venerdì 2 ottobre 2026

Mio cugino Vittorio (mi ricordo 90)

Mi ricordo una serata a metà degli anni Novanta, ero andato con il Boxer Piaggio di mia cugina in un bar dalle parti di Piazza Navona, uno di quei posti con i paparazzi in agguato fuori dall'ingresso sovrastato dal glicine in fiore. Appena entrato mi venne incontro un uomo che, allora, mi appariva vecchissimo, e avrà avuto la mia età attuale. A pochi centimetri dalla mia faccia strillò: "Se qui viene Sgarbi, ce ne andiamo noi!"

Io non dissi nulla, ridacchiavo soltanto in quel modo in cui ridacchiava Jannacci. L'uomo afferrò per un braccio la donna con cui si trovava, che riconobbi essere Sandra Milo, e si avviarono speditamente verso l'uscita. Ma arrivati alla porta l'uomo si girò. Mi guardò meglio.

"Ma tu non sei Sgarbi..." disse con un tono di voce di molte ottave più basso.

"No, non sono Sgarbi.”

Alle mie parole l'uomo e Sandra Milo rientrarono nel locale, e scambiammo qualche parola di cortesia.

"Scusa ragazzo" mi disse, "ma da lontano vi avevo confusi."

“Ma ti pare" risposi con quella confidenza che a Roma ti concede anche il pizzicagnolo, "non c'è problema."

Sandra Milo non parlava, sorrideva in quel modo in cui sorrideva Sandra Milo, che è diverso dal modo in cui ridacchiava Jannacci.

Poi la serata proseguì, nel bar entrarono anche Alessandro Gassmann con indosso un chiodo in pelle da motociclista, Gil Rossellini da cui mi ero imbucato a un party poche sere prima, Patrizia Pellegrino che pareva offesa perché i paparazzi non l’avevano fotografata. Di Sgarbi, quello vero, però nessuna traccia.

Peccato, perché ora un poco rimpiango di non averlo mai incontrato. Lo scambio di persona di cui sono stato oggetto mi fa pensare a lui come a un parente lontano, di quelli che vanno a fare fortuna in Australia. Ogni tanto qualche cartolina che ritrae un canguro: “Qui is all right, e da voi in Italy?” Ma più che altro sono notizie riportate da altri. E le notizie che arrivano ora, mi riempiono di tristezza.

giovedì 1 ottobre 2026

Ringo Starr e la letteratura contemporanea

Si dice che la musica è più brutta. Adesso è più brutta, prima, negli anni Ottanta, Settanta, Sessanta era più bella. Ho conosciuto molti ventenni che ascoltano Beatles e Led Zeppelin, Lou Reed e Rolling Stones, Fabrizio De André e Lucio Dalla. In fondo, già quando ero adolescente questa musica apparteneva ai fratelli maggiori, e noi la ereditavamo come cappottini diventati troppo stretti (a loro, a noi troppo larghi).

Eppure, non si dice che una volta i musicisti erano più bravi, anche perché non sarebbe vero: il livello tecnico è cresciuto, decisiva è stata la diffusione di conservatori, scuole civiche e corsi privati. Un batterista come Ringo Starr troverebbe ora temibili concorrenti per entrare, non dico, a far parte dei Beatles, ma del gruppo musicale della parrocchia.

Considerazioni un po’ generiche, ok. Ma prendiamole per buone, con le debite eccezioni, e proviamo ad applicarle alla scrittura narrativa. Si scrive adesso peggio di un tempo?

A me non sembra. Perfino su un social leggo persone con una prosa più vivace di quella di Moravia, oppure di Dickens, Scerbanenco, Salgari, Stendhal, Orwell, Simenon. Tra gli scrittori contemporanei arriviamo poi a livelli di eccellenza, virtuosismi ipotattici e mitragliate paratattiche forgiate nei migliori corsi di scrittura; e lo dico senza sarcasmo: quelle frasi suonano come campane a festa!

Quindi tutti contenti, le magnifiche e progressive sorti ci mostrano una letteratura in continua ascesa. E invece no. Se sfrondiamo l’enfasi delle fascette sui libri appena pubblicati, anche qui si lamenta una decadenza del presente. I romanzi di un tempo, viene nuovamente detto, erano più belli, e per una volta non c'è traccia di antica lagnanza: o tempora, o mores!

Una sensazione che deriva non tanto dalla qualità della prosa, ma, ho l’impressione, dalla difficoltà di forgiare una poetica personale. Un termine sdrucciolevole, poetica. Viene collegato a brutte esperienze alle scuole medie: “Bussoli, parlami della poetica di Manzoni.” E io che cercavo lo sguardo dell’Acquistapace, sperando che mi lanciasse un salvagente che non arrivava mai.

Le poche e provvisorie idee al riguardo sono le seguenti: intenderemo con poetica una propria idea di mondo. Ma non solo. Si unisce, in forma non arbitraria e piuttosto per risonanza, a un'idea di scrittura. Impasto che va a produrre una lingua ugualmente personale, una voce.

La voce di Philip Dick non brillava, è stato notato dai detrattori. Ma era comunque perfetta al servizio della sua idea di mondo – nella fattispecie, i mondi erano plurimi e le idee, potentissime, si moltiplicavano. E così anche in Balzac, Pirandello, Lovecraft e perfino in Dostoevskij: tutti scrittori che non stupivano per il virtuosismo con cui tessevano le frasi, o per la scelta di aggettivi e sostantivi. Erano i Ringo Starr della letteratura. Un ritmo semplice e facile da seguire, ma battuta dopo battuta ti trasportava dove volevano. Un luogo che, al colpo finale di charleston, avremmo chiamato capolavoro

Ora siamo diventati più bravi. Ringraziamo di nuovo Baricco, la Holden e le numerose altre scuole di scrittura, che ci hanno riconsegnato alla pagina con maggiore consapevolezza delle possibilità espressive della lingua italiana. Ma sarà più chiaro con un esempio. Ho letto un post su Facebook, era scritto davvero bene, me lo sono bevuto dalla prima all’ultima riga, e poi alla fine mi sono chiesto: qual era l’idea di mondo della sua autrice?

Niente, c’era questa ragazza che vede un uomo di colore in un parcheggio e se lo vorrebbe portare a letto. La stessa idea di mondo di Moravia, si dirà. Non proprio. In Moravia c’era la crisi della società borghese, l’emersione, sempre conflittuale, delle pulsioni inconsce, i maldestri compromessi per vivere, di cui il sesso si faceva interprete ma anche ospite abusivo. Con quella materia incandescente, Moravia ha compreso che doveva premere sul freno della lingua.

Qui invece c’era uomo nero, cazzo lungo, scopare. Un quadretto fenomenologico unito da nessi pavloviani. Il tutto e come ho detto nella confezione sartoriale di una scrittura raffinata, con tanto di fiocco ironico conclusivo. Non Ringo Starr ma Stewart Copeland, e però il suo immenso talento viene dissipato nella solita orchestrina della parrocchia. 

Facciamo un altro esempio. Scrittore quarantenne racconta dei suoi numerosi tentativi di smettere di fumare. Sono divertenti, buffi, arguti e di nuovo scritti benissimo. Anche Italo Svevo, attribuendoli al suo alter ego Zeno Cosini, racconta dei tentativi di smettere di fumare, ma la lingua di Svevo è meno scoppiettante. Dobbiamo concludere che Scrittore è più bravo di Svevo?

Mah, valgono le considerazioni precedenti: qual è l’idea di mondo di Scrittore? In Svevo la lotta con la sigaretta fa da specchio alla lotta per riconoscersi ed essere riconosciuto, in una nebbia umana e sociale in cui il suo corpo dilegua; i sintomi nevrotici divengono così l’unica certezza a cui aggrapparsi. Mentre in Scrittore è puro gioco ironico e combinatorio. Manca una poetica, manca la letteratura.

Tocca aggiungere che ci sono molti scrittori contemporanei con un’idea di mondo e una lingua al suo servizio, ma probabilmente è vero che sono meno di una volta. Abbiamo ora macchine potentissime, come gli americani, ma strade in cui non è possibile superare i 90 km all’ora. E allora sgasiamo ai semafori, nei romanzi, sui social. Sgasiamo ma non compare mai il verde.

Oppure ci affidiamo a una lingua media tarata dagli editor, e già che ci siamo gli deleghiamo anche l’idea di mondo; se non la conoscono loro che nel mondo sanno fare di conto, vendere i libri… Risposta: scrivi una bella saga familiare dove la protagonista, alla fine, oltre alle sue radici tenebrose scopre di essere inclusiva, e va a vivere con un’ammaestratrice di delfini.

Ma forse il vero problema della letteratura contemporanea – oltre alla moria dei lettori stroncati da Netflix – è che di questo mondo qui è difficile farsi un’idea, quindi sviluppare una poetica. Siamo onesti: al tempo della Grande Depressione, anche se non eri Steinbeck, bastava guardarti in giro, e le storie arrivavano da sole. Oppure nella Napoli del dopoguerra, Malaparte ha solo messo in forno e cotto per cinque minuti a fuoco lento, guarnendo il tutto con la sua lingua espressionista e carnale.

Per mostrare quanto siamo bravi dobbiamo così affidarci a quel che passa il convento: le guerre ci sono ancora, ok, ma sembrano lontane, finte, roba da proteste in un campus americano, con le bandiere della Palestina troppo simili a quelle del circo Americano. No, noi le guerre non le vediamo come le vedeva Hemingway. Vediamo noi che vediamo una guerra su YouTube, è diverso.

O in alternativa vediamo uomo nero, mmh, mica male il suo sederino... E un complimento sincero va fatto a chi ha scritto quel post, se non per la poetica per l’onestà intellettuale. L’occidente psichico non avrebbe potuto essere compendiato meglio. Infine vediamo Marlboro che sono solamente Marlboro, in una tautologia che ha lo stesso effetto della musica contemporanea su Battiato. Butta un po’ giù.