martedì 25 agosto 2026

Essere niente

 

Un’intuizione. Si è detto per molti anni che i social erano un modo per esprimere sé stessi, per affermarci – in forma surrogata, ok, pazienza – dentro un mondo che ci rende invisibili. Obliterazione della presenza la definiscono i sociologi. Una tesi che ho sempre trovato convincente, forse perché mi riguarda. Ma come metterla, allora, con la funzione condividi?

A me sembra che negli ultimi tempi le condivisioni stiano crescendo. Ci sono persone che, in una sola giornata, riescono a condividere anche dieci, quindici contenuti altrui. Poesie, canzoni, analisi geopolitiche, risposte di Natalia Aspesi alle lettrici che non sanno se mettersi con l'istruttore di tennis, oppure tornare dal marito avvocato. Ho visto condividere perfino contumelie e dichiarazioni d’amore. E naturalmente altri post, tra cui i miei per cui ringrazio.

Confesso che da principio guardavo alla cosa con una certa diffidenza – mi appariva un lavoro un po’ da passacarte, insomma –, ma nel tempo ho compreso che tocca un punto essenziale dell’umano. Dopo l’affermazione di sé, la destituzione, l’annullamento, la partecipazione al Tutto. Potremmo guardare al fenomeno come a una pratica spirituale moderna.

In fondo è quanto le vie asiatiche perseguono da millenni: zittire il brusio superbo della mente, detta in modo sbrigativo. E così se ci siamo iscritti a un social per rincorrere il tram di una riconoscibilità che sentivamo dileguarsi, ora ci accorgiamo che il capolinea coincide con il margine di ciò che chiamiamo me stesso. Quelle periferie nebbiose che si aprono alla sterpaglia in cui svettano gli ipermercati.

Nonostante mi sia ancora un po’ difficile aderire a questo gioco di sponda, comprendo che la condivisione è probabilmente il modo corretto di utilizzare un social. Non battere il proprio tamburo (“batto il mio tamburo, batto il mio tamburo, batto il mio tamburo…” cantava Lou Reed), ma farsi eco della musica del mondo. Tanto prima o poi svanirà, perché svanirà, quando tacerà l’ultimo tamburo rimasto. E avremo finalmente raggiunto ciò che con ostinazione persegue il nostro agire in conto terzi. Essere niente.

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