere, per una volta siamo solo dei collaborazionisti –
si continua a riportare tra virgolette una frase negata dalla persona a cui
viene attribuita. Ed è una cosa che non si fa, proprio no, e che cavolo! Se con
Modugno abbiamo imparato che i telefoni piangono, oggi scopriamo che piange
pure la grafematica.
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