Alla fine sono arrivato a fare pace con il mio nome, credo sia inevitabile se non si entra in qualche ordine religioso o si fa i cantanti: Guido, e io mi giro e mi comporto da Guido, un nome un po’ da sagrestano. Qualcosa di quel sogno giovanile deve però essere rimasto, e non è raro sentirmi chiamare Diego; l’errore è spiegabile con le lettere quasi coincidenti dei due nomi, manca poco a comporre un anagramma. Eppure…
Tanti anni fa ho conosciuto una ragazza che si chiamava Priscilla. È incredibile come anche lei si comportasse da Priscilla, faceva cose, molte delle quali irriferibili, che solo una Priscilla potrebbe fare. Mi chiedo così se i nostri genitori siano dei profeti laici, e dalle infinite possibilità nominali scovano quella giusta per noi: “Amore” dice il padre alla madre durante una sveltina, “sento che… sento che… sento che…” “Che stai per venire?” “No, che stiamo per fare un Giovanni”, oppure un’Assunta, un Calogero.
O forse invece aveva ragione Lacan, lui usava la metafora degli emissari nell’antichità, a cui veniva tatuato il messaggio da consegnare sulla nuca, così che non lo potessero vedere. L'impedimento trasferisce agli altri il compito di leggere ciò che a noi resta ignoto, e a furia di sentire pronunciare il nostro nome (Guido, e chi cazzo sarà mai?) diventiamo non tanto ciò che siamo, come pensava Nietzsche, ma il romanzo scritto da infiniti ghost writer. Non scrittori dunque, ma semplici e a volte goffi interpreti di un titolo scelto dall'editore.
Adesso però scusatemi, devo andare a suonare le campane. Altrimenti il parroco mi sgrida.
O forse invece aveva ragione Lacan, lui usava la metafora degli emissari nell’antichità, a cui veniva tatuato il messaggio da consegnare sulla nuca, così che non lo potessero vedere. L'impedimento trasferisce agli altri il compito di leggere ciò che a noi resta ignoto, e a furia di sentire pronunciare il nostro nome (Guido, e chi cazzo sarà mai?) diventiamo non tanto ciò che siamo, come pensava Nietzsche, ma il romanzo scritto da infiniti ghost writer. Non scrittori dunque, ma semplici e a volte goffi interpreti di un titolo scelto dall'editore.
Adesso però scusatemi, devo andare a suonare le campane. Altrimenti il parroco mi sgrida.

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