Mi ricordo che stavo prendendo il sole sul balcone con una t-shirt dei Los Angeles Lakers, la scritta gialla spiccava sopra il viola dello sfondo. Sulla terrazza di un'abitazione vicina vidi uscire due giovani. Uno era molto alto, robusto e con il cranio rasato. L’altro, più minuto, compensava in capigliatura; tra le ciocche bionde scintillavano i Ray-Ban a specchio. Si sedettero a un tavolo da giardino con un paio di birre da sorseggiare dalla bottiglia, e iniziarono a conversare. La distanza mi impediva di udire cosa dicessero.
Quello alto lo conoscevo, anche se non bene come avrei voluto; d’altronde aveva cinque anni più di me, già poteva guidare l’automobile. Prima capitava spesso di scorgerlo sulla terrazza dove abitava con i genitori, ma da un paio d'anni si era trasferito in una piccola città lombarda, nota per i mobili e per la sua squadra di pallacanestro. Qui aveva superato un provino e in seguito era entrato nella rosa dei titolari. Da quel giorno, tra noi delle giovanili della Sondrio Sportiva, iniziammo a chiamarlo il Campione.
Solo dal mio appartamento, al quarto piano, potevo guardare il Campione dall’alto in basso. Di solito era il contrario, ma non tanto per via della statura: in fondo si trattava di una manciata di centimetri, una spanna al massimo. Giocare in una squadra di serie A, immaginavo prima di addormentarmi, chiamare palla a Marzorati, per poi schiacciarla nel canestro in cui la retina l'avrebbe trattenuta, giusto un attimo prima di riconsegnarla al mondo che le aveva fatto da modello. C'era da essere orgogliosi a provenire dalla stessa via, a separarci solamente l’officina del meccanico Benito.
A un certo punto il Campione si alzò ed entrò nell’appartamento. Al ritorno teneva in pugno una camicia rosa con dei volant in corrispondenza dei bottoni, sembrava appena uscita dall'armadio di Boy George. La passò al biondino che, per afferrarla, dovette ritrarre la mano dalla lunga chioma lisciata con lenta dedizione, e poi protenderla in uno scambio che possedeva qualcosa di furtivo, ricordava i foglietti scambiati sottobanco durante il compito di matematica. Il sottotesto pareva essere: fidati, è la soluzione giusta al problema.
Non ho mai saputo se si trattasse di un dono o della restituzione di un prestito, all'epoca si usava prestarsi i vestiti tra amici. Se ripenso a quel periodo, gli occhi si socchiudono e le immagini si sovrappongono alla maniera di un videoclip; un istantaneo gioco della torre viene subito in soccorso, e alla fine ne rimane una soltanto. È il Campione che porge sorridendo la sua camicia rosa, nel teatro della mente la sta porgendo a me, dai, prendila... e levati quella maglietta da bambino!
Riapro gli occhi e mi sembra di avere trovato anch'io la soluzione. Gli anni Ottanta, un decennio di addizioni e moltiplicazioni, le parentesi tonde si spalancavano su pagine di ospitale candore, seguivano quadre e graffe, qualcuno poi le avrebbe richiuse, al momento non interessava. Ma pochissime le sottrazioni, tantomeno divisioni.

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