Guccini e Jovanotti guardavano al mondo più o meno dalla stessa altezza: un metro e novantadue centimetri il punto di vista del Maestrone, un metro e novantatré per il ragazzo fortunato, a cui hanno regalato un sogno.
Ma ci sono altre coincidenze. Entrambi hanno avuto
un’unica figlia, si chiamano tutte e due Teresa. Guccini e Jovanotti hanno
anche composto una canzone per le loro Terese, due canzoni molto belle, ma in
questo caso molto diverse. La prima si intitola Culo dritto e la seconda
Per te.
Confrontandone i testi possiamo forse intuire qualcosa
che ci riguarda, una sorta di mutazione, proprio come quella antropologica intuita da Pasolini negli anni Settanta, a rappresentarne l'evoluzione, o magari una svolta. Di certo qualcosa è successo nei ventisei anni che separano anagraficamente Guccini da Jovanotti, e le loro canzoni ne lasciano traccia.
Culo dritto,
da intendersi quale postura assertiva e sgravata dai dubbi, è un viatico di padre colmo d’amore, di incanto per quel frutto che vede staccarsi dal proprio ramo, già totalmente maturo e quasi alieno. Ma è anche un malinconico bilancio
esistenziale, che si accoppia alla lucida analisi della corruzione del terreno che ospita entrambi: grande e vecchio albero e nuovo frutto (“reginetta dei telecomandi… com'è facile farsi un inutile software di
scienza… che confuso problema è adoprare la propria esperienza...”).
Per te è invece una sorta di polittico in cui figurano situazioni apparentemente comuni, ma che in una giustapposizione incalzante (“È per te il profumo delle stelle \ È per te il miele e la farina\ È per te il sabato nel centro, le otto di mattina”) riacquistano la meraviglia dello schiudersi per la prima volta. Gli studiosi del linguaggio lo chiamano straniamento.
In Guccini, che pure invidia alla figlia la possibilità di meravigliarsi ancora, tutto però è come fosse già dato, concluso, e l’unica possibilità offerta agli umani consiste nell’errore (“Vola, vola tu, dov'io vorrei volare \ Verso un mondo dove è ancora tutto da fare \ E dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare”).
Con Jovanotti, al contrario, ogni cosa si rinnova di continuo, l'antico torna nuovo, l'errore verità. Si dice da più di un secolo che il
nichilismo rappresenta il disincanto definitivo, e Guccini ce ne offre una
lucida e commossa rappresentazione. Benedetta incoscienza, pare così diventare
il sottotesto alla sua canzone. Benedetta la vita è la replica del più giovane collega.
Non è importante stabilire chi abbia ragione. Limitiamoci a prendere atto che le generazioni successive, successive anche a
Jovanotti e cioè i ragazzi che hanno l’età della sua Teresa, non appaiono nichiliste, e pure crescendo (diciamo i quaranta\cinquantenni attuali)
rimangono esposte all'accadere con il candore degli esordi. In questo caso
potremmo chiamarla ingenuità, incoscienza appunto. Ma sarebbe una scorciatoia
di comodo.
È un fatto che nel frattempo si è perso un po’ di
senso critico – il populismo ne offre conferma a svariati livelli –, ma si è
comunque usciti dallo stallo nichilistico, la generazione del no future
si è iscritta a un corso di pilates, quindi fatto l'abbonamento a Netflix. Certo, non è il sapore dell'uva rubata a un filare, non sono risse terrose come prosegue Guccini in Culo dritto, ma di quel mondo si è persa memoria e rimpianto.
Fanno di nuovo fede i testi delle canzoni, dove le principali preoccupazioni sembrano ora essere legate all’identità,
al corpo, o meglio ancora al corpo come identità e relazione (“Io ti aspetto perché è nell'attesa che ci riesco \ A ritrovarmi a
ritrovarti a ritrovare un senso” - Ultimo, Pianeti), quando il fuori è una nube
gassossa che non oppone resistenza, il possibile si
ripresenta in forme inedite. Ok la crisi climatica, le guerre, i castori hanno
smesso di fare diga nei torrenti. Ma la domanda impellente è: chi sono io, e tu dove cavolo sei finita?
Per soccorrerci dobbiamo fare entrare in scena una terza
Teresa, quella cantata da Fred Buscaglione. Non si capisce bene cosa ci sia
stato tra i protagonisti della canzone – probabilmente una brutta storia di
corna –, ed è così che il cantante supplica: “Teresa, non sparare!” E invece
lei lo fa, spara.
In una interpretazione estensiva, possiamo guardare a quello
sparo come a una disposizione confusa al fare. I giovani non sanno bene chi
sono, cosa vogliono, dove andare. Ciò nonostante vanno, sparano. E anche le
persone di mezza età ci danno dentro, prenotano vacanze, si iscrivono a un corso per sommelier, e la domenica sgambettano sulla mountain bike.
La pallottola non mira più ai paradisi psichedelici
degli hippy, o alla rivoluzione proletaria. Magari si tratta di una pistola ad acqua,
con l’onda che ha smesso di fare risacca e ora esce in un timido getto, un
nuovo flusso che possiede l'intensità di una pisciatina di cane. Possiamo ipotizzare che vada a estinguersi sul copertone di un SUV. Eppur si muove, cosa che non era così scontata.

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