Mi ricordo la prima volta, è stata nei giorni del lockdown. Avevo sentito trillare il campanello – un suono a cui ci si stava disabituando – e dopo avere indossato la mascherina ero andato ad aprire. All'ingresso non c’era nessuno, solo un pacchetto Amazon posato sullo zerbino. Strano, di solito i corrieri li lasciano sulla cassetta delle lettere, ogni tanto li buttano anche all’esterno di fronte al portone del condominio.
La situazione si era ripetuta nei giorni successivi, e
così avevo intuito che doveva essere il mio dirimpettaio, Alberto. Quando vedeva
un pacco indirizzato a me, lo prendeva e trasportava al quarto piano. Ma una volta suonato andava subito via, il pacco un po' discosto dal centro della porta, vicino alla parete. Si vede che non voleva creare contatti a rischio di contagio,
oltre che allora vietati. O magari aveva fiutato la mia natura ipocondriaca.
Quell’usanza si è poi mantenuta negli anni, e anche quando
non ce n’era più ragione continuava a portarmi i pacchi, come un Babbo Natale discreto che si dilegua con le sue renne; al posto dei campanellini, solo un colpetto di campanello. In genere l’orario era tra l’una
e le due del pomeriggio, di poco posteriore alla consegna.
Ieri al termine del pranzo ho sentito il solito rapido suono. Sarà
Alberto, ho pensato. Avevo appena ordinato un pelapatate e le spedizioni Amazon sono
rapidissime. Sono andato ad aprire con lo spazzolino ancora in bocca. Prendo il pelapatate, verifico che non abbia subito danni nel trasporto, e poi sciacquo i denti in bagno. Questo il mio piano, non ho avuto nemmeno
bisogno di formularlo. Pura abitudine.
Ma il pelapatate non c’era, e nemmeno Alberto. Davanti
a me sua figlia: una di quelle giovani donne che quando vanno al mare diventano biondissime, ma ora i capelli sono tornati castani. L’avevo già incontrata in un paio di occasioni; mi aveva domandato un piccolo piacere quando
il padre era stato ricoverato in ospedale.
Nel vederla ho subito indicato la bocca piena di
dentifricio, come a dire, scusa, sono proprio un cafone, non posso parlare, lo
vedi…
Allora l’ha fatto lei. Il papà è morto, ha detto. Due
ore fa. Pensavo che fosse giusto dirtelo.
La mia bocca era sempre ingolfata dal dentifricio,
continuavo a non poter parlare. Le ho fatto segno di attendere – sì, proprio un
cafone, avrei dovuto invitarla a entrare, sebbene nel modo degli scimpanzè – e mi sono precipitato al lavello di cucina, più vicino rispetto al bagno.
Al ritorno, passata una manciata di secondi, lei era ancora ferma
davanti alla porta, le mani sui fianchi come le statue egizie. Anche senza
dentifricio non sapevo cosa dire, così l’ho abbracciata; al tatto mi sembrava tornata biondissima. Poi abbiamo scambiato
qualche parola di circostanza.
Quando è andata via sono sceso a prendere il
pelapatate, che si trovava al suo posto: sopra la cassetta delle lettere. Ora che ci penso,
non ricordo di avere mai portato dei pacchetti ad Alberto. Forse non
acquistava su Amazon. Forse ci sono persone che si manifestano per sottrazione,
e io non sono tra quelle. Forse non si dovrebbe mai aprire la porta con lo
spazzolino in bocca.

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