Non vedo alcun vantaggio nell’invecchiare, ma alcune miserie della gioventù si possono comprendere solamente a posteriori. L’eccesso di importanza assegnata all’involucro fisico è una di queste.
Io sono stato un ragazzo dall’involucro piacevole, e
non avrei mai concepito, non dico, di fidanzarmi, ma perfino di limonare in
discoteca (al sabato si andava al Tempio e il giovedì alla Moia, talvolta anche
al Brick di venerdì dove era più facile raggiungere lo scopo) con una ragazza
il cui involucro non mi fosse commisurato: solo ragazze col fiocco dorato, e la
carta stagnola rilucente.
Negli anni non è emerso in me alcun contenuto nascosto
– ammesso che vi fosse –, ma l’involucro si è corrotto; quanti romanzi ci
raccontano dello sfiorire della bellezza, in quelli russi ciò avveniva intorno ai
trent’anni. Ecco, adesso ci siamo, come in una regata nautica abbiamo già
doppiato quella boa, manca forse solo il lato di bolina che conduce al traguardo;
peccato sia calato il vento.
Così comprendo l’inganno dell’involucro – un trucco di
natura per evolvere la specie, avrebbe detto Darwin –, senza che a esso sia
subentrato un nuovo trucco: non ti innamori di una coetanea perché conosce a
memoria il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, o sa
risolvere i rebus della Settimana Enigmistica, attività alla quale
rimango inetto. Quanto all'involucro è ugualmente accartocciato.
Eppure, guardando a un mio simile, meglio a una mia
similessa, qualcosa talvolta ancora gorgoglia nella pancia – come chiamarlo?
Si tratta di un sentimento lieve, che il termine
affetto, empatia, risonanza rendono solo in modo approssimativo. Dell’amore
rappresenta comunque una variante. I greci avevano tanti termini per definire
l’amore: “Mi ami Pietro?” chiede Gesù nel Vangelo di Giovanni. "Signore,
tu lo sai che ti amo.” E non si capisce perché Gesù glielo debba chiedere altre
due volte.
In realtà, nella lingua greca del testo, stanno usando
verbi differenti: agapáō nel caso di Gesù, e philéo nella
risposta di Pietro. La versione della Cei andrebbe così ritradotta, avendo Paolo Villaggio quale riferimento semantico. “Mi ami Pina?” chiede
Fantozzi. “Ugo” risponde la moglie dai capelli color topo, “ti stimo
moltissimo.”
Poi sedersi su una panchina di fronte all’ingresso
dell’Ikea, a osservare le giovani coppie che spingono il carrello colmo di
imballi; una ragazza ha il pancione, ma meglio portarsi avanti con il
lavoro. All’arrivo il bambino avrà la sua cameretta già bella e pronta, e pure
una renna di peluche.
Noi non parliamo, è una di quelle giornate autunnali dal
clima mite, i lampioni gialli sono indecisi se sia arrivato il momento di
accendersi, dall’autoradio di un SUV escono le note di una vecchia canzone di
Vinicio Caposella. Non so se lei la conosca (non so nemmeno chi sia la donna al mio fianco, o
meglio chi sarà) ma io ne ricordo a memoria il testo. Che così conclude:
“E se mi guardi, io non ti vedo
Ma mi ricordo del nostro amore
Stiamo qua, messi qua
Ad aspettare la sera”

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