domenica 9 ottobre 2022

Scrittori e critica


Mi dicono che, di tanto in tanto, una scrittrice che chiameremo Carolina, fa il mio nome sui social con sprezzo e sarcasmo. Bene, ne ha tutto il diritto. Immagino lo faccia come conseguenza a un mio intervento di quasi due anni fa, in cui criticavo ciò che nel frattempo lei andava cianciando sui nuovi vaccini a mRNA messaggero, a suo dire espressione di una terapia genica pericolosissima.

Sulla questione non ho nulla da aggiungere: non conosco Carolina, non ho mai letto un suo romanzo e, in genere, prima di addormentarmi un tempo mi masturbavo e ora guardo le serie tivù. Leggo poco insomma, anche se qualcuno, di cui ho considerazione, mi ha detto che è brava. Quindi per me la questione è chiusa qui, senza rancore.

Si apre invece una riflessione più generale sul rapporto tra scrittori e critica; e quella che io facevo sui vaccini era appunto una critica al testo, non alla persona. Nella fattispecie, non penso che tutti gli scrittori assomiglino a Carolina – la mia affermazione non è beninteso un giudizio di valore – ma tutti gli scrittori producono parole pubbliche. Lo fanno, il più delle volte, sulla base di un pungolo che nasce dal pathos, non dal logos o dall’ethos.

Successivamente questa massa informe viene rielaborata e gestita, in un’operazione che mi ricorda le mucche quando, la sera, nel tiepido della stalla, richiamano dall’abomaso il bolo d’erba brucato durante il giorno: per rimasticarlo con più calma, assimilarlo nella seconda digestione.

Detto diversamente e un po’ brutalmente, il mio sospetto è che nella categoria degli scrittori sia presente una quantità di persone con un’istintualità leggermente superiore alla media, e una razionalità leggermente inferiore. In ciò sono pari forse solo agli attori, che Giorgio Strehler chiamava parco buoi.

Ecco, io penso che il parco buoi degli scrittori faccia benissimo a ruminare il proprio immaginario in disparte, a proteggerlo da interferenze predatorie, da cui anche i bovini sanno difendersi con calcioni ben assestati. Un immaginario tanto più vivo quanto ancora confuso, come si confonde, pazienza, non siamo a un congresso scientifico, una terapia genica con un vaccino a mRNA.

Ma un confronto pubblico tra tale disposizione concreta, materna, protesa al mondo per brucarne anche i minimi germogli che sfuggono ai più, e pensiero critico astratto non è di giovamento per nessuno.

Gli scrittori continuino a tracciare parole di latte e i critici a interpretarle. Meno interferenze personali ci sono tra parco buoi e pastori – la cui attitudine è parassitaria, le loro mammelle avvizzite – meglio è. Al massimo, quest'ultimi possono fare il formaggio, cagliando in forme robuste e saporite una materia estranea.

Quindi non riportatemi cosa va sparlando Carolina, nemmeno quando io ne rappresento l'oggetto. Ve lo chiedo per piacere. Le auguro ogni bene, immaginandola pascolare felice nel verde in cui fiammeggia il tarassaco, con cui allattare parole avide, parole intense. Accompagnate, di tanto in tanto, da colossali sciocchezze.

venerdì 7 ottobre 2022

Blonde

Alla fine l'ho visto anch'io, Blonde, il film. Prima considerazione. Non capisco questa disputa: è Marylin, no non è Marylin, è solo un personaggio a lei ispirato come invita a fare anche Joyce Carol Oates, autrice del romanzo da cui ha attinto l'intensa pellicola di Andrew Dominik.

Ora, nel film, nel romanzo non lo so, Marylin si chiama Marylin, e prima ancora è Norma Jean e così tutti i personaggi di contorno, nominati senza pseudonimi ma in corrispondenza con la biografia dell'attrice scomparsa.

Questo però non fa ancora da garanzia biografica, e in fondo il concetto stesso di biografia è più narrativo di quanto appare: chiediamo conto di una persona che conosciamo ad altri comuni conoscenti, e avremo risposte molto meno omogenee di quanto potremmo attenderci, anche all'interno della stessa famiglia. Un esito che fece affermare a Nietzsche che "non esistono fatti ma solo interpretazioni".

Se prendiamo sul serio la citazione, fin troppo in voga, del filosofo, dobbiamo concludere che non ci sono nemmeno persone ma solo personaggi. E quello di Blonde è il personaggio Marylin Monroe, proprio lei, non altri, nell'interpretazione di Dominik.

Vediamo allora, senza tanti fumosi distinguo tra vita e opera, cosa viene colto nell'interpretazione cinematografica più vista su Netflix. Norma Jean è una bambina che si sente rifiutata e, per tutta la vita, ricerca disperatamente l'amore che le è mancato, prima di ogni altri da un padre assente e da una madre fuori di testa. La strategia di surroga che trova è quella di essere totalmente amabile, conformandosi agli stereotipi del femminile  anche sessuali   in un luogo e un tempo definiti: L'America ipocritamente puritana degli anni Cinquanta e Sessanta, che fa con la destra ciò che nega con la sinistra.

Tra la ferita infantile che ancora sanguina e la donna frivola e compiacente del personaggio inventato, nella vita non meno che sullo schermo, rimane però uno scollamento che la conduce a esiti autodistruttivi, anche nei confronti della maternità in cui viene replicato il copione familiare. I bambini sono un intralcio, sembra avere interiorizzato il Super-io di Marylin. Ma i bambini sono tutto grida l'inconscio bambino di Norma. Da qui la nevrosi.

Il compromesso tra le due voci che la abitano sembra essere il potere. Quel potere, maschile, prima subito e poi agito attraverso il corpo, con cui scopre essere a sua volta potere. La sequenza della gonna sollevata dallo sbuffo che proviene dalla grata della metropolitana lo mostra meglio di ogni parola. Questo è cinema, cinema in stato di grazia.

Una grazia che dopo le prime felici sequenze sfuma nell'abuso dei mezzi espressivi, impegnati a ribadire l'interpretazione già accennata. Poco interessata alle sfumature che emergono da altre testimonianze sull'attrice  ad esempio le lettere, o il diario personale da cui è stato ricavato un bel documentario nel 2012, Love Marylin  la messa in scena appare comunque sincera e appassionata. Anche i toni stilistici e raffinati del melodramma gli sono congeniali.

Scelta già chiara dalle prime sequenze: quando Norma Jean viene condotta all'orfanotrofio, una regia reticente avrebbe potuto semplicemente fare uno zoom avanti fino a inquadrare solamente gli occhi, a cogliere tutto il suo dolore e senso di tradimento. Invece vengono messi in bocca alla bambina dei dialoghi che più teatrali e, appunto, melodrammatici non potrebbero essere, con lei che strilla "Non sono orfana, io ho un padre: HO UN PADRE!"

Il melodramma è però un genere e non uno stigma, e Douglas Sirk e Almodovar hanno saputo ricavarne dei capolavori assoluti. Ciò che allontana Blonde da quegli esiti è l'assenza di una sceneggiatura all'altezza; la definirei minimalista, per quanto il termine sembra in conflitto con la stilizzazione melodrammatica.

Non si tratta infatti di minimalismo cinematografico (che so, una pellicola di Jim Jarmusch) e piuttosto musicale, ricordando una composizione di Terry Riley o Philip Glass: lo stesso nucleo tematico viene ripetuto con lievi e quasi impercettibili variazioni.

Se all'ascolto ciò procura un piacevole stato di ipnotica sospensione, l'assenza di uno sviluppo narrativo, poco importa che sia nell'azione o nell'approfondimento psicologico dei personaggi, però non regge alla visione, traducendosi in torpore, noia, fastidio. Al punto che dopo la prima mezz'ora a uno viene da sbottare: ok, me l'hai già detto che Norma Jean era triste e sola, e questo rende triste anche me. Ma adesso dimmi qualcos'altro!

Cosa che non avviene, e per due ore e mezza viene detta, ripetuta, ribadita e incorniciata un'unica frase musicale, fino a renderla esausta e vanificare l'empatia iniziale. Peccato, perché questa bambina santa e troia mi è cara come pochi altri.

martedì 4 ottobre 2022

Ovunque proteggi


Marylin Monroe, riporta in un'intervista Arthur Miller, scostò le tende del suo ufficio a Manhattan, ed esclamò in una tarda tiepida mattina di inizio marzo: "Ma è primavera!" Come se quella, continua Miller, fosse la "prima vera", la prima volta in cui il mondo fiorisce, fino a quel momento ci fossero stati solamente inverni.

Un aneddoto, forse inventato, che per me è stato una profonda lezione di vita, oltre che di scrittura: contattare, ogni volta che mi sporgo fuori da me, lo sguardo stupefatto di Marylin, per pronunciare l'inaudito che ancora si nasconde dentro la primavera, o in autunni infinitamente dichiarati e mai guardati sotto il velo di foglie esauste, estati con le ginocchia sbucciate e il colorante rosso dei ghiaccioli che cola piano sulla dita.

La parola giusta è accorgersi. Di qualcosa che forse già sapevo da sempre, ma non me ne ero mai accorto; o ancora più nel profondo è uno specchio: riflette ciò che sono in potenza, e solo così lo divento (diventa ciò che sei, come invitava a fare Nietzsche). E quel nuovo essere mi allarga, mi allaga.

Pazienza se suona un poco retorico a dirsi. Anche io, come Joyce Carol Oates che si è accorta del personaggio di Blonde, da cui ora è stato tratto un film controverso, ho una Marylin tutta mia. E cerco di averne cura, le rimbocco le coperte la sera. Per farla addormentare le sussurro il refrain di una canzone che non smette di risuonarmi in testa: "ovunque proteggi la grazia del mio cuore..."

lunedì 3 ottobre 2022

Come è profondo il mare


Ieri ho scritto un post in cui difendevo Rula Jebreal, di cui avevo letto un tweet che parla di Giorgia Meloni. Il tweet era il seguente:

"La Meloni non è colpevole dei crimini commessi da suo padre, ma spesso sfrutta i reati commessi da alcuni stranieri per criminalizzare tutti gli immigrati, descrivendoli minaccia alla sicurezza. In una democrazia ci sono responsabilità individuali, NON colpe/punizioni collettive".

Le parole trascritte mi appaiono un'impeccabile critica alla cultura della nuova destra sovranista, che fa, è il caso di dirlo, di ogni erba un fascio. Ma se ribaltiamo la prospettiva nel modo suggerito dalla Jebreal, quella disposizione sommaria può rivolgersi contro a chi la esercita, secondo un altro celebre proverbio per cui chi di spada ferisce di spada perisce.

Jebreal mostra così che la spada dei sovranisti è di plastica, e l'avere avuto un padre che ha commesso gravi reati non rende, automaticamente e a prescindere dai rapporti (Meloni non rivolge la parola al proprio padre da molti anni), colpevole anche te. Come i crimini compiuti da uno o più extracomunitari non sono trasferibili a tutti gli extracomunitari, le responsabilità sono individuali, perfetto, ottimo paragone e ottimo ragionamento. Brava Rula!

Scopro però solamente ora che la stessa giornalista israelo-palestinese ha scritto un altro tweet, non so se sia venuto prima o dopo. Trascrivo anche questo:

"Durante la sua campagna elettorale la nuova premier italiana ha diffuso un video di stupro insinuando che i richiedenti asilo siano criminali che vogliono sostituire i cristiani bianchi. Ironicamente, il padre della Meloni è un noto trafficante di droga/criminale condannato che ha scontato una pena in un carcere spagnolo."

Parole che sembrano negare lo spirito delle precedenti. Se nelle prime lo slittamento sulla base di qualche pretestuosa analogia – per affinità alla linguistica l'ho chiamato metonimia – veniva destituito dalla colpa, qui sembra essere ripristinato quel nesso mitologico. A ciò si aggiunga un'ignobile pratica anch'essa derivata dalla retorica classica, in cui prende il nome di argomentum ad hominem: per contrastare gli argomenti attacco la persona che li esprime, la sua famiglia, merda ovunque.

Ma qual è allora la "vera"Jebreal: quella che finemente decostruisce, con spirito illuminista, la sottocultura superstiziosa e medievale della nuova destra (Dio, Patria e famiglia, ma è il Dio geloso occhiuto che fa ricadere sui figli le colpe dei padri per quattro generazioni), o quella che dello stesso pensiero si fa violenta espressione, rimarcando un atteggiamento ideologico che già le abbiamo visto assumere in altre occasioni, ideologico e permaloso? Colpo finale di teatro, infatti, Jebreal conclude che chi la critica lo fa per via del colore della sua pelle.

Non so rispondere. Di più: non lo voglio sapere, non mi interessa, non dovrebbe interessare nessuno. Prendiamo le parole buone che ci offre, quando arrivano e senza chiederci da quale ispirata fonte – San Tommaso suggerisce l'esistenza di un "intelletto potenziale", che talvolta si attiva anche negli sciocchi –, e usiamole per pensare, per affinare la nostra idea di mondo. Ma restituiamo quelle cattive al mittente: no, grazie, queste scemenze te le tieni per te. Che il cielo è sempre più blu, e anche il mare, blu e tanto più profondo di me, di te che stai leggendo e di Rula Jebreal. Come è profondo il mare...

domenica 2 ottobre 2022

Brava Rula!


Premessa. Rula Jebreal dice a volte cose che condivido, ma in altre occasioni mi appare scontare più di un pregiudizio ideologico, ponendosi con astio preventivo nei confronti degli interlocutori. Pregiudizio che cercherò di evitare nel commentare le sue recenti parole su Giorgia Meloni, che hanno già sollevato una quantità di polemiche.

Analizziamo la frase, pubblicata su Tweeter, nel dettaglio, stando a ciò che scrive e provando per un momento a scordare quel che sappiamo di lei. Il migliore aiuto ci viene dalla linguistica, con cui penetrare il seguente testo: "La Meloni non è colpevole dei crimini commessi da suo padre, ma spesso sfrutta i reati commessi da alcuni stranieri per criminalizzare tutti gli immigrati, descrivendoli minaccia alla sicurezza. In una democrazia ci sono responsabilità individuali, NON colpe/punizioni collettive".

Il fatto che Jebreal si riferisca, in forma implicita, al reato di spaccio di stupefacenti per cui il padre di Giorgia Meloni, Francesco, con cui lei non ha più rapporti, è stato condannato ventisette anni fa, potrebbe essere inteso come ciò che nella retorica classica viene chiamato argomentum ad hominem: screditare la persona per colpire le sue idee. Che è quanto le viene rimproverato dai detrattori, tra cui Calenda e Giuseppe Conte, che subito si sono precipitati a dichiarare la loro solidarietà a Giorgia Meloni.

L'argomentun ad hominem, per assumere la forma di un indice colpevolizzante, si deve però in questo caso appoggiare a un' altra figura della retorica classica, quella della metonimia. Si tratta di uno scambio, uno scambio di nome ci dice l'etimologia greca del termine (metōnymía), o più in generale uno slittamento semantico, con le colpe dei padri che vengono trasferite ai figli ("perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione" viene scritto in Esodo 20-5, e a parlare è quel Dio a cui si appella Meloni nei comizi).

Ma leggiamo bene il suo testo: è esattamente ciò che Jebreal denuncia, non pratica. Lo strumento retorico di Jebreal è infatti quello del paragone, a indicare la falla presente in questo modo di argomentare. Attenzione, ci dice, a spostare le colpe di un extracomunitario (la famigerata mela marcia) su tutti gli extracomunitari, perché seguendo lo stesso procedimento difettoso finiamo con l'essere colpevolizzati per le colpe commesse dai nostri genitori.

Una democrazia matura però non funziona a questo modo, e tale confusione linguistica, in effetti, è stata utilizzata di frequente nei proclami demagogici di Giorgia Meloni, che ora rischia di vedersela rivolgere contro. E così Jebreal, per un paradosso sfuggito ai più, preventivamente la difende dall'equivoco, forse perché ha troppe volte sperimentato sulla propria pelle la sineddoche (una forma particolare di spostamento, in cui la parte sta in luogo del tutto) per cui qualche donna bella e scema dovrebbe rendere sceme tutte le donne belle; e che Rula Jebreal sia una delle donne più belle del mondo mi appare una costatazione oggettiva, non un'insinuazione sessista.

Ed è così che la bella e intelligente Jebreal invita l'altrettanto bella e intelligente Meloni a distinguere tra responsabilità personali e responsabilità collettive. E dunque brava Rula, la logica, oltre che l'estetica, questa volta sono dalla tua parte!

sabato 1 ottobre 2022

Se incontri il fantasma di Pasolini per strada, uccidilo!



Ho appena finito di ascoltare il podcast di Walter Siti su Pasolini. È realizzato molto bene, il tono affabile e coinvolgente. Ma forse avrebbero dovuto aggiungere una locuzione ora in voga: Pasolini for dummies, nel senso che è rivolto a chi di Pasolini non sa quasi nulla (e questa non è una colpa, ma una scelta editoriale) rimanendo su un piano biografico senza mai approfondire le opere.

Conoscevo anche il fatto, qui confermato, che Pasolini aveva perlopiù rapporti con minorenni; non si trattava comunque di bambini, come nel caso di Sandro Penna. Piuttosto mi ha sorpreso che per farlo si giovava, soprattutto negli anni della fama cinematografica, ma in fondo già da professore, di una posizione di potere.

I giovani venivano lusingati con la promessa, quasi mai mantenuta, di essere introdotti nel mondo del cinema; lo fece anche nel corso dei suoi numerosi viaggi africani, possiamo immaginare quale fosse l'oggetto dello scambio... Sembra così di vederlo: un Alì tutto nero ma dagli occhi azzurri, come recita in una sua celebre poesia. Ali appena giunto dal Kenya, dalla Tanzaniana, dal Mali o dal Senegal. Con difficoltà si districa nel traffico romano alla ricerca del piccolo uomo bianco dagli zigomi pronunciati, che gli aveva promesso una parte in un film. Connaissez-vous Pasolinì?

Per un ribaltamento di prospettiva frutto di battaglie civili in buona parte meritorie, ora è divenuto un comportamento (piccolo borghese l'avrebbe definito lo stesso Pasolini, prima ancora che vigliacco e meschino) che produce scandalo entro i confini, fino a pochi anni fa tollerati, dell'eterosessualità. E penso naturalmente ad Harvey Weinstein, oppure a Fausto Brizzi.

Persone che, comunque, hanno sfruttato la loro posizione di potere e prestigio con donne maggiorenni e consenzienti. Con l'accusa di violenza (per la quale Weinstein si trova tutt'ora in carcere) è stata dunque sanzionata l'asimmetria di ruolo, accompagnata dalla pressione psicologica sulle vittime e il do ut des raramente mantenuto. Non li assolvo naturalmente, ma mi appare una versione light del comportamento di Pasolini.

Mi chiedo infatti quanta violenza subita ci sia in un ragazzino che gira per Roma con una misera valigia piena di stracci, alla ricerca di un uomo adulto e famoso che lo sfugge, si nega, dite che non ci sono, dopo averlo illuso a migliaia di chilometri di distanza. Sembra una sequenza di un film di Fellini, con il regista teatrale che ci prova con i vitelloni romagnoli, oppure Alberto Sordi che si dondola sull'altalena in versione sceicco bianco.

La scoperta di un'ombra nella biografia di Pasolini è però stata un'occasione preziosa, sottraendomi all'ipoteca che il suo pensiero ha agito su di me per molti anni. Non smetto di riconoscergli gli infiniti meriti artistici e sociologici, ma è con arioso senso di liberazione che posso prenderne le distanze, non difenderlo con parole e pugni se qualcuno lo chiama busone o pederasta o stronzo, come faceva il fratello Guido sotto i portici di Bologna.

Una celebre sentenza zen recita: "Se incontri il Buddha per la strada uccidilo!" E oggi, sulla strada in cui mi fatto da guida partecipe e sorniona Walter Siti, ho ucciso il mio Buddha.

venerdì 30 settembre 2022

Rimbambiti

Scopro ora dell'ennesima polemica che corre sul web, Selvaggia Lucarelli è ovviamente in prima fila. L'oggetto, tesi della più feroce fazione, è se i vecchi siano (testuale) rimbambiti.

Se penso a Vittorio Foa, Socrate, Junger, Scalfari e Gillo Dorfles, direi proprio di no. L'ultimo, morto a 107 anni, era amico di un mio amico, con cui condivideva la passione per lo sci. Andavano assieme a sciare a Bormio quando Dorfles era prossimo a compiere un secolo, in cui mai ha pronunciato pensieri meno che arguti.

Insomma, via, è una sciocchezza, torniamo a parlare d'altro. Ad esempio del divorzio Totti Blasi. Però mi viene in mente che rimbambito è la prima etimologia che ho imparato, già in quinta elementare sapevo che significa tornare bambini.

Ma allora sì, i vecchi sono rimbambiti: necessitano di accudimento come i bambini, cure genitoriali, affetto, e non sempre trovano la parola giusta al volo. Ciò vale anche per i quasi vecchi come me; o perlomeno io già mi commuovo con maggiore frequenza, e ho ripreso ad acquistare le merendine Fiesta quando vado al supermercato, in luogo della Ceres.

Paolo Conte, al solito, riesce a dirlo meglio di tutti: "Mangiano più gelati e panna / da settant'anni in su / che in tutta la loro vita di ragazze, / adesso o mai più / senza chimere o tabù /la vita vale un Perù..."

giovedì 29 settembre 2022

Il liceo classico Manzoni

Il liceo classico Manzoni si trova in via Orazio 3 a Milano, dove gli appartamenti costano ottomila euro al metro quadro e i figli dei figli dei baby boomer studiano Ovidio e aspettano il loro turno per salire sulla vetta, come turisti alpini incolonnati alle pendici dell'Everest. Al liceo classico Manzoni si sono diplomati Rossana Rossanda e Matteo Salvini, Enrico Mentana e Alessandro Profumo, che con quel nome lì avrebbe potuto fare qualsiasi cosa – l'attore, la giovane proposta a San Remo, il sarto e ovviamente il profumiere – ma si è accontentato di essere uno degli uomini più ricchi di Italia. Il liceo classico Manzoni è stato occupato oggi dai suoi studenti, quaranta di loro hanno dormito lì, o forse è stato ieri, non lo so bene perché mentre mia madre seguiva il telegiornale io stavo sentendo gli Smiths. Allo sfumare delle note di This Charming Man, ho colto che l'occupazione del liceo classico Manzoni è avvenuta per protesta contro "la vittoria di un partito storicamente legato a immagini e retoriche fasciste, l'alternanza scuola lavoro e l'emergenza climatica". Si esprimono con proprietà di linguaggio gli studenti del liceo classico Manzoni, non siamo mica a un qualsiasi istituto per geometri o ragionieri, dove avrebbero solo detto che ha vinto la Destra e bon, si riprende a tirarsi le gomme e a guardare le gambe della professoressa accavallate sotto la cattedra. Vinto, ma è solo un dettaglio, con ampio consenso dopo elezioni regolari, a cui i genitori degli studenti del liceo classico Manzoni hanno certamente partecipato, rinunciando al meritato riposo nella seconda casa di Bormio o Rapallo pur di compiere il loro diritto e dovere alle urne. Una bella lezione di vita, di "rispetto per le istituzioni e gesto di responsabilità verso la cosa comune" dichiarano i padri, le madri, gli zii degli studenti del liceo classico Manzoni, e intanto controllano gli indici azionari sullo smartphone (si sa che le elezioni procurano una scossa ai mercati) e con l'altro occhio leggono l'editoriale di Gad Lerner, che però ha studiato al Berchet. Cambia il tono, questa volta sussurrato, ma la proprietà di linguaggio è la medesima, in fondo da qualcuno avranno pure imparato i loro cuccioli, non come quei genitori che ti strillano di non rompere il cazzo mentre guardano la partita in tivù. Ecco, questo è tutto quello che so del liceo classico Manzoni. Molto poco, a ben vedere. Ad esempio non so se nel programma di studio del liceo classico Manzoni, sempre quello, in via Orazio 3 a Milano, sia compresa una celebre poesia di Pasolini, la scrisse in occasione degli scontri a Valle Giulia avvenuti il primo marzo del 1968. L'ho riletta. A un certo punto dice: "Avete facce di figli di papà. / Buona razza non mente. / Avete lo stesso occhio cattivo. / Siete paurosi, incerti, disperati / (benissimo) ma sapete anche come essere / prepotenti, ricattatori e sicuri: / prerogative piccoloborghesi, amici. / Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti..."

lunedì 26 settembre 2022

Autobiografia

Piero Gobetti suggeriva che il fascismo fosse l'autobiografia della Nazione.

Io non penso che il programma elettorale della Meloni sia fascista – cosa lei sia nel suo intimo non mi interessa, la politica si giudica dai fatti – e piuttosto securitario e ottusamente sovranista, in un paese che già a partire dalla geografia (prima ancora che dall'assenza di materie prime) è destinato alla mediazione.

Confido dunque che a quel programma miope si atterrà, senza manganelli e olio di ricino. Ma rimane la formidabile intuizione di Gobetti, per cui siamo una nazione vocata a destra.

Aggiungo una cosa impopolare: sono felice che questa vocazione sia stata intercettata dal post fascismo di FDI e non, mettiamo, dal neo fascismo di Salvini, o peggio di Paragone o altri mediocri figuri che avrebbero potuto manifestarsi e attrarre consenso.

Giorgia Meloni mi sembra insomma il "meglio" che un paese naturaliter destrorso si potesse augurare; e non essendo di destra, preciso, a scanso equivoci, non è il mio meglio.

Appartengo però anche io alla biografia nazionale. Parte da lontano, come ogni biografia, e supera oggi il 26% cento alle urne. Non per ignoranza, come sostiene il vignettista Makkox, ma per emozioni, inconscio.

Se vogliamo cambiare biografia la psicanalisi ci insegna che l'inconscio va interrogato con pazienza, i suoi oscuri simboli tradotti, a volte anche condisceso secondo necessari compromessi tra cuore, cervello e pancia. Bisogna insomma avere molto lavorato su di sé.

Cosa che questo Paese non ha nessuna intenzione di fare. E mi sembra il dato più significativo delle presenti elezioni: rivendicare con forza ciò che siamo, a scapito di ciò che potremmo essere.

domenica 25 settembre 2022

Sineddoche e metonimia, un dubbio misogino part II


Ho da poco pubblicato un post giocosamente misogino. In realtà, non credo di esserlo, o perlomeno non più di qualsiasi animale che guarda a una femmina della propria specie con un misto di desiderio e soggezione. Provo così a offrirne ora una versione più analitica e meno scherzosa.

Il successo con cui vengono premiate, attraverso i like, immagini e parole pubblicate da donne giovani e belle sui social, è sintomatico di una novità storica su cui sarebbe interessante sostare. Con un po’ di avventuroso slancio e seguendo il solco dell'intuizione pasoliniana, possiamo considerarla il segno di una mutazione antropologica in corso. Donne giovani e belle che scrivono talvolta pensieri notevoli, intendiamoci, ma il più delle volte e come tutti cavolate. Con la differenza che tutti non hanno lo stesso riscontro.

Per analogia tra parole mondo, possiamo inquadrare questa mutazione (dall'irrilevanza femminile, nella società patriarcale, all'ipervalutazione delle comunità virtuali) attraverso due figure della retorica classica. Fino a qualche decennio fa, con disposizione decisamente sessista, si assumeva che se una donna fosse bella dovesse essere anche un po’ scema, e poco importava che Jane Mansfield avesse un quoziente di intelligenza di 162, un punto in più di Albert Einstein.

Possiamo così fare coincidere tale disposizione con la figura retorica della sineddoche, per cui la parte, sì proprio quella parte lì che distingue l’uomo dalla donna, sta in luogo del tutto. E se si trattava di una bella parte, un bel corpo, una bella "fica", va da sé che il tutto femminile si risolveva nel suo aspetto. Non c’era spazio per altre qualità.

L’attuale e tardiva e, dobbiamo augurarci, definitiva apertura di credito alle capacità femminili, seguita alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta e Settanta, ha creato la premessa per il riconoscimento di altri talenti, che sono sempre esistiti. Ma questi talenti, come la bellezza, sono limitati: se tutti fossimo belli non esisterebbe il concetto di bellezza, e così per ogni altra virtù. Sui social la qualità viene però presupposta distrattamente, e ciò avviene, di nuovo, proprio a partire dalla bellezza, l'antico marchio del femminile. Ed è qui che compare l’altra figura retorica a cui accennavo. La metonimia.

Provo a dirlo in parole semplici. Se una donna possiede il dono abbagliante dell’apparire, avviene una sorta di slittamento, di scambio (metonimia significa scambio di nome) tra contenitore e contenuto, forma e sostanza, stato e azione, andando a illuminare anche i gesti compiuti dalla medesima persona, ad esempio scrivere un post su Facebook. La bellezza di chi scrive, insomma, diviene la bellezza del testo. E se ci fossero dei dubbi sul primo aspetto, vengono dissipati da una quantità di selfie in pose seduttive e gattamortesche. Da qui la pioggia di like, perlopiù e come ovvio maschili.

Potremmo considerare questa mutazione come un’emancipazione rispetto al vecchio pregiudizio sessista, non ho difficoltà a riconoscerlo. Ma rimane il dubbio che permanga, non solo, una discriminazione implicita nei confronti di donne meno avvenenti – ed è sessismo anche questo – quanto una sostanziale continuità dentro la cultura della confusione.

Non sarebbe allora più semplice e onesto se un bel culo ottenesse il giusto consenso in quanto culo, e un bel pensare, scrivere, disegnare mondi con parole e gesti, fossero premiati al netto dell’aspetto fisico dell’estensore? E che ben vengano le sovrapposizioni di stato, i culi pensanti e le parole avvenenti. Come la già citata e sublime Jane Mansfield.

Dubbio misogino

Ogni tanto, per non dire spesso, mi capita di leggere dei pensieri semplici semplici, sono scritti in una prosa che vorrebbe essere alta e sapiente ma è solo pomposa. Tutto ciò avviene sui social, immagino sia esperienza diffusa.

Dovevano apparire così i miei temi delle medie agli occhi della professoressa Cozzini, che comunque mi dava sempre la sufficienza; quanto fosse generosa lo comprendo solamente adesso. Pensierini, simili a parole adolescenziali e maldestre, a cui in calce trovo un'impressionante quantità di like.

Vado allora a frugare dentro al profilo dell'autore e mi accorgo che appartengono quasi sempre a donne, o meglio ancora donne giovani e belle; particolare attestato da un numero altrettanto considerevole di selfie, le pose sono seduttive.

Ovviamente, non tutte le donne giovani e belle e seduttive scrivono come scrivevo io alle medie, per quanto non ritrovo lo stesso numero di like sotto ai pensieri, ugualmente semplici, di uomini giovani e belli, le cui sciocchezze non si fila come giusto nessuno (a meno che non siano cantanti famosi, sportivi, influencer ecc.).

Dagli e dagli, va così a finire che mi viene un dubbio un po' misogino... E se non fosse un caso? Ipotizzo insomma un antico e scandaloso nesso - bellezza e superficialità -, una relazione non occasionale di cui provo vergogna al solo pensiero.

Pensiero che è rimasto sintonizzato ai tempi delle mie scuole medie, a cavallo degli anni Ottanta. C'era nel periodo un telefilm molto in voga, si intitolava Kung Fu, io lo guardavo tutti i pomeriggi invece di studiare. Il protagonista era David Carradine, completamente rasato interpretava un monaco Shaolin.

Durante una puntata, senza alcuna ragione né preavviso, il monaco sferra un cazzotto sul naso di un ragazzino che passava di lì per caso, glielo spezza. Chi assiste alla scena gli fa allora la domanda che anche a me frullava in testa: "Ma perché l'hai fatto...?!"

E David Carradine, imperturbabile come sempre: "Perché era troppo bello. Da grande sarebbe diventato saputo e arrogante."

Affermazione da cui ricavo due considerazioni finali: 1) grazie a dio quello era solo un telefilm, altrimenti tutte le belle ragazze che incrociamo per strada somiglierebbero a Rocky Marciano; 2) ma quei nasini, fortunatamente integri, hanno un prezzo, che scontiamo ogni giorno scorrendo la bacheca di Facebook.

mercoledì 21 settembre 2022

Capitalismo e depressione

"No era depresión era capitalismo". La scritta compare, tracciata con la vernice nera soffiata da una bomboletta, su alcune facciate a Santiago del Cile, durante le contestazioni del 2019.

Ci ripenso in occasione delle imminenti elezioni, in cui un argomento ripetuto dalla Destra è che la cultura, da decenni, non solamente in Italia è ipotecata a sinistra. Non mi piace l'espressione ipotecare – presuppone un calcolo notarile, che non vedo – ma è un fatto che registi, scrittori, artisti, attori, filosofi sono in buona parte di sinistra.

Evidentemente, lavorare con parole e immagini conduce verso una coscienza politica sbilanciata da un lato, che è anche il mio. Ma mi chiedo: questa diversa coscienza a cosa conduce?

Sui giornali e nelle trasmissioni televisive (semplifico) di sinistra, da qualche tempo è d'obbligo la presenza di psicologi e psicanalisti. Qualche nome: Massimo Recalcati, Umberto Galimberti, Paolo Crepet, Maria Rita Parsi, Stefania e Vittorino Andreoli, Marta Zoboli, Raffaele Morelli ecc.

Di alcuni di loro ho stima, di altri molto meno. Nel complesso mi sembra comunque positivo sollevare il lembo del tappeto sotto cui viene spazzata la polvere, come avviene in una celebre sequenza di Bergman.

Mi viene però ora un dubbio. Tutta questa attenzione psicologica al disagio non sarà un modo per distogliere l'attenzione dalle sue cause; la psicanalisi la chiama rimozione, per quanto si ostini a riferirla solamente a stimoli sessuali.

Ma ci sono anche gli stimoli economici, c'è la vita concreta delle persone entro specifici rapporti di scambio e di potere, che con Marx prende il nome di struttura, da cui la sovrastruttura in cui artisti e intellettuali scoccano le loro frecce. Una visione nuovamente semplificata ma che aiuta a farsi un'immagine dei componenti del motore, una volta ricomposto prende avvio la macchina capitalistica.

In sintesi: il capitale economico tende a gonfiare a dismisura sé stesso, in una forma ormai del tutto svincolata dagli agi che dal denaro si possono trarre. È diventato un simbolo, insomma. Nietzsche lo diceva in modo più suggestivo e forse acuto: "il mondo si è fatto fabula".

Se la fabula del mondo è il capitale e la tecnica, attraverso cui accrescerlo, la sua leva, concentrarsi sugli effetti psichici è allora fare cattiva psicologia, già che si rinuncia a quella componente preliminare costituita dall'eziologia.

Tutto ciò porta alla riemersione del sintomo, mi sembra inevitabile. Che inascoltato anche a sinistra, soprattutto a sinistra e con maggiore responsabilità, come una psoriasi grida sulla pelle di Santiago del Cile. A ricordarci che quella che chiamiamo genericamente depressione possiede un nome più preciso: capitalismo.

E avere smesso di indagare il suo inconscio post industriale e finanziario equivale non solo a fare cattiva psicologia, ma cattiva politica.

giovedì 15 settembre 2022

La differenza italiana


Se venisse dimostrato che un importante partito italiano ha ricevuto una quota dei trecento milioni di dollari elargiti dal Cremlino, secondo l'intelligence americana, a una ventina di forze politiche europee a partire dal 2014, mi chiedo: gli elettori di quel partito come la prenderebbero?

Intanto, sotto elezioni, potrebbero mutare intenzione di voto, oppure richiedere un immediato cambio di dirigenza, come negli Stati Uniti avverrebbe per molto meno. Ma qualcosa mi fa credere - sempre se l'importante partito a cui penso, ci stiamo pensando tutti, fosse coinvolto, siamo pur sempre garantisti - che la cosa inciderebbe in misura prossima all'irrilevanza. Non cambierebbe nulla, insomma.

La cosiddetta differenza italiana si giudica anche da questi particolari, come un giocatore si giudica dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia. Lo cantava Francesco De Gregori in una canzone in cui ci siamo sempre riconosciuti  il Paese della fantasia diciamo con orgoglio, della creatività, la moda, gli stilisti. E poi il coraggio nel rischiare a fare impresa, l'altruismo se non altro verso i membri del clan, la famiglia e i figli prima di tutto.

Eppure esistono anche altri particolari. L'indifferenza, il fatalismo, l'autoindulgenza di derivazione cattolica, per cui una bella confessione rimuove anche le macchie più ostinate, secondo lo slogan di un noto detersivo. E in ogni caso le cose si aggiustano e una mano lava l'altra, in fondo lo fanno tutti.

Particolari antropologici, prima ancora che politici. O meglio politici perché antropologici. Quindi basta sputare contro il Palazzo: indirizziamo il fiotto di saliva verso lo specchio, se proprio vogliamo esercitarci al tiro al bersaglio.

Dacci oggi la nostra polemica quotidiana

Non credo ci sia molta differenza tra i tifosi del Livorno che accolgono l'ingresso dei giocatori intonando Bella ciao e Laura Pausini che al contrario si rifiuta di cantarla. Il livello è il medesimo: tifo da stadio, anche in chi ora la critica. Massì, che canti pure ciò che le pare, il repertorio non le manca.

Ma un conto è criticare e un conto preferire  di gran lunga, nel mio caso  i tifosi del Livorno all'interprete romagnola che recalcitra; mi ricorda una minuscola barchetta nel golfo di una città piena di fiori. "Guarda che belli i fiori in quella città che mai mi ha visto e mai nemmeno mi vedrà", intona Francesco De Gregori in una canzone dedicata a Luigi Tenco, riferendosi al festival in cui ha concluso la sua vita e Pausini trovato investitura, "guarda che mare, guarda che barche piccole che vanno a navigare..."

Mentre la musica e il testo di Bella ciao, chiunque la canti, non serve neppure essere intonati o politicamente schierati per dire no alla prepotenza fascista, non equivalendo a un sì per nessuno dei piatti di portata nell'attuale menu elettorale, al cospetto della Pausini sono l'Amerigo Vespucci con tutte le vele spiegate.

domenica 11 settembre 2022

Livella

Alessandro Gassmann, un attore dagli infiniti denti e centimetri e capelli che può piacere o meno (a me piace, pur scontando il confronto inevitabile e perdente con il padre), ha accolto la scomparsa della regina Elisabetta con parole di misurato cordoglio, dichiarando, su Twitter, simpatia verso una persona che incarnava un ruolo a lui evidentemente meno simpatico.

Evita infatti ogni riferimento alla regalità, definendola, senza alcun sarcasmo, "anziana signora" che ci lascia; e come in ogni vita che si spegne rimane una voragine affettiva in chi l'ha conosciuta e le ha voluto bene.

Si chiama morte, e come suggeriva uno dei nostri più grandi attori, forse perfino più grande del padre di Alessandro Gassmann, rappresenta una sorta di livella, che riconsegna alla medesima prospettiva orizzontale re, regine, principi e loro vetturini, intabarrati sulla cassetta della carrozza dal cui tiepido interno i regnanti salutano la folla.

Irriverente, come a molti è apparso a partire dal consueto incontenibile Sgarbi, non è dunque il mancato riferimento allo status sovrano di Elisabetta, e piuttosto chi oltre la livella della morte continui a proiettare categorie del tutto storiche e simboli di un potere che si vorrebbe semidivino, ma a ben vedere fin troppo umano; totem e tabù li chiamerebbe Freud. Senza la sua finezza di analisi, a noi laici e repubblicani, fanno però un po' sorridere.

Tanto che lei stessa, regina finalmente tornata donna e poi, un giorno, senza fretta, polvere, forse gradirebbe un saluto livellato all'assenza del suo corpo, e non alla permanenza del suo scettro; ora passato a Carlo, un signore anch'esso anziano e simpatico e fortunatamente vivo e in buona salute. Non si deve più trincerare dietro cappellini, borsette, valletti e sorrisi a mezza bocca, senza schiudersi mai in quella risata piena e liberatoria che anche la divina Garbo una volta si concesse, in una memorabile sequenza di Ninotchka.

O perlomeno, a me piace immaginarla così: un' anziana o più propriamente vecchia signora, quello di Gassmann era un garbato eufemismo, che sulla stessa nuvoletta di Battiato se la ride del pollaio social, dove "stupide galline si azzuffano per niente", contendendosi la Bastiglia che da secoli non esiste più; al suo posto una piazza in cui si innalza la Colonna di luglio che culmina con la statua del Genio della libertà di Dumont. 

Intanto, alle 11 in punto, a Buckingham Palace, uomini muti con una giubba rossa e un peluche di vera pelle d'orso canadese in testa, replicano l'immutabile rituale del cambio della guardia, e va ugualmente bene così. A ciascuno i piccoli inoffensivi giochi che preferisce. Da noi si è giocato alle libere elezioni il 2 giugno del 1946, per decidere le sorti della monarchia. Ma in questi tristi giorni non tutti si ricordano del risultato.

venerdì 9 settembre 2022

Amoreee!


Le giovani donne che esclamano "amoreee!" ogni volta che incrociano un cucciolo, meglio se di razza, mentre si chinano leggermente in avanti nella direzione dell'animale (nel farlo accostano le ginocchia lasciando temere che stiano per calarsi il perizoma e fare pipì), sono le stesse che dicono "No grazie, non ho bisogno di niente" quando un mendicante protende la mano. Come se egli offrisse, e non richiedesse, qualcosa.

lunedì 5 settembre 2022

Breve manifesto per una Sinistra realistica, e un poco stronza

Si dice che la Sinistra perderà – e perderà quasi certamente – le prossime elezioni per eccesso di frammentazione. Una sua vecchia tara a cui possiamo dare anche il nome di egoismo: ogni partito, partitino, corrente e giù giù fino al singolo militante è incapace di mediare sulle proprie aspirazioni politiche, in un rapporto dialettico con forze diverse ma complementari. Come se ogni mediazione fosse sinonimo di impurità.

A me pare che questo atteggiamento, incontestabile, inquadri solo parte del problema, forse nemmeno ciò che più incide nella perdita di consenso. Esiste infatti anche l’altra proverbiale faccia della medaglia, che simmetricamente possiamo far coincidere con l’altruismo. Intendo: e se la Sinistra non fosse invece troppo altruista, e cioè ipotecata dal fantasma dell'altro a scapito della polpa di sé?

Mi riferisco alle politiche (spesso condivisibili e virtuose) a favore di minoranze neglette; gli extracomunitari, la diversità di genere, il movimento LGBTQIA+ ecc. Ma fatta salva la bontà delle intenzioni, quanti sono gli extracomunitari che votano (nessuno, se non contiamo quelli successivamente integrati e con cittadinanza italiana), oppure i transgender, gli indiani cicorioni per i cui diritti si batteva un giovanissimo Nanni Moretti, o ancora chi sia interessato a vedere il suffisso di genere convertito nell’indifferenziato della\o schwa?

Esattamente non so, ma immagino pochi, molto pochi. Ho letto nei giorni scorsi numerosi commenti ironici su Walter Siti. Riguardavano un suo articolo su Domani in cui lamentava la scarsa attenzione del PD nei confronti degli “operai e delle campagne”, a essi sostituendo la prospettiva, compassionevole, della classe media acculturata, che assume da oltreoceano i sensi di colpa per il colonialismo dei secoli scorsi. Una disposizione che quando vuole essere schernita prende la sigla (inflazionata) di radical chic, altre volte di Veltronismo o di Jovanottimsmo: "credo in una grande chiesa che va da Che Guevara a Maria Teresa", ma senza un metalmeccanico che sia uno.

Come se operai e contadini, a giudicare dalla reazioni al testo di Siti, rappresentassero variabili politiche eccentriche, anacronistiche. Di certo sono comparti professionali fortemente ridimensionati negli ultimi decenni, quale effetto delle esternalizzazioni, della New Economy, il terziario avanzato e la precarizzazione del lavoro. Ma è un fatto che contadini e operai ancora esistono, e votano al pari dei transgender.

Vanno aggiunti al presepe postmoderno i disoccupati, gli esodati, i corrieri espressi, i lavoratori a cottimo e, più in generale, i mal pagati e i drop out. Se volessimo sintetizzare questa molteplicità poliforme potremmo anche chiamarla senza troppe forzature poveri, che ora si dice votino a destra. In ciò è contenuta una mezza verità, a coprire ciò che a sinistra ancora rappresenta un tabù: la specie a cui apparteniamo è intimamente egoista, e quando stai andando a fondo pensi come prima cosa ad afferrare un salvagente; poi, eventualmente, a salvare gli altri.

I partiti storici della Sinistra, a cominciare dal Partito Socialista e da quello Comunista che si rese indipendente nella scissione di Livorno del 1921, con strategie ed esisti diversi non hanno mai rimosso tale dato antropologico, perseguendo il proprio interesse particolare (la famigerata dittatura del proletariato) prima ancora di quello del Paese; concetto forse troppo astratto per smuovere voti e passioni. Nel Paese reale ci stavano infatti anche nobili, proprietari terrieri, capitani di industria e banchieri. Il Paese erano insomma due paesi, e il mondo due mondi. Se una differenza possiamo riscontrare con il passato è che quei due mondi sono nel frattempo divenuti multimondi, ma sempre disposti sulla scala gerarchica del privilegio. Che rende più che mai attuale la nozione politico spaziale di Sinistra.

Distinguere il grano dal loglio a proprio vantaggio – e utilizzo di nuovo un termine politicamente scabroso – appariva nel passato prossimo della prima Repubblica la scelta politica più spontanea, a scapito talvolta della giustizia. Un altro concetto astratto quando fatichi a mettere assieme il pranzo con la cena. Roba da filosofi, o da nuova sinistra dei diritti. Se volessimo giocare al gioco delle sedie, è come se la Sinistra cercasse ora di occupare il posto lasciato semivacante dal liberalismo radicale; quello che diede vita al Partito Radicale Italiano, non a caso. Che non era di sinistra.

Eppure non è vero che la Destra, anch'essa giocando lo stesso gioco e scivolando sulle faglie dischiuse dalla storia, abbia occupato la sedia della Sinistra sociocomunista, prendendo a cuore la moltitudine degli svantaggiati; meglio chiamarli così, già che anche le classi sociali sono nel frattempo diventate fluide. Pensiamo alla flat tax, a chi giova?

Non certo agli operai e ai contadini di cui Siti ci ricorda l’esistenza. Ma perché allora la Sinistra non si congeda dal suo atteggiamento fintamente super partes e lo afferma senza falsi pudori: se sei ricco non votare per noi, la Destra fa piuttosto al caso tuo. I servizi pubblici saranno probabilmente migliori, ma ti costeranno qualche soldo in più, ebbene sì, un po’ dei risparmi che hai accantonato per le dodici future generazioni di rampolli biondi e bellissimi che frequentano scuole steineriane. Ma se invece vieni messo a margine dalla ristrutturazione finanziaria, amico mio, noi siamo egoisti quanto te, non vogliamo annegare! Uniamo allora le forze e infiliamo un bell’ombrello nel sedere a chi cerca di infilarlo a noi, come avviene nelle vignette di Altan.

Purtroppo non è quanto avviene nella campagna elettorale in corso. La Sinistra, questa Sinistra è troppo buona, troppo ingenuamente altruista per ammettere un autentico crimine psichico come l’egoismo. Lacan diceva che il vizio costitutivo della Sinistra è la bêtise, ossia la stupidità, e quello della destra è l’egoismo. Per vincere la Sinistra non ha bisogno di diventare intelligente, già che l’intelligenza, come il coraggio, uno non può darsela da sola. Ma egoista sì, egoista almeno quanto la Destra. E alla fine i poveri sono sempre stati e sempre saranno in numero superiore ai ricchi, per loro la democrazia dovrebbe essere una cuccagna: la mano che infila il voto nell'urna come quella che coglie la mela matura dal ramo, senza nessun padrone o Dio a dirti non toccare, è roba mia!

Invece non è così. Come ogni altra cosa, nel presente anche la politica ha finito con l’essere attraversata da correnti finzionali, e al proprio immediato tornaconto si sovrappongono ombre cinematografiche, rappresentazioni a forte carica affettiva e desiderante. Si tratta di una forma di perversione più sottile della demagogia del siamo tutti buoni volemose bbene, che secondo le categorie psicanalitiche potremmo chiamare identificazione proiettiva.

Da qui il paradosso politico, non solo italiano, per cui un poveraccio (ed esistono ancora anche i poveracci, oltre a operai e contadini) smette di riconoscersi in quei partiti politici che ne favoriscono gli interessi concreti, e piuttosto si disincarna per ricostituirsi entro i confini di un’immagine virtuale di sé. Lo schema para-logico è il seguente: provvisoriamente mi trovo in una situazione di merda, ok, ma se vinco al gratta e vinci – e prima o poi vincerò! – verrò ammesso al privè del Billionaire. Se quello è mio vero io, di conseguenza voterò per i partiti che fanno gli interessi del mio futuro ipotetico, non del mio presente reale (e marginale).

Il compito di una Sinistra che si proponga come rappresentativa prima ancora che vincente – o meglio: vincente perché rappresentativa dei molti sui pochi – diviene così particolarmente arduo, sdoppiandosi in un processo ugualmente necessario di svelamento: liberarsi dall’abito della finta bontà, in cui viene occultato il proprio interesse troppo umano per essere ammesso in un sequel di Bambi, oltre che dalla menzogna che perverte la realtà in sogno, per consegnare all’incubo il risveglio. Se fossi lo Spin Doctor del PD il mio slogan sarebbe: stay awake, e stay nu poco strunzo pure…