Ancora due parole sul tema del giorno: le proteste sul carovita degenerate in scontri tra studenti, o presunti tali, e Polizia, con le devastazioni che sono seguite. Il tema sarebbero in realtà le ragioni sottostanti – politiche, economiche, sociali –, ma il poco che avevo da dire a riguardo l’ho già scritto. Alcuni hanno apprezzato il pezzo, altri no. È normale.
Tra le persone a cui non è piaciuto c’era anche mia madre. Non sono d’accordo,
mi ha rimproverato mentre condiva le barbabietole. Tu mi metti sullo stesso
piano i contestatori con i distruttori. Anche Cacciari, ha continuato mia
madre, da Lilli Gruber ha detto che sono fenomeni distinti. E chi non lo
capisce è un mona.
Ecco, il punto è proprio questo, e nel mio ragionamento lo sorvolo in velocità.
Lo faccio quando scrivo: poco importa che siano studenti di origine
certificata e garantita oppure ciò che i talk show chiamano maranza.
Provo a sviluppare il pensiero, per chiarirmi con mia madre se non altro; con
Cacciari, è partita persa in partenza. Ma facciamo un passo indietro.
Nelle manifestazioni studentesche degli anni Sessanta e Settanta era sempre
presente un servizio d’ordine. Aveva la funzione di separare evangelicamente il
grano dal loglio, o in linguaggio più aggiornato gli studenti che leggono i Four Quartets di Eliot (in lingua originale, naturalmente) dai maranza, che
allora venivano chiamati tamarri.
C’è insomma sempre stato chi, quando fiuta un po’ di casino, ci si butta a
pesce. Poco importa che la piscina sia stata in precedenza svuotata, come
capita a Fantozzi nella sua fuga d’amore a Capri con la ex signorina Silvani, ora
signora Calboni.
Ha dunque ragione mia madre e, ahimè, tocca ammettere anche Cacciari nel
rivendicare la distinzione. Che però ha carattere psicologico e operativo,
non simbolico. Quando una manifestazione di protesta è un atto simbolico. Non
una rivoluzione vera e propria come la presa della Bastiglia.
Mantenere separati studenti da distruttori, su un piano simbolico, non sarebbe
difficile. Basterebbe che i virtuosi – e le loro ragioni lo sono certamente –
di fronte a un atto violento dei viziosi cercassero di impedirlo. In fondo
anche Roy Keane, quando un suo compagno di squadra accentuava gli effetti di un
presunto fallo subito, lo raggiungeva e gli intimava a muso duro: “Get up!”
In mancanza della grinta di Roy Keane, ed è molto umano temendo la reazione di chi ha più familiarità
con i sanpietrini, che non con i pistolotti di Gramellini, i contestatori
dovrebbero prendere le distanze dai danneggiatori. E quando si parla di simboli
le distanze divengono anche fisiche, da interpretare attraverso la prossemica.
Riassumendo in forma di manualetto: vuoi manifestare contro gli effetti del mix tossico tra liberalismo e capitalismo, che ha arricchito pochissimi esseri
umani e distrutto la classe media e il futuro dei suoi figli, e cioè il tuo
futuro? Fai bene, cazzo se fai bene!
Anzi, faremmo tutti bene a manifestare, non solo gli studenti. Ma se non sei in
grado di organizzare un servizio d’ordine come dio comanda, chiedi alle forze
dell’ordine di farlo per te, scortando la protesta e isolando i violenti. Solo
a queste condizioni gli studenti potrebbero fare proprio lo slogan di Lupo de
Lupis: Siamo lupi, siamo incazzati come iene, siamo cani idrofobi e rabbiosi.
Ma al fondo siamo pure tanto buonini.
In alternativa, appena vedi che tira una brutta aria vai via, molli il colpo,
ti defili, smammi, tagli la corda, ci sono infiniti sinonimi per esprimere la
separazione tra corpo e torto, la cui assonanza rischia di pervertire il
messaggio che intendi inviare. Una separazione concreta intendo – da una parte
i dimostranti, dall’altra la marmaglia scassatutto –, non solo nel pensiero
che sta dentro la tua testa, io non lo vedo.
Quando non vedo qualcosa, sono così portato a credere che gli studenti, se non
proprio in un rapporto di perfetta identità con i vandali, siano ad essi
contigui: la loro indulgenza si trasforma in coerenza, zona d’ombra. E di ciò
sono responsabili gli studenti, non i vandali che per definizione fanno i
vandali.
Perciò concludevo scrivendo che la figura vincente del nostro tempo è quella
del villain, ossia del cattivo. I poliziotti, nella loro smarrita bellezza di
figli del proletariato meridionale, sono lì a rappresentare l’ordine del tardo
capitalismo finanziario, che è cattivo. Ma è cattivo anche chi devasta le città
e chi da quella devastazione non prende le distanze con nettezza.
Gli antichi l’avrebbero chiamato nodo tragico: un dover essere che si oppone a
un non poter essere; nella fattispecie: non poter essere altro da ciò che si è.
Da pavidi o da anziani, come in quella canzone di Lucio Dalla, gli altri, i
molti, noi mettiamo dei sacchi di sabbia davanti alle finestre. E poi stiamo a
vedere quale tra le varie forme di cattiveria prevarrà.

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