Mi ricordo la scala mobile della Standa. Era stata la
prima scala mobile di Sondrio, era l’unica scala mobile a trasportarti alla
vetta degli acquisti senza fare fatica, solo un ronzare leggero simile a un
grosso felino che fa le fusa, una di quelle tigri addomesticate che i monaci thailandesi
si portano in giro al guinzaglio.
Fino a quel giorno, per provare l’ebbrezza della scala
mobile bisognava andare alla Rinascente di Piazza Duomo; ma accadeva solo
durante le vacanze di Natale, quando andavamo a trovare i parenti a Sesto San
Giovanni. Spesso veniva anche la nonna, il nonno preferiva stare a casa a
smontare e rimontare orologi.
La scala mobile della Standa collegava il primo al
secondo piano, dal secondo al terzo bisognava salire le scale, che potevano
anche essere discese. Mentre se provavi a discendere la scala mobile arrivava
il sorvegliante a sgridarti. Cosa che non impediva di farlo lo stesso, bastava
tenere d’occhio il sorvegliante e, quando a sua volta teneva d’occhio mettiamo
una zingara – che gli zingari rubano lo diceva anche la nonna, mentre il nonno
continuava a ravanare con i suoi orologi –, fiondarti sulle scale mobili in
senso contrario.
Al secondo piano andavo malvolentieri; non per via
delle scale di marmo da salire a piedi, ma perché c’erano saponette e
detersivi. Al primo piano si trovava invece la cancelleria, e in genere il
materiale scolastico. La cosa più bella della scuola era quando, arrivati i primi
giorni di settembre, si andava alla Standa, e dopo essere montati a cavallo della tigre ci si preparava alla ripresa
delle lezioni.
Intanto è necessaria una cartella, la mia era in
similpelle blu con fibbie in metallo lucido a scatto. Quindi una blusa nera
corta – solo Federico indossava ancora il grembiule –, due quaderni a righe e
due a quadretti, l’astuccio su cui era stampata una moto da cross, con
all’interno biro, matita, temperino, alcuni pennarelli (ma non tanti), un
piccolo righello, gomma bicolore, compasso e matite colorate di marca Caran
d'Ache, da pronunciare con l’accento di Alain Delon. Sussidiario e libro di
lettura venivano acquistati nella libreria Della Cagnoletta, mentre il diario
sarebbe arrivato alle medie.
Quando non mancava più nulla, bastava passare dalla
cassa e riversare il tutto sul banco. Mentre la cassiera batteva i prezzi sul
registratore meccanico, salivano i numerini all’interno del visore, e quando si
fermavano la mamma estraeva il portafogli, un gesto che aveva funzione di
dogana.
Non era necessario avere pagato, alla sola vista del
denaro si solleva una sbarra immaginaria, e la cassiera cominciava a riversare
cartella, blusa, astuccio, quaderni e, già che c’eravamo, uno scolapasta dentro
un enorme sacchetto di plastica opaca, con la scritta Standa. Ci veniva
consegnato con un sorriso accompagnato dalle parole grazie mille. Ma
grazie mille a te rispondevo nella mia testa, a malapena raggiungeva la linea
del banco. Comprare è bellissimo!
Un rituale che si ripeteva per qualsiasi attività
sportiva. Alcune però si risolvevano in una ben misera attrezzatura, come la
corsa, che infatti non mi piaceva. Il desiderio è un elastico da tendere in una
lunga lista preliminare, già allora avevo intuito che il prima è molto più
interessante del poi. Non male dunque il calcio: le scarpe Puma con i tacchetti
– purtroppo fissi – erano state un acquisto stimolante, al quale si era
aggiunto il sospirato completo dell’Inter, con il numero 9 di Boninsegna
impresso sulla blusa nerazzurra. Ma il massimo fu quando mi iscrissero a un
corso di sci.
Per sciare sono necessari: sci, attacchi, scarponi, bastoncini,
pantaloni elasticizzati, guanti tecnici, giacca a vento, bretelle per sostenere
i pantaloni elasticizzati, berretto di lana, passamontagna, calzamaglia,
occhiali a specchio o dalle lenti gialle e flessibili, da fissare alla nuca con
una fettuccina elastica. E per ognuno di questi articoli il commesso ti
mostrava svariate opzioni, il cui semplice suono era già una festa – Spalding,
Rossignol, K2, Fischer, Völkl, Dynamic, Blizzard, Kneissl, Head, Roy, Olin,
Kästle, solo per restare agli sci. E un sentimento aristocratico ti pervadeva
nell’indossare il berretto di marca Conte of Florence.
Il problema nasceva quando, dalla preparazione, si
passava all’atto. All’oratorio San Rocco avrei voluto giocare centravanti
(altrimenti non avrei preso la maglia di Boninsegna), ma fui spostato sulla
fascia destra, quindi retrocesso al ruolo di terzino, per terminare la mia fulminea
carriera in panchina. Smisi di giocare a calcio e passai alla pallacanestro.
L’abbigliamento da basket non era il massimo, ma
almeno ero sempre titolare. Un problema che non si poneva con lo sci, non avevo
ambizioni agonistiche, e scivolare sulle pendici imbiancate di un monte era
bello, non posso negarlo – ma che freddo! Al termine della pomeridiana le dita
dei piedi erano quasi assiderate; se non altro, era l’occasione per tornare nel
negozio di articoli sportivi e acquistare dei Moon Boot.
L’idea peggiore fu però iscrivermi a nuoto. Tutto
quello sbracciare per rimanere a galla, cloro nelle narici, pisciate anonime dentro
una vasca da 25 metri per 12,5. E dopo qualche settimana, le temute verruche da
tamponare con un cerottino rosa, in cambio di un misero costumino Speedo e un
paio di ciabatte Arena. Manco mi avevano preso l’accappatoio, dovevo
arrangiarmi con l’asciugamano del bagno.
Non potevano inventarsi, mi chiedevo, uno sport fatto di sola attrezzatura, da sostituire ogni paio di mesi? Un’aritmetica senza
dividendi e parentesi graffe, bastano quaderni, bluse, astucci,
compassi, cartelle e soprattutto il Super Pirat, un pennarello a doppia punta
che ti consentiva di scrivere e poi cancellare e poi scrivere di nuovo?
In fondo, è lo stesso pregiudizio per il quale le
scale mobili possono essere percorse solamente nel verso stabilito. E invece
no, essere stati bambini negli anni Settanta insegna che ogni verso è
revocabile, e ogni gesto – specie quello di passarsi di mano in mano dei
foglietti di carta, con qualche uomo morto impresso sopra – prima di essere funzione rimanda a sé stesso. Non c’è neve oltre un paio di sci. Non ci sono tigri in Thailandia,
ma solo grossi gattoni sedati con il loro ron ron.
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