Nella telenovela estiva con protagonisti Lavitola e Ranucci, la puntata dei giorni scorsi è stata particolarmente ricca di colpi di scena. Fermo restando la presunzione di innocenza – il garantismo è una cosa seria – l’accusa che ha portato all’arresto del faccendiere salernitano è di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report, avvenuto a Pomezia la notte del 16 ottobre 2025. Fin qui la cronaca.
Più interessante la psicologia del gesto, che,
attraverso l’ordigno nascosto in prossimità del cancello dell’abitazione di
Ranucci, avrebbe dovuto fare molto fumo, ma nessun arrosto. Ed è proprio qui
l’aspetto singolare, che fa della squallida vicenda un mito moderno, con una
portata universale. Esiste anche un detto, spesso accompagnato agli
schiaffoni impartiti da genitori e insegnanti del secolo scorso: l’ho fatto a fin di
bene.
Ecco, Lavitola, a fin di bene, e cioè per
favorire la carriera professionale ed eventualmente politica dell’amico, gli
avrebbe fatto saltare in aria l’auto. Accidenti, questa sì che è vera amicizia:
assoldare una banda di lestofanti, procurarsi del rudimentale esplosivo,
brigare, tramare; tutto per elevare Ranucci come fa il parroco con
l’eucarestia, durante la consacrazione eucaristica.
Ma gliela aveva prima chiesto, al suo amico carissimo,
se voleva essere consacrato?
Macché, chi agisce a fin di bene non chiede mai,
essendo il bene quel che Kant chiamerebbe un a priori: lo so io cosa va
bene per te, fidati. D’altronde anche Prometeo, nel rubare il fuoco agli dei,
intendeva agire a fin di bene, non mettendo in conto la risposta scacchistica
di Zeus, che consegna al fratello grullo (Epimeteo) la splendida Pandora, con il
suo temibile vaso da non aprire mai.
Ma si sa, i divieti sono fatti per essere violati, e
gli amici per essere aiutati. Mettendogli una bomba sotto casa, ad esempio.

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