domenica 20 settembre 2026

Anna e Marco Reload

La vicenda della professoressa accoltellata da uno studente definito di buona famiglia, a indizio di come basti anteporre l'aggettivo per stravolgere una famiglia buona (madre insegnante e padre funzionario di toponomastica del Comune di Roma, per cavarci dagli impicci), con genitori che stravedevano per quell’unico figlio di tredici anni, è talmente satura di elementi simbolici da non essere commentabile, ma solo contemplata.

E allora guardiamola, guardiamo entrambi come fa Lucio Dalla all’inizio di una delle sue canzoni più belle; dal momento che non ne conosciamo il nome, chiameremo il ragazzo allo stesso modo, Marco, e la professoressa Anna.

Anna: lei ringhio, lei sovranismo e stranieri fo’ di ball, così scriveva sui social quando rientrava a casa stanca da scuola; quei maledetti zucconi non mi stanno ad ascoltare, pensa. Ma subito dopo essere stata colpita, dichiara, sempre lei, trepidante alla stampa: Povero cucciolo (un cucciolo di razza, bada bene, cucciolo ariano con pedigree), vorrei tanto abbracciarlo. Non ne avevo intuito il malessere.

Marco: lui palestra, armi, boxe e true crime, lui rancore e casco da bicicletta su cui ha montato una videocamera; la avvia nei bagni per mostrare in diretta Telegram il tentativo di omicidio; avrà quel che si merita, pensa a sua volta. Lo spray al peperoncino fa solo da condimento, e viene brandito come fanno le prostitute slave per difendersi dai clienti molesti.

Ma nella canzone di Dalla è contemplata una terza figura. Forse è un doppio dell’autore, forse si tratta dell’ascoltatore implicito, forse… Nel testo non viene specificato, si dice solamente “una checca che fa il tifo"  per i due ragazzi, Anna e Marco; hanno iniziato a ballare un lento impacciato dentro una discoteca di provincia. Questa terza figura è l’altro.

L’altro è Africa, è speranza, deserti da pisciare e barconi da vomitare, è torna a casa tua baluba che ti ronza nelle orecchie. Ma l’altro è anche compagno di classe, è coraggio, interviene e blocca l’aggressore, lo disarma. L’altro, infine, a casa ci torna per davvero, nella casa famiglia a Centocelle dove vive senza più alcun contatto con i genitori biologici.

A canzone terminata – ecco l’unica cosa che possiamo dire –, la realtà si mostra molto più abile delle arti nello svelamento apocalittico del nostro tempo; non parliamo di sociologia e psicologia, che arrivano sempre con tre o quattro treni di ritardo. Forse per il peso di tutte quelle citazioni che esibiscono come un trofeo di caccia.

Se vogliamo distrarci andiamo dunque al cinema, oppure in libreria o ascoltiamo una bella canzone; Lucio Dalla ne ha composte tante. Se invece vogliamo capire, guardiamo lo specchio: uno specchio qualsiasi va bene, anche quello del camerino di Tezenis.

Le donne occidentali entrano e si provano un reggiseno. Ha piccole ciliegine rosse stampate sul tessuto chiaro, ricorda l’intimo del Postal Market. Le donne occidentali, chiamiamole sempre Anna, si specchiano, controllano che metta in risalto la forma ancora prospera del seno. Le ciliegine sono stuzzicanti.

Seguono gli uomini occidentali, noi insomma, gli infiniti Marco. Allo specchio ci sinceriamo che, grazie all’enorme fascia elastica, le nuove mutande riescano a camuffare il fatto di averlo più piccolo (molto più piccolo) di Rocco Siffredi. Al posto delle ciliegine sulla fascia sta scritto Tezenis, Tezenis, Tezenis. Viene ripetuto come se anche noi fossimo studenti zucconi.

Già che siamo qui, dice Anna a Marco, mandiamogli un WhatsApp. “Sì, buona idea” risponde lui, e Anna comincia a digitare: “Amo’💗 dove sei… cosa fai… come stai? Io e papà stiamo da Tezenis, dobbiamo prenderti qualcosa? Magari na felpetta per quando esci sudato da palestra.”

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