mercoledì 23 settembre 2026

Io so (mi ricordo 89)

Mi ricordo bene di lei, anche se non siamo mai stati amici. A meno di non considerare la proprietà transitiva, che la vedeva amica di una mia cara amica e, in seguito, fidanzata con un altro amico, ma durò poco. Quando si sposò con un diverso ragazzo – si mormorava che fosse rimasta incinta – aveva diciotto anni; io uno di meno, quindi non potevo ancora guidare l’automobile. Così andai al suo matrimonio in Vespa.

Non che fossi stato invitato, c’era di mezzo nuovamente lo zampino della stessa amica comune, Paola. Incrociata al Bar Paninoteca Number One, mi aveva detto trafelata: “Tra mezz’ora si sposa Katia, dai che andiamo a fare casino al suo matrimonio!”

Finimmo di ascoltare Amore disperato di Nada al juke-box e partimmo con una leggera impennata. La chiesa si trovava a tre o quattro chilometri da Sondrio, in un paesino chiamato Albosaggia. Ormai Paola un po’ la conoscevo, e sapevo che quando aveva detto andiamo a fare casino parlava sul serio: ma non pensavo così tanto casino.

Paola continuava a dire cose buffe ad alta voce, ed entrambi ridevamo dai banchi in ultima fila, trafitti dalle occhiatacce incendiarie del parroco. Gli altri però non badavano a noi, nell’aria c’era la percezione di qualcosa di denso, quasi appiccicoso, la felpa Stone Island ne era intrisa. Non si trattava del fumo delle candele o dell’odore di incenso; non si trattava nemmeno dell’essenza dolciastra di tuberosa, presente nei profumi femminili dell’epoca.

Era il primo matrimonio a cui andavo, almeno se non consideriamo il buffet seguito al matrimonio di una cugina di mia madre, dove feci indigestione di tartine al salmone. Ma avevo sette anni. A posteriori, direi che si trattava di un condensato emotivo, non saprei come altro chiamarlo... forse felicità.

Sì, quel giorno di fine settembre tutti apparivano felici, credo di non avere mai più incontrato tanta felicità stoccata in un unico luogo; nemmeno negli stadi dopo la vittoria di un derby: quella si chiama euforia, ed è un’altra cosa.

Al matrimonio di Katia invece non c’era euforia, sfiatava solo un po' di allegrezza da due adolescenti casinisti in ultima fila. Lei diciott’anni, un marito e un bambino dentro la pancia. Io diciassette e una Vespa PX bianca con l’adesivo di Radio Studio 105. Paola fumava Marlboro come fossero canne, aspirando dal palmo della mano disposto a conca, in cui faceva filtrare la sigaretta. In questa memoria è però contenuto un errore: Katia non si chiamava Katia, ma Catia con la c di caduta.

L’ho scoperto ieri, stava scritto sui manifesti funebri affissi sulla bacheca di metallo davanti a Diego, il mio meccanico. Per portare il cane a pisciare ci passo davanti ogni giorno, e controllo se compare il nome di qualcuno che conosco; in ciò replico lo sguardo di mio nonno, allora non capivo cosa cazzo c’avesse da guardare.

L’età di Catia non veniva indicata, ma io la so, ormai so tante cose, la maggior parte del tutto inutili. Come so che quel giorno – l’abito bianco lungo, il riso impigliato tra i capelli all'uscita – era davvero felice. Questa voragine oscena da cui siamo risucchiati non cancella il fatto che la felicità esista, l’abbiamo perfino sperimentata. E so anche che il parroco avrebbe preso me e Paola a calci nel culo.

2 commenti:

  1. La frase alla fine, questa voragine oscena… vale da sola la lettura, e’ di una bellezza un po’ angosciante e molto vera
    massimolegnani

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