venerdì 29 settembre 2023

Una pesca è una pesca è una pesca

Strana coincidenza, tre persone, dopo un lungo silenzio social, mi hanno contattato su Messanger per invitarmi a dire la mia sullo spot dell'Esselunga. Non che mi scriva molta gente su Messanger, anzi quasi nessuno. Questi messaggi sono dunque una macroscopica deviazione standard dal sentiero statistico che conduce al nulla.

Peccato che sullo spot io non abbia molto da dire, se non le solite banalità. Mi sembra ben fatto, narrativamente parlando, grazie alla sottoesposizione di un sentimento che trova il suo perfetto correlativo simbolico nel finale, coinvolgendo lo spettatore in modo un po' ruffiano – ma è pur sempre pubblicità, non un cortometraggio di Ken Loach o Mike Leigh sul disagio familiare della middle class.

Qualche dubbio sul fatto che sia andato a segno anche nel suo specifico intento commerciale; a volte comunicazioni riuscite nascondono un'insidia, la freccia ha colpito ma un diverso bersaglio: quanto più è vischiosa la presa sul pubblico, quanto meno ricordiamo il prodotto a cui sono associate. Perciò gli addetti ai lavori gli danno il nome di Dracula.

Un esempio è quello dell'uomo che, sentendo la vicina di casa litigare al telefono col fidanzato – "Sai che faccio" grida lei, "vado a letto con il primo che capita!" –, si precipita alla sua porta. Suona il campanello. E quando apre dice solamente: "Buonasseeeera..." Tutti, a distanza di anni, si ricordano del buonasseeeera, ma non di cosa cercava di venderci. Gli ha succhiato il sangue. 

Se non dell'Esselunga, ci ricorderemo in ogni caso anche della bambina dolente e taciturna – in un epoca in cui la comunicazione pubblicitaria ha su di noi l'effetto dei cicchettini di veleno che si beveva Mitridate, può già ritenersi un successo. Ma ci ricorderemo di quella bambina lì, una soltanto, che non sta a rappresentare tutti i bambini del mondo, e della sua pesca donata al padre fingendo che l'iniziativa provenga dalla madre, da cui si intuisce essere separato: "Questa te la manda la mamma."

Non attribuisco insomma alla pubblicità natura di exemplum (obiezione dei detrattori ma pure di molti sostenitori della famiglia tradizionale), e più in generale alle storie che, quando gestite da mani sapienti, rifuggono la genericità per concentrarsi sul particolare espressivo. Il resto è sociologia e cioè nuovamente statistica, non racconto.

La domanda giusta da farsi mi sembra così diventare: esistono bambini tristi per la separazione dei genitori? Sì, esistono, non facciamo gli ipocriti. Come ne esistono altri che gongolano per le doppie feste di compleanno, i doppi Natali, i nuovi compagni dei genitori che li blandiscono per ottenere il placet. Un bambino una storia, molti bambini molte storie. Tra cui quella del bambino che sono stato, è lui ad avere provato la sensazione del gesso che stride al contatto della lavagna nella visione dello spot dell'Esselunga.

A sei o sette anni quel bambino, Guido, era andato a fare una gita in montagna con i genitori. Accadeva quasi tutte le domeniche; il padre, forse perché in debito di veri interessi o passioni, aveva la fissa di raggiungere a piedi laghetti alpini, rifugi, testa bassa e camminare.

Guido avrebbe preferito restare a casa a giocare a Lego con l'amico Pierantonio, ma non era questo il motivo per cui trascinava i piedi, restava indietro. "Dai sbrigati!" gli urla il padre, ma lui continua ad arrancare. La madre si avvicina e gli tocca la fronte. "Il bambino scotta" dice. Il padre continua a camminare. "Il bambino scotta, ha la febbre" ripete la madre. 

Senza dire una parola (non lo farà per tutto il viaggio in auto, una Fiat 128 Rally rossa, un colore e un’auto a lui così poco confacenti) il padre si gira, torna indietro, tornano a casa. Domenica rovinata per colpa del figlio. Ma la casa è quella dei nonni, dove il bambino rimarrà ospite alcuni giorni a lasciare sfogare l'influenza.

Quando finalmente sfebbrato – nel frattempo il padre non è mai venuto a fargli visita – la mamma gli porta una coppetta di gelato, una volta si diceva che per il mal di gola facesse miracoli. "Questa te la manda il papà" aggiunge nel porgerla, proprio come nella pubblicità dell'Esselunga. Il gusto è variegato all'amarena con due frutti glassati sulla sommità e la meringa sul fondo. Il suo gelato preferito.

Guido si solleva nel letto, prende il gelato, la sensazione è la stessa di quando stringe la mano di un prete, e poi lo scaglia lontano. "Non è vero che me lo manda il papà, se no veniva lui a portarmelo!"

Dopo dodici anni, quando frequentavo il primo anno di università, i miei genitori finalmente si separarono. Se si fossero separati il giorno della passeggiata in montagna sarebbero stati dodici anni guadagnati per tutti, e non avrei inviato pesche all'indirizzo di nessuno. Io con i miei Lego, mio padre, passo lesto e mente sgombra, tra le sue amate montagne, e mia madre a scambiarsi pettegolezzi con una delle sue infinite cugine.

Ma questa è solo la mia storia, dubito ci faranno una pubblicità, magari di una marca di gelato. Non la storia di tutti i bambini figli di genitori separabili.

domenica 17 settembre 2023

Lucchetto

Ho finalmente capito dove stava l’errore, l’intuizione mi arriva da una memoria dei primi anni Ottanta. I miei cugini, allora adolescenti come me, avevano iniziato a telefonare ai loro amici sparsi per l’Italia, e questo aveva fatto lievitare la bolletta. Da qui la risoluzione di mia zia: un bel lucchetto sul selettore rotante del telefono, così da consentire solo chiamate in entrata.

Anche sui social ci sono un sacco di chiamate in entrata. Perciò non cancellerò il mio profilo Facebook, come in più occasioni ho provato la tentazione di fare. Su 3628 contatti all'attivo in data odierna (ogni giorno ricevo due o tre nuove richieste), di una quindicina leggo con una certa regolarità ciò che scrivono - tra l'altro, mi offrono in dono le loro belle intelligenze all'opera, nessun gettone da pagare come nelle cabine della SIP, che era l'alternativa telefonica all'epoca. Da un'altra cinquantina ricavo spunti interessanti, sorrisi, sensazione di essere sulla stessa lunghezza d'onda, altra formula diffusa nello stesso periodo derivata dalle prime radio libere. Rimane la più parte costituita da fantasmi oppure rompicoglioni, da cui nella remota eventualità preferirei non essere letto, tanta è la distanza che avverto tra me e loro. Una distanza non gerarchica, intendiamoci. Pura antropologia che desta in me pudore.

Inoltre, antipatico a dirsi ma tant’è, trovo indigeste certe confraternite dell’uva, dove si pigia il mosto in compagnia sempre degli stessi calcagni. Il mio amico, amico vero intendo, il fosforico narratore situazionista Fulvio Abbate, lo chiama “amichettismo”, e lo attribuisce in special modo alla categoria degli scrittori. Se dicessi che ha ragione, come viene rimproverato a lui mi si potrebbe obiettare che è la vecchia storia della volpe con l’uva. Ma confesso che il sospetto era venuto anche a me.

In ogni caso, per un po’ di tempo ho deciso di fare come mia zia: mantenere attivo il mio attuale profilo Facebook solo in forma di ricezione, un bel lucchetto e via. Magari, per le chiamate in uscita, aprirò un profilo più piccino e con un altro nome, purtroppo non lo si può fare nel più completo anonimato. Emily Dickinson scriveva “Che orrore - essere - qualcuno! \ Che cosa pubblica - come una rana - \ che gracida il suo nome - per tutto il lungo giugno - \ a uno stagno ammirato!”

E se invece di una poesia fosse una profezia, quella dei moderni social dai lei intravisti oltre un secolo e mezzo prima?

Non lo so, per scoprirlo un buon modo sarà tornare a essere girino. Se mi verrà voglia di scrivere qualcosa lo farò da quella pozzanghera, senza l'ansia di essere obliterato dai like, senza forse neppure un lettore, alla maniera dei matti che parlano da soli. Poi, magari, come fece mia zia quando i miei cugini divennero più grandicelli e responsabili, potrei anche togliere il lucchetto e tornare a gracchiare in compagnia, come fa chi non è ladro oppure spia.

O anche no. Vedremo… Nel frattempo mi congratulo con me stesso per l’idea: era tanto semplice, come ho fatto a non pensarci prima?!

lunedì 4 settembre 2023

Piccola molesta editoria

Quando si vantano le virtù della piccola editoria schiacciate dagli elefantiaci passi dei grandi editori, ho sempre percepito, per dirla con Totò, puzza di abbrucicaticcio.

Un grande editore è un soggetto commerciale a pieno titolo, fin qui immagino tutti d'accordo. Perciò deve fare tornare i conti, cosa che non di rado avviene trattando i libri come Buondì Motta, Piumoni Bassetti, Pasta del Capitano. Scegliete voi un paragone a piacere. Ma una volta raggiunti gli utili prefissi il grande editore può concedersi anche lussi antieconomici, o meglio para-economici come fa Mondadori pubblicando Europe Central di William Vollman. Un romanzo inserito a catalogo secondo logiche non immediatamente di profitto.

I piccoli editori, come per altro i piccoli librai, in un'epoca in cui le competenze linguistiche vanno precipitando con progressiva e inarrestabile tendenza, mi appaiono invece dei moderni Don Chisciotte: li apprezzo moltissimo per le stesse ragioni per cui, intimamente, ne diffido. Dietro i graziosi nomi che si danno intravedo infatti in molti casi – e sottolineo molti, non tutti, la materia è sdrucciolevole – dei benestanti che vogliono dare un senso nobile e puro alla loro vita, essere dalla parte giusta che è quella della Cultura con la c maiuscola, sebbene non più con la kappa. Ma insomma fuochino.

È un fatto che se hai bisogno di soldi vai a fare le pulizie o a tinteggiare gli appartamenti, non fondi una casa editrice o apri una libreria. Premessa da integrare con la precisazione che la disponibilità economica non rappresenta un'onta, e se invece di spendere il proprio denaro al Billionaire lo si impiega per scovare talentuosi esordienti o, come fece Giangiacomo Feltrinelli (un altro ricco che voleva convertire l'oro in piombo), per fare tradurre Il dottor Zivago, tanto di cappello. Diciamo che diversamente dall'epoca di Feltrinelli è ora divenuto un esercizio vagamente autolesionistico, ciò che Hegel avrebbe definito coscienza infelice, da cui a volte scaturiscono progetti virtuosi difficilmente partoribili in una condizione di stenti.

Il messaggio che ho ricevuto questa mattina su Messanger da tale Corpo 11, piccolo editore di Vattelapesca, non ho approfondito, mi ha però fatto tornare alla mia diffidenza iniziale. Lo trascrivo per rendere tutto più chiaro. Certo, è un'induzione, non una deduzione, e dunque libero ciascuno di trarre la morale che crede.

Ore 8.12, squittio dello smartphone e seguente messaggio nella casella Messanger: "Salve, molto lieti di conoscerVi! "Corpo 11" è una casa editrice indipendente dedita esclusivamente alla pubblicazione delle opere di Manuel Omar Triscari, poeta, narratore e saggista siciliano di stanza in Torino. L'unica casa editrice al mondo che pubblica le opere di un solo autore! Il catalogo della casa editrice "Corpo 11" e i collegamenti agli altri canali sono reperibili al seguente link: https://linktr.ee/corpo11edizioni. Per qualsiasi informazione su ordini e sconti non esitate a scriverci: corpo11edizioni@gmail.com. Cordialità."

Mia risposta: "Peccato che Messanger non sia un supermercato."

Corpo 11: "E chi lo dice?"

Io: "Non peggiori la situazione se non vuole essere segnalato come spamming e vedersi bloccato il profilo."

Corpo 11: "Non credo sia possibile."

Io: "Ok, allora proviamo."

Corpo 11: "Se questo riesce a colmare la frustrazione da micropene faccia."

domenica 3 settembre 2023

Psicopatologia della non vita quotidiana

Sotto un certo numero di contatti, secondo l'antropologo Robin Dunbar centocinquanta, è quella la soglia, sotto i social si dimostrano in effetti sociali, con un piccolo gruppo di persone che può ritrovarsi e comunicare a distanza, meglio ancora se hanno condiviso esperienze di vita: Ma te la ricordi la volta che hai messo un preservativo (si spera non usato) nel registro di classe, e la prof di matematica ha lanciato un urlaccio nell'aprirlo... Che forte!

Una dimensione appena più allargata è rappresentata dai gruppi, che sono l'equivalente aggiornato dei forum, e ancora prima dei cineforum. L'elemento aggregante è costituito dal tema del gruppo: se Fantozzi era vincolato nell'esprimersi alla corazzata Potëmkin (proverbialmente "una cagata pazzesca"), aderendo a un gruppo di danza del ventre devi parlare di danza del ventre, non di aeromodellismo che sarà l'argomento di un altro gruppo.

Ma quando, su Facebook, si ha quasi quattromila contatti come me? In questo caso le possibilità si biforcano:

1) si è dei personaggi pubblici con qualcosa da vendere, mettiamo libri, oppure dischi. Anche quando non si fa direttamente marketing dei propri prodotti da piazzare sul mercato, allargare il numero dei contatti è un modo di fidelizzare la clientela, lo si può fare scrivendo di qualsiasi cosa. Vi è inoltre la possibilità di aggiornare su avvenimenti per così dire collaterali al core business, mettiamo la presenza a una trasmissione radiofonica, sintonizzatevi numerosi, o la presentazione dell'ultimo libro nella tal libreria, a chi viene una bella firma anche sul braccio ingessato.

Come scriveva Salinger, al lettore piace illudersi di essere intimo di chi ha scritto le parole che lo hanno fatto sognare, e negli anni Settanta le groupie avrebbero fatto qualsiasi cosa per il calco dei genitali di Mick Jagger, o di quello sovradimensionato di Frank Zappa. Dunque ci sta, mi sembra un utilizzo ragionevole e vantaggioso della tecnologia, oltretutto a costo zero;

2) si è persone del tutto comuni, non necessariamente mediocri – quante persone pubbliche mediocri ci stanno su i social... – ma senza neppure un accendino o braccialetto di pelle annodato da vendere. In questo caso mi sembra che il correlativo più pertinente sia rappresentato dallo Speakers' Corner di Hyde Park, dove ogni Carneade può prendere la parola convinto che il suo pensiero sia decisivo per il mondo.

Mica sono tutti svalvolati quelli che arringano i quattro gatti che si fermano ad ascoltarli ad Hyde Park, ci stanno pure persone intelligenti che hanno qualcosa da dire. Ma il numero di svalvolati è decisamente superiore alla media. E così, a partire da me stesso, avverto puzza di TSO quando vedo persone anonime che pensano che altre anonime persone possano trarre giovamento da ciò che vanno scrivendo sui social, sbracciandosi per allargare con le mani il perimetro della voce.

L'epilogo è una forsennata richiesta di entrare in contatto, facciamo amicizia, dai, come cantava Dario Baldan Bembo "l'amico è qualcosa che più ce n'è e meglio è". Tanto mica sono obbligato ad andare a sentire il mio nuovo amico quando prende parola allo Speakers' Corner, e sarà viceversa lui a precipitarsi per ascoltare me, ci puoi scommettere! Parco per parco, bastano quattro o cinque like per confermarci nella convinzione di avere di fronte il pubblico del concerto di Simon & Garfunkel al Central Park.

Potete dunque rubricare anche questo post alla voce psicopatologia della non vita quotidiana.

sabato 2 settembre 2023

Dal Morgan in sé al Morgan in me, piccolo esercizio di ecologia linguistica

L'ultima puntata della serie Morgan: un uomo di mezza età, una polemica al giorno, è perlopiù fiacca e priva di mordente, e si può tranquillamente pigiare sul telecomando e saltare a prossimo episodio, in cui verosimilmente farà pipì sulla scrivania del sindaco di Milano mentre questi gli sta consegnando l'Ambrogino d'oro.

Ma c'è almeno un elemento nella sua intemerata contro il pubblico di Selinunte su cui è interessante soffermarsi. È quando, in stato di evidente alterazione – e segnamoci il sostantivo: alterazione – grida "fro*** di me***” alla persona che lo aveva richiamato al tema musicale della serata.

Una frase che dice qualcosa di ben specifico e inaccettabile (per la quale, va aggiunto, Morgan si è più volte scusato), ma qui utilizzata in chiave di generico insulto, l'espressione a portata di labbra che si immagina possa fare più male. E infatti il suo inconscio rissoso, perché di questo stiamo parlando, ha compiuto il lavoro occulto alla perfezione, e selezionato con automatismo pavloviano termini che più aggressivi e sconci non potevano essere.

Utilizzando una categoria lacaniana, potremmo dire che le due parole in sequenza unite da preposizione appartengono al Grande Altro, da intendersi come una pre-interpretazione linguistica del mondo elaborata in determinati (ma piuttosto ampi) momenti storici collettivi. Quindi archiviate come opzione attivabile all'occorrenza.

Non basta dunque dissociarsi, di più, sdegnarsi al cospetto della bulleria eterosessuale di Morgan, ma andrebbe interrogata quella parte di noi – probabilmente non ne siamo neppure consapevoli – che ha imparato ad associare fro*** con me***, e a scagliare entrambi contro qualcuno percepito come nemico.

Qui non sono infatti in gioco i diritti civili e il rispetto dovuto agli omosessuali, su quelli, al netto di qualche svalvolato come il generale Vannacci, siamo tutti d'accordo. È piuttosto l'incrostazione di un'Italietta piccolo borghese e fascistoide, molto più difficile da elaborare ed espungere perché fa tana dentro linguaggi acquisiti fin da piccoli, come ricorda Matteo Marchesini in un suo intervento. È in quel tempo remoto che si crea la metonimia tra inimicizia e omosessualità, da utilizzare, come dimostra l'episodio di Selinunte, anche in direzione inversa.

Un buon esercizio consiste nello scarto di livello, si realizza, parafrasando Giorgio Gaber, nel passaggio dal Morgan in sé al Morgan in me. Può aiutare l'ausilio di uno specchio verso cui disporsi frontalmrnte, quindi iniziare a ripetere: "Fro*** di me*** fro*** di me*** fro*** di me***..."

Cosa provo, cosa mi comunica quella sequenza di suoni dentro la pancia?

Quando le emozioni di rabbia che verosimilmente scaturiranno si convertiranno in una sonora risata – l'insulto è ridicolo, mica davvero vogliamo prenderlo sul serio? – potremo non solo dire ma sentire che è una sciocchezza. Saperlo lo sappiamo già. Se poi ne abbiamo ancora voglia, allora e non prima ci sarà tempo per tornare sui social a insultare Morgan, dargli dell'omofobo, augurargli ogni sorta di purga televisiva, come se non partecipare a X-Factor equivalga a un biglietto di sola andata per la Kolyma...

Ma fino a che non avremo collaudato su di noi l'orrenda espressione che ci appartiene, chi più chi meno a seconda dell'oratorio frequentato, lo specchio è lui, Marco Castoldi, in arte Morgan. Solo che non riconosciamo al suo interno il nostro volto, quello dei nostri avi e di infinite generazioni precedenti.

venerdì 1 settembre 2023

Francamente me ne infischio, o sul perché abbiamo bisogno di ricchi stronzi

 

Non so chi sia Sofia Franklyn. Influencer statunitense viene scritto a corredo della notizia riportata dal Fatto quotidiano, che corrisponde alla richiesta di esibire il conto in banca agli uomini con cui la giovane esce. Questo perché "voglio uscire solo con un ragazzo ricco" continua la Franklyn nel suo podcast. "Ho un lavoro e ho molto successo, quindi penso di avere tutto il f*****o diritto di dire ciao, siamo sullo stesso livello o sto perdendo tempo?"

Naturalmente e come c'era da aspettarsi queste dichiarazioni hanno sollevato un polverone sui social. Io però apprendo le sue parole con piacere, lo stesso piacere che provo nelle interviste a Flavio Briatore. Negli ultimi decenni si sta affermando una forma di capitalismo che potremmo definire implicito, dove i ricchi – pensiamo al ricchissimo Bill Gates, al mediamente ricco Fabio Fazio e alla benestante Elli Schlein – assumono atteggiamenti edificanti, non fingono neppure ma c'è convinzione in quel che dicono e fanno, se non sempre allineamento. Sono brava gente per farla breve, come si diceva un tempo degli italiani che spargevano l'iprite sull'Etiopia.

Tutto ciò va benissimo, sarebbe peggio il contrario. Il fatto è che loro restano ricchi, sempre più ricchi, e più poveri i poveri. Questo mondo ha dunque bisogno di riattivare la dialettica sociale, perfino il conflitto e lo scontro e, se ancora non bastasse, forme rinnovate di rivoluzione non cruenta, ossia rivolgimenti dei rapporti di forza. Ma è difficile con ricchi di tale sorta, che somigliano a Lupo de Lupis: un lupo, sì, ma pure tanto buonino.

La ricchezza, per suscitare moti di disappunto e reazione, deve così tornare a coniugarsi con la stronzaggine, come avviene appunto in Sofia Franklyn. In una riedizione di Via col vento sarebbe perfetta nel ruolo di Rossella O'Hara, e a quel punto sarebbe un attimo anche per noi recuperare la capacità di dire francamente me ne infischio, come fa Clark Gable nella scena finale sull'uscio con la foschia notturna che incombe.

Me ne infischio della tua sensibilità per le minoranze queer, la musica etnica, i volpini di Pomerania, il caffè d'orzo e il latte di soia e la marmellata con lo zucchero di canna, la medicina alternativa (in particolare i fiori di Bach), le copertine dei libri postate trionfalmente sui social, l'aggettivo carinissimo, le serie su Netflix divenute imperdibili, Lacan for Dummies, i corsi all'estero per i figli (che cosa vuoi che restino a fare qui...), le desinenze prive di genere e senso del ridicolo, gli asana yoga da eseguire prima dello Spritz con cui sentirsi, nel primo caso, in armonia con l'Universo, e nel secondo con il verso del muezzin che convoca le folle all'ora dell'aperitivo.

Me ne infischio di te perché, nel profondo, sono come te e sogno di prendere il tuo posto, mica perché sono migliore. E al netto di ogni retorica, la lotta di classe è questo: sano egoismo, oggi diluito 

 peggio il contrario. Il fatto è che loro restano ricchi, sempre più ricchi, e più poveri i poveri. Questo mondo ha dunque bisogno di riattivare la dialettica sociale, perfino il conflitto e lo scontro e, se ancora non bastasse, forme rinnovate di rivoluzione non cruenta, ossia rivolgimenti dei rapporti di forza. Ma è difficile con ricchi di tale sorta, che somigliano a Lupo de Lupis: un lupo, sì, ma pure tanto buonino.

La ricchezza, per suscitare moti di disappunto e reazione, deve così tornare a coniugarsi con la stronzaggine, come avviene appunto in Sofia Franklyn. In una riedizione di Via col vento sarebbe perfetta nel ruolo di Rossella O'Hara, e a quel punto sarebbe un attimo anche per noi recuperare la capacità di dire "francamente me ne infischio", come fa Clark Gable nella scena finale sull'uscio con la foschia notturna che incombe.

Me ne infischio della tua sensibilità per le minoranze queer, la musica etnica, i volpini di Pomerania, il caffè d'orzo e il latte di soia e la marmellata con lo zucchero di canna, la medicina alternativa (in particolare i fiori di Bach), le copertine dei libri postate trionfalmente sui social, l'aggettivo carinissimo, le serie su Netflix divenute 'imperdibili', Lacan for Dummies, i corsi all'estero per i figli (che cosa vuoi che restino a fare qui...), le desinenze prive di genere e senso del ridicolo, gli asana yoga da eseguire prima dello Spritz con cui sentirsi, nel primo caso, in armonia con l'Universo, e nel secondo con il verso del muezzin che convoca le folle all'ora dell'aperitivo.

Me ne infischio di te perché, nel profondo, sono come te e sogno di prendere il tuo posto, mica perché sono migliore. E al netto di ogni retorica la lotta di classe è questo: sano egoismo, oggi diluito dalla Sinistra, che dovrebbe rappresentare il gorgogliare dentro la pancia dei poveri, in retorica gastronomica da Gambero Rosso. 

lunedì 28 agosto 2023

Maria Assunta, o sulle parole e le cose

Maria Assunta abitava sopra l’edicola delle due zitelle. Al ritorno da scuola, mio padre, sotto braccio la cartelletta che conteneva i temi degli alunni, si fermava a ritirare la sua copia del Corriere della Sera, e io ci andavo di sabato per acquistare le figurine dei calciatori. Cinque pacchetti.

Numero dispari e squilibrato, nessuna scaramanzia cabalistica o conta delle dita di una mano, ma soglia delle mancette settimanali carpite alla nonna per accompagnarla in chiesa, dove al posto del Credo di Nicea recitavo sottovoce la formazione dell’Inter di Eugenio Bersellini.

Ormai non dovevo nemmeno più chiedere, come chi, intercettando lo sguardo del cameriere a cui inviare un cenno d’intesa, ottiene quale risposta un Bitter Campari; e così a me cinque pacchetti di figurine Panini, consegnate dalle mani talcate di una delle due zitelle. Sulla busta tricolore un uomo in braghette bianche e blusa rossa colpisce al volo il pallone in sforbiciata.

Le aprivo davanti al bar dei genitori di Claudio, a pochi metri dall’uscita dall’edicola, nella speranza di trovare la figurina di Pizzaballa, portiere di Verona, Milan e infine Atalanta, con cui avrei concluso l’albo.

Maria Assunta aveva due anni più di me e uno più di Claudio. La carnagione chiara. I capelli neri.

Dietro all'edicola c’era un piccolo giardino, al centro svettava un pino che raggiungeva il quinto piano del condominio accanto, dove abitava Claudio a un paio di rampe di scale dal suo bar. Il pino era stato colpito in due diverse occasioni da un fulmine, ma era sempre sopravvissuto.

Quando si intravedeva il lampo immediatamente seguito dal tuono, dalle abitazioni che danno sul cortile (la casetta anni Venti di Maria Assunta, il mio palazzo, completato alla fine degli anni Cinquanta, e quello più recente di Claudio) le persone si affacciavano alle finestre o uscivano in terrazza, guardandosi con una complicità nuova.

Forse accadeva qualcosa di simile durante la guerra, i bombardieri americani sganciavano le bombe sulla ferrovia e i bambini salutavano i piloti saltellando tra i filari delle vigne, in un attivarsi del corpo che era allo stesso tempo festa e paura, meraviglia. Tanti anni dopo ho scoperto che la filosofia proviene dallo stesso miscuglio.

Claudio aveva una bicicletta simile alle moto di Dennis Hopper e Peter Fonda in Easy Rider. Era molto scomoda ma molto bella, sosteneva di averla vinta con i buoni del frappè.

Di solito prima si sperimenta una cosa e poi si impara la parola corrispondente, ma, con il frappè, per me è stato diverso. La mamma diceva che potevo fare merenda anche a casa e quelli al bar sono soldi buttati via.

Non ho ricordi precisi della mia bicicletta, solo il colore verde smunto. Tutta la memoria va alla bicicletta di Claudio: il manubrio alto e la posizione avanzata dei pedali, la ruota anteriore più piccola, lunga la sella. E poi era gialla come tutte le cose veloci.

Una sfera di gomma scura azionava la trombetta cromata. Il signor Pittino però non voleva che la suonassimo, quando faceva caldo – ma quando faceva freddo in cortile non si andava – imponeva un silenzio assoluto a tutela del suo riposino pomeridiano, che durava dalle 13.30 alle 18.

A volte io e Claudio ci scambiavamo le biciclette o giocavamo a tappi, fino a quando vedevano Maria Assunta comparire in giardino. Si sedeva su una poltrona di vimini posata accanto al grande pino, le fronde facevano ombra, offrivano un po’ di frescura; ma più che altro credo si mettesse lì per evitare ogni contatto con i raggi del sole.

Indossava abiti a fiori e sandali ricamati sulle fettuccine di pellame. Il parroco, a dottrina, chiamava quello stile hippy, e quando pronunciava il termine si avvertiva una punta di sarcasmo. Sotto i fiori stampati sul tessuto di cotone leggero si intravedevano gambe bianchissime.

Dopo aver scalciato lontano i sandali, strofinava i piedi su fili d’erba misti a terriccio. Un movimento che ricordava i gatti quando sono contenti o ricoprono con la sabbietta le feci.

Tra il cortile che univa i nostri palazzi e il giardino di Maria Assunta c’era un contrafforte di cemento. Partiva basso, un muretto al culmine della rampa d’accesso ai box, e poi arrivava a circa tre metri, sormontato da una rete di metallo arrugginita non più alta di un pony.

Dopo avere lasciato le biciclette appoggiate alla parete, io e Claudio lo percorrevamo poggiando solo la punta dei piedi, il petto rasente la rete. La larghezza dalla parte in cui stavamo avvinghiati non superava i cinque centimetri. Arrivati di fronte al pino scavalcavamo, se l’avessimo fatto prima saremmo finiti nell’orto di non so chi.

Mi piace credere che a Maria Assunta facesse piacere che rischiassimo l’osso del collo per andare a trovarla, se non altro non appariva seccata. In genere teneva tra le mani un libro o un fotoromanzo, al nostro arrivo lo lanciava vicino ai sandali, e ci sorrideva. Poi parlava di cose un po’ da grandi, e noi rispondevamo con cose da piccoli.

Una volta ci ha offerto dell’acqua fresca, l’ha versata da una caraffa di terracotta in bicchieri di plastica trasparente, dove ha aggiunto lo sciroppo di orzata. I due liquidi sembravano da principio recalcitranti a unirsi, ma una volta acquisita confidenza, piano piano, si fondevano in una sostanza del colore delle sue gambe.

Nel giardino c’erano anche delle piantine di basilico, contendevano l’odore di quei pomeriggi assolati a tre cespugli di rose rosse e un pruno defilato, su cui il cocker del Rag. Castoldi (sulla cassetta delle lettere stava scritto così, non so se avesse anche un nome di battesimo) andava a pisciare. Guai a mangiare le prugne perché le due zitelle si arrabbiavano, dicevano che l’albero era il loro.

A ottobre Maria Assunta smetteva di scendere in giardino, e anche io e Claudio smettevamo di arrampicarci per andarla a trovare. Aspettavamo la fine di aprile dell’anno dopo. Potevamo guardare la tivù, se avevamo terminato di fare i compiti. In televisione, alla 16.40 in punto, iniziavano le schermaglie tra Zorro e il sergente Garcia.

Era il 1976. Poi fu il turno del 1977. Ma nel 1978 cambiava tutto.

Maria Assunta non si vedeva più in giardino. Nemmeno a maggio, a giugno. Le due zitelle, vedendomi smarrito nell’acquisto delle figurine, un sabato mi hanno rivelato che era andata ad abitare altrove. Quella ladra, hanno aggiunto. Ci mangiava sempre le prugne.

In autunno sono riprese le lezioni alle scuole medie F. Sassi di Sondrio, e mi sono accorto di una compagna di classe. Si chiamava Simona. Anche l’anno precedente eravamo andati a scuola assieme, nella sezione F, ma adesso era diverso... Prima non me ne accorgevo.

Rimaneva il problema di dare un nome a quella sensazione, più che nella testa stava dentro la pancia.

In fondo provavo qualcosa di simile mentre mi arrampicavo per raggiungere Maria Assunta. Al suo apparire tra il basilico e le rose, sormontata dal pino e con la complicità del pruno, si faceva ancora più forte, quasi un crampo.

Eppure è la cronologia abituale: inizia la sensazione, a cui segue – può passare molto tempo – una sequenza ordinata di lettere. Amore, ad esempio, perché di questo si trattava. Il primo amore, per essere precisi. Mica come il frappè di cui continuavo a conoscere solamente il nome.

L’unica differenza è che non dovevo arrampicarmi su nessun contrafforte, fare l’equilibrista, scavalcare, graffiarmi, stare attento a non cadere. Per poi essere accolto nel giardino dove Maria Assunta ci attendeva sul suo trono di vimini.

Ritrovavo Simona tutte le mattine, entrava in classe sempre prima di me e stava già rivolta in direzione della lavagna. Una concentrazione quasi cocciuta, malgrado i suoi occhi azzurri da dodici diottrie, già pronta a offrire ai professori la soluzione di problemi non ancora formulati. C’è chi ci nasce primo della classe. Intanto, io guardavo lei come si guarda attoniti alla X.

Un giorno sono entrato nel bar dei genitori di Claudio, avevo messo da parte qualche spicciolo che non impiegavo più per le figurine; ora dalle zitelle andavo di giovedì per acquistare i fumetti di Zagor. Ho ordinato un frappè. A che gusto? Fragola.

È divertente vedere il ghiaccio sbattere contro le pareti del frullatore, anzi ascoltarlo, ta-ta-ta-ta, prima di cedere al latte e alla polvere rosa. Se ritagli i buoni che stanno stampati dietro la busta puoi anche vincere una bicicletta. Quindi l’ho bevuto e ho pagato e sono uscito. Tutto qui?

Avevo finalmente imparato come ricomporre i nomi alle cose.

Se dicessi che pochi anni dopo ho letto il nome Maria Assunta su un manifesto funebre, Maria Assunta, 1964 – 1988, ti ricordano con affetto i cugini di Voghera, ora sei in cielo assieme al tuo papà, renderei il finale della storia un po’ patetico. Peggio se aggiungessi il commento delle due zitelle, mettevano sempre l’articolo determinativo: “La droga..." bisbiglia la prima. "È morta" completa la seconda mentre consegna la Gazzetta dello Sport al Rag. Castoldi, "è morta perché si faceva le punture con dentro la droga.”

Ma le cose sono andate a questo modo e non posso farci nulla, solo cercare una nuova storia, ce ne se sono tante in giro. Questa però è la mia storia e se non la racconto io rimarrà senza parole, nessuna traccia di un minimo giardino tra via Trento e via Parolo, a Sondrio. Conteneva due scalatori alla loro prima vetta, due streghe e naturalmente una principessa, dalle gambe del colore dell’orzata.

Nel frattempo Claudio aveva cambiato città, non ho più rivisto lui né la sua strana bicicletta. La figurina di Pizzaballa – ecco perché non la trovavo mai! – pare non fosse stata stampata. Simona si è laureata in Lettere con il massino dei voti, adesso è capo redattrice in una rivista dove spiegano i diversi tipi di orgasmo femminile e come superare la prova costume.

Solo il pino giganteggia ancora al suo posto, ogni tanto gli danno una sfoltita ai rami laterali, ma il signor Pittino non si lamenta più per il rumore della sega elettrica. Nel suo appartamento è subentrato il nuovo inquilino, somiglia un po’ a Dennis Hopper ma gli manca il chopper e il giaccone con le frange. Ha sostituito la targhetta Pittino con una piena di consonanti palatali. Prima le cose e poi le parole, la regola è rimasta immutata.

In ogni caso, qualcuno che si lamenta si trova sempre.

Al termine dell'estate qualche volta ancora mi ricordo di Maria Assunta, succede quando arrivano i primi temporali. Se avverto un fragore più forte, secco, di quelli che ti fanno esclamare Che botta! mi affaccio alla finestra per controllare se il fulmine ha centrato la cima della pianta. Ma non vedo più spalancarsi nessun’altra finestra.

giovedì 24 agosto 2023

Perché negare i libri è diventato non solo giusto ma necessario

A Castelfranco Veneto la libreria Ubik si rifiuta di vendere il libro del generale Vannacci, e Ferdinando Camon, sul Mattino di Padova, critica quella scelta in un articolo che sta facendo discutere, anche per via di una lunga articolata risposta della libraia incriminata, Clara Abatangelo.

Ma non anticipiamo il suo pensiero e restiamo a ciò che ha scritto Camon, il cui argomento cardine è che solo avendo accesso a un testo si può sviluppare un pensiero critico al riguardo, non è mai una buona idea oscurare la conoscenza. A Camon capitò anni prima quando richiese il Mein Kampf nella libreria Feltrinelli di Padova, ottenendo quale risposta: "Noi certa robaccia non la vendiamo." Fu un errore allora e fu un errore adesso, conclude Camon.

Fino ad alcuni anni fa – diciamo dieci, massimo quindici – l'avrei pensata come lui. E appartenendo a una o forse anche due generazioni anteriori alla mia, non mi sorprendo che continui a pensarla così. Perciò lo rispetto, non perché lo consideri un vecchio svampito (tutt’altro, e va ricordato che l’autore di Occidente proprio del Mein Kampf si giovò per la descrizione della sottocultura neofascista), ma è la sua biografia intellettuale a orientarne la percezione, quella di un sistema culturale con funzioni determinate e fisse. Ma rispetto anche la scelta di Clara Abatangelo: non la trovo astrattamente più giusta, ma più attuale e cioè in linea con le mutazioni del sistema culturale, che diversamente dal sentire di Camon sono nel frattempo avvenute.

Il punto di discrimine va individuato nella piena affermazione dell'e-commerce, con la funzione – funzione sociale proprio – delle librerie che smette di essere quella di consentire l'accesso ai testi, come la funzione del panettiere al pane e del lattaio al latte. Certo, esistevano ed esistono allo scopo anche le biblioteche, insiste nella sua risposta la libraia, e ha perfettamente ragione. Inoltre, continua con pari persuasività, l'attività di vendita libraria va inscritta nel regime economico a tutti gli effetti, sottraendola a un certo alone romantico da cui è circonfusa.

Ma qui mi pare che realizzi un autogol: non mi appare un'ottima idea rivendicare la scelta di non vendere il libro più richiesto al momento, come se un bar, per fare quadrare i conti, decidesse di non vendere Coca Cola. Può naturalmente non farlo, ma per tutt'altri motivi: in primo luogo oggettivi (mi riferisco alla natura autoprodotta del testo, i due contendenti però non vi fanno riferimento, e quindi per il momento sorvoliamo) ma soprattutto ideologici, che con piena legittimità sostengono la scelta di Abatangelo.

Ora il delicato punto del ragionamento consiste proprio nella legittimità dell'ideologia, anzi in un certo senso, per un libraio, la sua necessità. Se infatti la mediazione tra offerta e domanda nella filiera commerciale può ora essere svolta da venditori impersonali come Amazon, con vantaggio economico e piena efficienza, è a un altro e nuovo livello che va collocato il ruolo del libraio. Da mediatore a operatore culturale a pieno titolo, che tra i suoi strumenti performativi dispone della discrezionalità della proposta con cui indirizzare il lettore.

Alla Ubik di Castelfranco Veneto, ad esempio, hanno deciso di vendere qualsiasi nefandezza, purché l'autore non sia più vivente. Dunque Hitler sì e Vannacci no. A me sembra un po' una sciocchezza, ma difendo il principio: scegliere secondo una propria idea di giustizia, bellezza, forma e perfino mondo. Che naturalmente è criticabile come ogni gesto estetico, seppur indiretto.

In un parallelo con l'arte, potremmo vedere il libraio contemporaneo come figura simile a ciò che è stato Achille Bonito Oliva per la neoavanguardia: un attore effettivo del movimento, non semplice recensore esterno.

E così i librai, se vogliono sopravvivere alla concorrenza di internet, possono e devono fare cultura, prendere parte, partito, posizionarsi sulla base dei propri convincimenti in molti campi non limitati alla qualità formale del testo. Ciò si fa anche attraverso scelte discutibili come negare ai propri clienti un libro, probabilmente pessimo, ma oggetto di dibattito civile.

mercoledì 23 agosto 2023

Cortina di ferro e sapone, o sull'ambiguità del concetto di bolla social

Le pagine web dei maggiori quotidiani nazionali riportavano ieri della polemica social tra Luca Bizzarri e Selvaggia Lucarelli. Essendo quest'ultimo a me simpatico e la Lucarelli, diciamo così, eufemisticamente, molto meno, la ragione mi appariva pendere dal lato di Bizzarri. Ma quale ragione?

Mi sono fatto la domanda successivamente, dopo la prima reazione emotiva. La materia del contendere era talmente insignificante da non meritare neppure menzione. Eppure era una delle notizie di rilievo delle pagine web dei quotidiani nazionali. Questo l'ho già detto, ma ripetiamolo una terza volta: quotidiani nazionali.

Quando si pronuncia – lo faccio spesso anch'io – l'espressione bolla social, forse sarebbe allora il caso di interrogare il linguaggio che utilizziamo. Se anche fosse una bolla, come i maiali di Orwell esisterebbero bolle più bolle delle altre, che le inglobano come nell'insiemistica fa l'insieme maggiore col minore.

Ciò che scrivo io in questo momento e che il mio amico Pinco Pallino forse commenterà, sta all'interno di una piccola bolla, una bollicina. Resta lì, sospesa in aria per tre giorni, e poi scoppia senza botto, alla maniera delle bolle di sapone. Puff.

Anche la bolla in cui polemizzano Luca Bizzarri e Selvaggia Lucarelli ha i giorni contati, ma nel frattempo riesce a invadere gli spazi, li satura, raggiunge perfino chi non è in contatto con loro come me. Una minima frazione di tempo in cui non si parla d'altro, a parte inezie del tipo la guerra in Ucraina e il Global Warming. È ciò che un tempo si diceva fare mondo.

L'episodio a cui mi sono riferito è davvero marginale, ma sospetto che si possano ricavare elementi più generali, forse perfino universali sulla natura sociale del nostro tempo. Ad esempio: non è vero che la società si è parcellizata in tribù virtuali di scambio (perlopiù iconico), quando in questa negoziazione comunicativa continuano a permanere delle gerarchie, che sono a tutti gli effetti gerarchie sociali.

Non a caso chi le cavalca viene chiamato influencer, con un termine che ricorda le aree di influenza in cui è stata spartita l'Europa dopo la seconda guerra mondiale. Ma se l'influenza politica e culturale esercitata dagli Stati Uniti ha perdurato per oltre cinquant'anni e poco meno l'URSS, quella di Lucarelli, Bizzarri, Fedez, Ferragni, Scanzi etc dura i proverbiali tre giorni. Poi fa ugualmente puff e bisogna attizzare il fuoco con una nuova polemica.

Quindi ciò che è imploso è il tempo dell'influenza, mentre lo spazio (o se si preferisce la quantità, che attraverso lo spazio monta come la neve nelle valanghe) continua a permanere quale discriminante dei rapporti di potere. Spazio naturalmente astratto e non più fisico come quello della Cortina di ferro. Ma pur sempre spazio dove ci sono vincenti e perdenti, sommersi e salvati. E pochissimi che se ne sbattono i coglioni e vanno a pescare.

 

martedì 22 agosto 2023

Rotta per Antiochia, o su modernità e lettura

Nell'antichità era diffusa la pratica della bibliomanzia. Si apriva a caso la pagina di un libro, in particolare della Bibbia, e da quel che si leggeva si ricavavano delle indicazioni pratiche per la propria vita, frutto del collegamento con una domanda posta al testo in precedenza. Del tipo: È opportuno che io intraprenda il viaggio per Antiochia? Risposta: "La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero", che con un po' di immaginazione potrebbe essere tradotto con un sì, va pure, ma sta attento a dove metti i piedi. Aiutati che il ciel t'aiuta.

A me pare la condizione della tarda modernità simile a quell'antico scenario. Con eccezione dei rabbini, pochissimi allora avevano letto il testo biblico per intero; e a differenza di Mallarmé nessuno direbbe oggi "la carne è triste, ahimè. E ho letto tutti libri." Nemmeno l'uno per cento di quelli pubblicati in un solo anno potrebbero essere letti in una vita intera.

A parte gli studiosi di professione, filologi, docenti universitari e cocciuti autodidatti che passano le giornate in biblioteca, siamo la somma di pagine aperte e lette un po' caso, di cui il nostro corpo costituisce la rilegatura. Ma mi sembra però di scorgere anche una differenza con il passato. È difficile ora incarnare il nostro sapere frammentario, indirizzarlo in un orizzonte biografico, al punto che il più delle volte non viene neppure contemplata la possibilità.

Sì legge un libro, quando terminato si fotografa la copertina e la si posta su Facebook. Ventidue like, va', non male, anche se con la 'Cognizione del dolore' ne avevo fatti trentasette. Senza chiederci cosa quel libro aveva da sussurrarci all'orecchio, proprio e solamente a noi, anzi a me, non dovrebbero esistere plurali al cospetto di un libro preso davvero sul serio, a cui affidare il ruolo di navigatore satellitare. E capite che senza questo ausilio poi è difficile raggiungere Antiochia.

lunedì 21 agosto 2023

Paradise Lost

Se i buoi e i cavalli e i leoni avessero mani e potessero con le loro mani disegnare e fare ciò appunto che gli uomini fanno, i cavalli disegnerebbero figure di dèi simili ai cavalli e i buoi simili ai buoi, e farebbero corpi foggiati così come ciascuno di loro è foggiato, scriveva Senofane nel quinto secolo. Ma io come lo disegnerei, il mio Dio? A volte, i pittori, indecisi sul soggetto del ritratto cominciano a dare forma allo sfondo. Ad esempio, in alto a destra su uno scaffale in metallo, potrei tratteggiare palloni bianchi e palloni blu, la materia di cui sono composti è sottile, con i tipici pentagoni neri impressi sulle sfere da calcio; ma anche altre palle più grandi a spicchi colorati, sono ancora flosce e vanno gonfiate attraverso una pipetta di gomma aggettante. Quindi maschere da sub, pinne, boccagli, frisbee, ciabatte, ciabatte da scoglio in lattice trasparente, costumi, cappelli di paglia, occhiali da sole, teli da spiaggia, borse, sdraio, kit per giocare a badminton sul bagnasciuga, e sempre sul bagnasciuga ribattere tra loro due palline di legno appese a una cordicella, facile colpirsi le dita e perfino rompersele. Meglio lasciar perdere. La mano che disegna darà allora forma a ruspe e camion di plastica, motoscafi di plastica ugualmente in miniatura, soldatini di plastica, bocce di plastica, braccioli e salvagenti di plastica (con o senza ochetta), quasi tutto qui è di plastica. Tra cui una pistola ad acqua modello James Bond, e un secchiello utile per attingere all'acqua del mare e farla colare piano sui torrioni del castello di sabbia, per sagomare le guglie. La paletta e le formine serviranno solamente in seguito, ma non vanno comunque dimenticate, insieme a collanine di ambra e corallo e pochi oggetti di cancelleria, più che altro penne BIC e quaderni per eseguire i compiti delle vacanze. Ci sono inoltre, a richiesta, i francobolli con cui spedire le cartoline che pure non mancano: Qui tutto bene, c'è il sole, Giovanni ha fatto indigestione di cozze, e voi a casa?. Giganteggiano all'ingresso due ombrelloni aperti e un materassino a forma di coccodrillo, con un vano dove inserire la lattina di Fanta; ma fa lo stesso per una birra o una Pepsi. In una cesta di vimini posata al suolo - è possibile acquistare anche quella - stanno delle reticelle di nailon che contengono biglie di vetro e altre di... massì, di plastica. Da un lato sono colorate mentre la metà opposta è trasparente, per lasciare intravedere le fotografie dei ciclisti che sono posizionate proprio al centro: Gimondi, Merckx, Binda, Anquetil, Bitossi, Pollentier. In una bacheca a lato le creme da sole, con i vari filtraggi, sormontata dall'immagine di una bambina a cui un cagnetto abbassa il lembo posteriore del costume, facendo risaltare il sedere bianchissimo. Non senza malizia, accanto si trovano i giornaletti per soli uomini, titoli come Lando, Zora, Maghella. Ma se fai finta di niente e li sfogli, ti accorgi che sono solo dei fumetti, non troppo diversi da quelli (sul banco centrale) di Tex, Zagor, Diabolik e Nonna Abelarda, il mio preferito. O forse è che Caballero e Le Ore Mese vengono tenuti sotto al bancone, e consegnati dopo un cenno d'intesa. Ben in evidenza, al contrario, sono i parei femminili; ragazze bionde dagli incomprensibili gutturali suoni che escono dalla bocca se li provano davanti a uno specchio ovale, starei a guardarle per ore: loro e i loro parei pieni di fiori rossi, gialli, arancione, fucsia; tinte che ritroviamo in altri dallo stampo psichedelico. Ma c'è anche un camicione variopinto unisex, stile indiano, ricorda l'abbigliamento di Sandokan nel trafiggere la tigre, va di gran moda quest'anno. Il 1973. Si fa invece fatica a vendere i berretti da lupo di mare – o blu o blu, come per la Ford T non c'è da lambiccarsi sul colore – con un'àncora dorata cucita sopra la visiera. Ho trascurato i quotidiani locali e la Settimana Enigmistica e riviste dalla copertina lustra con titoli stranieri; solo le immagini di donne, naturalmente poco vestite, che li accompagnano, sono uguali a quelle stampate sulle riviste italiane. Ma la cosa più preziosa sono i Trasferelli: chi sa sa e chi non sa non sa, peggio per voi. Perché questo è il mio paradiso. Un bazar marittimo, sì. Si trovava nello spiazzo in cui l'asfalto cede alla sabbia prima della spiaggia di Lacona, Isola d'Elba. L’anno l’ho già indicato e io non avevo bisogno di nessun Dio, poco importa che avesse aspetto di uomo barbuto, bue oppure cavallo. Bastava il suo Regno di meraviglie. E basta ancora.

Que reste-t-il?

 


Il sempre ottimo Fabrizio Coscia  (docente, critico letterario e teatrale, autore, direttore editoriale e soprattutto grande amante degli animali, ed è quest'ultimo aspetto che me lo fa sentire particolarmente vicino), giovedì ha pubblicato su Facebook il seguente post:

"Ogni cosa, qua sopra, nasce pasce e muore in tre giorni."

Se ne ricava che ciò che ha scritto, se non gli avessi fatto la respirazione bocca bocca, starebbe morendo in queste ore, nessun sepolcro informatico si spalanca da solo al terzo giorno. Ma se ne ricava anche un'altra cosa, in forma di specificazione assente nelle sue parole. Che così acquisterebbero maggiore aderenza alla realtà:

Ogni cosa VERBALE, qua sopra, nasce pasce e muore in tre giorni.

Per le immagini è infatti diverso. Rimangono registrate in un archivio, anzi due: il primo si chiama immagini del profilo e l'altro non ricordo, ma entrambi possono essere richiamati da chiunque (sempre che non vengano posti veti informatici, operazioni comunque troppo complesse per me). 

Ciò porta alla conseguenza che quando qualcuno ti chiede l'amicizia: 1) o l'accetti senza pensarci troppo, come se stessi corrispondendo alla richiesta di una sigaretta; 2) o è proprio a quegli archivi figurali che in prima battuta ti affidi, per farti una sommaria idea della persona con cui stai entrando in relazione, ed eventualmente decidere se proseguire. 

Nel mio caso, quando trovo selfie del richiedente abbracciato con Salvini - eventualità per nulla astratta e fin troppo frequente - la dogana resta abbassata. Se superato questo primo checking dovessi scoprire che trattasi di donna e per giunta carina, particolare ugualmente diffuso e spropositato rispetto alla vita reale, mi sono sempre chiesto perché le donne che mi chiedono l'amicizia sono di norma tanto belle, scattano puntuali le fantasie di fidanzamento.

Scorro così tutte le foto che accompagnano le varie fasi della vita: il primo figlio allattato sotto l'ombrellone a spicchi arcobaleno; il giorno della laurea con il tocco, quel cappelletto squadrato che rende simili a piattaforme petrolifere; in gita scolastica a Venezia - lo si capisce dai souvenir con la gondola o Piazza San Marco - confusa nel gruppone sorridente, da cui spunta una mano che fa le corna al vicino; la stinta polaroid di un uomo giovane e robusto, sembra felice per una promozione sul lavoro o la vittoria di un torneo di boccette, ciao Babbo recita la didascalia, con oggi sono già cinque anni...

Infine mi soffermo su quelle in cui ancora ragazza pedala con un abito di cotone leggero e svolazzante, meglio se di color cobalto con piccoli fiorellini colorati o chiari pois, lo chignon contiene il troppo dei capelli ma alza il sipario sullo spettacolo del collo.

Una premessa personale per trarre una conclusione che a me appare più generale, forse perfino universale, di certo filosofica. Quando Derrida individua nella scrittura il luogo privilegiato dove ricercare la "différance", da intendere come rinvio al tempo mitico del differire ma anche lasciare tracce distintive, i social non esistevano ancora, e non ha così potuto collaudare la sua teoria nell'orizzonte della tarda modernità. Il suo sfondo è ipotetico.

Ma a noi ora basta un click per riconoscere come la traccia verbale sia simile alla scrittura con inchiostro simpatico; solo un cocciuto rompicoglioni può rianimarla scaldando il foglio con un fiammifero, sul manuale di Paperinik insegnavano a farlo con il succo di limone. Diversamente ci toccherà saturare di segni grafici la stessa pagina virtuale che si rimbianca a ogni giro - "cosa stai pensando?" - convertendo il gesto dello scrivere da memoria a presente infinito.

È quanto ho fatto io con la traccia morente di Fabrizio: l'ho rianimata. I più si accontentano di ciò che resta, que reste-t-il recita una celebre canzone francese da cui ha forse tratto spunto Derrida, que reste-t-il de nos amours, que reste-t-il de ces beaux jours, que reste-t-il dei nostri insulti e scazzi sui social?

Immagini, ormai questo dovrebbe esserci chiaro. Solamente immagini.


domenica 20 agosto 2023

Un amore grande. Ma quanta grandezza siamo disposti a concedere al nostro amore?



L'ho rivisto ieri sera per la terza volta, e per la terza volta ho trattenuto a stento le lacrime; massì diciamolo: qualcuna mi è pure sfuggita sul cuscino. Importante che non mi abbia visto nessuno.

Mi riferisco all'episodio San Junipero presente nella terza stagione di Black Mirror, si trova ancora su Netflix. Per chi non l'avesse visto - ma vedetelo! - cercherò limitare gli spoiler, per quanto qualcosa ci scapperà. Questo però lo posso dire senza compromettere la sorpresa: contiene l'idea cinematografica più potente, tenera, spiazzante e, per paradosso, plausibile vista negli ultimi anni sullo schermo.

Non è importante che la regia sia un po' televisiva, anzi lo è totalmente, ma in senso non spregiativo, come per Stendhal che dichiarava il suo stile letterario ispirato al Codice Civile napoleonico, niente preziosismi da primo della classe. E così anche in San Junipero la regia è piana e senza la ricerca di abbellimenti calligrafici, quel guarda come sono bravo che si avverte come sotto testo di tanto cinema americano. Una scelta in levare che fa risuonare ancora di più i dilemmi che dischiude nella mente dello spettatore.

Intanto: è una storia d'amore, da principio adolescenziale e sbarazzina, si potrebbe essere portati a credere di trovarci invischiati in un teen movie. Niente di più sbagliato. Le possibilità che la tecnologia lascia intravedere già adesso, figuriamoci tra una manciata di anni, pongono infatti a questo amore acerbo interrogativi inediti e concreti.

Quando si dice ti amerò per sempre, ad esempio: e se non fosse solo un'iperbole...

Lasciamo il dubbio in sospeso e torniamo a un altro elemento recuperato dalla tradizione, qual è il tema del doppio. Qui viene rimodulato in forma esponenziale: le due protagoniste, attenzione, cominciano gli spoiler, sono una il doppio dell'altra, ma anche di loro stesse. Quindi abbiamo la nostalgia verso un passato reale divenuto mitico nel ricordo: gli anni Ottanta, e da quel ricordo la forbice si spalanca tra gioventù artificiale e vecchiaia autentica. Entrambe sono presenti in una sincronia che imprime una sterzata in direzione della fantascienza.

Ma saremmo fuori strada anche se pensassimo di avere così trovato il bandolo della matassa. Viene infatti richiamato un problema ben vivo nel presente, l'eutanasia, a cui si aggiunge quel pizzico di omosessualità che nel cinema contemporaneo non guasta. Ma è di nuovo riletta nella prospettiva del doppelganger: l'omosessualità non tanto, o non solo, come ricerca esterna di un corpo di genere uguale al proprio, ma, in chiave junghiana, di una parte diversa che sta all'interno di ciascuno, a cui l'altro fa da specchio.

Potremmo chiamarle la parte vera e la parte falsa reclamata dalle consuetudini sociali, la maschera professionale, e con ciò recuperare l'alternativa tra autentico e artificiale che già abbiamo incontrato per il tempo biografico, ponendola nuovamente in forma interrogativa.

Cosa è vero e cosa è falso se i sensi, ricreati dalla tecno-scienza, perdono la capacità di discriminare una sostanza chiamata realtà? E come comportarci quando questo confine diviene incerto, replicando la scelta tra la pillola rossa e quella blu in Matrix? Con la differenza che l'illusione qui rappresenta la via di fuga al dolore e alla degradazione del corpo, in una sensibilità neo gnostica (di segno solo invertito) condivisa con la pellicola dei fratelli Wachowski.

Ma alla fine è il quesito amoroso che nel finale si riprende tutta la scena, un AMORE che più maiuscolo non potrebbe essere. Siamo disposti, per tornare all'ipotesi lasciata in sospeso, a un sentimento tanto grande da sfidare il tempo in senso letterale, congelandolo dentro il loop di una manciata di canzoncine degli anni Ottanta. Ho provato a farlo con Heaven Is a Place on Earth di Belinda Carlisle, presente in colonna sonora con funzione sia diegetica che simbolica, e già al quarto ascolto mi era venuta la nausea.

Non però per questo episodio di Black Mirror, che probabilmente riguarderò ancora. E di nuovo mi commuoverò (ben attento a non essere visto) di fronte allo spaziare senza limite del raggio dell'amore, di ogni amore, perfino di uno nato in discoteca con i capelli impiastricciati di Tenax, e uno sfigato sullo sfondo che gioca a Pac-Man. Amore tra ragazze vecchie o vecchie ragazze, distinzione che abbiamo ormai compreso rappresentare la vera finzione. Una congiura ontologica, la chiamerebbe il filosofo Emanuele Severino.

Ma se per lui tutto da sempre è, qui, quasi messianicamente, è proprio l'amore a sconfiggere la morte, la tecnologia ne è solo lo strumento attuativo. L'elemento davvero decisivo è che ci sia qualcuno disposto a bere molti rum and cola assieme a te. Una sbornia che ha durata di eternità. Ne siamo pronti?

All You Need Is Love

Ho letto che Lars Von Trier sta cercando una fidanzata attraverso Instagram. È un matto simpatico Lars Von Trier, e, a parte avere fatto alcuni film bellissimi, a volte le spara davvero grosse, senza contare i problemi di salute degli ultimi anni. Ma non credo siano questi fattori ad aver determinato la decisione, la sua mente è lucidissima e si accompagna alla volontà.

Anche io non sono fidanzato, e così, un paio di anni fa, mi è venuta l'idea di compilare un profilo sulla sezione Dating di Facebook. Confesso di averlo fatto un po' per curiosità, celia e naturalmente per non morire. Ma soprattutto perché amare ed essere amato (lo dico nella forma più semplice possibile) è un'esperienza che mi manca da troppo tempo.

Su Facebook Dating ho però trovato solo la seconda parte del costrutto linguistico: è come se tutte le donne lì presenti – ma immagino di avere fatto loro la stessa impressione – gridassero amatemi, dai, cosa aspettate: AMATEMI!, in una forma imperativa che non regge il verbo amare.

Il social-amore diviene così simile al love inglese: una disposizione genericamente affettiva, non la si nega neppure a un criceto. Oppure al filein greco con cui Pietro risponde alla richiesta di Gesù di vedersi confermato nei sentimenti (Pietro, agapàs me?), sostituendo però il verbo agapáô della domanda, che dell'amore indica l'aspetto intimo e vicendevole, e finendo col confezionare una dichiarazione simile a quella della Pina alla medesima richiesta di Fantozzi: "Ugo, ti stimo moltissimo", tanto che Gesù non può che mandarlo a pascere le pecorelle.

Di tutte queste cose mi piacerebbe parlarne con Lars Von Trier, possiamo scambiarci le mail, il numero di telefono o meglio ancora vediamoci in qualche bar tra Sondrio e New York. In fondo è una persona aperta e magari sarà disposto a incontrarmi per una Ceres, anche se non sono una donna graziosa né tantomeno una Musa, con la maiuscola, quale lui dichiara di ricercare. Potrei raccontargli della sindrome della cornucopia, l'ho chiamata con una metafora antica  non trovando il conforto di una definizione più aggiornata.

È un percepire più che altro, un illudersi che attraverso internet il mondo si dischiuda in infinite occasioni, basta solo farle combaciare, allungare la mano e cogliere. Circostanza per certo verso effettiva: quanti utenti avrà Facebook Dating? Non so esattamente, ma di certo svariati milioni, tutte possibilità amorose. Sennonché ogni possibile è, a sua volta, consapevole di questa impressionante eruzione della cornucopia, e come la Principessa sul pisello alza l'asticella delle attese, fino a sconfinare nell'utopia sentimentale.

Il sotto testo psicologico diviene così il refrain di una celebre canzone napoletana, da opporre a tutti quelli che non si accorgono di noi nella vita reale: "chella llà chella llà, mo' va dicenno 'ca me vo' lassà... nun sape che piacere che me fa, me ne piglio (su internet) nata cchiù bella (ma anche con le tette più grosse, naturalmente ricca, intelligente, simpatica e soprattutto giovane) e zitella restarrà, ch'ella llà, ch'ella llà, chella llà." O detta altrimenti, a ogni porta che si chiude si spalanca un portone. E qui ci sono infiniti portoni. Tutti chiusi.

Ecco la ragione per cui chi cerca non trova, non l'amore almeno, non sulle applicazioni di dating. Dammi retta Lars, cancelliamoci da questo luogo mostruoso, fermiamo piuttosto le ragazze per strada, fischiamogli dal tavolino del bar dove siamo seduti anche se rischiamo di essere incriminati; il reato è quello di cat calling, che è ha tutti gli effetti una molestia sessuale. Come non detto allora, ordiniamo un'altra Ceres.

Tanto so che comunque non mi avresti dato retta, neppure io do retta a me stesso. Infatti e per quanto non apra quasi mai l'applicazione, da qualche parte ancora si manifesta – un manifesto proprio, come quelli in cui nel Far West stava scritto wanted, solo che l'oggetto del volere sta fuori e non dentro il perimetro dell'immagine – si manifesta la mia faccina imbronciata. Il giorno in cui mi è stata scattata la fotografia stavo a una festa senegalese: sorridi!, ma sorridi tu, io sono occupato a digerire. Mi erano rimasti sullo stomaco due piatti di thiebou den, e non fu una buona idea aggiungere un bicchiere di succo di zenzero con otto cucchiaini di zucchero.

Ora lo stesso sguardo costipato fa capolino sul vasto mondo delle femmine, sotto pochi dettagli anagrafici e morfometrici: maschio caucasico, cinquantasette anni, un metro e ottantatré. Professione: non indicata. Quindi vanno aggiunti gli interessi, i gusti e le aspirazioni. Il mare, il colore del mare, lo sciabordio del mare, l'odore del mare. Sono un po' monotematico, lo so. Ma anche portare a passeggio il mio cane, si chiama Mela, e leggere i libri di Gianni Celati e Flannery O'Connor. Massì, pure guardare i tuoi film, Lars, ma mica tutti eh. Manca solo la canzone del cuore che ho indicato in Amore disperato di Nada (in effetti avrebbe dovuto essere Diavolo rosso di Paolo Conte, ma mi dimezzava il target).

Proprio in questo momento il mio profilo sarà forse finito sul display di una buyer di Cantù, attività di cui ho scoperto l'esistenza su Facebook Dating, non puoi immaginare Lars quante buyer ci stanno al mondo, che dopo una scorsa veloce conclude: “Troppo vecchio, troppo brutto, troppo povero, troppo basso, troppo alto...”

È la cornucopia, te l'ho detto. Non esiste ma è conficcata nella nostra testa, la possiamo sentire come il frusciare dei dollari in cui Paperon de Paperoni si tuffa dal trampolino del suo forziere, o il rumore delle eliche mentre Ingrid Bergman sale sull'aeroplano che la condurrà in America, finalmente in salvo, assieme però al marito e non a Rick. "Louis, forse oggi noi inauguriamo una bella amicizia..." conclude Humphrey Bogart rivolto a Claude Rains, prima di prendere la via del ritorno nella notte umida di Casablanca.

Va be', lasciamo andare, sto divagando, e poi questo è il tuo campo. Volevo solo avvertirti che non sarà facile, non per quella mano femminile da sfiorare quasi per caso, questo almeno quanto vogliamo fare intendere, quindi prendere coraggio e stabilire un contatto più prolungato e deciso, accarezzarne il dorso, salire e scendere dalle nocche come un ciclista amatoriale sui colli brianzoli, non ha fretta di raggiungere il traguardo. Infine stringere e mancare un battito quando ci accorgiamo di essere a nostra volta stretti, amare ed essere amati, l'ho già detto, scusa. D'altronde non era Lacan a suggerire che l'amore è sempre reciproco?

E comunque se su Instagram ti butta bene e trovi una con un'amica, fammi un fischio. Questo non è cat calling e la facciamo franca. Lars, forse anche noi oggi inauguriamo una bella amicizia...