Si dice che la musica è più brutta. Adesso è più
brutta, prima, negli anni Ottanta, Settanta, Sessanta era più bella. Ho
conosciuto molti ventenni che ascoltano Beatles e Led Zeppelin, Lou Reed e
Rolling Stones, Fabrizio De André e Lucio Dalla. In fondo, già quando ero
adolescente questa musica apparteneva ai fratelli maggiori, e noi la
ereditavamo come cappottini diventati troppo stretti (a loro, a noi troppo larghi).
Eppure, non si dice che una volta i musicisti erano
più bravi, anche perché non sarebbe vero: il livello tecnico è cresciuto, decisiva è stata la diffusione di conservatori, scuole civiche e corsi privati. Un batterista come Ringo Starr
troverebbe ora temibili concorrenti per entrare, non dico, a far parte dei Beatles, ma del gruppo musicale della parrocchia.
Considerazioni un po’ generiche, ok. Ma prendiamole per
buone, con le debite eccezioni, e proviamo ad applicarle alla scrittura
narrativa. Si scrive adesso peggio di un tempo?
A me non sembra. Perfino su un social leggo persone
con una prosa più vivace di quella di Moravia, oppure di Dickens,
Scerbanenco, Salgari, Stendhal, Orwell, Simenon. Tra gli scrittori
contemporanei arriviamo poi a livelli di eccellenza, virtuosismi ipotattici e
mitragliate paratattiche forgiate nei migliori corsi di scrittura; e lo dico senza sarcasmo: quelle frasi suonano come campane a festa!
Quindi tutti contenti, le magnifiche e progressive
sorti ci mostrano una letteratura in continua ascesa. E invece no. Se
sfrondiamo l’enfasi delle fascette sui libri appena pubblicati, anche qui si
lamenta una decadenza del presente. I romanzi di un tempo, viene nuovamente
detto, erano più belli, e per una volta non c'è traccia di antica lagnanza: o tempora, o mores!
Una sensazione che deriva non tanto dalla qualità
della prosa, ma, ho l’impressione, dalla difficoltà di forgiare una poetica
personale. Un termine sdrucciolevole, poetica. Viene collegato a
brutte esperienze alle scuole medie: “Bussoli, parlami della poetica di
Manzoni.” E io che cercavo lo sguardo dell’Acquistapace, sperando che mi lanciasse un salvagente che non arrivava mai.
Le poche e provvisorie idee al
riguardo sono le seguenti: intenderemo con poetica una propria idea di mondo. Ma non solo. Si unisce, in forma non arbitraria e piuttosto per risonanza, a un'idea di
scrittura. Impasto che va a produrre una lingua ugualmente personale, una voce.
La voce di Philip Dick non brillava, è stato notato
dai detrattori. Ma era comunque perfetta al servizio della sua idea di mondo –
nella fattispecie, i mondi erano plurimi e le idee, potentissime, si
moltiplicavano. E così anche in Balzac, Pirandello, Lovecraft e perfino in
Dostoevskij: tutti scrittori che non stupivano per il virtuosismo con cui
tessevano le frasi, o per la scelta di aggettivi e sostantivi. Erano i Ringo
Starr della letteratura. Un ritmo semplice e facile da seguire, ma battuta dopo battuta ti trasportava dove volevano. Un luogo che, al colpo finale di charleston, avremmo chiamato capolavoro
Ora siamo diventati più bravi. Ringraziamo di nuovo
Baricco, la Holden e le numerose altre scuole di scrittura, che ci hanno
riconsegnato alla pagina con maggiore consapevolezza delle possibilità
espressive della lingua italiana. Ma sarà più chiaro con un esempio. Ho letto
un post su Facebook, era scritto davvero bene, me lo sono bevuto dalla prima
all’ultima riga, e poi alla fine mi sono chiesto: qual era l’idea di mondo
della sua autrice?
Niente, c’era questa ragazza che vede un uomo di
colore in un parcheggio e se lo vorrebbe portare a letto. La stessa idea di mondo di Moravia, si dirà.
Non proprio. In Moravia c’era la crisi della società borghese, l’emersione,
sempre conflittuale, delle pulsioni inconsce, i maldestri compromessi per
vivere, di cui il sesso si faceva interprete ma anche ospite abusivo. Con
quella materia incandescente, Moravia ha compreso che doveva premere sul freno
della lingua.
Qui invece c’era uomo nero, cazzo lungo, scopare. Un quadretto fenomenologico unito da nessi pavloviani. Il
tutto e come ho detto nella confezione sartoriale di una scrittura raffinata,
con tanto di fiocco ironico conclusivo. Non Ringo Starr ma Stewart Copeland, e
però il suo immenso talento viene dissipato nella solita orchestrina della parrocchia.
Facciamo un altro esempio. Scrittore quarantenne racconta dei suoi numerosi tentativi di smettere di fumare. Sono divertenti, buffi, arguti e di nuovo
scritti benissimo. Anche Italo Svevo, attribuendoli al suo alter ego Zeno
Cosini, racconta dei tentativi di smettere di fumare, ma la lingua di Svevo è
meno scoppiettante. Dobbiamo concludere che Scrittore è più bravo di Svevo?
Mah, valgono le considerazioni precedenti: qual è
l’idea di mondo di Scrittore? In Svevo la lotta con la sigaretta fa da specchio alla lotta per riconoscersi ed essere riconosciuto, in una nebbia umana e sociale in cui il suo corpo dilegua; i sintomi nevrotici divengono così l’unica
certezza a cui aggrapparsi. Mentre in Scrittore è puro gioco ironico e combinatorio. Manca una
poetica, manca la letteratura.
Tocca aggiungere che ci sono molti scrittori contemporanei con
un’idea di mondo e una lingua al suo servizio, ma probabilmente è vero che sono
meno di una volta. Abbiamo ora macchine potentissime, come gli americani, ma
strade in cui non è possibile superare i 90 km all’ora. E allora sgasiamo ai
semafori, nei romanzi, sui social. Sgasiamo ma non compare mai il verde.
Oppure ci affidiamo a una lingua media tarata dagli
editor, e già che ci siamo gli deleghiamo anche l’idea di mondo; se non la conoscono loro che nel mondo sanno fare di conto, vendere i libri… Risposta: scrivi una bella saga
familiare dove la protagonista, alla fine, oltre alle sue radici tenebrose
scopre di essere inclusiva, e va a vivere con un’ammaestratrice di delfini.
Ma forse il vero problema della letteratura
contemporanea – oltre alla moria dei lettori stroncati da Netflix – è che di
questo mondo qui è difficile farsi un’idea, quindi sviluppare una poetica.
Siamo onesti: al tempo della Grande Depressione, anche se non eri Steinbeck,
bastava guardarti in giro, e le storie arrivavano da sole. Oppure nella Napoli
del dopoguerra, Malaparte ha solo messo in forno e cotto per cinque minuti a
fuoco lento, guarnendo il tutto con la sua lingua espressionista e carnale.
Per mostrare quanto siamo bravi dobbiamo così
affidarci a quel che passa il convento: le guerre ci sono ancora, ok, ma
sembrano lontane, finte, roba da proteste in un campus americano, con le
bandiere della Palestina troppo simili a quelle del circo Americano. No, noi le
guerre non le vediamo come le vedeva Hemingway. Vediamo noi che vediamo una guerra su YouTube, è
diverso.
O in alternativa vediamo uomo nero, mmh, mica male il suo sederino... E
un complimento sincero va fatto a chi ha scritto quel post, se non per la
poetica per l’onestà intellettuale. L’occidente psichico non avrebbe potuto essere compendiato meglio. Infine vediamo Marlboro che sono solamente
Marlboro, in una tautologia che ha lo stesso effetto della musica contemporanea
su Battiato. Butta un po’ giù.