Mi ricordo che per masturbarci andavamo nella cantina
di Daniele, oppure nella mia soffitta. La cantina di Daniele però era meglio: non solo era più spaziosa, ma erano
presenti vecchie riviste a cui i genitori erano abbonati. Lì potevamo trovare immagini adatte allo
scopo. Ad esempio le pubblicità dell'intimo femminile – sotto il
tessuto semitrasparente degli slip si intravedevano peli irsuti, e i
capezzoli rosa occhieggiavano da reggiseni in pizzo –, o in alternativa le copertine dell’Espresso, dove le magagne della Democrazia Cristiana venivano introdotte da ragazze a seno scoperto. Una flagranza che conteneva qualcosa di eccessivo,
lo stesso effetto di saturazione che avrebbe prodotto la moda del topless. Meglio tornare al
vedo non vedo.
Sfogliavamo assieme quel bendidio alla ricerca delle fotografie che sarebbero servite da
rampa di lancio. Quando intravedevamo qualcosa di ghiotto strappavamo la pagina, per poi impilarle come fanno gli Inuit con le pelli di foca, in previdente attesa dell’inverno. Dopo
però ci separavamo, per raggiungere angoli distanti del locale. Non ci era del
tutto chiara la ragione, in fondo già avevamo visto i genitali dell’altro; Daniele l’aveva
di un'unghia più lungo del mio, e non mancava di farmelo notare. Ma masturbarci
assieme ci procurava imbarazzo. Meglio ritrovarsi a
operazione conclusa, per stabilire se quel poco che fuoriusciva era già da
considerarsi il seme dell'uomo, oppure un’acquetta schiumosa ancora da bambini. “Macché,
non è sburra” dicevo a Daniele, che mi mostrava orgoglioso un paio di goccioline scintillare sui polpastrelli. Cercava sempre di fare il furbo.
Un pomeriggio di fine novembre, frugando tra le riviste, ne apparve una dove non c’erano le ragazze a seno scoperto, ma in copertina una foto in bianco e nero di Pasolini. Proseguendo nelle pagine interne, arrivai a un servizio in cui il corpo del poeta veniva esibito dopo quel brutto fatto di cui aveva parlato la tivù. Si trattava di foto livide piene di terra e sangue, la sagoma magra giaceva prona con il volto sul campetto dell’Idroscalo di Ostia; se si può chiamare campetto delle travi scrostate, senza rete: sembravano crocefissi orizzontali in un niente di polvere e sterpaglia. In altri scatti lo si vedeva ripulito all'obitorio, la carnagione esangue su cui si stagliavano i lividi delle percosse, i capelli erano stati pettinati. “Guarda qui” dissi a Daniele, che aveva appena scovato un’immagine in costume di Ursula Andress.
Il nome di Pasolini compariva spesso nelle conversazioni dei grandi, durante le ore di dottrina ne replicavamo le sillabe a voce bassa, quasi fosse un animale esotico, pericoloso, i preti non dovevano sentire. Ma non avevamo mai visto le immagini di un uomo morto. L’eccitazione era svanita, eppure qualcosa ci avvinceva più di Ursula Andress in costume. Non so quanto durò quel momento: non parlavamo, non prestavamo attenzione alla musica che proveniva dal piano di sopra; come al solito, il fratello di Daniele stava ascoltando i Jethro Tull a tutto volume. Guardavamo soltanto. Poi Daniele disse: “Andiamo a fare merenda?” e lasciammo la cantina senza esserci masturbati. Dopo uno o due mesi arrivò finalmente il seme dell'uomo.

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