C’è una bella barzelletta di Gigi Proietti. Un uomo si alza la mattina e comincia a dire ottantotto. Mentre si fa la barba, la faccia insaponata, lo si sente borbottare ottantotto, ottantotto. Lo ripete chiudendo dietro di sé il portone di casa, ottantotto. Sul marciapiedi che porta alla fermata del tram, buongiorno avvocato, buongiorno a Lei, ottantotto, ottantotto. Anche una volta salito sul mezzo non cessa il tormentone – ottantotto, ottantotto, ottantotto –, finché un passeggero non gli domanda: “Scusi, ma perché continua a ripetere ottantotto?” “Eccone ‘n artro che non se fa li cazzi sua”, commenta Proietti guardando altrove. E poi riprende: “Ottantanove, ottantanove, ottantanove…”
Ci ripensavo dopo essere inciampato su Facebook in un post della psicoanalista Costanza Jerlsum. Commentava un articolo dello scrittore Mauro Covacich pubblicato su la Lettura, un articolo sulla fantascienza. Il suo incipit è clinico: Covacich “non ama la fantascienza, non l'ha letta, non la capisce”. Poi prosegue e magari aggiunge delle cose intelligenti, ma io mi sono fermato qui.
Cosa ne sa,
Costanza Jerlsum, che Covacich non ama la fantascienza, non l’ha letta, non la
capisce? Questo è quello che nella retorica antica veniva chiamato argumentum
ad hominem, e consiste nel demolire la persona per contrastare la sua tesi
– per inciso, la tesi di Covacich è che la fantascienza non è mai stata abile nel prevedere il futuro; e sulla cosa si può anche discutere, dissentire. Ad esempio ricordando che prevedere il futuro è attività da profeti e chiaroveggenti, non da romanzieri. E spesso toppano anche loro.
Ciò che fa Jerlsum è invece una rozza replica della sua professione, ma senza il consenso dell’analizzato a cui fruga nelle tasche; da qualche parte avrà nascosto il bastone di Edipo, o qualche altro peccatuccio da mettere in piazza. Quindi, sempre più aggressiva, gli pone sul capo un cappello a forma di cono, su cui ha scritto bene in grande la parola asino. Non è insomma la critica di un pensiero ma di una persona che verosimilmente non conosce. O per dirla con Gigi Proietti, eccone 'n artra che non se fa li cazzi sua. Novanta, novanta, novanta…

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