Tre o quattro anni fa le notifiche sullo smartphone si accanivano a offrirmi aggiornamenti su Arisa: Arisa ha concesso un’intervista senza peli sulla lingua, sparava il titolone in grassetto. E io subito via con lo scroll alla voce successiva, che era: Arisa sta per pubblicare un album che vi lascerà a bocca aperta. Ancora?
Nuovo colpetto con i polpastrelli, finalmente non si parla di Arisa. È una fotografia. Mostra una ragazza nuda sulla battigia: il seno candido e prosperoso; il mare, naturalmente cristallino, appena increspato da una brezza leggera; la ragazza… No, è ancora Arisa – BASTA!
Niente di personale, sia chiaro. Semplicemente non è
il mio ideale di donna. Né di cantante, o di opinionista. Avrò il diritto di
vivere senza sapere nulla di Arisa, come non so nulla della gastronomia
aborigena, o di chi detenga il guinness per hot dog ingurgitati in successione. L’algoritmo che setaccia i nostri passi sul web alla fine mi ha ascoltato, e
dopo qualche tempo ha smesso di propormi Arisa.
Bene, con l’avvento dell’intelligenza artificiale gli
spioni devono avermi messo a fuoco meglio. E invece no, adesso ci si mettono pure i social. Ogni volta che vado su Facebook mi viene mostrato un post
astioso. Lo ha appena rilasciato una giovane critica letteraria, una poetessa,
una scrittrice. Non si usa il verbo rilasciare per un post, mi correggerebbe con tono ancor più astioso. Studia: somaro!
Boh, forse avrebbe ragione lei, ma per i suoi bollettini
di guerra al mondo non riesco a trovare un aggettivo più preciso. Come non
riesco a trovare un nesso tra di noi: non è tra i miei contatti Facebook, non ho letto i
suoi libri (di certo molto belli), mi fa solo incavolare quando piscia in testa
a tutti. Un idrante che vorrebbe spegnere ogni fiammella letteraria che non si contorca infinite volte su sé stessa, per ardere nei cieli delle nostra mediocrità in una vampa sperimentale.
Un termine, sperimentale, che per lei deve essere
sinonimo di bellezza, ma a me fa pensare a un bonobo che sperimenta varie
tecniche per raggiungere un casco di banane. Voglio dire: le banane si possono
anche acquistare alla Lidl, c’è mica niente di male se sono buone. E invece no,
bisogna sperimentare.
A parte la lunga premessa, non ho nulla contro questa
giovane critica letteraria severa, questa poetessa sperimentale, questa scrittrice
incompresa, come non avevo nulla contro Arisa. Immagino sia una brava persona,
almeno quando, prima di andare a dormire, assieme al trucco (sempre molto
misurato) si leva la maschera da erinni della letteratura.
Mi basterebbe che il signor Zuckerberg mantenesse i
nostri recinti separati. Che poi magari ha anche un bel seno, quei seni piccoli
e maliziosi che tanto piacevano a Marcello Mastroianni. Ma, a differenza di
Arisa, se lo tiene tutto per sé. E fa benissimo.

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