mercoledì 10 giugno 2026

Nomen omen


I miei genitori erano indecisi se chiamarmi Marco, Guido o Diego. Il nome che infine mi fu assegnato era quello che mi piaceva meno (“Guido la Vespa!” ti canzonavano alle scuole medie, ma qualche buontempone riproponeva il tormentone anche molto tempo dopo), mentre Diego l’avrei trovato perfetto. Forse perché era il nome di battesimo di Zorro, Don Diego Della Vega, almeno quando non si infilava il costume nero e montava su Tornado, un altro nome che era tutto un programma.

Alla fine sono arrivato a fare pace con il mio nome, credo sia inevitabile se non si entra in qualche ordine religioso o si fa i cantanti: Guido, e io mi giro e mi comporto da Guido, un nome un po’ da sagrestano. Qualcosa di quel sogno giovanile deve però essere rimasto, e non è raro sentirmi chiamare Diego; l’errore è spiegabile con le lettere quasi coincidenti dei due nomi, manca poco a comporre un anagramma. Eppure…

Tanti anni fa ho conosciuto una ragazza che si chiamava Priscilla. È incredibile come anche lei si comportasse da Priscilla, faceva cose, molte delle quali irriferibili, che solo una Priscilla potrebbe fare. Mi chiedo così se i nostri genitori siano dei profeti laici, e dalle infinite possibilità nominali scovano quella giusta per noi: “Amore” dice il padre alla madre durante una sveltina, “sento che… sento che… sento che…” “Che stai per venire?” “No, che stiamo per fare un Giovanni”, oppure un’Assunta, un Calogero.

O forse invece aveva ragione Lacan, lui usava la metafora degli emissari nell’antichità, a cui veniva tatuato il messaggio da consegnare sulla nuca, così che non lo potessero vedere. L'impedimento trasferisce agli altri il compito di leggere ciò che a noi resta ignoto, e a furia di sentire pronunciare il nostro nome (Guido, e chi cazzo sarà mai?) diventiamo non tanto ciò che siamo, come pensava Nietzsche, ma il romanzo scritto da infiniti ghost writer. Non scrittori dunque, ma semplici e a volte goffi interpreti di un titolo scelto dall'editore.

Adesso però scusatemi, devo andare a suonare le campane. Altrimenti il parroco mi sgrida. 

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