Il testo di Landi è ben scritto e argomentato, tutta
la vicenda viene ricostruita con dovizia. Non è dunque colpa sua se dopo un po’
mi sono perso: non ho capito se Loro Piana, che appartiene al gruppo LVMH, sia
da considerarsi “buono” o “cattivo” – l’aggettivo va ovviamente riferito alla
questione palestinese. Da lì passa infatti il meridiano morale da cui diramano i successivi spicchi.
In questo gioco di posizione in cui ci si rinfaccia
ogni minimo gesto, parola pronunciata o non pronunciata a un cocerto rock, pratica personale con l’accusa di collateralismo,
non imbarazza che una donna ancora piacente possa posare per un servizio di
moda. Non me, almeno. Forse perché non sono interessato a conoscere il grado di
amicizia di LVMH con Israele, e dunque la coerenza di Albanese con le
sue storiche battaglie.
Non mi sfugge però una forma di posizionamento ancora più radicale. Nasce dall’intima contiguità, già a partire dal vocabolario, tra etica ed estetica: la troviamo stampata in carta lucida su qualsiasi rivista di moda, e rappresenta un piano più radicale e profondo di adesione allo spirito del tempo, o Zeitgeist, come veniva pronunciato con tono austero da Johann Gottfried Herder.
Con Pasolini, quello spiritello acciuffabile solo per
via indiretta e simbolica, prende la sigla di nuovo fascismo, a
coincidere con la libertà di fare il cazzo che ci pare, a patto di essere buoni
consumatori – dei prodotti LVMH, ad esempio.
Ora Pasolini probabilmente esagerava con il
parallelismo, e non ho mai visto un truce manipolo di redattori di Vogue
obbligare qualcuno a ingollare olio di ricino. Ma è un fatto che quell'estetica
– sulky fashion, potremmo definirla nella circostanza – determina un
preciso posizionamento nei confronti di tutto ciò che esiste, e non solo della
più che legittima (oltreché negata) esistenza di una piccola porzione di mondo
chiamata Palestina.
L’impressione restituita dalle fotografie non procura
così alcuno scandalo, almeno se vogliamo essere obiettivi. Ma proietta una luce
diversa su certe passate prese di posizione di Francesca Albanese: le
sentenze morali, l'indice levato da maestrina virtuosa, la certezza di abitare
l’unica forma del Bene e del Giusto. A determinare il giudizio di sbagliato
rivolto agli altri, e lo dico da persona che ne condivide la sostanza di pensiero. Ma non la forma.
Per concludere senza conclusioni, mi è sfuggito il
filo che consente di riannodare il gomitolo dell’intera faccenda. L’unica
provvisoria sensazione è che Francesca Albanese abiti il mio stesso ambiguo
mondo. Non è troppo diverso – e non è nemmeno troppo attraente, tocca
aggiungere con mestizia, più che con rimprovero – da quello abitato da un
trapper.
Lei con uno squisito outfit Loro Piana e il viso imbronciato, mentre la risacca dell’onda le lambisce i piedi; io a digitare sciocchezze su un social dove, se va di lusso, raggiungerò una decina di like; e il trapper che si tocca il pacco e ostenta un Patek Philippe in platino da 150.000 euro.
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