domenica 26 settembre 2021

Collega


Torno sul tema del medico che mi ha richiesto 200 euro per una visita non effettuata, e disdetta 29 ore e 30 minuti prima dell'orario convenuto. L'episodio mi ha fatto ricordare una conoscente che ha un negozio di abbigliamento in un paese vicino a dove vivo. Di recente e come si dice scoprendo una vocazione tardiva, ha pubblicato un paio di libri; non ne conosco la qualità, ma le informazioni e soprattutto il tono del risvolto ("una storia di legami che restano scritti dentro, radici che trattengono segreti, dolori non cercati che ci conducono a ritrovare noi stessi in radure luminose") mi hanno indotto a credere che non fossero nelle mie corde, ma magari mi sbaglio. Parlando di una scrittrice con cui avevo avuto una polemica su Facebook, la mia conoscente, immagino in forza dei due libri con il suo nome bene in vista sulla copertina, non credo per via degli abiti di un famoso brand venduti nel suo negozio, l'ha chiamata collega, "mi informerò sul lavoro della collega".

Confesso che è una cosa che mi ha fatto molto ridere. Collega, quando detto a proposito di uno scrittore, suggerisce il paragone con un dermatologo, il quale aggiunga al termine dell'ispezione a un brutto neo: "Mi saluti il collega", riferendosi al medico curante che ti ha inviato da lui per una visita specialistica. Ma tra scrittori è buffo, dai. E invece no. Dovremmo piuttosto ridere quando sono proprio i medici (come i poliziotti, come i questurini) a chiamarsi colleghi tra di loro, utilizzando una parola sintomo che tradisce una complicità occulta, corporativa. Non importa l'intenzione di chi la pronuncia: alle sue spalle, dietro il sipario della bocca, ci sono quinte profonde, sedimenti di senso; Lacan li chiamava "le Grand Autre", il Grande Altro. Ed è spesso questo altro, in forma di linguaggio, a scrivere i copioni di quel che diciamo, a parlarci mentre parliamo.

Il termine collega, a uno sguardo non distratto dallo stetoscopio che gli pende dal collo, lo sfigmomanometro che ci attende minaccioso, dice allora qualcosa di ulteriore al contesto, rivelando un atteggiamento opposto a quell'apertura all'uomo e alle sue sofferenze che dovrebbe provare chi professa la cura, prima ancora di essere un professionista. Collega, caro collega, consegni il referto al collega, un tic linguistico che finisce col collegare tra loro i medici in un gruppo ristretto e sempre più saldo, un insieme, ma scollegandoli da quell'insieme maggiore chiamato mondo. È una conseguenza della semantica, prima ancora che dell'etica.

Non mi stupisce dunque una notizia che ho letto di recente, nella quale gli africani laureati in medicina – sempre più di frequente li ritroviamo nei nostri pronto soccorso, a tutti gli altri medici ci si rivolge con il Lei e solo a loro con il tu – vengono giudicati tra i migliori. Non mi stupisce perché è un popolo ancora capace di provare stupore e curiosità ed empatia; forse perché il collegamento con il tutto, in loro, non è ancora stato reciso da quello con la parte. Quando l'estensione nominale da collegamento si contrae a collega, abbiamo invece questo cortiletto avido e pettegolo chiamato Occidente, in cui il simile non viene più riconosciuto dallo sguardo ma dalla targhetta sulla porta, sulla copertina, sull'etichetta dei vestiti. Tutte cose da vendere, prescrizioni mediche comprese. 

giovedì 23 settembre 2021

Ok, va bene, certo, o sul migliore dei mondi possibili

 

Domani pomeriggio avrei dovuto fare una visita da un medico milanese molto famoso. Niente di nuovo, è una malattia di cui soffro da anni – la mia indole alpina e vagamente ruvida mi impedisce di definirla grave, e infatti non è grave, nel senso che non si muore –, una malattia che in questi due anni ha subito un peggioramento. Un po' come gli elettrodomestici guasti che vengono gettati in cantina, in attesa di tempi migliori: non è che a non guardarli si aggiustano da soli, intendo.

Il viaggio, in auto, da Sondrio a una bella via nei pressi di Porta Ticinese, mi comunica Google Maps essere di due ore e quattordici minuti; al ritorno un po' di più per via del traffico in tangenziale, semafori, code, rompicoglioni che suonano prevedendo telepaticamente la trasmutazione alchemica del rosso in verde. Troppo sbattimento, nel mio attuale stato di salute. Mi ero così messo d'accordo con un amico per essere accompagnato. Mi accompagni a Milano? Ok, va bene, certo, dice lui.

Due giorni prima dell’appuntamento però ricevo un WhatsApp: Non posso venire, scusa, è per via dei cani. I cani? Mmm... il mio amico non possiede cani, mai avuto cani a parte il setter del padre, che è morto di infarto nell'udire il rumore della fucilata a un fagiano. Ma era più di trent'anni fa. In seguito mi spiegherà che gli sono stati lasciati due cani in affido; uno è molto vecchio e acciaccato, non mi fido aggiunge, ha già avuto una crisi epilettica. Chi glielo spiega poi ai padroni? Ok, va bene, certo, dico io.

La mattina successiva telefono al medico milanese molto famoso per disdire, l'orario delle comunicazioni è fissato tra le dieci e le unici, e alle dieci e un minuto compongo il numero con quel filo di tachicardia di chi sa di essere in difetto. Caro signore mi risponde, il tono è affabile ma fermo, la visita va comunque pagata. Ok, va bene, certo, replico contrito ma per qualche perversa ragione anche risollevato ("a pagà se ve' liber" si dice dalle mie parti), la tachicardia si è spenta in un tonfo senza più base percussiva. Sa, continua il medico milanese molto famoso, è un fatto di correttezza: in meno di 24 ore corro il rischio di non riuscire a rimpiazzarla, ritrovandomi così un brutto buco in agenda. Le ore in realtà sono 29, ma non puntualizzo, un brutto buco in agenda è un brutto buco in agenda. Dico soltanto: Ok, va bene, certo. 

Può farmi un bonifico dice il medico milanese molto famoso, le invio i dati con una mail. Ok, va bene, certo. Sono 200 euro. Ok, va bene, certo. D’ora in poi tutte le volte che leggerete ok, va bene, certo sono io a parlare. Guardi dice il medico milanese molto famoso, le vengo incontro, facciamo 150. Ok, va bene, certo; cioè, va bene grazie (come è umano Lei stavo per aggiungere, ma non sono sicuro che avrebbe colto la citazione).

Eseguire bonifici, con internet, è ora una pacchia, non c’è niente di più facile che sbarazzarsi del denaro. E poi quando non hai un lavoro, quando non puoi lavorare e se anche fosse chi ti si piglierebbe più, a cinquantacinque anni suonati e la diagnosi di una malattia che non è certo grave, magari seria, ecco, anche se detta così fa al contrario un po' ridere, come cantava Pippi Calzelunghe nella sigla del programma televisivo di cui, alla metà degli anni settanta, attendevo con trepidazione l'inizio ("ma voi non riderete per quello che farò", continuava), pagare dicevo è l'ultimo dei problemi.

Qualsiasi cifra mi avesse chiesto sarebbe comunque stata troppo: troppo tanto, naturalmente, ma anche troppo poco. Nell'assenza di remunerazione a un gesto di natura pubblica, un contributo, insomma, a tirare avanti questo gioco di ruolo chiamato Occidente, il rapporto col denaro va facendosi astratto; ma a tale rarefazione contribuisce la disabitudine a spendere, specie dopo quasi due anni di pandemia in cui finisce con l'accumularsi perfino la carenza, il mai tolto.

È come per un bambino di dieci anni quando mette da parte le mancette dei nonni. Due anni di mancette, due anni in cui non sono andato una sola volta al ristorante, due anni senza i velluti porpora e gli specchi dorati del night club Caprice di Morbegno, due anni e nessuna prostituta, amante, niente di niente, neppure un foularino da fare sbocciare tra il giubbotto di pelle e la brezza di lago, qui si leva alla fine di febbraio per assopirsi quando spiovono le ciliegie. Ah no, il mese scorso ho acquistato un profumo: Habit Rouge si chiama, fu realizzato nel 1965 da Jean-Paul Guerlain quale versione maschile, ippica, di Shalimar. Lo utilizza anche Keith Richards, l'ho letto sull'inserto culturale di un quotidiano.

Quando ho concluso la telefonata con il medico milanese molto famoso, è un neurologo e ha uno di quei bei nomi composti che già all'anagrafe mettono soggezione al copista, Jannacci direbbe che fanno rima con Rolex e Cortina, quando mi ha liquidato con un attendo sue nuove (nuove è ovviamente un sinonimo di soldi, money, dinero, argent, nel nostro caso) ho compreso che il ventaglio delle gratificazioni della mia vita si è progressivamente richiuso a una soltanto, come la coda del pavone senza pavonesse nei paraggi: possedere lo stesso odore di Keith Richards, l'odore che ha quando posa la chitarra e prima di accendersi una Marlboro.

Però, detta nuovamente così, e in effetti l’ho detta così, sembra che mi stia lamentando. La vita è un dono del Signore, almeno se sei religioso e io non lo sono. Altrimenti è un ottovolante, i manuali di self improvement ti insegnano che bisogna aggrapparsi stretti stretti al carrello e poi strillare il tuo sìiiiiii a ogni curva, benedire la salita lenta quanto la discesa a capofitto, celebrarle come opportunità di crescita e perché no di guadagno, tanto alla fine si ritorna sempre al punto di partenza. O in alternativa e più sommessamente, rispondere ok, va bene, certo. E dunque dimenticatevi tutto, facciamo come se non vi avessi detto nulla. Come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili.

Vipponi

Il neologismo vipponi, coniato da Alfredo Signorini per chiamare a raccolta i concorrenti del Grande Fratello Vip, credo che rimarrà a futura memoria, come gli slogan degli anni ottanta di Gerry Calà: libidine, doppia libidine, libidine col fiocco.

In fondo, sono l'equivalente postmoderno delle frasi che i sette savi avevano inciso sul frontone del tempio di Delfi, a far da specchio al proprio tempo. Del nostro, di tempo, rimarrà invece quel tormentone, a ricordarci che c'è stata un'epoca in cui non bastava essere delle persone molto importanti (Very Important Persons), ma piuttosto molto molto, very very, l'iperbole dilaga quando il maggiorativo diviene la regola, e come cantava Giorgio Gaber non basta più l'amore ma ci vuole un "plus amore".
La sensazione è quella restituita da una celebre sequenza de Il grande dittatore di Chaplin, in cui Hitler e Mussolini continuano ad alzare le poltrone da barbiere su cui sono seduti uno al cospetto dell'altro, per svettare sull'interlocutore. Forse entrambi già intuivano l'ombra che ci ha infine avvolti, in cui i nomi si confondono ai nomi, le facce alle facce. L'unica sarà allora precipitarsi su un social network per guadagnare una manciata di like, a provvisoria restituzione (obliterazione) di una caricatura di esistenza. O, meglio ancora, diventare dei vipponi.

mercoledì 22 settembre 2021

Altalena

 

Di Red Ronnie a cui viene impedito l'ingresso al museo di Messina perché si rifiuta di esibire il Green Pass, trovo gustoso un particolare. "Avevo il Green Pass" commenta il giornalista rockabilly, l'amico di Muccioli e Morgan, il simpatico pennellone con i Ray Ban di celluloide e il ciuffo ribelle, "l'avevo perché il giorno prima mi ero sottoposto a tampone, dovendo salire su un volo di linea. Ma non intendevo mostrarlo: la Costituzione ritiene lo stato di salute di un cittadino un dato sensibile protetto dalla privacy."

Dalle sue parole si ricava che la Costituzione ha valore solamente con i piedi ben piantati al suolo, sull'aereo non ha infatti posto la medesima obiezione, il detto ermetico come in cielo così in terra ha perduto di significato. Mi chiedo dunque come comportarsi in altalena...

Probabilmente si deve mostrare il Green Pass quando si gioisce al culmine dell'oscillazione, mentre, al momento della spinta, si può fare marameo a ogni decreto governativo, profilassi sanitaria, vincolo di legge; oltre a quelli nei confronti del consorzio umano con cui dividiamo sempre più ringhiosi le strade. Un luogo fisico comune in cui, confesso, non sentirei la mancanza di Red Ronnie, come lui non sentirebbe la mia (beninteso: non gli sto augurando la morte, ma che in luogo di quella si trasferisse alle Hawaii, alla maniera di Fonzie).

Ma sono forse prove generali di un divorzio civile ormai in corso da tempo, un divorzio consensuale. Manca solo la formalizzazione da parte del Giudice, sempre che si riesca a firmare il documento sull'altalena. Su cui si allontana cigolando, in un refolo tiepido e autunnale, la parola loro dalla parola noi.

lunedì 20 settembre 2021

Equivalenze

Pensavo. Ripetere, allo sfinimento, a chi ha deciso di vaccinarsi che "ancora non conosciamo gli effetti a lungo termine" (in realtà non conosciamo gli effetti a lungo termine di quasi tutto, troppe variabili si sovrappongono nel tempo), equivale a rimproverare i pompieri che sono accorsi sulle macerie di Ground Zero per essere stati avventati. Potevano aspettare un po' prima di intervenire, cinque o sei anni come minimo, cos'è tutta questa fretta, le sirene che fanno ululare i cani, quando nemmeno loro conoscevano i potenziali effetti tossici a cui andavano incontro.

Certo, io che ho prestato il mio deltoide a una siringa indolore, zac zac, doppia dose di Pfizer e nessun effetto collaterale, non pretendo di essere equiparato a quel manipolo di eroi. Ma nemmeno sono disposto a sentire le rampogne di chi ha quale unico orizzonte civile il proprio ombelico – sì, sto parlando dei no vax, ni vax, boh vax o come volete chiamarli – per avere fatto almeno una volta nella vita il mio dovere di persona che vive all'interno di una comunità, così contribuendo a parare anche il loro preziosissimo buchino al centro della pancia. Ma pure quell'altro che sta dietro e con cui inizio a sospettare ragionino, e che cavolo!

sabato 18 settembre 2021

592, o su sicurezza e felicità


"L'uomo ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza", scriveva Freud oltre un secolo fa. Strano baratto, a ben pensarci. Un sentimento fugace e difficilmente formalizzabile, la felicità, come tenere un gatto fermo sul banco del veterinario, pesarla addirittura per ottenere un’uguale misura di sicurezza, e viceversa. Più facile a dirsi che a farsi. Mi è così venuto il dubbio che quando Freud parlava di felicità, sotto sotto, pensasse alla libertà...

Uno slittamento linguistico non del tutto infondato: se sono genericamente libero, tra le varie e molteplici libertà particolari (andare in windsurf, parlare al conducente, pisciare in compagnia senza essere sospettato di furto o spionaggio) ho anche quella di fare le cose che più mi rendono felice, ognuno avrà le sue. Per successivo salto analogico, il pensiero si è così focalizzato sulle nazioni che meglio rappresentano i due valori contrapposti, sicurezza e libertà, e cioè Cina e Stati Uniti.

Da qui l'intuizione che si possano quantificare i termini del baratto freudiano. Il conto, in fondo, non è complicato, basta partire dai diversi indici di mortalità pandemica; ad oggi 630.000 morti negli Stati Uniti e 4.636 in Cina. Facciamo ora due proporzioni per trasformare i valori in percentuali, che risultano essere 0,190332326% (morti Covid negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione; suppergiù equivale al dato italiano) e 0,000321275121% (stesso rapporto per la Cina). Se dividiamo infine il risultato americano con quello cinese otteniamo 592.

Che cosa significa questa cifra?

Semplice, è quanto abbiamo pagato come Occidente conformato all'American Dream per poter bere Mojito al Papeete e guardare le foto di Chiara Ferragni in mutande. Quindi celebrare, sui social network, le virtù rigenerative dell'Aloe vera e quelle emancipative del depensare con la propria testa, o se preferiamo – la preferenza è un altro travestimento della libertà – denunciare le nefandezze dei vaccini e delle reti 5g, il complotto sanitario. Non basta ancora? Pubblichiamo un bel selfie con il braccio teso nel saluto romano, tanto per ridere naturalmente, anche in questo siamo liberi, 592 volte liberi. La maggiore probabilità che ha un liberissimo americano di morire di Covid rispetto a un sorvegliatissimo cinese. Le conquiste liberali hanno insomma un moltiplicatore di 592, che, nello scambio, ci dà la misura della nostra insicurezza.

Per giudicare se il baratto è stato profittevole e non ci abbiano per caso infinocchiato, concluderebbe Freud, non so come si dice infinocchiato nel gergo psicanalitico, resta da capire se siamo anche 592 volte più felici...

lunedì 13 settembre 2021

Democrazia e Covid



Paolo Zardi, ottimo scrittore e acuto osservatore del presente, nei giorni scorsi ha scritto un intervento su Facebook, nel quale mostrava le numerose contraddizioni contenute nelle disposizioni governative per arginare la pandemia.

Non le ricorderò tutte, se non, quale unico esempio, che è quantomeno bizzarro imporre l'esibizione del Green Pass per gli studenti universitari, e non per gli alunni delle scuole superiori e delle medie; nel secondo caso a partire dai dodici anni, età a cui è fissato l'attuale limite di somministrazione dei vaccini. Ma nelle stesse scuole medie e superiori i professori hanno nuovamente l’obbligo del Green Pass, altra contraddizione e così via.

Se ne ricava che la Costituzione italiana afferma dei diritti – istruzione, lavoro, salute, libertà di culto religioso ecc. –, ma, qualora entrassero in conflitto tra di loro, è compito della politica esercitare delle scelte, la cui natura è di necessità discrezionale. È la democrazia bellezza, conclude Zardi con altre e più forbite parole.

Quando si paventa lo spettro di una “dittatura sanitaria”, ossia di un principio tecnico, non importa se virtuoso, che si sostituisca alla mediazione politica nella scelta tra diritti alternativi, si dice dunque qualcosa di non del tutto infondato, per quanto in chi lo agita sono presenti motivazioni strumentali. C'è però un punto, delicatissimo, sorvolato da Paolo Zardi nel suo bell’intervento, ed è quando fa coincidere la discrezionalità politica (da attuare in forza della rappresentanza parlamentare) con la ragione democratica. In realtà, le cose sono un po’ più complesse.

Il termine democrazia non si risolve infatti nella volontà della maggioranza, attraverso cui scegliere tra diritti alternativi. Su alcuni di questi diritti non è possibile mediare. Ad esempio quello della tutela delle minoranze; e non mi riferisco a qualche aspetto eccentrico della loro cultura, ad esempio lanciare lavatrici dalla finestra a capodanno, ma alle minoranze tout court, alla loro sopravvivenza fisica.

Pensiamo a quanto avvenuto in Germania nelle elezioni federali del 5 marzo 1933. Il 43,9% dei tedeschi votò in piena libertà per il Partito Nazionalsocialista, sopravanzando di più del doppio i consensi del Partito Socialdemocratico, al secondo posto con il 18,3, e quello Comunista fermo al 12,3. Ma a nessuno verrebbe in mente di affermare che la successiva eliminazione della minoranza ebraica possa essere vista quale conseguenza di una democratica scelta tra diritti alternativi. I diritti, in democrazia, non sono tutti uguali. E così anche i doveri.

Questa tutela delle minoranze, prima ancora dei loro diritti, è un prodotto relativamente recente, ed è alla base della diffidenza nutrita da Platone verso la democrazia del suo tempo; infatti ora non la chiameremmo neppure democrazia, ma populismo. Ciò che distingue la democrazia moderna dal populsimo è proprio il sistema di equilibrio tra i poteri e di tutela delle minoranze, che nell’Atene del IV secolo, in cui Platone scriveva La Repubblica, non era presente.

Se la maggioranza parlamentare, la maggioranza eletta con suffragio democratico, decidesse così di abolire qualsiasi misura di contenimento della pandemia, non avremmo solo l'affermazione (del tutto legittima) del diritto alla prosperità economica su quello alla salute personale, ma anche il diritto – che non esiste – di contagiare i fragili, quelli che per ragioni di salute non possono vaccinarsi o su cui il vaccino ha scarsa efficacia e insomma una minoranza inerme, che a questo modo verrebbe messa a rischio di sopravvivenza. Sarebbe sempre politica, certo, ha perfettamente ragione Zardi. Ma non più democratica.

sabato 11 settembre 2021

Infamia

Edoardo Albinati, per chi scrive uno dei maggiori poeti e narratori italiani viventi, incorse a giugno di tre anni fa in un antipatico svarione. Fu quando si augurò che “su quella nave morisse qualcuno, morisse un bambino”.

Stava parlando in pubblico della nave Aquarius, e più in generale dei migranti respinti dalle motovedette inviate dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una sciocchezza di cui lo stesso Albinati si è presto reso conto, e, dopo essersi come giusto scusato, ha analizzato quell'uscita infelice nei suoi risvolti politici e biografici, conferendogli la forma di un bellissimo pamphlet: Cronistoria di un pensiero infame, Baldini & Castoldi, 2018.

Mi viene in mente l'episodio leggendo i commenti sui social che prendono di mira chi ha deciso di non vaccinarsi, esasperando un sentimento a cui confesso, come Albinati, di non sentirmi del tutto immune. Massì, diciamolo, questa gente ci fa un po' incazzare. Ma anche l'informazione ufficiale contiene un ronzante sottotesto, che così potremmo tradurre: sono degli irresponsabili, degli scrocconi dell’immunità gregge! Un sentire che alla lunga ha finito col farsi auspicio di sventura.

Penso a chi gioisce, più o meno esplicitamente, per l’ennesimo militante no vax morto di Covid; oggi è stato il turno dell’ex pilota spagnolo di motociclismo Jorge Lis, 46 anni, pace all’anima sua. Ma anche ai gongolanti ah però, avete visto, ben vi sta! di chi è contrario al vaccino, e ora vede dilagare il virus nel vaccinatissimo Israele. 

Se ricerco un aggettivo per definire la radice psichica che muove le nostre emozioni verso simili bersagli, come in un'infinita battaglia navale in cui si esulta a ogni colpito e affondato, il più preciso, esatto, a prova di sinonimi, è proprio quello utilizzato dallo scrittore romano: infame. 

La pandemia, sia in chi è a favore sia in chi è contro i vaccini e le politiche governative – beninteso con ragioni scientifiche diverse, e anche diverse responsabilità civili e morali –, sta scoperchiando una disposizione da cui pensavamo di esserci liberati, di averla consegnata a vecchie manzoniane colonne, oppure al gergo malavitoso, roba da tossici, da mafiosi, l’infamità. E invece no, rieccola tra di noi.

Ne prendo atto senza suggerimenti da offrire, alla maniera di una seduta di psicanalisi in cui hai compreso di non avere mai amato tua moglie, e di esserti preso una sbandata per l’idraulico. In fondo la parità di genere è anche questa, spartirsi l'esuberanza erotica degli idraulici...

Ma siamo pari – io come Albinati, come buona parte se non proprio tutti gli umani – anche in una vocina interna, una vocina infame che ora sta guadagnando il megafono. Si inizia dal bar e poi si passa a Facebook, alla Nazione, il continente, un mondo intero costituito sul primordiale sentimento del rancore, che trova nell’infamia il suo corrispondente operativo. E almeno un merito il Covid ce l’ha: averci fatto da specchio.

mercoledì 8 settembre 2021

300, o sugli eroici professori no Green Pass

 


I politici vogliono discriminarci con il Green Pass, si dice. Per fortuna sono accorsi in nostra difesa trecento docenti universitari, come i trecento spartani che nel 480 a.C. arrestarono, sebbene temporaneamente, l'avanzata di Serse alle Termopili, con il professor Barbero nel ruolo di Leonida.

Hanno infatti perfettamente ragione ad affermare che il Green Pass è un atto di discriminazione! Peccato gli sfugga, nonostante i loro studi, che è l'intero processo di civilizzazione a fondarsi su pratiche discriminatorie, ossia di limitazione alla libertà personale in un contesto di vita associata. Come la chioma dei capelli attraverso quel discriminatore che è il pettine, il possibile viene separato dal lecito attraverso un complesso sistema di tutele e licenze.

Pensiamo ad esempio ai film porno. Io a tredici anni non potevo, e Dio solo sa quanto l'avrei voluto, issarmi sulle punte dei piedi davanti alla cassa del cinema Odeon, e poi richiedere con la voce tremante il biglietto per l'ultimo film di Marina Lothar, la moglie del giornalista televisivo Paolo Frajese specializzata in giochetti con i cavalli.

Che rabbia vedere il manifesto "Marina e la sua bestia" e non poter entrare! E che rabbia, alla stessa età, dover attendere ancora un anno per guidare il Ciao bianco di mio nonno. Quindi, raggiunto quel traguardo, altri due anni per la Vespa; oltretutto era previsto anche il conseguimento di un patentino: doppia discriminazione dunque, che si ripeté con l'automobile. Per la patente nautica e quella di volo ho desistito, avevo già subito troppe discriminazioni. E così un po' per tutto.

Curioso che trecento docenti universitari non l'abbiano ancora inteso, e siano convinti di vivere nello stato aurorale di natura decantato da Rousseau. Discriminazioni dettate dallo spirito dei tempi, e perciò mutevoli e strampalate se osservate a distanza di anni; il suffragio femminile fu introdotto in Italia nel 1945, nemmeno un secolo fa. Oltre che frutto di calcoli utilitaristici che ogni comunità umana elabora per proteggere sé stessa.

Se, verosimilmente, ci saranno meno incidenti con le persone in grado di certificare elementari nozioni di guida e meno morti con i vaccini – tutti quelli già obbligatori, oltre a quello per il Covid che obbligatorio non è –, non altrettanto immediata l'utilità nel distinguere i bagni delle donne da quelli degli uomini, o l'obbligo di indossare giacca e cravatta al casinò.

Perché, mi chiedevo leggendo la notizia, Barbero e i suoi colleghi non avevano alzato le loro penne stilografiche anche contro queste anacronistiche misure, e già che ci siamo io rivendicherei pure la libertà di pisciare sopra i copertoni come fanno i cani – il bagno stesso, con quelle pareti piccine e soffocanti, è una forma di discriminazione, un grave argine alla sacrosanta libertà di minzione.

Il Green Pass è dunque solo una piccola goccia nel grande mare dei diritti e dei doveri, o, cambiando di metafora, una pagliuzza dentro l'occhio in cui si nascondono travi ben più grandi. Non è di moda ricordarlo, ma a me continua ad apparire più discriminatorio il patrimonio ereditato da Gianluca Vacchi, da confrontare con solenne retorica operaista alle condizioni di lavoro (e santa grazia che c'è l'ha, un lavoro) di un dipendente dell'Ilva di Taranto, o la sperequazione tra un salario africano e quello di un idraulico di Montecarlo; e ho detto un idraulico, non un tennista che lì ha portato la residenza per pagare meno tasse.

Tutte questioni non pervenute, come le indicazioni meteorologiche di Potenza, per i trecento cattedratici, forse più preoccupati per il loro deltoide che non dalla ricaduta dei gesti individuali sulla comunità; anche questo un argomento che ha perduto di appeal, un tempo la si chiamava etica.

E allora facciamo così, aboliamole pure, per quelli che smaniano e manifestano e firmano, queste benedette discriminazioni: i vaccini, le mascherine, il Green Pass... Tutto quanto. Lasciamogli fare quel cazzo che gli pare e piace. Ma in un luogo circoscritto, una sorta di nuova Terra promessa da concedergli di buon grado, in cui trasferirsi dopo aver traversato deserti d'incomprensione.

Li potranno finalmente guardare tutti i film porno che gli abbiamo negato da cuccioli, votare a dodici anni, anzi dieci, ma che dico non votare proprio – a che serve la rappresentanza politica, ennesima discriminazione costituita da uomini che esercitano un potere su altri uomini? Meglio dedicarsi allo studio dell'araldica medievale, o a cose più libere e svagate, tipo guidare elicotteri senza patente e passaporto e ogni altro oppressivo documento d'identità; come cantava Lucio Dalla, anche i preti in quel luogo potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età.

Fosse per me, gli concederei immediatamente anche la luna: così stanno più larghi e li vediamo solo col telescopio, mentre ci fanno ciao ciao da lassù.

martedì 7 settembre 2021

Tutta colpa delle figurine


È tutta colpa delle figurine. Alla fine mi sono fatto questa idea: le figurine, meglio la loro mancanza, sono il principale responsabile della confusione che ci attanaglia. Quando andavo all'oratorio si passavano ore nello scambio delle figurine con impressi i giocatori delle squadre di calcio di serie A. Le più difficili da trovare erano Cuccureddu, un difensore della Juventus che ricordava un po' le foto dei latitanti, e Pizzaballa, portiere di Milan e Atalanta che al contrario ricordava quelle dei poliziotti.

Due nomi certamente non comuni e buffi, che ne alimentavano il mito negli scambi: "Hai mica Pizzaballa? Ti do Riva, Facchetti e Burgnich per Pizzaballa." Chi faceva la proposta aveva compreso, forse inconsciamente, i principi della statistica, che tanto utili sarebbero adesso. Ad esempio: l'obiezione per cui anche i vaccinati sono vettori di contagio. È verissimo, l'ha riconosciuto pure Anthony Fauci. Ma chiunque si sia cimentato in questa postrema forma occidentale di baratto, avrebbe gli strumenti per ricavare che la figurina di un vaccinato non vale quella di un no vax.

Nel secondo caso, infatti, il rischio di essere contagiati è ventitre volte superiore, e dunque nello stesso rapporto anche quello di contagiare. E così per tutto quanto. I vaccini hanno effetti collaterali, sì, certo, ma in che proporzione (sia quantitativa che qualitativa) rispetto al rischio di ammalarsi e magari morire? Ed è ancora statistica, baratto, figurine.

La scienza medica al tempo del Covid-19 è solo questo: un compromesso, non nascondiamoci dietro il dito dell'utopia positivista. Tra cinquant'anni, probabilmente anche prima, trenta, forse perfino venti, i rimedi attualmente approntati ci faranno sorridere, superati da terapie più sicure ed efficaci. Ma noi siamo vivi adesso, tra venti o trent'anni chissà...

Per restarlo, vivi e possibilmente in buona salute, conviene allora mediare, magari non avremo Pizzaballa ma ci assicureremo Cuccureddu; ci costerà qualcosa (dovremo ad esempio cedere Mazzola e Chinaglia, che abbiamo doppi) ma va bene così.

Il baratto delle figurine non è però più praticato, e l'idea che sta passando in larghi strati della popolazione, anche colta, corrisponde alla metafora della botte piena e la moglie ubriaca; o se si preferisce Pizzaballa in porta e Cuccureddu in difesa, economia fiorente e assenza di tutele, salute e libertà, tutto e subito. Li si vuole entrambi. Senza cedere nulla. Cosa che a un bambino degli anni settanta sarebbe apparso un'assurdità.

venerdì 3 settembre 2021

Lei è un cretino! Si informi


Che cos’è un cretino? E come funziona, quali i suoi meccanismi interni, le sue rotelle? Immagino che la cosa migliore sia domandarlo direttamente a un cretino. Io, ad esempio.

In seconda media, per unanime e solido consenso, si stabilì che io fossi un cretino. La prima ad averne avuto sentore fu una certa Mevio; giovane e bionda insegnante di matematica, forse tinta, nella giornate in cui nevicava indossava degli enormi Moon Boot pelosi. Quando ci spiegò i numeri negativi, fui l’unico a non capire. Ma come, obiettavo, non si può numerare qualcosa che non c’è, addirittura dei segni grafici con cui marcare l’inesistente! Se avessi masticato un po’ di filosofia avrei aggiunto: il non essere non è, al limite, con i numeri negativi, possiamo esprimere una sorta di debito; in quanto debito è anch’esso positivo, viene incluso nel cono di luce dell’Essere. Ma ero solo un cretino di dodici anni, un cretinetti, e mi limitavo a impuntarmi come un mulo, o meglio un somaro matematico che non vuole riconoscere i numeri negativi.

Poco tempo dopo venne organizzato lo studio per gruppi di livello, e quel precedente mi portò a essere incluso nel gruppo più basso; il gruppo dei cretini, appunto. Ne facevano parte due ragazze handicappate, il figlio del meccanico da cui andava mio padre che veniva a scuola con le unghie nere e il pugnale della Decima MAS, un pluriripetente di cui non si udiva mai la voce, se non per chiedere “hai mica una Marlboro”, e infine io. Perfino il mio amico Mascarini, a cui fino a quel giorno avevo passato i compiti in classe sottobanco, stava in un gruppo superiore, e cominciò a guardarmi con un certo distaccato sussiego. Come lui tutti gli altri compagni, disposti in una gerarchia piramidale che culminava nel gruppo capeggiato dall’Acquistapace, vertice estetico e intellettuale della seconda F.

Insomma, ero proprio un cretino, non solo avevo finito per crederlo; tra convinzione e identità non vi è alcuna differenza, una continua circolarità rimodula percezione collettiva e coscienza di sé. In genere viene spiegato con l'effetto Rosenthal, altri lo chiamano Pigmalione, ma i più intellettuali e snob possono affidarsi allo schema Z di Lacan, oppure a Emanuel Lévinas, Jean-Paul Sartre; tutti nomi che allora non avevo mai sentito nominare. Ma in fondo lo si poteva intuire già dai fumetti di Zagor, di cui allora mi nutrivo. Zagor, lo Spirito con la scure, diviene un eroe nel momento in cui gli indiani della foresta di Darkwood pensano a lui come eroe, gli è bastato indossare un ridicolo costume per ottenere quell'effetto. E devo dire che non mi trovavo male neppure io col mio nuovo costume da cretino: camminavo con una postura da cretino, guardavo programmi televisivi cretini, e, naturalmente, a parte Zagor, non leggevo nulla.

Passarono molti anni, più di dieci, in cui lo Zeitgeist degli anni ottanta faceva da spensierata colonna sonora, puntello acustico al mio status di cretino. Concluse le medie, fui naturalmente dissuaso dal frequentare il Liceo – io volevo iscrivermi al Liceo classico solo per rivedere l’Acquistapace, mica per altro – e venni dirottato verso Ragioneria; una scuola per cretini, sì, certo, ma con l’astuzia di convertirli in utili idioti, un’alchimia che trasforma in oro (per le banche) la stupidità (propria).

Il cambio di prospettiva avvenne all’università. Avevo scelto, con slancio naif e in fin dei conti ancora cretino, la facoltà di Filosofia, forse allettato dal prefisso nominale: filo, a ricordarmi il termine figo. Al termine di una lezione sulla filosofia del linguaggio, in cui il professore aveva esposto la teoria che aveva a lungo elaborato con il suo gruppo di studio, lo accostati in corridoio e gli dissi: “Professore, scusi, ma c'è qualcosa che non mi torna. Intendo. Per questa ragione e per quest’altra, lo vede, c'è un passaggio, da lì in poi diventa tutto arbitrario…”

Lui mi guardò a lungo, serissimo, quasi minaccioso, e poi rispose: “Ma sai che mi ha detto le stesse cose John Searle? Bravo! Facciamo così: la prossima lezione la tieni tu, e ripeti le obiezioni ai tuoi compagni. La filosofia funziona a questo modo, vince chi possiede gli argomenti più convincenti. E, stavolta, avete vinto tu e Searle,” che al tempo era un filosofo molto di moda. Sì, anche in filosofia ci sono le mode, come per l'orlo dei pantaloni.

Alla fine la tenni per davvero, una lezione di fronte a oltre centocinquanta matricole. Non proprio per tutta l’ora, non ne avevo il coraggio né gli argomenti, ma per una ventina di minuti fui sospinto dall’adrenalina, a gonfiare parole, concetti ma soprattutto la coda del pavone. Mi guadagnai così la fama di genietto della facoltà. Lo capivo da come gli altri studenti avevano iniziato a relazionarsi con me: lo stesso modo in cui mi relazionavo io, in seconda media, con l’Acquistapace.

Ovviamente, anche questa mutazione percettiva comportò un corrispettivo nel corpo, che come quando ero cretino – non pensavo di esserlo, ripeto, lo ero proprio – si trasformò in un rapporto più impettito e statuario con lo spazio, gli oggetti, prima ancora che con le persone. Avendo provato entrambe le condizioni, devo dire che tra essere intelligenti o cretini non cambia molto: si tratta d'interpretare un copione sociale, aderirvi con la cocciuta immedesimazione di chi si affida al metodo Stanislavskij.

Per concludere, sono un genio oppure un cretino?

A me sembra tutte e due le cose. E non perché io sia effettivamente qualcosa, je est un autre, come tutti un passo in là rispetto a identificazioni sempre provvisorie, e l’Acquistapace più in là di tutti: perfetta e intangibile e a volte un po’ spietata. Direi piuttosto il riflesso, anch'esso mobile e incerto, di un agglutinato di pensiero che prima ancora che dentro sta fuori, e a cui possiamo sottometterci come fanno i cani quando si sdraiano al suolo (avete ragione voi, sono proprio cretino) oppure alzare la zampetta e dire: “Scusatemi, ma non sono d’accordo.”

Se riesci ad abbattere il maschio o la femmina alfa, che è uno ma rappresenta il branco, si cambia di gruppo, la Mevio ti promuove a un livello superiore e con i suoi Moon Boot ti dà un calcetto nel culo, a renderti più prossimo alla cima. La prima volta che ci ho provato non ci sono riuscito, e sono ruzzolato al fondo della piramide (in realtà, sotto sotto, sono ancora convinto della mia ragione, e trovo i numeri negativi uno strampalato cortocircuito logico…), mentre la seconda sì. Si trattava sempre di me, la mia intelligenza un uguale fagottino di neuroni, a essere mutato era lo specchio del mondo. Ché alla fine aveva ragione Totò: “Lei è un cretino! Si informi.”

mercoledì 1 settembre 2021

Eros e Thanatos

È sempre interessante osservare al lavoro la figura retorica della similitudine. Proviamo, ad esempio, ad applicarla alle tesi di Diego Fusaro sul Covid, per cui la pandemia rappresenta l'estremo inganno del neo-turbo-finanz-capitalismo – le sue collane aggettivali ricordano gli attributi dei dirigenti in Fantozzi: Gran Farabutt Lup Mannar ecc. In sintesi, procurando vantaggio alle case farmaceutiche, il Covid deve per forza essere un artefatto, e cioè un evento privo di una sostanza propria (fatto) al netto della sua subdola intenzione (arte). Ma se una cosa, per la semplice e unica ragione di generare profitti, è solo l’ombra del soggetto economico che ne trae vantaggio, o portando il ragionamento alle sue logiche ed estreme conseguenze: non esiste fuori dall'orbita del beneficiario (per Fusaro il caso non esiste), allora devono esserlo tutte. È appunto il principio della similitudine, che sta alla base del sillogismo. Prendiamo la morte. La morte è una bugia creata per ingrassare le multinazionali della sepoltura, mi appare evidente. Oppure l'amore, ah l'amore, questa subdola invenzione dei fioristi. Cacciatevelo dunque ben in testa, amore e morte non esistono! Parola di filosofo. 

lunedì 30 agosto 2021

Pietà l'è morta

Caleb Wallace, un nome che sulle prime non mi dice nulla. Sarebbe come, penso, in Italia Mario Rossi, oppure Giovanni Bianchi. Anche l'aspetto lo rende simile a centinaia di altri trentenni texani, cresciuti ad hamburger e patatine e rodei; più che altro hamburger e patatine, a giudicare dalla stazza. È qui, a San Angelo, capoluogo della contea di Tom Green, che Caleb Wallace ha fondato un movimento chiamato Freedom Fighters. La "libertà" per cui combattere è quella contro le misure (tiranniche, viene aggiunto) di contrasto alla diffusione e agli effetti del Covid, tra cui il vaccino e l'uso della mascherina. E di Covid, leggo, è morto ieri, trasformando in notizia una delle tante anonime morti che si registrano al mondo; in media sono 165.000, come se Perugia continuasse a scomparire dalla faccia della terra, senza tregua, ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno...

Un orrendo termine giornalistico la definisce notiziabilità, e in questo caso corrisponde al principio di retroazione delle scelte; c'è chi lo chiama karma, contrappasso, effetto boomerang; anche i bambini l'hanno già presente quando dicono: chi la fa, l'aspetti. Tutte espressioni per significare che i nostri comportamenti possiedono un'ombra di segno uguale e contrario. I greci attribuivano a quest'ombra le forme alate di una divinità, Nemesi, la cui evocazione non era mai disgiunta dalla pietà.

Ettore muore combattendo con Achille proprio a causa di Nemesi. Sconta, per contaminazione di stirpe, la colpa del fratello Paride, il quale aveva sottratto a Menelao la legittima sposa, a sua volta figlia di Nemesi. Ma quanta pietà in Omero nel raccontare la fine di Ettore, lo strazio del cadavere trascinato dal carro del vincitore attorno alle mura di Troia, dopo averne reciso i tendini simbolo di forza e vitalità. Nei confronti di Caleb Wallace, che lascia tre figli e una moglie incinta all’ottavo mese, colgo invece un sotto testo quasi compiaciuto: "embè, in fondo se l'è cercata". Così sembrano adombrare certi commenti nell'informazione ufficiale, un fiume carsico (si dice e non si dice, meglio lo si fa intuire) che zampilla infine sui social network dilagando senza più argini e ritegno, a formare una poltiglia in cui lo sberleffo è ancora più gustoso. Manca solo il gesto dell'ombrello e l'espressione "tiè!", a completare un quadro simile a una tela di Fontana con didascalia di Francesco Ferruccio, nel mentre in cui Maramaldo alza il suo pugnale per conficcarlo nella carne di un uomo già morto.

Si potrebbe obiettare che dal mondo degli eroi omerici, la tragedia, nel ripetersi sempre uguale della storia, è nel frattempo divenuta farsa, come vuole una celebre massima di Karl Marx. Ma quale farsa?! Un giovane intubato per tre settimane, l'arresto cardiocircolatorio sopravviene lento per asfissia, un evento nei confronti del quale si dovrebbe sempre abbassare il capo, anche se le sue idee ci risultavano indigeste – e diciamolo pure, quelle Wallace non erano neppure idee, ma un cumulo di sciocchezze orecchiate alla bell'e meglio su Internet, che l'avevano portato ad affrontare i primi sintomi della malattia solo con Aspirina, vitamina C e Ivermectina, un farmaco antiparassitario destinato agli animali.

È possibile non condividere alcuna sua scelta, di certo io me ne guardo bene, nemmeno il cappellino da baseball e gli occhiali a specchio con cui è ritratto nelle foto che circolano sul web, da cui si ricava il sospetto di un QI non da primo della classe, ma comunque provare un’immensa pietà nei confronti di quest'omone figlio del suo tempo. Riposa in pace Caleb, qui pietà l'è morta anche per via delle cazzate a cui non solo avevi finito col credere, ma avevi creduto che potessero darti un posto nel mondo, un senso con cui inchiodare al suolo il più sdrucciolevole dei pronomi: io. In questo eri uguale alla maggior parte di noi, nel confondere i fiocchi dell'involucro con il dono.

venerdì 27 agosto 2021

Lo specchio di Grimilde, o su Facebook e l'amore e la scrittura



Lo scrittore Giulio Mozzi, in un'intervista di molti anni fa, disse che "scrivere senza leggere è come pretendere di essere amati senza amare".

Mi è tornata in mente questa bellissima istantanea verbale a proposito di Facebook. Confesso di averlo fatto anche io: richiedere l'amicizia solo perché me lo suggeriva il famigerato algoritmo. Magari la persona in testa all'elenco dei papabili possedeva una biografia professionale da primo della classe, interessi e amici comuni, bastava in taluni casi un bel musino. Ma poi finiva lì, dopo una prima distratta scorsa al profilo si esauriva il mio interesse. Io non leggevo lui, o lei, insomma loro, e loro non leggevano me.

Il più delle volte non c'era nemmeno bisogno di imbattermi in proclami contro la "dittatura politico-sanitaria", oppure foto del figlio palestrato di fronte all'ingresso di Casa Pound, il gattino che fa le fusa, cose così, ma era il semplice effetto di un fisiologico processo di erranza della curiosità, che fa il paio con quella del desiderio. Desideravo, in altre parole, che i miei post venissero letti e magari amati nella forma infantile di un like, senza ricambiare la lettura e l'amore. E come me, sospetto la maggior parte degli utenti di un social network – in numero ancora maggiore, ho ricevuto richieste di amicizia destinate al medesimo reciproco oblio.

Tutto ciò, più che un’indicazione sulla natura della tecnologia, mi suggerisce un dubbio su quella umana: forse davvero siamo una specie che desidera essere amata senza amare, come adombra la frase di Giulio Mozzi. Perciò scriviamo con sempre maggiore accanimento di ogni cosa, ma pochi diventano scrittori, o meglio bravi scrittori e cioè lettori. "Sono più orgoglioso dei libri che ho letto che di quelli che ho scritto", aggiungeva un altro famoso scrittore. Gli altri, scrittori o semplici scriventi, sono impegnati a interrogare lo specchio di Grimilde: "Specchio specchio delle mie brame, chi è il più amabile del reame?” La risposta, amico mio di Facebook, is blowin' in the wind.

In qualche modo, da qualche parte, a volte


Nei giorni scorsi ho iniziato a seguire Dark, una serie televisiva tedesca con molti meriti, tra cui quello di avermi ricordato di quanto sia brava Nena. Cantante pop rock di Hagen, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, nel 1983 raggiunse una fugace notorietà internazionale (in Germania è ancora molto famosa) con la canzone 99 Luftballons. Ma il brano che preferisco esce l'anno successivo, anno bisestile in cui Orwell ambienta il suo celebre romanzo e la Apple presenta il primo computer della serie Macintosh. Si intitola Irgendwie, Irgendwo, Irgendwann e fa da colonna sonora alla bella serie su Netflix.

La traduzione del titolo, ottenuta con Google, è In qualche modo, da qualche parte, a volte. Una sfilza di complementi senza soggetto né verbo. Quest'ultimo lo possiamo però intuire, e corrisponderà verosimilmente ad accadere, succedere, qualcosa con cui stabilire un primo incerto contatto, mentre il soggetto ci viene svelato nella seconda strofa: "Irgendwie fängt irgendwann (in qualche modo a un certo punto inizia) / Irgendwo die Zukunft an (da qualche parte il futuro) / Ich warte nicht mehr lang (non posso più aspettare) / Liebe wird aus Mut gemacht (l'amore è creato dal coraggio) / Denk nicht lange nach (non pensarci troppo a lungo)".

Finalmente l'ha detto! Nena sta parlando del futuro, ci abbiamo messo un po' ma alla fine si è capito, e in sottotraccia alle due dimensioni già individuate da Einstein (spazio e tempo) andrebbe aggiunta anche quella del coraggio, per manifestare l'amore e dall'amore il futuro. Un processo carico di urgenza nella voce che dice io nella canzone, non posso più aspettare.

Se e quando passerà la pandemia  se e quando, dunque, ci sarà un futuro , non credo che ne manterrò l'immagine sotto forma di lenzuola stese con la scritta "andrà tutto bene", oppure il suono, quello dei cori dalle finestre a cui fanno eco altre finestre, la sensazione sul viso delle mascherine con la loro acquisita conoscenza tecnica (chirurgiche, FFP2, FFP3 ecc.), sulle mani gel igienizzanti prima e dopo essere entrati al supermercato, a cui fa seguito la prossemica dilatata nelle diradate relazioni umane. Sarà piuttosto l'esperienza dell'implosione del futuro a tatuarne il ricordo. In qualche modo, da qualche parte, a volte non inizia più nulla, il futuro ha smesso di lanciarsi nel vuoto come avviene a chi fa bungee jumping, ma per poi tornare indietro appeso a una lunga corda elastica, a offrirci motivazioni per fare di nuovo una cosa tanto scema. Un tira e molla tutto batticuore e adrenalina in cui il vettore del tempo sembra non possedere una sola direzione, i protagonisti di Dark lo percorrono in un disinvolto doppio senso di marcia, oppure lo estendono alla maniera di un gatto quando si leva e stira le zampe. La vita, sotto l’ombra invisibile e minacciosa del virus, somiglia a quel gatto nel momento in cui si acciambella prima di dormire: un loop in cui le giornate si ripropongono tutte uguali, la conta dei morti mentre si imbocca il cucchiaio colmo di minestrina la sera.

Ma senza futuro non c'è nemmeno amore. L'amore, prendiamo pure alla lettera Nena, è creato dal coraggio, non pensarci troppo a lungo! Lungo, lange, è però nel testo una sinestesia applicata alla sfuggente dimensione temporale, che è proprio ciò che qui è venuta meno. Dove trovarlo mi chiedo allora, in quale futuro prefigurato che retroagisca sul presente, il coraggio per volgersi a un tempo e a un luogo e soprattutto a un sentimento diversi dall'adesso? Un'alterità cronospaziale verso cui dirigersi con fermezza e determinazione, o se si preferisce, ancora, con coraggio. Massì, possiamo anche dirlo con semplicità, nel suo significato più immediato e letterale: una mano da stringere e due labbra a cui accostarsi con trepidazione.

La paura di essere infettati, oltre al futuro, si è così mangiata anche il presente, che mancando di uno slancio amoroso nella direzione di qualcosa, qualcuno, prima o poi e da qualche parte un nuovo inizio, somiglia a un buco nero, una smagliatura nello spazio-tempo che davvero possiamo definire dark. Non ci resta che accomodarci davanti a un televisore da 55 pollici, e guardare la prossima serie su Netflix.

giovedì 26 agosto 2021

Vedi alla voce comunità

Il 23 agosto 1793 uno dei membri più eruditi della Convenzione Nazionale, Lazare Carnot, pose le basi per la legge sulla coscrizione, riprendendo il principio del cittadino soldato espresso da Dubois-Crancé: tutti i cittadini non sposati, tra i 18 e i 25 anni di età, dovevano prestare servizio militare. Un provvedimento adottato sull'onda dello spirito rivoluzionario giacobino, attraverso cui i neo cittadini francesi avevano il privilegio – sì, ho scritto privilegio, non è un errore di battitura il privilegio di combattere ed eventualmente morire per la Patria, subentrando alle armate mercenarie di Luigi XVI. Un grande consenso popolare accolse il provvedimento.

Il 23 luglio del 2021, in Italia, viene approvata per decreto della Presidenza del Consiglio una misura chiamata Green Pass, che diviene effettiva a partire da un torrido 6 agosto, in cui in Sicilia si sfiorano i 50 gradi di temperatura e in Siberia arde un territorio grande come il Molise. Si chiedeva anche in quel testo di morire per la Patria?

Ehm, non proprio...

Allora ciò che si imponeva era la vaccinazione, già che in quel tempo era in corso una grave pandemia che aveva già causato nel mondo quasi cinque milioni di morti; secondo alcuni osservatori un numero che andrebbe moltiplicato per tre, se si contano anche le vittime connesse e non direttamente causate da un virus che fu chiamato Covid-19?

Macché.

Con Green Pass veniva definito un documento che certificava l'avvenuta vaccinazione (facoltativa, nonostante da decenni già fossero previste d'ufficio numerose vaccinazioni), oppure un recente tampone per verificare se si fosse stati contagiati. Esibito all’ingresso, serviva quale lasciapassare per un numero limitato, anzi limitatissimo di luoghi pubblici: bar, ristoranti, cinema, teatri, palestre e poco altro. La delibera fu accolta da buona parte della popolazione, oltre che da alcuni noti intellettuali e giuristi, come altamente lesiva delle libertà personali. Lo stigma che gli fu attribuito in chiassose manifestazioni e sui social network: dittatura politico sanitaria.

Credo che in tali condizioni si debba mettere mano ai dizionari, non possiamo continuare a chiamare allo stesso modo aggregati umani così distanti nello spirito, prima ancora che nel tempo. La storia, in questo caso, non siamo noi, come cantava Francesco De Gregori in una bellissima canzone, il significato del termine comunità va rivisto e corretto. O era una comunità la Francia rivoluzionaria, quella che sventolava il tricolore sulla Bastiglia accompagnando il gesto con le parole, gridate, LIBERTÈ, EGALITÈ, FRATERNITÈ, o è una comunità il pugno di mosche anarchiche che chiamiamo Occidente, dove si attuano simili e capricciose forme di ripulsa a qualsiasi timida richiesta da parte della collettività. Delle due l’una, altrimenti non ci capiamo più nulla.

Nel frattempo, suggerisco di ammainare le bandiere nazionali e, al loro posto, issare i vessilli delle squadre calcistiche locali, le uniche forme residue di appartenenza comunitaria.

mercoledì 25 agosto 2021

Dioverde, o sul cromatismo teologico

Io credo che la terra sia rotonda, non piatta, su un giornale ho letto di un tizio che addirittura credeva fosse quadrata, ma pur credendovi non provo verso la rotondità in cui confido alcun sentimento, né positivo né negativo. Mentre credo che il blu sia un colore molto elegante, e difatti ho molti pullover blu, blu marino in particolare, ma anche il blu Klein (una variante più intensa del blu Cina) mi piace molto. Al contrario, credo che il verde mi stia male, dunque evito indumenti di questo orrendo colore, lasciandoli volentieri ai seguaci di un importante partito politico italiano. Ma perché, allora, quando si dice di qualcuno che crede in Dio, si dà per scontato che gli voglia anche bene, che ami Dio perfino più di quanto io ami il blu? E il guaio è che gli stessi che lo affermano, che credono, sviluppano tale convinzione affettiva, trasformando la credenza in devozione. Per quel che mi riguarda e vale, anche io credo in Dio, ma mi fa più schifo del verde. Non vedo nessuna ragione per stabilire un'equivalenza tra amore e credenza, a maggior ragione quando l'oggetto – o meglio ancora il presunto artefice dell'oggetto  coincida con questa galleria cromatica degli orrori che chiamiamo vita. Da qui la mia bestemmia preferita: Dioverde!

martedì 24 agosto 2021

Il culo è la figa del 2000, o sul politicamente corretto

 

"Il culo è la figa del 2000." Lo affermava ridacchiando un barbiere con i capelli rossicci, ogni volta che entrava al Bar Piero faceva questa stupida battuta. Aggiungendo dopo una pausa: "L'ha detto Pasolini."

L'effetto della sua prevedibile sortita era qualche sorrisetto, sempre più stanco e stiracchiato, ma non la riprovazione, il biasimo civile. Ora otterrebbe invece l'espulsione da tutti i social, avendo infranto a un tempo due tabù: i diritti LGBT, una comunità seriosissima con un'infiammabile coda di paglia, e il grande poeta e regista di Casarsa, divenuto nel frattempo un feticcio per il ceto medio riflessivo di Sinistra, che l'ha scoperto in un lungo (e bellissimo) piano sequenza di un film di Nanni Moretti.

Ma torniamo con l'immaginazione al Bar Piero, era la fine degli anni ottanta o giù di lì, e il nostro barbiere – per tagliare i capelli ai più piccoli possedeva una poltrona a forma di cavalluccio, odore di lozioni alla lavanda – si compiaceva della sua ottusa sigla d'ingresso. Torniamo in tutti i sensi, provando a fare un percorso inverso tra l'adesso in cui regna l'occhiuto sguardo del politically correct, Michela Murgia e il suo schwa, e le becere sregolatezze di allora.

Non dico, attenzione, di trovare divertente la battuta del barbiere, ma lo specchio è già castigo alla maggior parte dei vizi verbali – e ho scritto maggior parte, il negazionismo sulle camere a gas è altra cosa. Dunque guardati! Sì, sei proprio tu. Credi di essere simpatico e invece sei solo volgare e patetico. E bon, finita lì.

Oppure arriviamoci attraverso un'altra via, andando a vedere ciò che Pasolini ha detto davvero. No, che il culo è la figa del 2000 non l'ha detto mai, ma in una sua canzone scritta per Modugno gli faceva pronunciare le seguenti parole, sono una rielaborazione dall'Otello di Shakespeare: "il derubato che ride ruba qualcosa al ladro, / mentre il derubato che piange ruba qualcosa a sé stesso."

Se invece d'indignarci, di piangere e battere i piedi per richiamare l'attenzione della mamma, imparassimo allora a sorridere, non tanto, del politicamente scorretto, ma dei suoi esiti più grossolani e rozzi, sorridere con un velo di commiserazione come quando entrava il barbiere fulvo al Bar Piero... Non è nemmeno tanto importante che capisca la differenza: stiamo ridendo di lui, non per ciò che ha detto.

In tal caso ruberemmo anche noi qualcosa al ladro, e non invece a noi stessi. Nella fattispecie, un piccolo veniale furto, la serenità per dire pane al pane e scemenza e alla scemenza, e non farla assurgere a crimine verso l'umanità. Ché i problemi dell'umano stanno altrove, e ognuno si affidi pure all'umorismo o alla figa che preferisce.