Anche a me quel termine, femminicidio, non ha mai
convinto completamente – ed eccolo lo stramaledetto avverbio! A voler essere
pignoli, con femminicidio si dovrebbe intendere l’uccisione di una
donna in quanto donna, o con ancor maggior pignoleria: una femmina in quanto
femmina. Siamo cioè a un livello che precede la dimensione sociale, il bios non si è ancora fatto logos.
Nei casi concreti di femminicidio abbiamo invece tutta una serie di odiosi crimini, in cui un maschio uccide, sì, una femmina, ma non per il suo status biologico e piuttosto per la forma tossica di relazione che con essa aveva istituito, o meglio credeva di avere istituito; quando il verbo istituire sta a significare il tentativo di dare una forma controllabile e certa. In ordine sparso: rapporti asimmetrici di potere, manipolazione, specchi deformanti di Grimilde, in cui è il maschio a volersi sentire il più bello del reame (leggi: narcisismo e onore malinteso, come un tempo vemivano chiamati questi delitti). Quindi infantilismo, gelosia, mania sessuale, incapacità a reggere il rifiuto, per paradosso rifiutato.
Ma se andiamo a scorrere questo elenco ancora
incompleto – andrebbe integrato con altre e più complesse aggravanti, perché di questo si tratta in termini strettamente giuridici – abbiamo una formulazione verbosa e un po’ confusa, che il termine
femminicidio prova a riassumere e chiarificare. Certo, non lo fa con esattezza
denotativa, ma trova una sintesi connotativa attraverso la figura retorica
della metonimia, tipica degli slogan pubblicitari a cui si ispira.
Con femminicidio abbiamo così imparato ad associare tutta la devianza relazionale e vessatoria e, non di rado, psicopatologica di cui sopra, e poco male se ci siamo arrivati forzando un poco la referenzialità linguistica. Perciò trovo l’abolizione del reato di femminicidio non solo sbagliata, ma pericolosa perché, concentrandosi sui fatti, attenua lo sfondo sottoculturale da cui emanano: quel patriarcato proto fascista che, è giusto precisare, non conduce di necessità al crimine, né tantomeno lo giustifica. Le responsabilità sono e restano personali.
Ma per dirla con Rossana Rossanda quando si riferiva al rapporto ambiguo tra Brigate Rosse e Sinistra, respiriamo, anche qui, una stantia aria di famiglia – pensiamo a Sofia Loren in Una giornata particolare, o a Paola Cortellesi in C'è ancora domani –, cambia solo la famiglia politica di appartenenza e la tinteggiatura nera del tinello. Un dettaglio che spiega l’ennesimo ammiccamento ai camerati da parte di chi vorrebbe salvare la capra ispida dei saluti romani, da combinare con i cavoli bolliti della presenza composta nel salotto di Lilli Gruber.

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