sabato 24 giugno 2017

L’anima gemella: e se fosse rimasta chiusa fuori…?



Gli amori, come le amicizie e le fragole, germogliano sempre da un terreno, che può essere comune in due sensi diversi, se non addirittura opposti.
Il terreno dell'identificazione, in cui ci si riconosce parte del medesimo campo arato dagli interessi, le passioni condivise e che possiamo visualizzarci con l'immagine di due persone che si trovino sedute accanto a un concerto di Jovanotti. In attesa dell’inizio, cominciano a conversare: “Maddai, anche tu, anche io ci vado matto… Pensa, mi sono fatto pure il tatuaggio!”
Di contro, come l’antimateria che i fisici ipotizzano ma nessuno l'ha mai vista né toccata, c’è un terreno che non ha luogo, è privo di fertilizzante sociale e potremmo associare a una fotografia in cui qualcuno è sfuggito all'inquadratura, se ne intravede solo un braccio o una gamba. 
Un fuori campo da cui non abbiamo alcuna informazione, uno strappo, come quello dei proscritti che si trovano a condividere non una patria ma il suo doppio fantasmatico, nella forma dell'esilio. E sono due persone che, a quel punto, hanno in comune solo la vita, nuda com'è sempre quando non c’è nessuna divisa a rivestirla.
Con linguaggio preso a prestito dal lessico della psicologia, io chiamerei questo secondo caso individuazione, non essendoci altro che il loro essere unici e indivisi, ossia l'intima soggettività (il mondo è fuori dal cerchio dell'incontro) con cui entrare in relazione, e da lì produrre un reciproco riconoscimento; sempre che ciò avvenga, e non avviene spesso.
Un caso emblematico, nella grande arte cinematografica, è quello di Gelsomina ne La strada di Fellini. Quando le suore, nel convento in cui si è rifugiata, le chiedono perché si ostini a seguire quell'energumeno di Zampanò, lei risponde: "Ma se non mi prendo cura io di lui, nessun altra lo farà..." 
Individuazione è dunque anche il riconoscimento dei limiti e dei difetti dell'altro, che comunque rendono quella persona ciò che è, più che amabile o seducente.
Per esperienza, mi sembra che i legami "individuati" – quelli tra chi non ha trovato posto al concerto, è inutile cercare il loro volto nelle fotografie di gruppo – anche se a volte possono apparire un po' tiepidi o masochistici, come nel caso di Gelsomina, una drop out ante litteram, sono molto più solidi e duraturi.
Semplice complicità tra il mendicante e il suo cagnetto, ribatterebbero, con una metafora spietata, i cinici e i romantici, che non di rado coincidono. Spirito di adattamento tra chi non abbonda certo in occasioni erotiche, facendo di necessità virtù. E anche questo non è del tutto sbagliato, almeno all'inizio. Io però credo che poi subentri altro.
Oltre a Fellini, ci può forse venire in aiuto Tolstoj, con la sua intuizione che tutte le famiglie felici si somigliano, mentre le famiglie infelici lo sono con una forma propria, esclusiva come le persone che le compongono.
Ma amore e amicizia si rinsaldano non in un generico perimetro di famiglia, familiarità, e piuttosto nel riconoscimento di una singolarità umana, un tu (non un altro, proprio tu) che per questa sua traccia esclusiva non è soggetto a generalizzazione, tanto meno a reversibilità come in quel vecchio spot del detersivo Dash, in cui un cliente si rifiuta di scambiarlo con due anonimi fustini.
Sarà forse tale costatazione che, in largo anticipo su Carosello, faceva ammonire San Paolo: Gli amici vanno sopportati, prima ancora che amati. E gli amanti si amano proprio perché c'è amicizia e sopportazione (traduzione molto libera).
Diversamente, nei legami per identificazione, abbiamo il ricorso alla mediazione dello stereotipo, o più precisamente a un processo di tipizzazione (mi piace quel tipo di uomo, quel tipo di donna o di amico, magari appartengono al nostro stesso club), che coincide con una rappresentazione idealizzata dell'altro. 
Per questo, il più delle volte, l'amore contiene una mediazione pubblica nella forma di un mito spettacolare e letterario, come quello che seduce la signora Bovary. O, per tornare al vocabolario psicologico, è presente lo zampino di ciò che in psicanalisi viene detto sublimazione; un termine un po' saputello che altro non vuol dire che mistificazione, abbellimento lezioso.
Più che un tu che incontra un io, abbiamo insomma un noi: noi che facciamo e amiamo certe cose, noi che ci identifichiamo per gusti e comportamento e siamo le famiglie felici di Tolstoj; almeno prima di scoprire che il racconto era invece Casa di Bambola di Ibsen, e tutta quella felicità aveva fondamento sulle macerie dell'equivoco. 
Ma come potevamo saperlo, prevederlo, quando eravamo ancora a quel concerto di Jovanotti? In fondo c’erano migliaia di persone, troppe forse, troppi noi per occupare un unico cuore...
Un riconoscimento esclusivo che i felici, gli integrati, quelli che fanno branco e non sanno intonare una melodia disperata con la tromba, o spaccare le catene con il petto come Zampanò, non potranno mai sperimentare.


Facciamo finta che… o sullo Zetigeist




Da qualche parte ho letto che i bambini con un quoziente di intelligenza molto più alto della media, nel rapportarsi con i compagni ma anche con gli adulti, i genitori e gli insegnanti, il più delle volte cercano di minimizzare il loro acume, a volte addirittura lo occultano in una continua recita al ribasso. Fingono di essere un po' stupidi, in pratica, per meglio integrarsi al gruppo.
Questo atteggiamento mi fa pensare per contrasto alla figura del velleitario, che inscena una recita di segno opposto: esibisce competenze e talenti che non possiede, bluffando clamorosamente in rilancio sulle sue capacità, come in un carnevale issato su lunghi trampoli.
Ed è così che Fantozzi, alla domanda se sa sciare, risponde di essere stato nella nazionale italiana di discesa; aggiungendo subito dopo: "Ma saranno dieci anni che non scio." "Come?" fa eco la signorina Silvani dal sedile anteriore dell'automobile. "Saranno vent'anni che non scio." "Come?" "Saranno trent'anni che non scio..." Un siparietto comico che restituisce con esattezza la natura ridicola, se non patetica, del velleitario, mentre l'umiltà del genietto ci appare degna di una considerazione ancora maggiore.
Eppure, qualcosa mi fa pensare che le cose siano più complesse...
Esiste infatti un'affermazione dei due atteggiamenti in epoche diverse, come un mood sociale che ne fa modelli di riferimento per intere generazioni, e che ha forse andamento ciclico.
Gli anni sessanta (pensiamo ai personaggi interpretati da Alberto Sordi) sono certamente stati un periodo all'insegna del velleitarismo, come pure gli anni ottanta, era quello lo spirito del tempo: alzarsi sulle punte, mostrandosi più alti, in tutto, di quel che realmente si era.
Ora, al contrario, le facoltà intellettuali, il pensiero ma in fondo ogni competenza umana acquisita con sforzo e dedizione, godono di scarsa considerazione pubblica, e chi ne dispone è portato a sminuire, come Giulio Tremonti quando afferma a un raduno della Lega: "Noi siamo orgogliosi di non leggere!" (E anche questo è falso, Tremonti è un uomo colto.)
Solo qualità per così dire oggettive, come il denaro e la bellezza, guadagnano la ribalta senza alcun imbarazzo in chi le ostenta, facendo dei somari – e però bellissimi! – che vanno alle trasmissioni di Maria de Filippi i nuovi Barry Lyndon, intenti a scalare la vetta di panna montata del nostro tempo.
Perciò non solo i geni ma anche i capaci, i competenti, i curiosi si muovono ora nel mondo come certe ragazzette alte alte, che camminano un po' crocche per apparire più piccine di quel che sono, forse così sperando di mimetizzarsi in un orizzonte di pigmei.
Quanto al dato reale, non so, ma ho il sospetto che scemi e intelligenti, capaci e incapaci, ci siano sempre stati, con una netta prevalenza ("la prevalenza del cretino") della seconda categoria. Quindi non rimpiango l'epoca in cui si era tutti campioni di sci, o ci si infilava, come Berlusconi, la zeppola dentro le scarpe.
Se non fosse che quando fingiamo di ridere, è esperienza comune, finiamo il più delle volte col ridere per davvero, e forse vale lo stesso per i talenti: il gesto di trasumanare, per dirla con le parole del Poeta, comincia quasi sempre da un minimo artificio, come i bambini che giocano a "facciamo finta che".
E allora facciamo finta che siamo intelligenti, bravi, buoni. O che siamo astronauti, scienziati, piloti di formula uno, ma anche semplici cittadini consapevoli e virtuosi. E non è escluso che, a gioco terminato, qualcosa di quella finzione sia rimasto.
Ma a far finta di essere scemi su larga scala, non è che, un po' scemi, lo stiamo diventando veramente? 

martedì 20 giugno 2017

Un niente oggetto di sguardo, o sulla dieta linguistica al tempo di Facebook



Continuo nella mia opera di studio di Facebook dall’interno. Facebook c’est moi, d’altronde, c’est nous, e non vedo altro modo per conoscere l’acqua che tuffarsi. Così tra le pareti liquide di questo affollato acquario, trovo il seguente post:
“in un pezzo della mia vita sono stata troppo magra. non credo che facessi altro, in quel pezzo della mia vita, che pensare al cibo e alla corsa e a come fare del mio corpo un niente. un niente che si rendesse visibile, che occupasse lo spazio.
un niente oggetto di sguardo.”
Un pensiero che stava sulla bacheca di un mio contatto; l’ho sfrondato solo un po’, ma non di tanto. Ho saccheggiato altre volte i testi di questa giovane donna, e un poco me ne vergogno. Il fatto è che ciò che scrive mi pare spesso in sintonia con la natura profonda del mezzo che utilizza, forse al di là delle sue intenzioni.
Prendiamo il tema di cui si occupa nella circostanza (l’anoressia, in un’accezione clinica o generica poco importa), prendiamolo e poi associamo gli stessi caratteri qualificanti a un altro tema: la presenza su Facebook, ma dopo esserci fatti una domanda preliminare. Che cosa ci facciamo su Facebook?
Niente, è chiaro. Passiamo il tempo.
Ma nel passare il tempo, nello svagarci senza troppe menate per la testa, questo niente si fa visibile, proprio come da lei viene detto, occupa lo spazio attraverso i post che depositiamo sulle rispettive bacheche. E dunque: un niente oggetto di sguardo.
L’immagine suggerita dalla mia conoscente virtuale restituisce allora con efficacia una condizione diffusa sul web. Proviamo però ad andare ancora più a fondo. Il niente di cui parla non è infatti un niente costitutivo o, se si preferisce, “ontologico”, come vuole un’importante linea di pensiero che origina dalle tradizioni spirituali provenienti dall’Oriente, ma piuttosto un niente formale.
Non è tanto che l’anoressica sia niente, non è questo il punto, intendo, piuttosto che non faccia niente per essere qualcosa: non agisce, e anzi reclama attenzione attraverso un lavoro di sottrazione fisica, che molto somiglia al gesto artistico di Christo quanto risulta più evidente il Reichstag di Berlino, o qualsiasi altra opera architettonica da lui impacchettata, nel momento in cui ne viene celata la visione, ottenendo tale risultato paradossale attraverso lo straniamento di un’abitudine (io mi ero abituato a quelle forme squadrate e severe, nemmeno ci facevo più caso, ma ora che non le vedo più e solo intuisco sotto ai panneggi, è come se mi ridestassi da un lungo sonno per  riconoscerne di nuovo la bellezza.)
Ugualmente, l’anoressica è tanto più visibile e meritevole di attenzione – dunque di cura, di amore – quanto più la sua presenza si assottiglia, divenendo prossima al nulla estremo della sparizione fisica, che coincide con la morte.
Senza raggiungere la stessa prossimità con l’abisso, anche Facebook e più in generale i social network (Twitter, Instagram etc) mettono in campo un simile gioco di sottrazione. Persone pure portatrici di competenze e specifici talenti, qui si contengono al limite della tautologia, il ruttino, lo sberleffo, in un gesto grafico che non di rado si risolve in pura attestazione di presenza ci sono non essendoci, sembrano dirci. Che è appunto quanto avviene con il Reichstag intabarrato da Christo.
E’ dunque la natura intimamente leggera e smilza dei post, la loro anoressia contenutistica e formale, potremmo dire, a produrre attenzione, scambio, reciprocità con gli altri utenti. Una riflessione filosofica di Carl Smith o una poesia di Paul Celan, su Facebook, passerebbero probabilmente come un pioggerella d’aprile, senza suscitare reazioni.
Troppo difficili, troppo pesanti, grasse, sostanziose. Si dirà. Quando qui bisogna essere magri magri per intercettare lo sguardo altrui; la gente è occupata in altre e contemporanee attività – chat, sms, mail –, non ha tempo, non ha voglia. Ha i cazzi suoi.
Ma è forse in virtù degli stessi tratti dietetici che il post della mia conoscente ha riscosso centosei like, centosei persone che si riconoscono nel suo pensiero. Che, intendiamoci, era un pensiero non banale, ben scritto, per quanto davvero volatile. Quando un grandissimo poeta come Beppe Salvia, negli anni ottanta, con le sue opere arrivava a tirature di una cinquantina di copie; come a dire che nemmeno i tuoi familiari si accorgono di te… (Ne parlava Aldo Nove in un bell’intervento di qualche anno fa.)
Mi si obietterà: e però Beppe Salvia, con le sue cinquanta copie stiracchiate, a quasi cinquant’anni di distanza è rimasto, la sua grandezza non solo non è stata scalfita ma è lievitata nel tempo, mentre dei nostri post, dei centosei pollicioni alzati, già il giorno successivo tutti si sono già scordati…
Il punto credo sia proprio questo. Provare, con fatica, sforzo e pazienza a intercettare degli interlocutori fuori da questo tempo, non dico nell’eternità, ma in ogni caso dei lettori che riconoscano l’esercizio meditato di una forma e di un pensiero, oppure accontentarci di vedere obliterata la nostra esistenza nell’umbratile e transitoria sagoma di un post, un tweet, un magrissimo niente? E però in quanto niente: visibilissimo su Facebook, perfino seducente.

venerdì 16 giugno 2017

Maltempo, o sull'eziologia clinica del Bar Piero



Sono nubi scurissime quando ci comunicano che la tal persona magari era anche uno sportivo, non beveva e non fumava, di certo era più giovane di noi è morta all'improvviso.
La conoscevamo alla lontana, a volte solo di vista tanto che dobbiamo chiedere lumi ("massì, quello che girava con il cappellino a scacchi..."), e in ogni modo ci dispiace. Nel mio caso queste conversazioni avvengono al bar Piero, all'ora dell'aperitivo. 
"Un incidente?" è di solito la mia prima reazione. 
"No no", risponde chi mi ha comunicato il lutto sospirando; e posando con lentezza il bicchiere di Campari, la voce che si abbassa di un ulteriore tono: "Un malore, probabilmente il cuore. I l'ha mes via giust incò." 
Bum, con il cielo che si rabbuia sempre più.
Ma è a quel punto che il mio interlocutore, o un tizio che passava di lì per afferrare due patatine o perfino io stesso, comunque qualcuno aggiunge: "Sarà stato malato già da prima..." 
Gli altri, i presenti che sembravano osservare le bollicine dentro lo spritz, ma invece non si sono persi una parola, si fanno allora vivi nella forma di un coro greco: "Sì sì, era certamente malato, i ha dich che l'era malat: una malformazione dalla nascita, en bau ereditari del so af, l'ha confermato mio cugino che ha fatto tre anni di medicina, prima de dervì na cartuleria."
Ed è come se il cielo all'improvviso si rischiarasse, guadagnasse spazio un timido sole. Mentre uno più piccolo degli altri, non l'avevi visto prima, si issa sulle punte verso il bancone, o solleva il braccio per ordinare un nuovo giro.

Don’t feed the troll, ovvero ragioniam pur di loro, ma guardando e passando…



Don’t feed the troll! Non nutrire il troll, alla lettera. Un’espressione (un’esortazione, meglio) anglosassone dal significato vago, enigmatico. A partire dalla natura del troll. Il dizionario Devoto Oli prova a spiegarlo a questo modo: “Nelle leggende scandinave, abitante demoniaco di boschi, montagne, luoghi solitari: corrisponde all’orco di altre tradizioni popolari europee. [Dal norreno troll].”

Esiste però anche un significato estensivo, con una sua attualità e perfino urgenza in rapporto alla comunicazione sul web: forum, social network, spazi pubblici di discussione. Il troll, all’interno dei nuovi contesti tecnologici, si riconfigura come una sorta di “orchetto” polemico e impertinente, che gode nel suscitare polemiche e battibecchi. Ma per riconoscere la presenza attiva del troll l’unità di misura fondamentale è quella del tempo: quanto tempo siamo riusciti a perdere incollati a un monitor baluginante, quante parole abbiamo osservato comparire e poi scivolare lentamente dalle nostre palpebre, come magma sulle pendici del vulcano? Una voragine, letteralmente, una continua infinita dissipazione di noi stessi, che conduce al buco nero in cui viene inghiottita la preziosa radianza dell’attimo, insieme alla lunga catena del significare.

L’antico invito a non nutrire l’orchetto – don’t feed the troll – diventa dunque la messa in guardia da questo sterile meccanismo, sempre in agguato e sempre puntualmente verificato. Già che il mezzo, in questo caso, è realmente il messaggio. E’ il messaggio consiste nello smisurato appetito del troll.

Provo a darne un esempio recente, copiando – principalmente come memento personale a non ricascarci – una discussione su face book che mi vede protagonista.

1)     Premessa. Ricevo un messaggio personale dall’attrice Alessandra G., che fa parte dei miei contatti su fb. Il messaggio così recita:

“Alessandra G. ti ha invitato a cliccare “Mi piace” sulla sua pagina Alessandra G.”.

2)     Dopo averlo letto, mi rimane una strana sensazione in bocca – è una formulazione standard, d’accordo, non è la prima volta che ricevo messaggi di questo tipo – ma ogni volta quella sensazione amarognola si riproduce, puntualmente. Trovo quindi che ci sia materia per qualche considerazione di carattere generale, che provo ad abbozzare in un breve intervento sul blog (questo). In seguito, sotto forma di web link, ripropongo l’intervento anche sulla pagina di Alessandra G. Aggiungendo le seguenti parole:

ok Alessandra, ho cliccato "mi piace" sulla tua pagina fb. poi, però, di getto, ho scritto questa cosa qui, che ti posto forse con la stessa spregiudicata speranza di piacere a qualcuno, un giorno, forse, chissà...

3)     In data 8 agosto alle ore 14.14, Alessandra G. così risponde:

Mi pare che la fai un po' drammatica. Io ho coltivato conoscenze di vari tipi e parlato eccetera. Quando poi si fa una pagina per far vedere le proprie o attività o passioni o quello che sia sia ci sono delle procedure un po' automatiche e sì burocratiche talvolta. Ma nessuno è obbligato a mettere "mi piace" su niente. Si presume che se già la persona si è interessata all'altra persona in sé e per sé possa essere interessata anche alle sue attività. Qua è solo una raccolta più concentrata specificatamente indirizzata mentre nel profilo generico si disperdono tante informazioni per via di post altrui o di commenti più generalisti. IO personalmente se conosco qualcuno in piscina con cui mi fa piacere parlare ci parlo già in piscina e magari se vi voglio uscire a bere un drink gli dò il numero di telefono e non certo il profilo fb (che al momento attuale considero né più né meno di un indirizzario o una vecchia rubrica telefonica con qualche immagine e info in più). Cosa uno sogni o speri quando chiede un contatto fb sta nella sua testa. Lecito sognare, sperare, immaginare ma prendiamo le cose per quello che sono.. Io i like li metto dove vedo qualcosa che veramente mi piace (a parte di default ad amici stretti che se no che amici siamo). Se non mi piace non li metto. Qua è un luogo di scambio di informazioni, non di amici per la pelle i quali non hanno bisogno di fb (o twitter o pinterest o quel che sia) per parlarti, vederti eccetera. Non vedo di cosa bisognerebbe rimanere male. Anche con i vecchi metodi si creavano alcuni contatti chepoi non si sviluppavano mentre altri sì. Sta nella logica delle cose

4)     Replica di Guido Hauser, 23 ore fa:

Alessandra, ringraziandoti per l’attenzione, ti rispondo con un piccolo ritardo, di cui mi scuso. e dunque: io non penso (e non ho scritto nell'intervento sul mio blog, che riscriverei parola per parola) che ci sia qualcosa di male nel richiedere il gradimento ad "amici" e conoscenti su facebook. piuttosto qualcosa di strano, ecco, di stonato; ho usato anche il termine “volgare”, che continua ad apparirmi appropriato. ma soprattutto non penso (e non ho scritto) nulla di male o di malevolo su di te, limitando il mio sguardo a una pratica a cui hai evidentemente aderito senza farti troppe domande, come si aderisce a una forma di comunicazione virale, potremmo ormai definirlo un galateo. il fatto è che a me interessano proprio i galatei, la comunicazione quando si fa automatica, meccanica e dunque tanto più carica di significato. in questo modo, infatti, è il significato a parlarci, e trascendendo la voce che dice io è “lui” a diventare il vero soggetto del discorso. per usare un tono vagamente pomposo e fingere di conoscere il tedesco, potremmo definirlo l’eco dello “zeitgeist”, quello spiritello beffardo che trova sempre il modo di fare breccia, tanto più quando abbassiamo la guardia vigile dell’attenzione. lo spirito dei tempi si rivelerà allora tanto più facilmente (e visibilmente) proprio su internet, tra le pieghe di forum e social network, di cui facebook rappresenta il peso massimo. ma dal momento in cui, per provare a parlare dell’universale ho tirato in ballo il particolare, e guarda a caso quel particolare era rappresentato proprio dal tuo invito a esprimere il gradimento alla tua pagina fb, provo a riformularti la domanda iniziale. e però da una diversa prospettiva: quella della immaginazione. immaginiamo dunque, non ci vuol molto, che molti uomini già ti abbiano rivolto la più disarmata (ma anche interessata) della dichiarazioni, dicendoti con più o meno giri di parole: “Alessandra, mi piaci.” ma immagino anche che non sia mai successo che tu sia andata da un uomo, gli abbia tirato la giacchetta, per richiamarne l’attenzione, chiedendogli infine non se tu piacessi a lui (anche questo, in fondo, è umano) ma di affermarlo semplicemente, e ciò indipendentemente dal grado di verità dell’affermazione, che in questo modo finisce con l’essere implicita, scontata e triste come la sottiletta distesa dentro al toast. prova dunque a immaginare anche questa seconda scena: Alessandra che va da un uomo, mettiamo per comodità che sia sempre io, e poi gli domandi candidamente: “scusa signor guido hauser, puoi dire, anzi scrivere, così che lo sappia il mondo intero, che io ti piaccio? grazie tante e arrivederci”. lo senti come è strana e stonata questa situazione immaginaria, com’è “volgare”. e perché allora non dovremmo trovare strano e stonato (e volgare) anche il suo equivalente su fb, con l'assurda pratica di mendicare il gradimento - quasi fosse un voto alle elezioni politiche - ad amici e conoscenti. certo, la risposta è quella che già ci siamo dati all'inizio: perché lo fanno tutti. come quelli che ti rispondono che ci si sarà pure una ragione, se milioni di mosche mangiano merda. e così l'ultima domanda che ti faccio e poi, giuro, non rompo più le scatole, diventa: ma sei proprio sicura, Alessandra, di essere una mosca...?

5)     Alberto L., 22 ore fa, alza il pollice e poi aggiunge:

cuiapa un mi piace...

6)     Alessandra G., 4 ore fa:

c'è un errore nella premessa di fondo. IO non chiedo a un uomo (perché lo chiedo anche alle donne) se gli piaccio in quanto io se gli piaccio come persona come se dovesse dire a tutti che p interessato e vuole uscire con me. Io gli chiedo (e se vedi la pagina si capisce) se gli piacciono le cose che faccio e cioè la recitazione e li scritti. Non ho istituito una pagina di rimorchi. Se parti da questo presupposto vedi che tutte le tue considerazioni cadono. Non vado oltre per non essere inutilmente prolissa quanto te.

7)     Guido Hauser, 1 ora fa:

Alessandra, io sono stato prolisso per timore di essere frainteso, cosa che infatti è puntualmente accaduta. il dizionario italiano contempla una parola, una sola, piccola piccola, si scrive e pronuncia così: "paragone". ecco, il mio era un paragone, un paragone soltanto, neppure tanto complicato. prendo comunque atto che tu non vedi alcuna relazione significativa tra chiedere, attenzione, NON di uscire con te (di "rimorchiare"), ma di affermare pubblicamente un piacere, che nel caso del paragone era per la persona, mentre nella fattispecie per la sua evidenza sociale. si tratta cioè di due forme nemmeno troppo diverse di “questua estetica” – dove il paragone non sta dunque nella forma, ma nel sostanziale accattonaggio di quel bene prezioso che è l’insindacabilità del gusto. ti ricordo comunque – ci sta pure il caso che non lo sapevi – che quando tu invii su fb ciò che hai chiamato una richiesta a valutare “se gli piacciono le cose che faccio e cioè la recitazione e li scritti”, in realtà la formulazione linguistica è ben diversa, ossia la seguente: “Alessandra G. ti ha invitato a cliccare “Mi piace” sulla sua pagina Alessandra G.”. e se a te potrà pure sembrare un garbato invito a conoscere e discriminare, per il resto del mondo si chiama marketing. ossia il modo in cui i moderni hanno deciso di chiamare gli impiccioni e le varie rotture di cazzo… (aggiungo che questa risposta è pubblica e all’interno di uno spazio pubblico di discussione. diversamente, sarebbero in effetti bastate tre parole: “buon per te...”)

Conclusione

Non so se Alessandra G. risponderà mai alle mie ultime parole, sgorgate direttamente dalla gola del troll. Ma già da questo brevissimo scambio dovrebbe essere chiaro il modo di procedere dell’orchetto: per rapidi e quasi invisibili spostamenti semantici, in modo che, impercettibile come la biscia tra le mimose, la ragione venga a ricollocarsi nei territori melmosi dell’emozione, e lì possa infine scatenarsi la polemica.

Cosa dunque ricavarne?

Nella circostanza io continuo a credere di aver avuto qualche buon argomento – penso insomma che la ragione stia dalla mia parte, come ogni bravo contendente. Ma se limitassi il pensiero al solo dettato verbale, davvero non avrei capito nulla di come funziona il web. Le caratteristiche del mezzo azzerano infatti i meriti teorici, ricollocando, come già detto, la discussione a latitudini perversamente emozionali. Se anche avessi guadagnato la ragione astratta, concretamente, in quel diverso “gioco linguistico” che qui stiamo giocando, ho perso qualcosa di ben più importante. Ma il guaio è che questo qualcosa non l’ha guadagnato neppure Alessandra G., avendo insieme a me perso del tempo, il doveroso controllo sulle parole e soprattutto a un po’ di serenità.

Ma allora chi ha vinto?

Il troll, of course.    

Daniele Ventre, o sulla forma e la fatica


Ho appena scritto la risposta a un intervento di Daniele Ventre, pubblicato su Nazione indiana. L'intervento si trova qui, ma, purtroppo, io non sono riuscito a inserire da nessuna parte il mio commento. Ipotizzando un qualche valore più generale della discussione, riporto dunque, e provvisoriamente, nel blog.
Arrivo, da buon ultimo, a questa interessantissima discussione, che per ovvie ragioni temporali temo però già conclusa ("La festa appena cominciata è già finita..."). Aggiungo dunque solo un pensiero, di cui non mi pare di trovar traccia nelle parole che mi precedono - a parte, forse, in una nota di Valter Binaghi, che usa però l'argomento in chiave vagamente risentita.
Mi riferisco allo stile con cui Daniele Ventre ha scritto il suo bellissimo testo. Uno stile che non è tanto "involuto", come appunto adombra Binaghi (non senza qualche buona ragione...), ma addirittura tortuoso, accidentato, difficilissimo. In una parola: "pazzesco".
Inoltre, vengono date per scontate, e cioè acquisite una volta per tutte, una serie di nozioni preliminari, tra cui la conoscenza della lingua tedesca.
Sono così andato su google e ho provato a ricercare la percentuale di italiani che conoscono il tedesco, scoprendo che non supera il 7% (io, ovviamente, faccio parte del restante 93). A tale dato, va aggiunto che di questo 7% una considerevole parte è costituita dai residenti nella regione speciale dell'Alto Adige, dove la lingua tedesca è correntemente utilizzata dal 65% della popolazione.
La domanda, ironica, potrebbe dunque diventare: Nazione indiana, è forse un blog rivolto alla minoranza germanofona?
Ma sarebbe una domanda capziosa. Come la considerazione che un numero ancora più basso di italiani conosce Leo Frobenius. Sarebbero cioè degli argomenti che fanno proprio un elemento implicito alla comunicazione contemporanea, che potremmo riassumere, parafrasando Contini, come "funzione Holden" (nel senso della scuola di scrittura).
L'intervento di Daniele Ventre, se fosse stato il componimento a un test di ammissione alla famosa scuola torinese, avrebbe infatti ottenuto un risultato praticamente certo: non solo Ventre non sarebbe stato ammesso ai corsi, ma, probabilmente, il suo testo sarebbe stato assunto come modello negativo: "Ragazzi, così non scrive: capito, neh?"
La diversa domanda che sto cercando di farmi, è allora quella sul motivo per cui quasi tutti, me compreso, ci siamo messi a scrivere come alla scuola Holden. E cioè in modo scorrevole, soft, "light". O provando ancora una volta a riassumere: in modo facile.
Forse perché facile è bello, facile è educato, garbato, evitando al lettore la fatica di un periodo del genere: “…la vecchia connessione freudiana e poi junghiana fra mito, psicologia del profondo o archetipo trova allora una sua naturale collocazione, essendo la stessa struttura simmetrica delle metafore di schema non idiosincratiche di matrice biologica (umido-vita; secco-morte; caldo-protezione; freddo-ostilità etc.), a fornire l’anello di congiunzione fra schemi motivazionali, pulsionali e comportamentali tipici (archetipi psichici) e quegli schemi narrativo-metaforici che si coagulano attorno a dèi ed eroi (archetipi mitici)".
Può essere, sì, che nella semplicità sia contenuto un elemento di cortesia (di galateo), e nella complessità il carico "offensivo" di uno sforzo. Ma senza questo sforzo - conoscere, afferrare saldamente, fare proprio - il sospetto è che sempre più finiremo col parlare come in una canzone di Vasco Rossi.
Testi che sono perfetti, attenzione, per dire quelle cose lì, che dice Vasco Rossi. Ma per dire le cose che con sforzo e attenzione prova a raccontarci Daniele Ventre, forse la forma canzone non è il modello più adatto. E nemmeno le formule ammiccanti e paratattiche di una scuola di scrittura con tutte le carte in regole, compreso quelle che stanno nascoste nel polsino.
Concludo così ringraziando l'autore del testo – che mi ha fatto letteralmente sbuffare il cervello nel tentativo di seguire la pedalata lunga del suo periodare, e che per niente al mondo proverò mai a fare mia – il quale con le sua iperboli sintattiche mi ha ricordato che ci sono anche altri modi di scrivere, ossia di conferire una forma stabile e riconoscibile alla mobilità del pensiero.
Ma senza quella saldezza frutto della fatica, le parole, i pensieri, la conoscenza, il più delle volte gocciolano via, così come una pioggerella estiva. Mentre la conoscenza vera somiglia all'albero della cuccagna: devi arrampicarti fino in cima, per guadagnarti le lenticchie e lo zampone.