Mi ricordo che stavo guardando un servizio sportivo in
televisione. A parte i tuffi e il pugilato, di norma io non guardo i servizi
sportivi in televisione, ma quel giorno stavo guardando un servizio sportivo in
televisione, quando mia madre entrò in soggiorno per telefonare a sua cugina. Buttò un occhio distratto
allo schermo, e poi disse quasi tra sé: “Mi sarebbe piaciuto un fidanzato così.” Aggiungendo, dopo una pausa: "Una volta..."
Stavano intervistando il portiere della Juventus, all’epoca
si trattava di Angelo Peruzzi. Un giovanottone massiccio, con la mascella squadrata,
da duro, ma l’espressione mite. Non particolarmente brillante, almeno a
giudicare da ciò che stava cercando di articolare con cadenza della Tuscia (“Quando il Mister chiama
bisogna farsi trovare pronti”, concludeva),
quel che si dice una persona con i piedi per terra.
Peruzzi era molto diverso da mio padre, e diversissimo da me. Mi immaginai mia madre, era giovane e bella, i piedi nudi si muovevano rapidi, come se stesse giocando a ceppo. Indossava un abito di cotone blu genziana con dei pois bianchi, sembravano fori di pallottole. Peruzzi passava a prenderla con una Range Rover P38A. Per chiamarla suonava il clacson ripetutamente, le finestre cominciavano ad aprirsi – prima una, poi era un dischiudersi generale – nel condominio di via Parolo 10. “Ma quello è Peruzzi!” gridava qualcuno. “Massì, è proprio Peruzzi…” facevano eco da una diversa finestra. “Ci fai un autografo?”
Mi immaginai di essere figlio di Peruzzi, anche io avevo la mascella squadrata e la faccia da duro, gli occhi da buono mentre dicevo: "Bisogna farsi trovare pronti... il Mister... pronti..." Mi immaginai con i piedi per terra, la terra cresceva o forse erano i piedi a sprofondare, rientravo nel ventre di mia madre ma non c'era spazio, un altro bambino aveva preso il mio posto. Occupato stava scritto, in questi casi sui treni si cerca un'altra toilette.
Mi immaginai infine di essere riuscito a segnare un gol, Peruzzi aveva provato a parare senza riuscirci. Correvo da mia madre per festeggiare, nel frattempo lei aveva preso l'aspetto di Nastassja Kinski, le labbra cariche di rossetto, troppo rossetto. “Ancora tu” mi sussurrava, "cosa vuoi da me: perché continui a cercarmi?" Le parole provenivano da dietro uno specchio che ci separava, io la potevo vedere ma lei no, come Harry Dean Stanton in Paris Texas.
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