giovedì 13 agosto 2026

Ad aspettare la sera, o sul tempo e l’involucro


Non vedo alcun vantaggio nell’invecchiare, ma alcune miserie della gioventù si possono comprendere solamente a posteriori. L’eccesso di importanza assegnata all’involucro fisico è una di queste.

Io sono stato un ragazzo dall’involucro piacevole, e non avrei mai concepito, non dico, di fidanzarmi, ma perfino di limonare in discoteca (al sabato si andava al Tempio e il giovedì alla Moia, talvolta anche al Brick di venerdì dove era più facile raggiungere lo scopo) con una ragazza il cui involucro non mi fosse commisurato: solo ragazze col fiocco dorato, e la carta stagnola rilucente.

Negli anni non è emerso in me alcun contenuto nascosto – ammesso che vi fosse –, ma l’involucro si è corrotto; quanti romanzi ci raccontano dello sfiorire della bellezza, in quelli russi ciò avveniva intorno ai trent’anni. Ecco, adesso ci siamo, come in una regata nautica abbiamo già doppiato quella boa, manca forse solo il lato di bolina che conduce al traguardo; peccato sia calato il vento.

Così comprendo l’inganno dell’involucro – un trucco di natura per evolvere la specie, avrebbe detto Darwin –, senza che a esso sia subentrato un nuovo trucco: non ti innamori di una coetanea perché conosce a memoria il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, o sa risolvere i rebus della Settimana Enigmistica, attività alla quale rimango inetto. Quanto all'involucro è ugualmente accartocciato.

Eppure, guardando a un mio simile, meglio a una mia similessa, qualcosa talvolta ancora gorgoglia nella pancia – come chiamarlo?

Si tratta di un sentimento lieve, che il termine affetto, empatia, risonanza rendono solo in modo approssimativo. Dell’amore rappresenta comunque una variante. I greci avevano tanti termini per definire l’amore: “Mi ami Pietro?” chiede Gesù nel Vangelo di Giovanni. "Signore, tu lo sai che ti amo.” E non si capisce perché Gesù glielo debba chiedere altre due volte.

In realtà, nella lingua greca del testo, stanno usando verbi differenti: agapáō nel caso di Gesù, e philéo nella risposta di Pietro. La versione della Cei andrebbe così ritradotta, avendo Paolo Villaggio quale riferimento semantico. “Mi ami Pina?” chiede Fantozzi. “Ugo” risponde la moglie dai capelli color topo, “ti stimo moltissimo.”

Poi sedersi su una panchina di fronte all’ingresso dell’Ikea, a osservare le giovani coppie che spingono il carrello colmo di imballi; una ragazza ha il pancione, ma meglio portarsi avanti con il lavoro. All’arrivo il bambino avrà la sua cameretta già bella e pronta, e pure una renna di peluche.

Noi non parliamo, è una di quelle giornate autunnali dal clima mite, i lampioni gialli sono indecisi se sia arrivato il momento di accendersi, dall’autoradio di un SUV escono le note di una vecchia canzone di Vinicio Caposella. Non so se lei la conosca (non so nemmeno chi sia la donna al mio fianco, o meglio chi sarà) ma io ne ricordo a memoria il testo. Che così conclude:

“E se mi guardi, io non ti vedo

Ma mi ricordo del nostro amore

Stiamo qua, messi qua

Ad aspettare la sera”

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