Pensavo a questa cosa: una volta faceva meno caldo, d’accordo, ma quando faceva caldo – in Italia da sempre crescono le arance – veniva subìto in modo democratico, era un equivalente meno definitivo della livella di Totò. Poveri e ricchi aggrappati allo stecco di un ghiacciolo, le camicie di Agnelli, su cui campeggiava l’orologio, non erano meno chiazzate di sudore di quelle del suo autista. L’unico modesto sollievo proveniva da ventilatori frementi; pensiero magico del fremere invernale che, nelle giornate più torride, veniva rimpianto come la gioventù.
Adesso il caldo è diventato classista: muratori,
vigili urbani, meccanici, antennisti patiscono la calura più dei membri del
consiglio di amministrazione di una banca, avvolti nella bolla artica dell’aria
condizionata. Fanno eccezione le commesse dei centri commerciali, con stipendi
da fame ma temperature da Oslo. Viva la democrazia delle mezze stagioni, che
per definizione non ci stanno più.

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