Una brava scrittrice, un'arguta animatrice del web, un'influencer che, lei per prima e con ironia, non crede alla propria influenza, pubblica su Facebook un proprio selfie. La donna è molto bella, e come prevedibile riceve un mucchio di like, cuoricini, commenti. Credo più per il suo aspetto che per le parole di accompagnamento all’immagine. Io le trovo altrettanto belle e così le riporto per intero, con una piccola chiosa:
“Lo so che il selfie è morto e sepolto, ma il passo
successivo sarà farmi dei video nei quali do la mia opinione su qualcosa o mi
metto a far polemica. Come fate voi, dal divano di casa vostra, senza nemmeno
darvi una pettinata. Nei libri di storia dell'evoluzione del mondo virtuale,
sarà convalidata la dignità del selfie rispetto allo sfascio che ne è seguito.”
Ha ragioni da vendere, anche se mi sembrano variazioni sulla stessa nota. Faccio un passo indietro. In un brano del 1976 (Banging On My Drum), cantava Lou Reed: "Batto il mio tamburo, batto il mio tamburo, batto il mio tamburo."
Il selfie è un tamburello, di quelli percossi dai fricchettoni alle fermate del metrò; le video declamazioni dal divano di casa, in cui si offrono opinioni come becchime ai piccioni di Piazza San Marco, sono una possente batteria, non di rado un po' stonata; seguono colpi di scopa al soffitto da parte dei vicini: "Basta, SILENZIO! Vogliamo dormire."
Ma siamo sempre all'one man show, manca il resto
dell'orchestra: dove sono i violini, le viole d'amore, i fiati? Forse il pullman se li è scordati a un Autogrill...

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