giovedì 24 settembre 2026

Sulky Fashion

Ho letto su Facebook un bell'intervento dell’amico Paolo Landi. Si parla di Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite che come molti già sapevano (io al solito casco dal pero) ha di recente posato sulla copertina della rivista di moda Love, dove indossa indumenti Loro Piana.

Il testo di Landi è ben scritto e argomentato, tutta la vicenda viene ricostruita con dovizia. Non è dunque colpa sua se dopo un po’ mi sono perso: non ho capito se Loro Piana, che appartiene al gruppo LVMH, sia da considerarsi “buono” o “cattivo” – l’aggettivo va ovviamente riferito alla questione palestinese. Da lì passa infatti il meridiano morale da cui diramano i successivi spicchi.

In questo gioco di posizione in cui ci si rinfaccia ogni minimo gesto, parola pronunciata o non pronunciata a un cocerto rock, pratica personale con l’accusa di collateralismo, non imbarazza che una donna ancora piacente possa posare per un servizio di moda. Non me, almeno. Forse perché non sono interessato a conoscere il grado di amicizia di LVMH con Israele, e dunque la coerenza di Albanese con le sue storiche battaglie.

Non mi sfugge però una forma di posizionamento ancora più radicale. Nasce dall’intima contiguità, già a partire dal vocabolario, tra etica ed estetica: la troviamo stampata in carta lucida su qualsiasi rivista di moda, e rappresenta un piano più radicale e profondo di adesione allo spirito del tempo, o Zeitgeist, come veniva pronunciato con tono austero da Johann Gottfried Herder.

Con Pasolini, quello spiritello acciuffabile solo per via indiretta e simbolica, prende la sigla di nuovo fascismo, a coincidere con la libertà di fare il cazzo che ci pare, a patto di essere buoni consumatori – dei prodotti LVMH, ad esempio.

Ora Pasolini probabilmente esagerava con il parallelismo, e non ho mai visto un truce manipolo di redattori di Vogue obbligare qualcuno a ingollare olio di ricino. Ma è un fatto che quell'estetica – sulky fashion, potremmo definirla nella circostanza – determina un preciso posizionamento nei confronti di tutto ciò che esiste, e non solo della più che legittima (oltreché negata) esistenza di una piccola porzione di mondo chiamata Palestina.

L’impressione restituita dalle fotografie non procura così alcuno scandalo, almeno se vogliamo essere obiettivi. Ma proietta una luce diversa su certe passate prese di posizione di Francesca Albanese: le sentenze morali, l'indice levato da maestrina virtuosa, la certezza di abitare l’unica forma del Bene e del Giusto. A determinare il giudizio di sbagliato rivolto agli altri, e lo dico da persona che ne condivide la sostanza di pensiero. Ma non la forma.

Per concludere senza conclusioni, mi è sfuggito il filo che consente di riannodare il gomitolo dell’intera faccenda. L’unica provvisoria sensazione è che Francesca Albanese abiti il mio stesso ambiguo mondo. Non è troppo diverso – e non è nemmeno troppo attraente, tocca aggiungere con mestizia, più che con rimprovero – da quello abitato da un trapper.

Lei con uno squisito outfit Loro Piana e il viso imbronciato, mentre la risacca dell’onda le lambisce i piedi; io a digitare sciocchezze su un social dove, se va di lusso, raggiungerò una decina di like; e il trapper che si tocca il pacco e ostenta un Patek Philippe in platino da 150.000 euro.

Nessun commento:

Posta un commento