sabato 19 marzo 2022

Do ut des, o su eros e politica



Comprendere il funzionamento di un tavolo diplomatico per la pace, non è difficile. Basta pensare ai nostri appuntamenti galanti. Anche qui abbiamo dei punti di forza – degli asset – e delle debolezze che vengono negoziati.

Ad esempio. Una donna di venticinque anni molto carina possiede, come minimo, queste risorse: bellezza e tempo, di cui è perfettamente consapevole. Perché l’accordo risulti conveniente, l’uomo con cui si siede a bere uno Spritz dovrà essere in grado di esporre sul tavolino delle trattative (tra un posacenere con la scritta Campari e una macchia brunita di caffè, lasciata sulla tovaglietta a quadri dai clienti precedenti) uguali requisiti.

In alternativa – mettiamo che l’uomo sia bruttino e abbia superato i quarant’anni, fatidica età in cui si ribalta la clessidra – potrebbe avere molti soldi, oppure prestigio sociale e professionale, un Suv enorme e scoreggione, talento artistico, doti verbali e intellettive non comuni, o infine e come cantava De Andrè, tra tutte le virtù la più indecente… Diversamente, sarà difficile arrivare a un accordo, a un bacio. Do ut des.

Ma allora è questo l’amore, ciò che negli istituti tecnici commerciali chiamano partita doppia?

No, non l’amore: è l’eros. L’amore, secondo Lacan, consiste nel donare ciò che non si ha, e per amare ed essere amati bisogna svuotarsi di tutto il proprio valore, reale o presunto. Lo stesso per ottenere quel che Immanuel Kant chiamava “pace perpetua”: il forte deve farsi debole, così come, nelle relazioni sentimentali, il bello convertirsi in brutto, il ricco in povero ecc.

Tocca dunque capire se Russia e Ucraina vogliano arrivare a una pace amorosa oppure erotica. Fino a ora, non mi sembra che i contendenti abbiano mostrato di volere donare all’altro ciò che non possiedono, e al contrario di incassare il maggior numero di benefici.

Per interrompere lo sterminio, sarebbe dunque già tanto se riuscissero a ottenere un compromesso erotico al ribasso. Ma io temo che si arriverà a qualcosa che somiglia piuttosto alla prostituzione… 

venerdì 18 marzo 2022

Lupus in fabula, o su Facebook e letteratura

Immaginiamo che questo scambio stia dentro un romanzo, e non sulla bacheca di una scrittrice pubblicata dal più importante editore italiano. La voce narrante che riporta i fatti, come Nick Carraway in The Great Gatsby, non sa se la scrittrice sia brava oppure no, non ha mai letto qualcosa di suo. O forse sì. Forse, come anticipato, è già tutto e solo letteratura.

Scrive la scrittrice: “Leggo un libro in cui l’autore (famoso e bravo) parla della compagna che ha partorito e che la prima notte in ospedale allatta la figlia. Lui osserva questa scena con gli occhi socchiusi e prova una perfetta serenità, tutto si compie. Ho pensato che quest’uomo non ha capito nulla di quel momento, della sua difficoltà e ambiguità, ma vuol fare lo stesso della letteratura. Scene di questo tipo sono frequenti nei romanzi, le scene strane e inutili ma in apparenza riuscite, piazzate lì per essere accettate automaticamente.

Le risponde, tra i commenti, una donna che chiameremo X, di lei non sappiamo nulla se non che è tra i contatti della scrittrice che pubblica per il più importante editore italiano: “Da donna che ha allattato posso dire di aver vissuto quel momento come perfezione e completezza. Non credo che l'esperienza possa essere unificata e codificata per tutte allo stesso modo. Può essere che quella serenità fosse reale e non letteraria.”

Ribatte la scrittrice: “La prima notte in ospedale non allatti quasi. Non entro nelle technicalities ma è un processo diverso, l’immagine del poppante comunemente inteso è cosa successiva. I bambini non mangiano in quel modo nelle prime ore.”

Donna X: “Vabbè, ma non è che la letteratura debba essere un trattato di ostetricia.”

Scrittrice: “Ma che c’entra l’ostetrica. È cogliere il senso della realtà e il suo significato.”

Donna X: “…”

Scrittrice: “Poi permettimi di dire che forse non ti poni seriamente il problema di cos’è letteratura, se fai commenti così banali. Del resto non scrivi e forse non ti importa quando leggi.”

Donna X: “No, non scrivo. Ci mancherebbe che tutti si mettessero a scrivere. Quanto a cosa sia la letteratura non so in che prospettiva lo vuoi intendere. Ma mi sembra un vasto programma.”

Scrittrice: “Se non vuoi dire letteratura diciamo allora pagina non inutile.”

Donna X: “Ci sono milioni di pagine inutili che hanno fatto bene all'anima, per divertimento, per sentimento, per fantasia, per orrore e forse non erano LETTERATURA. Ma non credo che tutte le pagine debbano essere utili per essere letteratura. Dipende da cosa scrivi, perché lo scrivi, chi lo legge, perché lo legge. Ma se c'è una pagina che non corrisponde al reale, che sfugge di mano all'autore, non mi sembra il caso di farne una tragedia, se non è abitudine alla cialtroneria.”

Scrittrice: “Credo che tu ti stia occupando di problemi che non conosci e che non ti sei mai posta, senza dunque avere le competenze o anche solo un reale interesse. Del resto è Facebook.”

Lo scambio finisce qui. È da un po’ di tempo che ci sto pensando: ai suoi contenuti, ma soprattutto ai toni. E al perché mi appare letteratura, ossia, per dirla con le parole della scrittrice che pubblica per il più importante editore italiano, “pagina non inutile”, dove si distilla l’umano in forma essenziale, per quanto limitata.

Lo ricavo dal fatto che l’essenza, per definizione, può essere convertita in immagini primordiali, ad esempio quella di una femmina di lupo Alfa che viene sfiorata da una femmina Beta.

La femmina Beta non è ostile, non intende sfidare il primato di Alfa sul suo terreno – la letteratura –, ma come spesso avviene sui social vorrebbe un semplice riconoscimento, che cerca di estorcere attraverso una testimonianza personale: quando è nato mio figlio a me è andata così, e magari è andata allo stesso modo anche per quel tuo collega scrittore. Il fatto stesso che Alfa le dia udienza è per lei motivo di gratificazione.

Alfa però è spietata – “credo che tu ti stia occupando di problemi che non conosci e che non ti sei mai posta” – e l’umiliazione di Beta prende, sulle prime, forma di un resistenza abbozzata; quindi si sdraia supina al suolo mostrando inerme la giugulare. Alfa ha vinto. Ma non poteva essere diversamente quando, sulla copertina di un libro, il più importante editore italiano stampa il nome che ti faceva alzare la mano con slancio, se a pronunciarlo era la maestra durante l’appello. E ora fa risplendere i tuoi canini.

Ma torniamo al giovane padre, è ancora lì imbambolato a osservare la moglie allattare, e lo trova un momento di perfetta serenitàtutto si compie. Ciò che gli sfugge è il risvolto occulto di questo quadretto irenico. Lo ritroviamo, finalmente in superficie come lo sbuffo di un geyser, nello scontro tra Alfa e Beta. Secondo categorie antropologiche un po’ semplificate, potremmo pensarlo come lato ferino del femminile, o, risalendo ancora più indietro nella catena evolutiva, rettiliano; Lacan parla di madre coccodrillo, che vorrebbe ingoiare i suoi cuccioli. Ma pure il suo maschio, le sue lettrici, tutti.

Il giovane padre però guarda e non vede, forse perché ha gli occhi socchiusi, vede solo quel che vuole vedere. E ciò che vede, nella sua gioia pura quanto ingenua, è la Madonna con bambino, è il cerchio che Giotto imprime senza sbavature sul foglio destinato a Bonifacio VIII; una geometria aliena alla vita, e alla letteratura che dovrebbe fargli da specchio.

Ha dunque ragione la scrittrice che pubblica per il più importante editore italiano, quando conclude: “del resto è Facebook…” Uno dei pochi luoghi dove ancora incontrare la vita allo stato selvaggio, quel che ne rimane almeno, ma anche la letteratura. Prima sbranare tutto ciò che ti capita a tiro.

mercoledì 16 marzo 2022

Sì, no, forse, o sul desiderio erotico affluente


Sull'ultimo numero di Robinson, il supplemento culturale de la Repubblica, la scrittrice Rosella Postorino ha pubblicato un bellissimo testo sul politicamente corretto, la cui ombra inclusiva è stata recentemente estesa alle relazioni erotiche, che vengono così compresse nel codice binario dell'assertività: no, non mi interessi, smamma; sì, mi interessi, la dogana si alza e hai accesso al mio corpo. Questo in brutale sintesi il contributo del #MeToo movement al galateo sociale.

Ma il desiderio femminile, continua Postorino, è assai più complesso e sfumato dell'algebra booleana, e meglio potrebbe essere compreso dentro l'orizzonte semantico del "forse": forse in questo momento qui mi va; ma forse, tra dieci minuti, quando mi infilerai una mano sotto la gonna, non mi andrai più, e ti troverò viscido e repellente. E così ogni incontro erotico ci espone non solo al rischio fisico (siamo nudi, vulnerabili) ma anche a quello psichico del ripensamento, che dovrebbe essere sempre contemplato tra i possibili relazionali, senza inchiodare la donna a un consenso o a un dissenso definitivi.

Come ho anticipato, non solo apprezzo molto la narrativa di Postorino, ma anche il testo in questione, che mi ha fatto tornare alla mente un reportage dagli Stati Uniti di Italo Calvino, era la fine degli anni sessanta e reclamavano la scena il movimento studentesco e la controcultura beat. In quel vitale coacervo di posizioni non sempre coerenti, Calvino ravvisava un comune denominatore nel rifiuto, non tanto, della generazione che li aveva preceduti, ma del modo in cui essa interpretava il piacere, fisico e non. Ed era anche qui un codice binario, in cui a essere acquisito in via preventiva era il cosa – la vita è un'infinita giostra di piaceri –, mentre veniva questionato il come.

Il piacere, per i padri, si dava nella forma di macchinone con vezzose code di rondine posteriori, villette a schiera da acquistare con mutui dall’infinita rateizzazione, zerbini con la scritta welcome, il cane di razza Rough Collie che scorrazza in giardino, mentre la moglie inforna la torta di mele; intanto il marito fa gli straordinari in ufficio, con la giovane segretaria posata sulle ginocchia. Quel piccolo velleitario mondo che abbiamo ritrovato nella serie televisiva Mad Men, a inabissarci alla scaturigine del sogno americano. No, tutto ciò fa schifo rispondevano i figli, opponendo ai piaceri borghesi quello per le droghe, l’amore libero, le ballate folk strimpellate attorno a un falò sulla spiaggia, da cui prendere congedo a bordo di potenti motociclette, i capelli e le barbe lunghe scompigliati dal vento salmastro del Pacifico.

Vi era però un elemento di continuità, annota Calvino, tra la generazione dei padri e quella dei figli, che consisteva nell’assumere come certe, addirittura “naturali”, le condizioni materiali con cui avere accesso ai loro diversi piaceri, garantiti dall’impianto economico di una società che veniva chiamata affluente: sorta di cornucopia in cui non siamo noi a conquistare con sforzo il piacere, ma il piacere affluisce a noi, quasi magicamente. L’unico problema diviene così discriminare nella molteplicità in cui si declina.

Ma cosa c'entra tutto ciò con quanto scritto da Rosella Postorino? A me sembra che la sua prospettiva sia la medesima, ma sul versante erotico: da donna giovane, bella e intelligente qual è, proietta la sua condizione su un femminile indifferenziato, che come lei diviene oggetto di una sorta di desiderio a prescindere, un desiderio affluente. Status privilegiato dentro al quale, secondo la logica non binaria del forse, ci si può muovere per libera scelta, esperimenti, concessioni al desiderio proprio e dell'altro. Ma sempre mantenendo lo spazio per la ritirata di Cenerentola, bada bene con entrambe le scarpette ai piedi, attraverso cui incamminarsi verso nuovi e più interessanti principi azzurri.

Il guaio è che come era falso il mito della società affluente (c'era un'economia neocolonialista a sostenere quel mondo di cartapesta, come Atlante il globo), lo è anche quello del desiderio affluente. Specie in una nazione come la nostra, con una popolazione sempre più anziana e, diciamolo pure senza ipocrisia, meno desiderabile. A quel punto, il forse auspicato con piena legittimità nel testo della brava scrittrice calabrese, diviene forse qualcuno ancora mi si piglia... Una condizione che vale per entrambi i generi, sia chiaro: la cornucopia, a un certo punto, smette di eruttare occasioni erotiche a getto continuo, e si finisce a mendicare un compagno nelle trasmissioni pomeridiane di Maria De Filippi.

sabato 12 marzo 2022

Salto triplo, o su guerra e filosofia


La filosofa Donatella Di Cesare, ospite in un talk show televisivo, insisteva sul fatto che non si deve giudicare la Russia per l'invasione armata dell'Ucraina, ma comprenderne le cause. Comprendere non significa infatti giustificare, aggiungeva attribuendo il pensiero a Primo Levi. 
Nell’Appendice del 1976 a Se questo è un uomo, in effetti si parla di comprensione e giustificazione. Ma in questi termini: "forse quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare”.

A tutti può capitare di sbagliare una citazione, e non c'è niente di più triste di programmi come Paperissima, in cui si sghignazza degli inciampi altrui. Specie quando oggetto dello scherno è Donatella Di Cesare, una pensatrice dal passo generalmente sicuro. Il rispetto che nutro nei suoi confronti mi porta dunque ad approfondirne il pensiero, non a irriderlo.

Partiamo allora dal concetto di giudizio. Il giudizio, nella sua postura asimmetrica, presuppone una distanza critica dall'oggetto su cui si sofferma, prima di alzare una paletta con inciso sopra un sì, un no, un numero, come al concorso di Miss Italia, in cui la giuria si pone sempre una spanna sopra alle lunghe gambe delle ragazze che sfilano. Da qui l'ammonimento evangelico a non giudicare se non si vuole essere giudicati.

Comprendere è invece una disposizione del pensiero in prossimità, non di rado si avvale dell'empatia, del riconoscimento di una specularità tra dentro e fuori, come si ricava dalla scomposizione del termine nei suoi costituenti semantici: prendere con. Ma poi, avrei voluto rispondere a Donatella Di Cesare, poi cosa fare con ciò che abbiamo com-preso, fatto nostro dentro una ricostruzione che non potrà mai essere definitiva e certa, ma che con onestà intellettuale si fa carico dello sforzo nel discriminare?

Posso ad esempio aver compreso che, dopo il 1991, la Nato si è espansa a lambire i confini della Russia, contravvenendo alle promesse verbali fatte da George Bush a Gorbačëv; oppure che esiste una consistente presenza russofona (e russofila) nella zona del Donbass, la quale ha vissuto con disagio e timore il ribaltamento politico avvenuto in Ucraina nel 2014, dopo le proteste di piazza Majdan e la fuga di Yanukovich, in quello che potrebbe essere stato un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti e da gruppi di estrema destra (fermo restando che Zelensky è stato eletto in seguito col 73% dei consensi). Ma poi, di nuovo, ciò legittima una secessione, una guerra, l'invasione dei tank russi?

È solo una domanda. E però sdrucciolevolissima, già che una risposta affermativa rappresenterebbe un precedente ad altre simili rivendicazioni (tra cui l'indipendenza dell'Alto Adige dall'Italia), mentre se la risposta fosse negativa potrebbe essere interpretata in chiave repressiva rispetto al diritto di autodeterminazione dei popoli.

Da qui la costatazione che la verità "non sta mai da una parte sola", d'accordo, è un claim di saggezza che abbiamo imparato a pronunciare a pappagallo, ma neppure esattamente nel mezzo. La verità, o, meglio, la scaturigine dei fatti e la risposta che a essi offriamo a titolo sempre personale, come la torre di Pisa propende da un verso piuttosto che dall'altro, e l'esercizio umano della comprensione a un certo punto deve raggiungere un termine, per tradursi in determinazione. Ciò che viene determinato sono i gradi dello sbilanciamento – da una parte, o magari dalla parte opposta , che pur non facendo velo alla comprensione suggerisce la direttrice dell'azione.

Azione, ma cosa c'entra ora l'azione: non avevamo detto che si deve prima comprendere e poi determinare? Sì, ma se lo stare al mondo fosse uno sport, più che al salto in alto, o in lungo, somiglierebbe al salto triplo: il primo balzo è quello della comprensione; il secondo della determinazione; e infine l’ultimo colpo di reni, a sbalzarci nel perimetro sabbioso dell’azione. D'altronde la stessa Donatella Di Cesare, invece di avventurarsi in una citazione letteraria (sbagliata), avrebbe potuto guardare al giardino di casa, e ricordare la più celebre affermazione di Marx, sta scritta perfino sul marmo della tomba: "i filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo”. 

Nella circostanza, trasformare il mondo significa muoversi al suo interno rinunciando a quella disposizione conciliata che i filosofi chiamano atarassia – non scelgo, non mi schiero, ma rimango alla finestra da cui cerco di comprendere ciò che accade, senza mutarlo – e infine assumersi la responsabilità di un'azione discrezionale, che porta a conseguenze di cui pure si deve essere responsabili, in quanto nuovamente di parte. Parte, partito, partigiano, partorire (un figlio ma anche un'opera d'arte, un'idea), tutti termini che hanno comune radice nell'umano, già che il Tutto è riserva di caccia di Dio. E non c'è hybris più grande di chi rifugge le ragioni della propria parte per scimmiottare la voce di Dio.

Per l’insieme delle ragioni che ho provato a sintetizzare, sono contrario ad accondiscendere alla richiesta di Zelensky di una no fly zone (come più volte ripetuto, potrebbe innescare reazioni a catena che conducono a un conflitto nucleare su scala mondiale), mentre sono favorevole alle proposte sottoscritte da Bernard-Henri Lévy, Sean Penn e Salman Rushdie su sanzioni economiche e informatiche ancora più severe da applicare alla Russia, oltre che all'invio di armi tattiche all'Ucraina. Non dico che ciò sia sufficiente, né tantomeno che rappresenti la verità, ma è la parte che ho deciso di abitare nel Tutto. O se si preferisce, è la conclusione del mio salto triplo.

Mi auguro che Donatella Di Cesare, che è donna di grande intelligenza e cultura, sappia e voglia fare anche lei i due salti successivi alla comprensione; poco importa se ricalcherà o meno le mie orme, sarà comunque la sua parte nello spettacolo della vita. Vederla arrestarsi come un mulo cocciuto, senza scegliere, senza agire, induce tristezza e sconcerto.

venerdì 11 marzo 2022

Padri e figli


Vedendo Federico Rampini in televisione, ieri sera, mi sono trovato a pensare che non piacerebbe avere un figlio come Federico Rampini: che mette le bretelle rosse, che parla come Gianni Agnelli, che espone con finta casualità i propri libri durante i collegamenti dal suo appartamento newyorkese. Ma soprattutto un figlio tutto compreso dentro un’idea di libertà che a me, piuttosto, appare corrispondere a una visione molto garbata e ripulita del concetto di élite; e se fosse figlio mio, mio figlio non potrebbe mai appartenere ad alcuna élite, come Groucho Marx a un club dove accettassero tra i soci un tipo come lui.

E però, ecco, subito dopo mi sono trovato a pensare che anche Putin probabilmente non vorrebbe un figlio come Federico Rampini – e nemmeno un figlio gay, o che si fa le canne –, e la sua fobia occidentale (sostenuta dal patriarca di Mosca Vladimir Michajlovič Gundjaev, in arte Cirillo I), altro non è che l’arcaico sentire che richiede ai figli di essere identici ai padri. La fedeltà alla tradizione è in fondo questo: negare il caotico succedersi delle generazioni, il loro differire a volte un Leonardo da Vinci le illumina, altre un Hitler le sconcia. Ma più spesso è una grigia staffetta di ragionier Fantozzi e geometra Filini.

Perciò sono favorevole all’invio di armi all’Ucraina: non perché l’Occidente, questo Occidente qui, mi piaccia quanto a Federico Rampini, ma perché ho compreso che i figli hanno tutto il diritto a essere diversi dai padri. Perfino quando mandano a puttane un mondo in cui, tra infinite guerre e atrocità, si è data bellezza. Perfino quando indossano le bretelle rosse e parlano come Gianni Agnelli.

domenica 6 marzo 2022

Specchio d'Occidente



Su Facebook leggo spesso di maschi che utilizzano questo mezzo per rimorchiare. Lo leggo in post femminili, ovviamente. Post sarcastici che reclamano solidarietà per i maldestri approcci subiti. A volte vengono aggiunti gli screenshot dei messaggi ricevuti in privato – lo fa di continuo anche Selvaggia Lucarelli, quindi deve rappresentare una sorta di trend –, dove il maschio in questione spara un po' goffamente le sue cartucce (goffamente è avverbio che, nella circostanza, rimanda alla figura retorica dell’eufemismo, quando sarebbe forse più preciso parlare di comicità, se non di pornografia).

Preso atto dei limiti maschili – e quelli nella comunicazione sono dati per certi –, mi viene il sospetto che i galletti da tastiera contengano una residua radice di umanità, e cioè di realismo, di specifica idea di bene (bene personale, sia chiaro, o se si preferisce utile) che a noialtri estensori di pensieri astratti è venuta progressivamente meno. Anche le donne che pubblicano selfie sul bagnasciuga, la coscia, già lunga, slungata dall'effetto grandangolo, il sorrisetto malizioso, non di rado sono le stesse che lamentano le incursioni seduttive, anche loro non lo fanno con desiderio incarnato, ma è un modo come un altro per incassare un consenso destinato a rimanere potenziale, rarefatto.

In Francia esiste una bella espressione: allumeuse, accenditrici. Ecco, mi sembra che i più, tra cui mi includo, sui social continuino a sfregare uno zolfanello sulla propria minima porzione di mondo, nella speranza di generare la combustione del solfuro di fosforo e del clorato di potassio. Da qui la possibilità di raggiungere l'evidenza e, per sinestesia, il più concreto dei sensi costituito dal tatto, nella forma di una leggera carezza. Magari quella di un padre che ti dice vai bene così, sei bella, sei fico, e poi tanto ma davvero tanto intelligente. O più nel profondo: esisti, anche se devi continuamente rimarcarlo, la fiamma di fiammifero dura per definizione pochi secondi, in cui gli altri (forse) si accorgono di te. Mentre chi prova a esistere davvero – e quale migliore modo di esistere che scopare, premere la maniglia della porticina di servizio del Truman Show, per ritrovarsi sbalzati nella vischiosità del reale – viene trattato come ingenuo o molesto, un cascame del mondo prima che si trasformasse in rappresentazione.

Se dunque una donna ma anche un uomo, un barboncino, un criceto e insomma una creatura viva, volesse uscire con me una sera per berci un Vodkatiny o una cedrata Tassoni, io sono qui. No, non ci sto provando, non l'ho mai fatto sui social. Ma non sto nemmeno scartando l'eventualità che due labbra possano accostarsi, e un cazzo offrirsi in modi diversi da una fotografia su Messanger. Sempre inquadrato da sotto, per sembrare più grande, sempre sembrare qualcosa nello specchio d'Occidente.

Ps – Ovviamente non mi sfugge che in questo momento è in corso una guerra. E ho scritto ciò che ho scritto proprio perché, in Europa, a poche centinaia di chilometri dalla scrivania dove sto scrivendo, è in corso una guerra. La relazione tra le due cose – guerra e contenuto del post – la consegno al lettore come esercizio enigmistico. Però aggiungo un aiutino: dopo due anni di pandemia e almeno venti di lobotomia telematica, davvero ci voleva una guerra per ricordarci che esiste un fuori...

sabato 5 marzo 2022

La vita in-diretta


In questi giorni, chi più, chi meno, siamo incollati a televisori e monitor di grandezza variabile, a osservare le immagini che provengono dall'Ucraina.

Non potendo e neppure volendo combattere, siamo convertiti in spettatori, dopo che lo siamo stati per due anni dei bollettini quotidiani sul Covid, con corollario di interminabili zuffe pro e contro i vaccini, Green Pass, "dittatura sanitaria".

Eppure questa ricostruzione a ben vedere fa difetto. Se il voyeurismo si è ora fatto incessante, già alla fine degli anni sessanta Guy Debord parlava di società dello spettacolo, e ancor prima i filosofi illuministi suggerivano come il terremoto di Lisbona (1755) avesse mutato la percezione del mondo. La grande capitale lusitana non era infatti visibile nel suo concreto disgregarsi, ma attraverso le stampe che ritraevano l'evento e il riverbero geologico del sisma avvertito a migliaia di chilometri di distanza, qualcosa, un’eco, la differita illusione di presenza, sembrava offrirsi nella rappresentazione. O meglio: malia della rappresentazione, che risucchia lo sguardo nel pozzo nero in cui si è incastrato Alfredino.

È forse in quell'esatto momento che siamo diventati tutti spettatori.

Ma proprio perché il processo è ora divenuto estremo – pensiamo ai social network: guardiamo per essere guardati – mi accorgo della torsione cognitiva a cui sono sottoposto, che mi fa provare emozioni solo in quella forma indiretta e sempre più flebile chiamata pietà (si parla e si paga, ma solo pochi spiccioli per qualche sottoscrizione umanitaria, incassando il corrispettivo in like), come goccioline di pipì che stentano a precipitare nel water, spremute nel pieno della notte da un anziano che soffre di ipertrofia prostatica.

Una prostatite sentimentale, nel mio caso, che mi rende moderno tra i moderni, come scriveva Pasolini di sé nella più celebre poesia. Ma se lui girava per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone, io mi accorgo che non solo vorrei amare, amare per davvero e cioè nel vero, per essere amato, ma anche uccidere per non essere ucciso. Come fanno a Kiev in questo fatale momento: vivono, nel significato finalmente pieno e privo di mediazioni spettacolari del termine, mentre muoiono.

Ma ora si è fatto tardi e devo spegnere il televisore e ingollare una pasticchetta rosa per dormire, e un’altra verde pisello per cacare domattina.


venerdì 4 marzo 2022

La mano morta di Putin

Vedo bisticciare ovunque sul rapporto tra la guerra in Ucraina e l'estensione a est della Nato, tirando fuori dal cilindro il sempre bianco coniglio del globalismo che brucherebbe l'erba del vicino (per definizione sempre più verde), americani brutti, cattivi, fino ad arrivare a inquietanti concetti come spazio vitale, che avremmo voluto non sentire più.

Preso atto che dovrei forse evitare i social network e certi programmi televisivi, pensare all'altezza dei tempi ("tempi maledetti e per niente sicuri, tempi duri", come cantava un giovanissimo Cristiano De Andrè) immagino che significhi sforzarsi a un pensiero complesso, rifuggendo le scorciatoie.

Ora a me sembra che la scorciatoia più diffusa sia quella di fare coincidere i gesti con le condizioni ambientali. Faccio un esempio.

Se vedo una bellissima ragazza sul tram – condizione ambientale – io potrei anche essere tentato di posarle una mano sul sedere. Ma non sarebbe il sedere, e cioè la bellezza della ragazza a cui non sono insensibile, ad avere causato l'ignobile gesto, bensì la mia responsabilità nell'assecondare uno stimolo esterno, poco importa se indotto o casuale.

Ecco, l'espansione affrettata del blocco atlantico rappresenta una condizione ambientale della guerra in corso, ma non ne costituisce la causa, semmai una premessa necessaria ma non sufficiente.

Riflettere sull'opportunità di questa espansione – io ad esempio sono contrario, come lo è Sergio Romano che non può certo essere additato come nostalgico sovietista  – è quanto mai opportuno, perfino urgente.

Ma ricordandoci che la mano che si è posata sul sedere dell'Ucraina appartiene a Putin, un gesto di cui dovrà rendere conto.

Geopolitica

Ieri ho finalmente capito il significato del termine geopolitica, con cui da un paio di settimane è tanto bello riempirsi la bocca.

Il professor Alessandro Orsini, direttore dell'Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS, ospite a Piazza Pulita dichiarava: "Abbiamo perso, se non ora tra qualche mese. Meglio allora arrenderci subito, ce lo suggerisce la geopolitica, consegnare l'Ucraina a Putin, prima di causare nuove vittime."

"Abbiamo chi?" ribatteva, in un ottimo italiano, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk, in collegamento dal corridoio della sua casa di Kiev; se arriva un missile sull'edificio, il corridoio pare che sia leggermente più sicuro.

Quindi continuava: "Lo faccia decidere agli ucraini, se arrendersi oppure no. Non coniughi i verbi nella prima persona plurale. Lei sta seduto al caldo in un salotto televisivo. Mandateci le armi, che a fare la guerra ci pensiamo noi."

Da qui la folgorazione, e la comprensione, dopo anni di frustranti studi sull'argomento, del termine geopolitica. Geopolitica significa fare i froci con il culo degli altri.

martedì 22 febbraio 2022

Un giudice, o sui sogni e la carne



Molti anni fa, ritornando in automobile da Milano, deviai dalla strada principale (la Statale 36 anche detta Valassina) all’uscita per Arosio, e da qui continuai lungo la Provinciale 41 verso Erba.

Le prime prostitute che si incontrano stanno di fronte all’autolavaggio che precede un supermercato dell’Eurostar. Quando le famiglie più attardate, poco prima di cena, spalancano il portellone dei SUV e ci caricano i sacchetti della spesa, arrivano le prostitute a offrigli il cambio. Un’ideale staffetta a presidio di luoghi che forse non avranno storia, ma compensano in orizzontale con lo spazio.

Non ho nulla contro le donne di colore, in genere le trovo attraenti, sono i muscoli a incutermi un po' di timore, specie quando si gonfiano dentro a corpi femminili. E le nigeriane spesso lo sono, piene di muscoli senza bisogno di sfiancati sedute in palestra. Superai così quel primo sparuto gruppo di nigeriane e misi un cd su cui avevo scaricato la colonna sonora di Drive.

Leggo che la musica è stata composta da un disk jockey francese che si fa chiamare Kavinskyma non ho mai approfondito. Semplicemente, mi sembrava lo sfondo sonoro perfetto per ciò a cui mi stavo apprestando: la ricerca, anzi, la caccia di una femmina da contendersi con altri automobilisti che possono soffiarti la preda prescelta all’ultimo momento, costringendoti a estenuanti avanti-indietro prima che ritorni alla sua casella del Monopoli, in cui il contromondo notturno si spartisce le strade.

Ed è qui che Kavinsky si rivela insuperabile: converte il tempo profano dell’attesa in tempo sacro, e l'apparire della gonnellina rossa di una ragazza infreddolita in epifania. Una volta, in preda a questi lambiccamenti, provai a farmi fare un pompino ascoltando a palla i Canti Orfici di Dino Campana nella versione di Carmelo Bene, ma non funzionò e tutto divenne comico. Tornai così alle tracce percussive ed elettrificate di Kavinsky, che iniziano con il suono di un gettone che casca dentro un vecchio telefono e un lupo ulula in lontananza. Pagare per diventare lupi, una metafora più esatta della prostituzione non si potrebbe trovare.

E comunque eccomi qui, più giovane, più eccitato, forse anche un poco ubriaco (prima di andare con una prostituta è buona abitudine bere una o due Ceres, aiuta a sciogliere l’imbarazzo; mai tre, se no non funziona), eccomi arrivato a Lurago d’Erba, dove ci sono alcune buone zone di caccia.

In una parcheggia una prostituta greca, è di Atene proprio, una concittadina di Pericle e Platone, è questo che forse mi attrae; o magari il fatto che dopo parliamo sempre. Del lavoro, in Grecia, mi dice, non si trova lavoro dopo la crisi per il debito sovrano, e così ho preso una nave e sono venuta qui; oppure del padre, ho fatto due conti e deve essere mio coetaneo, ha avuto un'emorragia cerebrale ma ora si sta riprendendo, si confonde solo po' con le parole; la sorella invece sta per sposarsi dopo solamente due anni di convivenza, e sottolinea con la voce l’avverbio perché il matrimonio (sembra dire) è una cosa importante. Certo che è importante, annuisco io.

Arrivato al solito spiazzo però non vedo la Fiesta nera di Anna, è questo il suo nome, e così supero la rotonda al termine del paese e raggiungo il cimitero di Lurago, dove all’ingresso intravedo una ragazza non molto alta e rotondetta. È vestita in modo stranamente sobrio (tinte scure e pantaloni di lana, in luogo della minigonna d’ordinanza) e muove le gambe come se le scappasse la pipì, ma probabilmente è solo per riscaldarsi dal freddo.

“Sali le dico”, e alzo il riscaldamento al massimo mentre abbasso l’autoradio. Quindi ci accordiamo sul prezzo, che è quello di sempre: venti euro con la bocca e trenta per tutto quanto, il preservativo è a loro carico; ma se li porti tu, di marca, è più sicuro, poi ci pensano loro a buttarli dopo averli accumulati in un sacchetto che ricorda il paniere del pescatore.

Scelgo la prima opzione, scopare sul sedile del passeggero è un poco scomodo, le prostitute ti invitano a farlo inginocchiandoti sul pianale destinato ai piedi così da non gravargli addosso e sgualcire i vestiti che non tolgono, solo le mutandine, ma è scomodo lo stesso. Rimangono i mesi estivi, in cui si può fare sul cofano dietro a un capannone industriale con le tettoie in Eternit. L’unico problema sono le zanzare.

Al termine mi chiede una sigaretta, non fumo, poi un'altra cosa che non ricordo, e così iniziamo a conversare come faccio con Anna. Non è una cosa frequente – di solito hanno molta fretta, il tempo come si dice è denaro – ma credo che le sue ossa abbiano bisogno di incorporare altro calore, e lascio il motore accesso.

Mi racconta che è di Burrel, Albania centro-settentrionale, ho guardato su Google Maps, ma vive a Tirana da quando si è iscritta all’università, dove si è laureata in Legge è ora sta completando il corso di formazione per diventare magistrato. In Italia viene tutti gli anni, si paga gli studi a questo modo; in due mesi di fronte al cimitero di Lurago guadagna il denaro che gli serve per gli altri dieci, e spera così di realizzare il suo sogno. Usa proprio questa parola, sogno.

Un sogno che a distanza di tanto tempo non ho dubbi essersi trasformato in realtà. Prima di tutto perché mi sembrava alquanto sveglia, e poi perché ha visto ciò che alla maggior parte degli occhi è negato. Ma cosa avrà visto poi? Cazzi. In fondo solo questo. Cazzi grandi, piccoli, medi e anche il mio, che lei avrà saputo riconoscere e catalogare in un ideale almanacco di anatomia vissuta, restituendo alle ansie o alle fole maschili la giusta prospettiva. Alla fine, anche qui tutto è relativo.

E poi cazzi timidi o subito pronti a scattare, così scattanti da finire subito la corsa, altri cazzi invece sono lenti, indolenti, cazzi neri, circoncisi, ricurvi, cazzi che in realtà non c’entrano un cazzo con quello che stiamo dicendo. Se riuscite, dimenticativi dunque la parola cazzo, malgrado l’abbia ripetuta otto volte.

Sono piuttosto le persone che, sempre più stanche, se li portano appresso, le persone e le loro storie: il padre di Anna con le parole che gli muoiono in gola, una figlia in Grecia che tra poco si sposerà, speriamo bene... l'altra in Italia e non ha ancora capito bene che lavoro faccia, a volte si contraddice, racconta storie. Storie come quelle così comuni – lo è tutto ciò che è unico – di chi se ne contende il corpo in lunghi caroselli notturni. La storia di tutti, insomma.

Avere incrociato tante storie, seppure condensate in un dettaglio anatomico, forse non fa di te una persone migliore, ma un magistrato sì. Qualcuno che agisce in nome della Legge, ci mancherebbe, ma ha compreso che questa è niente senza l’ombra dell’eccezione, a conferirle sostanza di verità. Che è come dire umanità, dove l’idea platonica di membro maschile non esiste ma solo infinite e difformi appendici di carne.

Quanto a me, con certe cose ho dato un taglio. Ma continuo ad ascoltare Kavinsky quando guido l’automobile al tramonto, passo davanti a distributori di gpl e ricambio lo sguardo di vecchi cani assonnati, mi emoziono alla maestà architettonica di ipermercati colmi di tutto nel niente padano, i televisori si accendono dentro a villette geometrili, annuso dal finestrino e cerco di scomporre le note olfattive come in un profumo; mi sembra di riconoscere catrame, diossina, albicocca candita, l'odore e il sapore dolciastro della Ceres sorbita a garganella, adesso ne bevo solo mezza bottiglietta per non rischiare la patente. E il cielo a volte mi sembra sul punto di sanguinare.

lunedì 21 febbraio 2022

Stupidi intelligenti e intelligenti stupidi

 


È da alcuni giorni che mi si ripresenta un pensiero. Le persone stupide, quando sbarcano sui social, lo fanno con passo sicuro e per così dire "intelligente", è questo che penso sempre più spesso.

Più che il mondo, è il modo in cui si muovono in esso che in loro si fa piccolo ed elementare  – la stupidità, alla fine, si risolve in una semplificazione di ciò che è intimamente complesso –, ma sui social network può tradursi in vantaggio. Ad esempio nel richiamare l'attenzione con spudorata disinvoltura; una disposizione, altrettanto elementare, che non possiamo liquidare con la settaria albagia di chi si sente superiore alla minima grammatica del vivente, quando perfino in un cucciolo di labrador la carezza è il gesto che dischiude a ogni successivo piacere: essere riconosciuti, udire il dolcissimo suono del proprio nome a cui drizzare le orecchie.

L'immagine pubblica degli stupidi "ordinari", diciamo così, non intende infatti attestarne l'ingegno, ma è la strategia di sopravvivenza di chi cerchi di rendere la propria vita più sopportabile, se non proprio felice – sì, anche postare il selfie ammiccante di una prova costume con cui vedere i tuoi contatti maschili strisciare ai tuoi piedi è un comportamento intelligente, almeno se contribuisce a farti stare bene, giusto un po', poi ti inventerai un nuovo stratagemma per racimolare un centinaio di like.

Al contrario, gli intelligenti, i colti, i complessi, mi sembra che il più delle volte si accostino ai social in modo stupido, e cioè (nella stessa ottica di partita doppia del piacere) creando le condizioni per stare peggio di prima: o perché hanno scritto una cosa bellissima che il mezzo digerisce in quattro o cinque ore al massimo e poi espelle, evacua in forma di repentino oblio, lasciandogli l'amara percezione di essere dei geni incompresi; o perché si autodiminuiscono, si fanno piccini piccini per replicare le strategie vincenti degli stupidi.

Alcuni esempi. Storpiare la lingua in improbabili gramelot, quasi a sottolineare un abbassamento volontario ai gironi plebei; oppure sferzare i mulini a vento di cui, a loro, più vigili del vigile urbano di Rodari, quello che ferma il tram con una mano, non sfugge certo la natura di giganti cattivi (il sistema editoriale corrotto, la scrittura paratattica dei semplici, i fascisti in un'accezione talmente estensiva che di fatto né azzera il significato, mentre ciò che accade in Donbass scivola come gocce di pioggia sul parabrezza, prontamente rimosse dal tergicristalli), ma anche di bambini a cui regrediscono facendo battutine da due soldi per rendersi almeno simpatici, se non proprio memorabili come sentono e forse davvero meritano di essere.

Ed è in fondo un'umana richiesta d'attenzione – la stessa degli stupidi, appunto – che si traveste infine da richiesta tout court: ehi, amici, amici, consigliatemi un libro, ma di quelli intelligenti che leggiamo noi intelligenti, oppure una serie tv che sia naturalmente metatestuale e con mise en abyme degli attanti, cose così, che ottengono l'effetto di farli sentire ancora più tristi e frustrati, come Buster Keaton in un film di Franco e Ciccio.

Rimane da capire a quale genere di stupidità appartenga questo post...

lunedì 14 febbraio 2022

Club, o sul frazionamento dell’umano


Mi ha colpito un dato riferito da Lucio Caracciolo: negli Stati Uniti solo il 3% dei matrimoni è composto da coppie che votano diversamente; in pratica, quasi tutti i repubblicani sposano donne repubblicane, e lo stesso per i democratici. Neanche tra le razze canine avviene una tale disciplinata convergenza.

In Italia non abbiamo informazioni al riguardo – o perlomeno non le possiedo io –, ma la sensazione è che stia avvenendo qualcosa di simile. Non però in senso strettamente politico, come testimonia la macedonia delle attuali forze di governo, ed è piuttosto la società a presentare una disposizione per compagini umane sempre più fieramente ostili; l'incomunicabilità è solo un effetto di secondo grado, conseguenza di una scelta di parte avvenuta ben prima del confronto che è sempre mancato, anche quando avviene all'interno di talk show televisivi che si trasformano in zuffe.

Lo conferma la consultazione di quel trattatello di antropologia pratica che sono i social network, in cui uno dei primi parametri di sbarramento è riservato ai vaccini – nel corso di questi due anni sono andati progressivamente scomparendo i miei contatti contrari ai vaccini: o perché loro rimuovevano me, o perché io rimuovevo loro. Le rare volte che ci siamo incrociati è stato per insultarci.

Una sorta di setaccio in cui i cercatori d'oro trattenevano le pepite, sulla cui superficie ancora ci riflettiamo per verificare quanto siamo buoni, belli, giusti e cioè nel giusto noi, i simili. Mentre i diversi sono cattivi, o, nella migliore delle ipotesi, sassi e ghiaia da restituire al fiume. Mancano infatti di lucentezza, "shining", come viene detto nell'omonimo film di Kubrick.

Una polarizzazione per antinomie – repubblicani e democratici, vax e no vax – che ha natura frattale e lascia spazio a insiemi ancora più minuti, parcellizzati dentro bolle di emozione più che di sapone; e così gli stessi virologi cominciano a incanaglirsi tra di loro. Potremmo vederli come dei club, in cui non c'è però bisogno di tessera e hanno costituzione non locale (il vecchio campanile che un tempo frazionava gli animi) ma astratta, impalpabile e dunque più difficile da superare. 

Certo, ragione e torto, etica e abuso, scienza e superstizione sono termini da non confondere in una falsa dialettica crepuscolare, in cui per dirla con Hegel tutte le vacche diventano nere. Ma ciò non esonera dal difficile esercizio di riconoscere il seme del negativo dentro di sé, come il puntino scuro all’interno del Tao. Per concludere infine con Groucho Marx: “non mi iscriverei mai a un club che accetti uno come me tra i suoi soci”.

venerdì 4 febbraio 2022

Revenge porn e velo islamico, uno sguardo disallineato

Lo chiamano revenge porn, rivincita porno, in italiano, lasciando intendere che qualcuno che ha perduto qualcosa (ma più spesso qualcuno) avrebbe a questo modo un’occasione di rivalsa. Ma quale modo? Mostrando sul web o in una perversa catena di Sant’Antonio, da smartphone a smartphone, momenti di intimità sessuale documentata per immagini o video, nei quali è coinvolta la persona che così si intende punire – una donna, ovviamente. Per un uomo l’intimità sessuale è infatti ancora vissuta come prodezza, non come colpa. Di più: trofeo.

È di oggi l’ennesimo episodio denunciato da Diana Di Meo, giovane arbitro di calcio pescarese a cui va tutta la nostra solidarietà, oltre al biasimo per il bellimbusto che si è illuso di prendersi la sua vigliacca rivincita. Ma, a costo di essere biasimato a mia volta, ho provato ad approfondire la vicenda, e il primo e più semplice passo era visionare pochi secondi dei brevi filmati realizzati dalla vittima. Non si trattava infatti di uno di quei casi, ancora più ripugnanti, in cui la donna viene ripresa a sua insaputa, per quanto la condivisione è ugualmente riprovevole.

Non racconterò naturalmente ciò che ho visto – niente che non avessi già visto, niente di scandaloso –, per quanto mi ha colpito il fatto che quelle sequenze amatoriali possedevano una incontrovertibile natura di fiction, con la donna che del tutto legittimamente, sia chiaro, si mostrava secondo gli stilemi propri della messinscena cinepornografica. Ma non tanto per via del contenuto, scabroso solo agli occhi di una ormai vetusta pruderie; era piuttosto la studiata intenzionalità a sancire, come in qualunque immagine in posa, mettiamo quella di una fototessera, una distanza tra l’oggetto immortalato e il suo fruitore, fosse pure il carabiniere che anni dopo ti controlla la patente.

Certo, nella circostanza l’immagine non era destinata a me e piuttosto allo stronzo che ha messo il tutto sul web, mentre in una fototessera lo sguardo si fa vago e stranito, non possiede un interlocutore individuato ma prova a contenere l'orizzonte mondo. Eppure, anche nel primo caso, il corpo smette di essere evento e si fa testo.

Per chiarirci: pensiamo ai giochi erotici che gli amanti hanno sempre inscenato, pensiamo allo striptease di Sofia Loren in Ieri, oggi e domani, con un ululante Marcello Mastroianni quale fortunato spettatore. Se quell’episodio fosse stato vita vissuta e non cinema sarebbe stato un evento, la cui possibilità di essere ammessi è limitata a un luogo e a un tempo definiti, ma soprattutto a un altro che si dispone alla condivisione di quel tempo e quel luogo. È solo in tale situazione reale che il corpo sì dà in quanto corpo, anche un solo minimo scarto dischiude la porta alla documentalità dell'apparire. Il testo, appunto.

Terminata l’esperienza – perché un evento è un’esperienza, e cioè un sentire che non ammette mediazioni – si può richiamare il momento vissuto solo attraverso le forme imperfette e sempre più sbiadite del ricordo. Morti i presenti, per dirla con le parole dell’androide di Blade Runner, l’evento si scioglie come lacrime nella pioggia. Mentre il testo rimane.

Perciò mi viene da dire che le immagini di Donatella Di Meo fossero già da subito pornografia: non per via della loro qualità estetica o morale – non sono così bigotto –, ma perché il differimento cronologico e spaziale era già da subito previsto, era sesso solo in quanto meccanica di corpi, non accadere.

La dilazione cronologica, più che alla riproduzione del vivente, si addice infatti alla produzione di merci o servizi, di cui il porno è fiorente attività. Beninteso, in questo caso la ragazza (non dimentichiamolo mai) ha subito lo scarto involontario di funzione, ritrovandosi bersaglio del proprio gesto che all'essenza era dono. Un dono, quello del proprio corpo, che non è mercato, ripetiamolo pure a rischio di pedanteria. Come una lettera raccomandata indirizzata a una sola persona, dopo averci spruzzato sopra un bel profumo di violetta.

Nasce però a questo punto un problema. Cosa succede quando una lettera viene aperta, letta, riletta, quindi riposta dentro un cassetto chiuso – si estingue?

No, può essere distrutta solo dal destinatario, altrimenti il testo mantiene il suo carattere di traccia significante per un tempo indefinito. Quand’anche il contenuto, come nella circostanza, sia formalmente riservato, comunque conserva tale sfondo di generalità discorsiva, è l’altro a custodirne il senso ultimo, traducendosi in un atto d’affido. Non cambia molto rispetto all’ermeneutica letteraria, Umberto Eco ne parlava come di opera aperta. Ne ricaviamo che se un falegname legge Pinocchio lo potrebbe scambiare per una trattazione di settore, mentre se tu mandi con WhatsApp le immagini del tuo corpo a una testa di cazzo lui le possa convertire in pornografia.

Detto più semplicemente: un testo contiene sempre una disposizione fiduciosa nell’interprete, da cui ci si ritrae attraverso la consegna del messaggio. Mentre un gesto concreto, un atto in cui viene inclusa anche la parola pronunciata, è più prudente, l’altro non è il depositario di qualcosa ma interlocutore presente: lo si vuole toccare, baciare se è un gesto erotico, verificare, non ci basta credere in lui. Forse nella ritrosia di Socrate verso la scrittura era già presagita, con millenni di anticipo, la deriva del revenge porn.

Quando poi il testo coincida con l’immagine del proprio corpo, abbiamo il ritrarsi intimorito di quelle persone che, con sguardo miope e colonialista, ci ostiniamo a chiamare “primitive”, le quali vedono nello scatto fotografico un furto d’anima con cui lo spirito viene reificato, per essere trasformato in merce di scambio. Ma non è forse questa la miglior definizione di pornografia?

Se dunque con pornografia ci riferiamo, come io credo sia giusto, allo scambio del corpo in quanto evento con il corpo-testo, sperimentiamo l’annichilimento della dimensione dell’intimità (affettiva, erotica, sessuale – non importa), che sopravvive solo in forma di simulacro; la somiglianza è tra quello che potremmo fare se fossimo entrambi presenti e a portata di sensi, con le immagini replicabili a generare quest’illusione.

Se ciò che è simile, per definizione, non è mai lo stesso, l’essenza di ogni porno non starà allora proprio in tale riproduzione, asimmetrica alla vita? 

Un'asimmetria, sia cronologica sia spaziale, tra il momento dell’esibizione del corpo e la sua fruizione, che non potranno mai coincidere. E in questo disallineamento anche la possibilità, sempre in agguato e come ho anticipato perfino condizionale, del tradimento delle attese. Con il bastardo che edita il tuo corpo mettendolo sul web, allo stesso modo del macellaio quando espone un cosciotto di prosciutto in vetrina.

Ma in fondo anche Mary Poppins, con un po' di ironica disinvoltura, può essere ascritto al genere cinematografico della pornografia, dal verbo greco pernia, vendere. Nella circostanza è il corpo di Julie Andrews a essere sottratto alla relazionalità incarnata del suo accadere per essere fissato in testo, quindi venduto.

Per avvicinarci a una sintesi possibile: il revenge porn, non abbiamo nemmeno il coraggio di chiamarlo nella nostra lingua, è quanto di più odioso e vile, oltre a essere giustamente un reato. Mentre è del tutto legittimo inviare delle immagini, di qualsiasi natura, a un’altra persona, e quanto più sono legate a un rapporto personale quanto più si dovrebbe averne cura.

Ma se vogliamo la certezza che il nostro corpo non si trasformi in testo da trafugare (una fuga di capitali potremmo chiamarla in continuità al registro economico che si affaccia nella conversione), è utile proteggere la sua natura di evento, e cioè di esclusiva per chi ne condivida l’apparire: qui, ora. Altri luoghi e tempi non esistono per un corpo che non voglia farsi merce ma relazione.

Se proviamo ad allargare la cornice del quadro, ci accorgiamo che, più in generale, è l'intero sistema della comunicazione attuale a indirizzare il corpo verso la pornografia, dove il termine stesso comunicazione rappresenta un'estensione impropria, quando l'espressione corretta dovrebbe essere "testualizzazione": posti su Instagram una fotografia mentre indossi un nuovo cappelletto, o su Facebook uno scatto in costume sulla battigia, cinquantaquattro like, wow!, stai andando forte, ma stai comunicando?

No, stai trasformando il tuo corpo in testo, e a questo modo creando la premessa della sua conversione in dati, merce, capitale. Una dimensione da cui viene esclusa l'esperienza dell'intimità, ossia e di nuovo del corpo come evento. Detto in altre parole, Diana Di Meo c'est moi, c'est toi, è tutti noi che ci disponiamo al differimento continuo della vita.

A costo di essere politicamente scorrettissimo, mi viene però a questo punto un ultimo dubbio. Non sarà che il velo islamico, almeno quando scelto dalla donna e non imposto con forme di coercizione più o meno esplicite, a rappresentare il segno di un’ipoteca del maschio sulla “sua” femmina (ed è certamente anche questo, forse soprattutto questo), non sarà che il velo restituisca una tutela garbata della natura di evento del corpo femminile, sottraendolo alla sua riduzione a testo? Evento da cui vengono esclusi tutti coloro che non sono in rapporto di intimità, e con ciò impedendo la conversione in pornografia.